quando ti dicono: “è impossibile farcela in #singlespeed” la mia @AssiettaLegend #MTB #marathon

Non sono un biker, vado poco in MTB, ma nel 2009 restai folgorato dalle singlespeed, così affini come attitudine al minimalismo delle scatto fisso, in più da usare in montagna, che è il mio vero primo amore. Ora dopo 5 anni e qualche modifica alla mia KHS, acquistata proprio in quell’anno, mi lancio nella folle impresa di fare una gara marathon senza l’ausilio del cambio e delle sospensioni, da molti ritenuti imprescindibili su di una mtb moderna. Più o meno è andata così…

 

Capita, a me molto spesso, di conoscere nuovi amici su instagram, quasi per caso… e combinazione loro sono belli presi con le mtb; poi te la buttano lì: “dai dai iscriviti alla gara del 6 luglio all’Assietta che la facciamo insieme”. Penso, perchè no, infondo in MTB ci vado da tanto, pedalare pedalo (si sa…) e che sarà mai, anche con la mia singlespeed sarà di sicuro fattibile. Poi si avvicina la data della gara, vedo che hanno un sito ufficiale ed inizio a spulciare percorso e profilo altimetrico… cavoli: è durissima e lunghissima! Ottantacinque chilometri in mtb sono un’enormità, non a caso la gara è classificata marathon, quindi roba tosta. Inizio a parlarne un po’ con i cicloamici di sempre ed è lì che accade il “fattaccio”. Uno di loro, esperto stradista ma poco avvezzo alla mtb ed ancor meno a bici che non abbiano il cambio, esce con la classica battuta “no, non ce la puoi fare, è impossibile”. Come una detonazione nel cervello, appare la scritta luminosa nella mia testa <la-devi-fare>, nessuna scusa, nessuna scorciatoia, la sfida è lanciata.

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Mi concedo una sola modifica sostanziale su quella mtb acquistata quasi per gioco, passo da freni a disco meccanici ad idraulici. Dopo un paio di chilometri nel classico giretto test nei boschi dietro casa la risposta è subito lampante: sembra di avere un’altra bici. Precisi sicuri, modulabilità assoluta e controllo totale. Ma soprattutto la possibilità di usare un solo dito per frenare e conservare quindi un’ottima presa sul manubrio, dato che la forcella rigida non permette distrazioni in discesa.

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Arriva il weekend della gara, la forma fisica tutto sommato c’è, soprattutto nei confronti delle salite lunghe e costanti che in questa gara la fanno da padrone, ma un po’ di timore su quanto sto per andare ad affrontare è ancora lì ad occupare un angolino della mia testa e l’obiettivo è scacciarlo quanto prima. Son fortunato però, non sarò il solo con una ss, mi farà compagnia un biker di grande talento e soprattutto sempre disponibile a consigliare ed aiutare: Ambrogio è della partita e conoscendo le sue doti ne vedrò delle belle! Lui opta per un 33-22 come rapporto io resterò leggermente più lungo (1,6 contro 1,5) con il mio solito 32-20 anche per affrontare con un po’ di brio tutti i tratti di falsopiano  in salita ma soprattutto in lieve discesa.

Arrivo a Sestriere che il meteo è buono, temperature accettabili ma la certezza ormai che in quota ci saranno nubi dense e temperature molto distanti dal potersi considerare estive. Sempre su consiglio di “Ambro” decido di viaggiare leggero, quindi niente zainetto/camelback ma la dotazione classica con antivento smanicato, manicotti e guanti a dita intere, più il mio immancabile cappellino da ciclista (su strada) che ormai è un mio vezzo e della quale ho già a casa una bella collezione…. a seguire le classiche cibarie indispensabili come barrette e gel di zuccheri, anche se conto di fermarmi ai ristori senza guardare più di tanto il cronometro.

Ci schieriamo in griglia dopo il classico caffè benaugurale. Accade qui un piccolo fatto che mi caricherà come una molla. Lo speaker della gara si aggira per il gruppo facendo domande qua e là. Ad un certo punto adocchia una splendida  Ritchie in colorazione classica USA, bici un po’ datata ma dal fascino enorme e che ha fatto la storia della mtb. Lo speaker gli chiede (in inglese) come mai una bici del genere per una gara così dura e non una bella mtb ammortizzata magari in carbonio. La risposta è immediata quanto fulminante: “first of all, because men ride steel!”. BUM! deflagrazione mentale, vorrei gridargli qualcosa tipo “cazzo sì!!” ma mi tengo tutto per me e le mie folli convinzioni, gli uomini cavalcano l’acciaio, il resto è per altre categorie. Si parte, ora ci credo  al 100%.

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Dopo un primo (inutile?) giretto intorno al paese inizia la gara vera, si parte subito con un strappetto bello feroce, per me insalibile, ma gioco d’anticipo, scendo e inizio a corricchiare (e dico corricchaire, non come nelle gare di ciclocross dove si è sempre a tutta), morale: mi trovo a sorpassare un bel po’ di riders! Ok che c’è la soddisfazione di non mettere il piede a terra mai, ma se a piedi vai più veloce forse c’è da farsi qualche domanda… Dopo di che inizia una lunghissima discesa intervallata da qualche variante nei boschi ma è tutto persino piacevole, i chilometri scorrono veloci ed è chiaro che la gara/sfida inizierà sulle prime rampe del colle delle Finestre. Ci arrivo abbastanza bene e ancora fresco. Con mia piacevole sorpresa il tratto in asfalto (l’unico, giustamente) è molto godibile e “gentile” con il mio singolo rapporto, salgo di passo senza particolari problemi. Unica nota negativa mi trovo di fronte il mio neo-amico Ricky (lui ha la “C” nel nome, io no) che sta scendendo, causa caduta iniziale la gamba destra non spinge come si deve e continuare sarebbe controproducente. Un vero peccato dato che lui è stata una prima scintilla per me e so quanto ci tenesse alla gara, ma si rifarà presto.

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Finisce poi l’asfalto ed è qui che non si scherza più. La salita è ora lunghissima, costante ma con pendenze molto più accentuate e soprattutto senza la trazione garantita dall’asfalto. Il primo tratto fa subito male, devo cambiare il modo di pedalare e adattarmi alla salita in singlespeed. Spingere sui pedali e basta vuol dire fermarsi con i crampi tra due chilometri. Si cambia tutto quindi, la rotondità e l’efficienza nel pedalare diventano essenziali, la fase di tiro (da 180° a 360° nella rivoluzione del giro pedali) è quella che ti fa salire su, fortuna che qualche anno di scatto fisso mi hanno letteralmente stravolto, in senso buono, il mio modo di stare in bici e questo oggi depone tutto a mio favore.

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La salita è interminabile, qualche piccolo strappo mi convince  a scendere e camminare di tanto in tanto, ma per tratti brevi. Intanto il meteo cambia sostanzialmente, siamo dentro alle nuvole, il panorama è annullato e attorno c’è la sensazione di essere lì a disturbare la pace e la maestosità delle montagne anche se i nostri motori sono le nostre gambe (nel mio caso anche le marce son tutte lì, dentro le mie gambe…).

Si arriva a scollinare, il ristoro in quota è già di per se epico: stufa a legna a scaldare un pentolone di the caldo, credo che la temperatura sia attorno ai 7-8°C e la sensazione di essere a buon punto inizia a farsi avanti. Inizio a capire di aver dato per scontato la discesa, qui non siamo su strada dove la discesa è un momento di riposo, qui si deve guidare, stare attenti, scegliere le linee più pulite per non trovarsi  nelle pietraie e mandare in crisi le gomme, affrontare le curve con cautela dato che al di là c’è sempre un precipizio che aspetta. Il fatto di non aver le sospensioni svela le sue due facce: la prima è una fantastica precisione di guida, anche nei cambi di direzione veloce, quello che imposto con il corpo ed il manubrio viene eseguito al millimetro dalla bici, sensazione stupenda; ma per contro spalle-braccia-mani sono costrette ad un superlavoro e non avendo alcun allenamento per questo ed essendo piuttosto magrino da quelle parti dopo qualche tempo inizio ad andare un po’ in crisi e dover tenere molte più cautele dei miei compagni di discesa. Il bello è che molti di quelli che mi sorpassano a tutta riesco poi a riprenderli nelle successive rampe di salita, e sono in singlespeed…

Ultima picchiata giù dal Col Basset, sterrato molto bello e guidabile, veloce. Mi sono tornate tutte le movenze messe a punto molti anni fa nel mio periodo di amore folle per le moto da enduro/cross. Uso molto più il corpo e meno le braccia, passa anche l’indolenzimento generale e, soprattutto, mi diverto davvero a guidare! Inizia l’unico “single track” di giornata, fatto da una prima parte dal famoso sentiero G.Bordin. Non lo conoscevo ma è assolutamente bellissimo da pedalare, tecnico ma non troppo, senza strappi che mi facciano scendere a parte due piccole rampe e mi trovo a prendere un buon vantaggio da chi mi stava seguendo in quel momento. Ho percorso 80km, è quasi fatta, ma ancora non me la sento di cantar vittoria. Faccio bene, dopo una breve ed ampia discesa inizia l’ultimo sentiero, tracciato solo pochi giorni prima. Questo è stato l’unico tratto che ho veramente sofferto: estremamente tecnico ed impegnativo, con passaggi per me seriamente difficili soprattutto con tutti quei chilometri e dislivello nelle gambe. Restare lucidi è necessario quanto impegnativo, ma sono veramente un po’ seccato da questa ultima difficoltà che poco ha a che fare con il tipo di gara che è stata impostata dagli organizzatori e saprò dopo che non sono l’unico a pensarla così.

Finisce lo sterrato, solo 800 metri mi separano dall’arrivo, c’è ancora una salitella in asfalto che nemmeno mi accorgo di percorrere, ci sono, la mia piccola impresa è compiuta, sono arrivato in fondo all’Assietta Legend con una singlespeed rigida ed in acciaio.  Il mio amore per la montagna ne esce rafforzato e soprattutto, ancora una volta, sono qui a trovare tutto in una bici senza niente, contro i classici pronostici e i saggi consigli. Ci voleva un piccolo folle per poter cambiare le convinzioni di molti e così è stato, fino alla prossima volta che sentirò dire “è impossibile…”.

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tre giorni per sentirsi un po’ bike messenger, i miei #icmc2014 a Milano

Lo so che sto scrivendo in assoluto fuori tempo massimo, ma è più una mia esigenza del voler lasciare qui sul blog una memoria dell’esperienza unica che ho avuto l’occasione di vivere in quei tre bei giorni dei primi campionati italiani di corrieri in bicicletta.

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Già dall’acronimo c’è un bel retrogusto di internazionalità: ICMC ok forse fa un po’ WMCA ma racchiude un progetto ed una voglia anche nella piccola (piccolissima…) Italia di iniziare a pensare a qualcosa di buono, quindi ICMC2014 ovvero Italian Cycle Messenger Championship, tradotto, campionati italiani per corrieri in bicicletta, prima edizione. In pratica una tre giorni intensa per celebrare prima di tutto quello che è un mestiere, antico come la bici stessa ma talmente moderno che può davvero rappresentare uno dei modi che le nostre città hanno di diventare vivibili (anzi sostenibili come si dice oggi) belle, nuove e soprattutto di nuovo centro delle occasioni per chi è giovane ed ha un’idea da sviluppare e far crescere. Oltre a questo è anche un modo per ritrovarsi, contarsi e riconoscersi anche tra chi questo mestiere non lo vive nel tutti i giorni ma che ne è affine e che ha capito che certo l’auto serve ma che tante tante volte se ne può anche far a meno e non per essere ecologisti-naturisti-viversaniebelli-alternativi-puristi-immacolati-senzapaura, ma perchè semplicemente ci conviene in termini di tempo e costi, due cose che di sicuro vi/ci stanno a cuore molto più dell’ambiente, almeno nell’immediato.

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Veniamo alla cronaca un po’ più spiccia. La mente di tutto questo è quel Matteo Castronuovo che da vero uomo del sud ci mette una passione sconfinata in quello che fa, fino in fondo. Così, invece di pensare al solo nostro “orticello” italico, pensa bene di invitare una buona fetta dei suoi amici e colleghi europei, e lo fa per un sacco di buoni motivi: in primis perchè se è vero che l’appetito vien mangiando allora da ICMC si potrà magari poi pensare a dei ECMC dove E sta per Europa, con tutta un’altra dimensione e peso, poi perchè è bello esser tra gente nuova e diversa ed uscire un po’ dagli schemi classici e poi perchè (questo lui non ce l’ha detto prima…) i ragazzi dal nord Europa sanno fare questo mestiere come pochi altri e magari vengono qui a farci vedere come si fa, senza presunzione, ma con il rigore e l’efficienza che solo chi è nato al freddo sa attuare (andrà a finire esattamente così, ma non anticipiamo troppo).

Si parte il venerdì dal Vigorelli, vero tempio del ciclismo mondiale oggi ancora girante addormentato ma chissà, arrivano un po’ tutti alla spicciolata, magari a gruppetti ed il giro di saluti mi diventa subito più lungo che ad un matrimonio nel salento, ma altrettanto piacevole. Il bello è che nonostante tutto va ancora di moda l’abbraccio, pure tra maschi (sarà lo scatto fisso mi sa…) il che crea davvero una connessione forte, molto più forte che in altri ambienti. Qui si corre e si scanna lo stesso ma prima ancora ci si aiuta, ci si sostiene vicendevolmente e con un ospitalità che io ritrovo solo nei racconti della grecia classica.

Partiamo con l’alleycat riservata ai corridori di fuori città (out of town – OOT – per farla anglosassone) siamo quasi una cinquantina, metà di questi non italiani, organizza il buon Benza VeganGrizzly. Quel guascone di Andrea, che mi conosce e sa benissimo che ho abitato in Milano e che ci scorrazzo fin troppo spesso, inizia a dire a tutti: “follow this guy, he knows the streets!” Grazie per la manata di stress da responsabilità skilly, davvero Sorriso .

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0123,2,1 via! nella classica, bella quanto inutile corsetta iniziale dell’alleycat mi cade la mappa dalla tasca, non la ritroverò più. Poco male ho quella di riserva, peccato che abbia un po’ troppe alley sulle spalle e ne porti i segni sulla carta fin troppo evidenti: sembra la sacra sindone in pratica, non ci arrendiamo. Io e Pier da Bologna iniziamo a segnare i punti sulla mappa, sono 4 prese e 4 consegne in ordine libero, fattibile, si salta in sella.

Subito io e Pier ci troviamo a guidare un bel plotone di una dozzina di ciclisti, che dire indisciplinati è ancora poco. Parliamo italoinglese, escono neologismi ad ogni svolta, Milano ci accoglie tutto sommato bene, sarà che è un weekend di ponte lungo e che è ora di cena, ma riusciamo a girare molto bene e soprattutto in maniera organica, senza mai tornare sui nostri passi e soprattutto senza sbagliare clamorosamente direzione. Bello anche vedere sempre facce amiche ai checkpoint, l’alley scorre via liscia, momento migliore il lungo drittone di via Monza fatto avanti e indietro per arrivare fino alla Martesana, trovando al ritorno un filotto di semafori verdi meglio di un incastro magico di Tetris! Alla fine mi classifico attorno alla ventesima posizione, va bene, era un warm-up e la soddisfazione in un alleycat è chiuderla nel tempo limite (o vincerla chiaramente) le mezze misure non ci piacciono.

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La festa poi prosegue al Vigorelli, tra salamelle e birrette, senza esagerare però che domani ci sono le qualifiche!

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Ed eccoci al mattino di sabato, belli freschi e riposati. Arrivo a metà mattina al parco Lambro, quello che ormai è non solo il centro di questa manifestazione ma è il vero cuore pulsante di tutto il circuito ciclistico milanese d’inverno come d’estate.

008Sbrigo le procedure di registrazione ed in poco tempo sono già sul percorso a provare ed iniziare a memorizzare tutte le regole e le scorciatoie di quella che a tutti gli effetti è una vera e propria città in miniatura, con ponti, salite, discese, fiumi, scale e ben dodici punti dove fare prese e consegne. Si parte finalmente, 90 minuti secchi per fare più lavoro possibile, regola ferrea: ogni minuto di ritardo annulla una consegna, tutti avvisati.

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859925_10152083432363325_5066339902329771087_oInizio abbastanza bene, la mappa che ho fascettato sul manubrio è chiara e ben leggibile e gli appunti segnati con il pennarellino sono funzionali. Oggi (come ieri, chiaramente) uso la mia bici da città che mi tiene compagnia da ormai molti anni, telaio da corsa di fine anni 70, un po’ come me, e ruota fissa ricavata da un mozzo mtb anteriore, un vero carroarmato, il rapporto 43-17 si rivela persin duro per scalare la collinetta che porta ad un paio di check, mentre è chiaramente troppo corto quando si tratta di fare il giro dell’anello delle criterium sapientemente messo a circolazione  a senso unico. Vedo gli stranieri con rapporti  ben più lunghi del mio comunque letteralmente mangiarsi le salitine, volare sull’anellone e non sentire il pavè dissestato di alcuni tratti… scoprirò che non stanno dando nemmeno tutto perchè hanno nel mirino la finale, impressionante. Io non demordo, riesco a spingere bene e sto costantemente a tutta pur di completare il manifest delle consegne. Ci riesco, ma per un mio grossolano errore di valutazione finisco cinque minuti in ritardo, ergo, cinque consegne cancellate. Disperazione. So di aver fatto un buon lavoro, al meglio delle mie possibilità, ma temo di non esser passato dato che solo in 35 accederanno alla finale. Risultati a sera!

Sfinito dalla stanchezza riesco a farmi una doccia e a mangiarmi un buon gelato, poco a poco tornano un po’ di energie ma il mio fisico si rifiuta di partire all’alleycat che ci sarà di lì a poco, benchè si chiami Private IV e sia l’alley più importante della stagione. Non riesco però a starmene con le mani in mano (vabbè gambe in gamba non suonava bene) e mi offro per gestire un checkpoit, una cosa che non ho mai fatto, magari è divertente. Ne assegnano uno comodo, conosco bene la strada per arrivarci ed è sotto un ponticello, mi fa compagnia in buon Gufo come me vero entusiasta di questi ICMC e grande appassionato di kebab, appena arrivati infatti va subito alla ricerca del kebabbaro più prossimo e tornerà di lì a breve con il divin panino. Ho scritto che è sotto un ponticello non a caso, dopo poco dall’inizio della gara inzia un temporale intenso, noi al riparo siamo testimoni dell’arrivo di gruppi di corridori in condizioni davvero limite, ma non così limite come i manifest che ci chiedono di firmare, talvolta divenuti degli ammassi informi di cellulosa o poco più.

Storia nella storia, arriva il mio pupillo Eddy, lo vedo però con lo sguardo perso, ha appena bucato. Decidiamo al volo di scambiarci la ruota (per fortuna l’anteriore) e lui può ripartire di slancio, io ho tutto il tempo di cambiarmi la camera fino alla fine del tempo limite. Scoprirò dopo, rientrato al Lambro, che questo gesto gli ha permesso di vincere la sua prima alleycat, ed iniziare vincendo una Private fa davvero sperare nel buon futuro del ragazzo.

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Scocca l’ora di chiusura del check e se per caso lassù qualcuno ci ama quella sera ci stava osservando per benino, ripartiamo alla volta del Lambro che ha appena smesso di piovere, l’aria è fresca ed arriviamo al quartier generale degli ICMC da asciutti, gli unici su più di ottanta persone, mi sentivo quasi a disagio, ma il fisico ho ringraziato.

Passano momenti di trepidante attesa, Matteo ed i ragazzi dell’organizzazione sono riuniti in un conclave serratissimo per conteggiare tutti i dati delle qualifiche, mi affaccio un paio di volte fino a meritarmi delle minacce… resto in attesa. Ad un certo punto li vedo uscire, Matteo mi guarda e mi dice quello che tutto subito fatico quasi a realizzare: “sei in finale”. BUM!

Il terzo giorno dei campionati subisce un po’ di rivoluzioni negli orari, ci si adegua e si correrà nel primo pomeriggio, questa volta saranno due ore piene di consegne nella mini-città con un monte di lavoro molto superiore, giusto per far salire l’ansia ai corridori. Oggi non ho più la “blue bike”, sulla scorta della performance di Andrea ho optato per usare la mia Zino da ciclocross che si adatta perfettamente al percorso e con le marce consente di salire al meglio la collinetta e buttar giù denti quando c’è da correre sui lunghi rettilinei dell’anello criterium. Le gambe hanno riposato, la gioia di essere tra i finalisti è enorme, la voglia di far bene ancora di più, l’entusiasmo di avere la mia famiglia accanto è la vera benzina della giornata.

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Parto bene, riesco ad organizzare le varie prese e consegne in modo piuttosto proficuo e nel rispetto delle regole scritte, su questo c’è giustamente molta rigidità e non si ammettono eccezioni, in breve il primo manifest è consegnato.

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Questa volta non è come nelle qualifiche, un singolo secondo di ritardo oltre il tempo limite squalifica il corridore, l’occhio al mio orologio cade costantemente. Il secondo manifest è più semplice come organizzazione del lavoro ma i percorsi sono decisamente più lunghi e la fatica inizia a farsi sentire, ma ad ogni check trovo acqua in abbondanza oltre alle belle facce amiche che mi incitano a dare tutto. Riesco ad iniziare anche il terzo manifest. Scoprirò che questo farà, e di molto, la differenza per la classifica finale. Mi accordo che mancano pichi minuti al termine quando sento che le mie gambe avrebbero voglia di fare ancora molto, ma come dice sempre Matteo, è la testa che deve fare da padrona, sempre. Decido di consegnare un po’ in anticipo e mi sento soddisfatto della prova, le sensazioni sono state ottime, la giornata splendida che chiude un weekend davvero unico e penso irripetibile.

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A distanza di un giorno arriverà anche la classifica finale. Diciassette nomi soltanto sui 35 finalisti, diciassette che hanno avviato le consegne del terzo manifest e chiuso nel tempo regolamentare la prova, di questi ben dodici sono stranieri a dimostrazione che loro sanno come si fa e ancora una volta ci insegnano a prendere le cose con il giusto spirito e la necessaria concentrazione. Restano cinque italiani, beh, sono tra quei cinque.

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La soddisfazione è enorme, non in quanto mi senta particolarmente bravo o migliore di altri, ma per quanto sia riuscito a mantenere la calma e la lucidità per tutto il corso della gara e dei tre giorni, per l’esserci stato ed aver vissuto a contatto con chi fa di questo un lavoro ed ancor più uno stile di vita e per aver saputo interpretare al meglio anche questo aspetto del ciclismo, così distante dalle gare classiche fatte di tatticismi e a volte qualche furberia. Per la serie “se non provi non puoi capire fino in fondo” ecco gli ICMC sono stati un’occasione unica per essere dentro una comunità in genere un po’ chiusa e poterne condividere tutti gli aspetti, da quello festoso (e a far festa ne sanno un tot) a quello di solidarietà ed unità tra chi lavora sulla strada tutto l’anno, con il sole a picco o la pioggia battente, non conta, conta solo  consegnare velocemente ed in sicurezza tutto quanto riesca a stare nella borsa dietro la propria schiena. Il problema ora è la voglia di sostituire alla I di ICMC una E, o magari chissà una W… alla prossima!

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Occhi chiusi per il vento che non c’è.

riky76:

fai i rulli, magari in inverno, e ti immagini il vento caldo che scorrerà veloce sul tuo viso quando sarai lì a lottare contro il tempo. Articolo eccezionale di Miriam Terruzzi.

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Certi amori cominciano così, d’improvviso. Il via lo dà l’anima prima che la testa. L’amore per le cronometro è partito da dentro, un sentimento verso la bellezza, il vento, la velocità che mi ha preso come quell’edera dei giardini antichi che non controlli più. La crono è solitudine. Dentro e fuori. Anche il pubblico, i rumori, contano poco: è una questione tra la sincronia delle gambe e il battito del cuore. Ma niente poesia. Perché la solitudine è cruda come un crampo allo stomaco e allo stesso tempo fa vedere a te stesso chi sei realmente. Cosa puoi fare, a comando della tua umanità.

Mentre giravo tra i pullman prima del cronoprologo del Tour de Romandie sono rimasta colpita da Silvan Dillier sui rulli: divisa rossonera della BMC, testa china, gambe a tutta che mulinavano nel nulla. Riscaldamento prima della partenza, come da consuetudine. Non so cosa mi ha…

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Saper fare tutto bene – OMNIUM race (e divagazioni varie su che cosa è una gara in #pista)

La primavera è sbocciata e oltre ai fiori si aprono anche i velodromi all’aperto. Una delle cose più divertenti ed allenanti, ma anche a loro modo difficili, è gareggiare in pista in una cosiddetta “riunione”. Ora vi racconto di cosa si tratta.

(lo stesso articolo lo potete trovare qui insieme a molte altre cose interessanti!)

A meno che non siate già dei pro della pista (e se mi leggete qui in tutta onestà ne dubito) vi segnalo che il bello delle gare amatoriali in pista è lo sfidarsi in 4-5 discipline diverse nell’arco di un pomeriggio o di una sera. La differenza con una gara secca su strada, mtb o ciclocross è che qui diventa fondamentale sapersi gestire nell’intero arco temporale dell’evento, dove non si può mai abbassare la tensione agonistica.

In breve, una omnium classica così come interpretata anche alle olimpiadi è composta da ben 6 prove in quest’ordine:

- Giro lanciato

- Inseguimento individuale

- Corsa a punti

- Corsa ad eliminazione

- Scratch

- Chilometro da fermo

Molto spesso però, nelle gare amatoriali la si riduce a 3 discipline: giro lanciato, corsa a punti (o scratch) ed inseguimento individuale. Il problema essenziale è che le tre discipline, benché si tratti sempre di ciclismo su pista, sono del tutto antitetiche tra loro: allenarne una sola significa perdere molta prestazione nei confronti delle altre. Analogamente, il giorno della gara, andare in fuori giri in una comporta letteralmente il “saltar per aria” nelle restanti. Oppure, cosa forse ancor peggiore dato che fa salire un rimorso notevole, risparmiarsi troppo all’inizio e avere risultati al di sotto delle proprie potenzialità per il timore di “bruciarsi” subito.

Come si può capire l’equilibrio è molto delicato, ritrovarsi a fine gara a fare i conti con un classifica impietosa o salire sul podio con una bella bottiglia di vino come trofeo sono due situazioni molto più vicine di quanto si possa pensare. Ora proviamo a raccontare qualcosa in più.

Una delle cose che ritengo importanti è una delle più semplici: arrivare in buon anticipo! Pare banale, ma non lo è. Si viaggia in auto sereni, senza correre che quello sarà da fare dopo (anche se abitate vicino al velodromo prima o poi la trasferta vi toccherà) ci si distende mentalmente e si pregusta il bello di essere in pista a sfidarsi. Non avere l’ansia di non fare in tempo causa traffico o di arrivare trafelati si porta via una grossa fetta di concentrazione mentale e purtroppo le gambe seguiranno i nervosismi della testa, evitate.

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Riscaldarsi senza spendere troppe energie. Il primo scoglio è sempre il giro veloce, la specialità più breve di tutto il ciclismo, ma non per questo la più semplice. Ci si deve arrivare con le gambe “calde a puntino” ma con ancora tutto il 100% della esplosività che possono dare. Lo sprint è la regina delle gare in pista e va sempre onorata. Scaldandosi sui rulli si deve cercare di salire man mano con il ritmo cardiaco e di dare una o due “sgasate” ad alta cadenza, di modo da avere il motore preparato a dare il massimo nel puro sforzo anaerobico. Infatti dopo il giro lanciato non ci si sente stanchi, non nel senso classico del ciclismo, l’errore peggiore però è dopo il giro lanciato rientrare e stare fermi, ecco quello è come spararsi nelle gambe. Indispensabile quindi riprendere subito a far girare le gambe e far riassobire lo sforzo muscolare. Ci va una buona dose di testa per agire in questo modo; di solito ci si ferma per parlare con gli avversari (che almeno nel “nostro” modo delle gare amatoriali in pista sono sempre anche amici e spesso veri maestri) o ci si siede e si beve qualcosa, dato che la giornata di gare è ancora lunga. Ecco, non fatelo e imponetevi questa piccola violenza di risalire sui rulli, in fondo bastano solo 10-15 minuti.

box2A proposito di rulli, specie nelle gare in pista sono un gran sostenitore dei rulli liberi, quelli a tre cilindri. Enormemente più pratici di quelli fissi a cavalletto, sono anche un vero viatico per chi vuole aumentare l’eleganza e l’efficienza della pedalata. Insegnano a stare in equilibrio, a “sentire la bicicletta sotto di noi e portano enormi vantaggi quando poi ci si troverà a pedalare in un folto gruppo su strada. Hanno anche un costo relativamente basso e si trovano abbastanza facilmente sull’usato, pensateci.

 

Si passa poi alla corsa di gruppo, che sia a punti, scratch o eliminazione poco conta ai fini del corretto approccio, e nuovamente toccherà scaldarsi a dovere, non senza aver fatto anche un buon riferimenti di zuccheri. Sarà la gara più lunga di giornata ed essendo una corsa su pista chiaramente non si beve e non ci si alimenta in corsa. Sicchè ci si deve pensare prima, senza esagerare ma si devono avere le risorse per essere efficienti in tutto l’arco della gara anche perché tutte le corse di gruppo sono in crescendo: si parte ad una buona velocità e via via si va aumentando il ritmo. Per chi ha più set di ruote trovo utile fare questo riscaldamento con un pignone di uno o due denti in più di quello che si è usato nel giro lanciato. Infatti, per stare in corsa e non arrancare sugli scatti, quelli ripetuti nelle volate di una corsa a punti ad esempio, il segreto è di avere una buona agilità che consente accelerazioni molto più repentine e meno dannose per le gambe. Per questo molti corridori usano un dente in più anche in gara, ma scenderemmo in considerazioni un po’ troppo ampie per questo spazio.

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Finita la corsa di gruppo subito reintegrare zuccheri e liquidi ma soprattutto non abbassare la concentrazione! Il lavoro non è finito, spesso la disciplina di gruppo ci lascia svuotati di energie sia fisiche sia mentali data la battaglia sul filo di scie e scatti. Invece si deve cercare di dimenticare alla svelta ciò che è successo per concentrarsi sull’ultima disciplina, dove l’avversario sarà ancora più implacabile perché sarà il semplice ed inesorabile scorrere del tempo.

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Nuovamente ci si ritroverà sui rulli con un differente assetti di guida dato che entrano in gioco le prolunghe da crono. Si percepiranno così le diverse fasce muscolari che alimentano l’azione della pedalata, per fortuna ancora non troppo stressate dal lavoro svolto fino a qui. Per quanto possibile ci si deve concentrare sulla posizione da mantenere, sia sotto l’aspetto della compostezza sia, soprattutto, curando la respirazione e usando molto più il diaframma rispetto a quando si è soliti fare. Nell’inseguimento è fondamentale conservare un buon ritmo dall’inizio alla fine, stando molto concentrati nella guida per non sbandare e fare così più strada e non scomponendosi per non offrire il fianco alla malevola ed implacabile resistenza dell’aria al nostro incedere. Qui è la mente a farla da padrona, vuoi perché le gambe iniziano quasi da subito a fare male e a dar segnali di cedimento, vuoi perché i due terzi di gara ci hanno già fatto capire se è una buona giornata o meno. Serve tutta la concentrazione possibile per muovere il nostro corpo come fosse una macchina nata per pedalare. Sono pochi chilometri da affrontare ma mai come ora assumono la valenza di “eterni” nel passare sotto le nostre ruote. Non abbassate la guardia, non scomponetevi, è peggio calare leggermente il ritmo restando composti che muovere il busto ed aprire i gomiti o peggio alzarsi sui pedali a rilanciare, l’aerodinamica non perdona, così come il cronometro.

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A questo punto la fatica è compiuta, se nell’arco dei successivi 2-3 giorni non avete altre gare potete davvero rilassarvi, diversamente ancora qualche minuto a far frullare le gambe potrebbe salvarvi il prossimo appuntamento. Il bello ora è godersi le sensazioni che ci regala il nostro corpo. Sentirsi stanchi e soddisfatti per aver espresso tutto ciò di cui si è capaci ed assaporare il divertimento che c’è nella sana competizione tra avversari leali in pista ed amici quando si è giù dal sellino.

Vi aspetto alla prossima gara, non abbiate timore a sfidare prima di tutto voi stessi. La bici da pista già ce l’avete, giusto?

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LLL (Lodi-Lecco-Lodi)? No, DDD (Disperati-Disgraziati-Disagiati).

riky76:

3 ore e qualcosa di differenza, ma stessa passione ed entusiasmo per quello che è il “nostro” ciclismo. Ecco il report di mr. Choppah della sua Lodi Lecco Lodi

Originally posted on Augusta Riders:

Ok, comincio col dire che io di sterrato non ne ho praticamente quasi mai masticato (e l’espressione non giunge a caso), se non nella mia primissima adolescenza, con una mtb, nel parco del Ticino, dalle mie parti; il che fa di me un pedalatore a digiuno di strade bianche da circa 12 anni.

Una settimana fa ho fatto la mia prima uscita con la nuova ignorantata da cx che ho deciso di accrocchiare con l’amico e compagno di squadra Enry, 25km, per prepararmi ad un evento paragonabile alla guerra del Viet Nam: combattere per perdere.

Torino, ore 5.30 di sabato 12 Aprile 2014.
Enry passa a prendermi sotto casa in auto, io ho dormito circa  due ore, perchè per pepararsi ad una gara pare brutto fare le cose per tempo. Nel mio zaino ho mezza quiche tagliata a fettine sottili, il necessario per riparazioni al volo e la “tutina”.
Carichiamo…

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la #MiTo in fissa sta alla Sanremo come la #LodiLeccoLodi sta alla #Roubaix–la mia prima gravel race

Hey c’è una gara nuova, una bici adatta ce l’ho e allora perchè non provare? Bando alla noia e mi imbarco nella mia prima gravel race, che nemmeno a farlo apposta è la più dura e (diventerà) prestigiosa del panorama ciclistico amatorial /alternativo italiano: Lodi Lecco Lodi o più semplicemente LLL.

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La sfida è di quelle toste già sulla carta, sono 165km già lunghi al solo pronunciarlo, ma il cuore della gara sta nel fatto che di questi circa 140 sono su sterrati, alzaie, sentieri… in una parola gravel. Detto così suona strano ma gravel fa rima con libertà, sia nella scelta della bici sia nel modo in cui si può interpretare il percorso, dalla gita alla gara senza esclusione di colpi… sceglierò quest’ultima ma non mi reputo certo migliore di chi ha fatto una splendida gita di 8-9 ore in mezzo a paesaggi stupendi.

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L’acqua caratterizza il percorso, dal lungo Adda, al naviglio della Martesana, al lago di Garlate e ritorno. La stessa acqua che è proprio il simbolo del progresso della civiltà umana, dalle vie di navigazione, ai mulini fino alle centrali idroelettriche il percorso è anche di una portata storica fuori dal comune, oggi ancora dolorante ma felice mi rimane la voglia di approfondire su tutto quanto quel territorio è capace di raccontare. Per il momento provo io a raccontarvi la mia gara.

Mi ritrovo puntuale al parcheggio indicato da Damiano, l’immenso organizzatore che nulla ma proprio nulla ha lasciato al caso. Iniziano ad arrivare le prime auto e mi parcheggio di fianco ad un ragazzo che sta scaricando la sua bici da ciclocross come la mia; di lì a pochissimo scende da un camper un signore un po’ più in età di noi ma a veder le gambe si direbbe molto tonico. Senza saperlo (combinazione davvero incredibile) ho già davanti il podio, ma andiamo con ordine.

014Apre il luogo del ritrovo, un locale all’aperto davvero gradevole di quelli dove respiri aria di famiglia appena ne varchi la soglia. Le procedure di iscrizione sono la cosa più semplice e lineare del mondo, si registra il tuo nome su di un foglio, fine. Aspettiamo qualche ritardatario, rimiriamo bici di tutti i tipi, dalla ciclocross agonistica alla monster cross, alla mtb anche in declinazione fat-bike, a bici da corsa d’epoca belle e semplici a qualche folle (peggio di me) con bici a scatto fisso, qualcuna anche senza freni in bilico tra il puro hardcore e l’assetto da armata Brancaleone.

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Ribadisco, e ne avrò altre mille conferme, che l’organizzazione non ha lasciato nulla al caso: oltre al blog dove si racconta che tipo di gara è una gravel, si chiarisce nei minimi particolari il regolamento, si fornisce un completissimo road book ed una traccia gps da caricare sui cicloPC moderni, tutti i partecipanti hanno ugual importanza, si aspetta qualche ritardatario e in classico stile MiTo i primi chilometri sono una passeggiata dove ci si sacalda, si chiacchiera, si ascolta la bici per capire se anche per lei è una giornata buona. Questa prima parte di gara è splendida anche perchè, al  pari della MiTo, ti fa prendere consapevolezza della bella esperienza che si sta per affrontare, in tanti, tutti differenti e tutti contraddistinti da una incrollabile passione. Nessuno lo fa perchè ha ordini di squadra, nessuno si aspetta ricompense o premi, il prestigio è già nell’essere lì con il sorriso sulle labbra consci di essere capaci di affrontare a proprio modo una gara sulla carta massacrante su strade bianche e sterrate.

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Dopo poco, infatti, la gara si fa Gara: chi vuole interpretarla al massimo delle sue possibilità è pregato di farsi avanti ora o restare nel gruppo dei festosi. Decido di provarci. Mi aggrego a due ragazzi in mtb che menano come dei dannati, in qualche occhiata repentina al garmin leggo 31-33km/h e penso “hey, è un ritmo insostenibile anche per solo 50km, figuriamoci i 145 che ancora mancano!”. Ma siamo in ballo, inutile lanciar la sfida e mollare subito… mano a mano vedo il gruppo di testa avvicinarsi, altri 3 allunghi e siamo dentro. Mi affianca il ragazzo che aveva parcheggiato di fianco a me, Jacopo, lo vedo pedalare e capisco subito che è un di quelli “buoni”, mi guarda e mi dice semplicemente: “benvenuto”. Questo mi resterà in testa per tutta la gara ed è qui anche oggi a farmi compagnia. Quel “benvenuto” detto così in quel momento è stato più efficace di una dozzina di barrette energetiche, sta a dire benvenuto nella corsa vera, benvenuto al massacro, benvenuto ad altri 140km di polvere buche e sofferenza, benvenuto tra chi vive per la bici in tutte le sue forme, benvenuto in una gara non comune, benvenuto in un oceano di insidie, ti potrai concedere una distrazione solo tra 5 ore abbondanti, quando avrai superato la linea d’arrivo. Sarà esattamente così.

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Si arriva ben presto ad un primo ostacolo: il ponte bailey che consentiva l’attraversamento dell’Adda dopo 5 anni di servizio è avviato alla demolizione, iniziata 3 giorni prima! Niente panico, qualcuno del posto conosce bene la zona, ci dirigiamo attraverso i campi navigando a vista, fino alla ferrovia, la attraversiamo e proseguiamo lungo questa fino alla stazione di Cassano passandoci proprio dentro, sottopasso pedonale incluso. In questa fase nemmeno mi accorgo che tre tra i più esperti corridori ne hanno approfittato per fuggire solitari verso Lecco. Rientrati sullo sterrato il mio neo amico non ci sta, provare a riprendere i fuggitivi è un obbligo morale e inizia a dettare un ritmo altissimo. Dove il fondo e buono viaggiamo con una velocità di crociera attorno ai 35km/h, non sono ammessi cali di attenzione, anche solo bere dalla borraccia va pianificato con cura.

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Dopo diverso tempo si unisce a noi Emanuele, mi sembra sbucato da dietro un albero, fresco come una rosa, con la sua singlespeed ed un colpo di pedale efficacissimo, sembra non far fatica, anzi ci incita dicendo che i fuggitivi non son poi così lontani, si alterna davanti a tirare tenendo un passo altissimo e si concede anche il lusso di farci le foto: un vero manico!

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Cinquanta chilometri di assalto all’arma bianca attraverso paesaggi via via diversi e sempre incantevoli dove si alterna il fascino della natura ad altrettante suggestive tracce tangibili dell’ingegno umano, dall’altissimo Leonardo da Vinci, a mirabili ponti alle prime centrali idroelettriche d’Italia, belle da sembrare castelli medioevali. Mi imprimo immagini stupende nella memoria insieme ad una cantilena del tipo: “qui ci devo tornare, qui ci devo assolutamente tornare, magari con più calma…”

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Come un miraggio che si materializza rientriamo sui tre fuggitivi, loro non la prendono benissimo, ma tant’è. Ora siamo in otto ed il lago di Garlate è oramai in vista.

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Il giro del lago è tutto su pista ciclabile, certo scorrevole ma di fatto il tratto più carico di insidie, come tutte le piste ciclabili della nostra piccola italia: gente che passeggia a piedi, che fa zig zag in bici, cani a zonzo, podisti con le cuffie nelle orecchie che li isolano dal mondo esterno… insomma, cento occhi ma tutto fila (quasi) liscio… Il quasi è perchè senza cause esterne due corridori si toccano tra loro e finiscono inevitabilmente a terra. E’ una gara ma siamo anche appassionati che conoscono cosa significhi assaggiare la durezza di una caduta, ci fermiamo tutti. Chi ha avuto la peggio nel volo ha un po’ di escoriazioni e botte ma non avverte segnali peggiori, anche la sua bici è ok. Dopo qualche minuto dove approfitto per la classica sosta “idrica” è lui stesso a dirci di proseguire perchè lo farà anche lui fino a Lodi, solo con un ritmo più blando (e sarà effettivamente così, davvero eroico).

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Si inizia a ridiscendere verso sud, son riuscito a bene e ad alimentarmi, la stanchezza compare ma accompagnata da buone sensazioni, siamo in 5 dopo un po’. Emanuele mi dice: “ormai se sei arrivato fin qui vai con loro fino all’arrivo” non gli dò troppo peso perchè una foratura od una scivolata son sempre dietro l’angolo, ma quella frase unita al “benvenuto” iniziale mi dona una carica pazzesca, mi sento dannatamente bene.

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Poco dopo aver pensato che una foratura potrebbe farmi perdere la testa della corsa e proprio Emanuele vede l’anteriore perdere di pressione progressivamente, sapeva che non avrebbe potuto arrivare fino a Lodi per impegni personali, ma così presto proprio no. Quasi ci ordina di proseguire e di scannare fino alla fine, lo ascoltiamo. Siamo in quattro e siamo quelli che si giocheranno la vittoria finale.

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Non avverto la lieve pendenza favorevole che ci fa pedalare nella stessa direzione dello scorrere delle acque ma ciononostante i chilometri passano veloci, il ritmo è sempre notevole ma non più indemoniato come la risalita della corrente, c’è anche negli altri la consapevolezza di avere nelle gambe una buona prestazione.

Il percorso per fortuna prevede gli ultimi 30km diversi da quelli (tecnici e complessi) dell’andata: si deve costeggiare il canale Muzza fin quasi dentro Lodi, semplice… a parole.

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Ci troviamo a centellinare l’acqua e a scambiarci la borraccia, come fossimo compagni di squadra. Io ne ho ancora un paio di sorsi ma alla domanda di Jacopo non ci penso nemmeno un istante e gli sporgo la mia acqua in uno dei gesti più classici e popolari del ciclismo, di quello che ancora piace a tutti.

I tratti lungo il canale non sono scorrevolissimi. Ora ogni buca è una frustata sulla schiena. Ad un tratto compare l’argine in calcestruzzo con un cordolo a bordo canale di nemmeno 30cm, ci saliamo su tutti, la cautela è sempre al massimo e mantenere l’attenzione sempre più difficile, ma per contro la scorrevolezza di quella superficie è una manna. Il canale negli attraversamenti delle strade ha la classica sbarra che impedisce l’intrusione delle auto ma consente il passaggio di pedoni e bici. Questo diventa un’arma nelle mani, anzi nelle gambe, di Jacopo che parte con degli allunghi per fare ancora una ulteriore selezione da corridore vero qual è. Uno…due….tre, alla terza accelerazione resto attaccato solo per forza di volontà, con le unghie e con i denti. Mi volto e Matteo, il quarto, non c’è più. Il podio è già tutto qui.

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L’ultimo tratto di sterrato nel bosco corre via facile, meno sassoso e superficie dura e veloce, in un attimo siamo sull’asfalto e mancano due soli chilometri. A nostro modo iniziano i giochi di sguardi per capire chi ha ancora l’ultima cartuccia e chi no, chi vuol fare la volata e chi no. Il bello è che non ci si guarda in cagnesco, ci si studia certo ma si avverte il puro piacere della competizione del gioco assurdo di voler fare uno sprint conclusivo perchè 163 chilometri di fatica povere e sudore non sono stati ancora capaci di selezionarne uno solo. La gioia di avercela fatta si alterna alla voglia di mettere anche la ciliegina su una torta dal sapore unico e dolcissimo. L’esperienza di Marcello Lolli salta fuori in tutta la sua classe: nemmeno il tempo di realizzare  e ci ha preso sei metri buoni, proviamo ma abbiamo l’evidenza che ci dice che il vincitore quest’anno ha una maglia rossa e una gamba stellare unita ad una testa fredda e lucida nonostante le sei ore di fatica!

Io studio Jacopo, ormai voglio tener fede al trend dell’anno dei miei compagni di squadra e stampare un altro 2 sul ruolino di marcia. Un po’ di gare in pista qualcosa mi hanno insegnato, non mollo la ruota e sul viale d’arrivo provo la volata con il suo punto d’appoggio. Via, non mi volto fino al cortile dell’arrivo, ma lo scatto va in porto e sono secondo e felice!

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Mi resterà dentro questa gara come tutte quelle che sono nate così, dalla fantasia e dalla curiosità di chi fa della bici uno stile di vita e ha voglia di condividerlo nella maniera più semplice  e antica attraverso la pura e sana competizione.

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when you go through the hell, keep going! my #MiTo2014 in #fixedgear @vostokmilano

Come ho anche sentito dire, sono le condizioni peggiori a rendere grande un gesto, alla fine si trattava “solo” di fare 150 chilometri senza mai smettere di pedalare…ma andiamo con ordine.

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016Milano, domenica mattina ore 7:25, vialoni deserti, cielo grigio cemento e odore di pioggia. Atmosfera incantevole e cornice ideale per il mio inizio di giornata. Sto andando al velodromo Vigorelli per uno degli appuntamenti più prestigiosi dell’anno per il movimento del ciclismo urbano a scatto fisso: la Milano – Torino per bici fisse. Non è la mia prima volta, ma senza esser banale è un po’ sempre una prima volta. Parto dal vantaggio di aver dormito in Milano, sono riposato è ho fatto una buona colazione, ho con me un buon abbigliamento tecnico e la bici è in perfetto ordine dato che giusto una settimana prima ho potuto fare un buon test su una distanza paragonabile.

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Arrivo al Vigorelli e faccio l’ultimo tratto di strada con il buon “Rido” che trovo anche lui in bici verso il velodromo. Non va solo a fotografare la partenza, quest’anno infatti è una “prima volta” perchè non partiamo dai cancelli, ma partiamo (anche se solo simbolicamente) da dentro il velodromo. Entrare in quella pista è un’emozione che mi sorprende. Conosco la storia del Vigorelli, ma vederlo fa un effetto completamente nuovo: è maestoso, elegante, un silente gigante addormentato, mi colpisce nel profondo ed ho un certo timore a metter le ruote su quel legno. Non siamo molti, ma siamo i più coraggiosi che vogliono sfidare meteo e strade disastrate nello spazio che collega Milano a Torino. C’è anche la concomitanza con una classica monumento come la Milano-Sanremo e come ho letto sul forum in merito al fatto che chi fa del ciclismo una professione è pagato per correre a differenza nostra che lo facciamo per quell’ineffabile spirito di competizione: “loro sono prò, noi siamo eroi”, capirò solo a Torino la forza di questa espressione.

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Pariamo che ancora non piove, facce sorridenti ovunque, mi ricorda la partenza del bus alle gite delle scuole medie dove quasi mai importa l’esatta destinazione, ma c’è la gioia del fatto stesso di partire insieme e così è oggi.

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I primi chilometri passano lenti di andatura ma veloci come sensazione, siamo compatti e motivati tutti, ognuno con le sue di motivazioni (chi semplicemente arrivare chi vuol “fare la corsa”) ma tutte estremamente nobili. In questa gara non c’è nulla in palio, se non la consapevolezza di come la si conduce e la si porta a termine. Fin quasi al 60°km (e due ore di pedalata) tutto scorre bene anche se la pioggia è arrivata e si fa sentire, ma soprattutto inizia ad alzarsi un vento gelido che spira da nord-ovest e non fa ben presagire.

Come in un copione già scritto i ragazzi di Vostok si portano davanti e l’accelerazione è netta e precisa come una scure che separa in due il gruppo, quelli che in qualche modo arriveranno a Torino e quelli che hanno loro malgrado l’agonismo nel sangue per il puro piacere di combattere in sella a delle bici che tecnicamente dovrebbero restare confinate nei velodromi. Seguiranno 40 infiniti chilometri di pura sofferenza sui pedali. Il vento aumenta sempre di più, improvvisiamo dei ventagli per cercare di stare coperti ma non siamo più di 18 corridori, le buche sono un insidia costante e purtroppo mieteranno troppe vittime anche nel gruppo di testa. La pioggia non molla anzi si mescola al vento rendendo la percezione del freddo acutissima. Le mani iniziano a formicolare, gli avambracci, più delle stesse gambe, si tramutano in pezzi di legno dallo sforzo di tener a bada la bici dalle folate e contemporaneamente evitare i crateri nell’asfalto. E’ dura, non si parla più, ci si intente a piccoli gesti codificati nel ciclismo di tutto il mondo si stringono i denti fino a sentir male alle mascelle. Ormai siamo qui, al centro dell’inferno, non ci resta che andare avanti. Il mio amico Alan mi chiede di sfilargli una confezione di gel dalle sue tasche perchè ha perso la sensibilità alle mani, lo vedo in crisi, provo in tutti modi a svolgere quel compito sulla carta così semplice ed ora così complesso. Ci riesco… la pioggia si fa meno intensa, siamo a 110km fatti e 40 ancora da fare, siamo in pochi e ci guardiamo in faccia come dei sopravvissuti.

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Nonostante tutto le gambe ci sono ancora (dei piedi ho vaghe notizie) qualche piccola scaramuccia mi fa capire che arriveremo a Torino ma non sarà banale piazzarsi bene. Siamo alle porte di Chivasso, che conosco bene, ma tutti il nostro plotone decide di fare la circonvallazione del paese, io sarei andato dritto per il centro, malinteso ad una rotonda con un altro corridore, nemmeno il tempo di realizzare e son per terra a scivolare con i gomiti sull’asfalto ancora bagnato.

Una stagione di ciclocross mi ha insegnato a rialzarmi al volo e probabilmente questo gesto mi è entrato in profondità, nelle ossa. Come se avessi ancora la Zino mi rialzo, un occhiata che non mi sia caduto nulla dalle tasche e risalto in sella. Qualcuno ha anche pensato di allungare ma siamo tutti stanchi, rientrare mi costa ma il grande Marcello mi dà una mano e siamo di nuovo tutti compatti.

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Arriviamo a Settimo T.se, la vera chiave della gara. Sapevo che la dinamica sarebbe stata identica allo scorso anno: io e Marcello marchiamo Cronoman-Ferdi, lui taglia dritto, gli altri fanno il giro, lo seguiamo solo io lui ed Alan con la consapevolezza che la mossa è quella giusta. Qualcun altro passato il paese si ricongiungerà ma spendendo troppo. Siamo in sei. L’ultima svolta decisiva è quella da Via Torino a Lungo Stura Lazio, l’unica cosa da fare è marcare a uomo Ferdi e così faccio. Lui taglia “dritto per dritto” io con lui, mi segue solo Alan. Siamo in tre, il podio è questo qui, ora c’è solo da capire in che ordine.

Provo a rilanciare per portarmi sotto, mi alzo sui pedali ma le gambe non accettano più questo tipo di sforzo. Ferdi è ormai a 30 metri e con una bici a scatto fisso un buco del genere non lo chiudi a meno di chiamarti Eddy Merckx. Alan mi raggiunge, mi rifugio sulla sua ruota e gli grido le ultime due svolte che conosco a memoria… manca un solo chilometro. Scatta qualcosa nella mia testa, non mi posso alzare per rilanciare perchè i crampi mi farebbero risedere all’istante, ma d’istinto mi rannicchio sulle prolunghe da crono ed in quella posizione esco di ruota e butto fuori tutto quello che mi rimane, scopro che è anche di più di quanto immaginassi ed una rapida occhiata al Garmin mi fa leggere i 43km/h, non mi volto, continuo. Tiro su la testa a 50 metri dall’arrivo, intuisco figure amiche, ho ancora paura di cadere a causa di una buca o di un tombino ma riesco ad alzare almeno un braccio (due braccia le può alzare solo chi vince) e caccio fuori un urlo di liberazione per avercela fatta, sono secondo dietro ad un vero campione come Ferdi vincitore per il terzo anno di fila.

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Fatico anche a rallentare, mi ci vanno 200 metri buoni, si ferma vicino a me Alan, non riesco a capire se quello che vedo sui suoi occhi sono residui di pioggia o sono lacrime, probabilmente un misto delle due, tremiamo entrambe, siamo a Torino, siamo arrivati.

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