La nuova stagione 2013 del #velodromo Coppi di #Torino @motovelocoppi #pista

I tempi sono maturi, una serie di dettagli è stato da poco chiarito e soprattutto la stagione è alle porte, nonostante il meteo provi ancora a dirci il contrario.

pic. by Mattia Ugrotto

pic. by Mattia Ugrotto

Anche quest’anno Torino ci offre una risorsa per poterci allenare, ma direi anche una bella occasione per poterci conoscere, pedalare, migliorare e scambiarci esperienze e storie che fanno del piccolo movimento della pista uno di quei classici “bei posti dove stare”, sentirsi a casa anche senza i muri intorno ed il soffitto sulla testa, ma circondati da un anello bianco e sinuoso, e sopra si noi la vista sulle colline torinesi.

07

La possibilità di accedere alla pista da qui a fine ottobre 2013 è come di consueto legata a noi  nell’impegno con la società di gestione nel garantire una base di utenza per la copertura delle loro spese fisse, la società che gestisce l’impianto è privata e senza partecipazioni pubbliche del Comune, pertanto questo resta di fatto un punto non negoziabile.

Veniamo alle buone notizie. la pista già oggi è stata pulita e lavata, chi ha girato si ricorderà della patina nera sotto le piante che così poca fiducia dava al lanciarsi sulle paraboliche. Questo è già stato sanato e sin dal primo giro le nostre sottili gomme avranno un supporto in più, la scorrevolezza già è ottima, basti pensare alle condizioni del fondo a Dalmine per poterne esser più che contenti della pista Torinese.

Ulteriore buona notizia sono gli interventi di ristrutturazione profonda al quale la pista verrà sottoposta. Non si tratta di semplici riparazioni di buche, ma di vere e proprie sistemazioni delle zone ammalorate, con conseguente nuova pitturazione finale anche delle linee regolamentari, tutto ai fini di un allenamento più proficuo e, perchè no, delle belle simulazioni di gara alla quale prometto di dar qualche spinta io stesso, infondo basta poco: dei corridori, le regole classiche delle discipline, un traguardo e la voglia di misurarsi!

18

Quanto scritto qui sopra potrebbe avere qualche ripercussione sulle giornate di accesso durante i lavori ma, altra buona notizia in via di conferma, il mese di agosto al posto della chiusura totale dell’impianto per 30 giorni, la pista sarà aperta e disponibile agli allenamenti per chi, come probabilmente molti di noi, non avranno in programma grandi viaggi e simili in agosto dato che, come si dice “c’è crisi”.

Per i tanti motivi che avete letto, qui si tratta di avvicinare quanta più gente possibile e fare in modo di impegnarci tutti per avere a disposizione quello che tutte le altre città d’Italia ci invidiano, un velodromo dentro il tessuto urbano, aperto e fruibile a tutti. Avremo quindi a disposizione un “open day” in pista per giovedì 18 aprile, dove potremo conoscerci, ritrovarci, scambiarci informazioni e soprattutto pedalare, insieme e forte!

Di seguito riporto le nuove regole per la campagna abbonamenti e gli eventuali conseguenti ingressi singoli:

  • L’abbonamento annuale costa € 105,00 ed è valido per 365 giorni e da’ diritto all’utilizzo della pista ed ai servizi (spogliatoio, doccia), mentre non sono inclusi i box per il rimessaggio, ad es. della bicicletta, che devono essere richiesti e pagati in direzione.
  • Gli orari di utilizzo della pista sono: dal Lunedì al Venerdì, dalle 09.00 alle 18.00.
  • A raggiungimento del 25° abbonamento, l’orario del GIOVEDI’ verrà prolungato fino alle 20.30 per l’utilizzo della pista, e alle 21.00 per permettere di fare la doccia e cambiarsi. A raggiungimento del 45° abbonamento, l’orario serale verrà esteso a due giorni alla settimana.In caso di illuminazione insufficiente, verranno accese le luci senza costi aggiuntivi. In caso di inutilizzabilità della pista per pioggia, la serata verrà ricuperata il Martedì della settimana successiva.
  • Per poter effettuare l’abbonamento, occorre essere tesserati per una qualunque Federazione che abbia quindi richiesto una visita medica. Qualora non si fosse tesserati per nessuna società, occorre dotarsi di una certificazione del proprio medico curante che attesti lo stato di buona salute per l’attività sportiva NON AGONISTICA. Occorre inoltre produrre tre fototessere.
  • Per i non tesserati è possibile avere anche la copertura assicurativa con ulteriori 10€ da sommare al costo dell’abbonamento (a mio avviso conviene pensarci molto seriamente a questo aspetto, a fronte del minimo incremento della quota annuale).
  • Hanno accesso alla pista sia, naturalmente, le biciclette da pista, sia le biciclette da strada che le biciclette reclinate. Con la bicicletta da strada è obbligatorio girare al di  sotto della riga azzurra. E’ FATTO OBBLIGO TASSATIVO L’UTILIZZO DEL CASCO PROTETTIVO e il rispetto delle regole della circolazione su pista.
  • E’ previsto, a raggiungimento di 25 abbonamenti, l’ingresso singolo al costo di € 10,00. Lo so è aumentato rispetto al 2012, ma considerate che è compreso l’uso di bagni, spogliatoi e docce calde (mica come a montichiari…). in fondo una lezione di spinning costa 15€ e ti fa divertire molto molto meno, inoltre 10 ingressi fanno un abbonamento, quindi valutate voi la convenienza sin da ora.
  • PER IL PAGAMENTO DELLA QUOTA è preferibile effettuare un bonifico bancario: il codice IBAN vi verrà dato su richiesta via mail a rikvolpe(at)gmail.com. Nella causale del bonifico occorre indicare chiaramente la voce ” abbonamento al Motovelodromo 2013”, il proprio nome e cognome ed un indirizzo di posta elettronica, al fine di poter ricevere conferma dell’avvenuta ricezione del denaro. SI RICHIEDE DI PAGARE CON QUESTA MODALITA’, AL FINE DI PERMETTERE UN IMMEDIATO CONTROLLO, DA PARTE DEL COMITATO “AMICI DELLA PISTA”, DEL RAGGIUNGIMENTO DELLE 25/45 QUOTE. Chi volesse può anche pagare tramite un accredito Paypal, specificando la causale come “donazione” di modo di non incorrere in tariffe aggiuntive, i dettagli vi verranno forniti sempre via mail rikvolpe(at)gmail.com
  • Poichè il Motovelodromo è scoperto, per ovvie ragioni di sicurezza non si può utilizzare la pista quando è bagnata.
  • Per qualunque informazione aggiuntiva che si desidera ricevere, è possibile contattarmi qui attraverso il blog o inviando una mail all’indirizzo rikvolpe(at)gmail.com o su facebook, mi trovate come Riccardo Volpe.

Lascia un commento

Archiviato in bici

Scarpe da #ciclismo #urbano: @DZRShoes vs. @ChromeBagsSF

Dopo un po’ d’uso intenso mi sento abbastanza sicuro nello sbilanciarmi e tentare una comparativa chrome – dzr, spero di far cosa utile…

Pedalare in città è conveniente, si arriva a lavoro prima, più contenti ed all’uscita dalle inumane 8 ore è un attimo fare una capatina in centro, legare la bici di fronte al bar per una veloce birretta con un amico (impensabile farlo in auto). Se poi uno fa del ciclismo il proprio sport ecco che entrare in contatto con i pedali a sgancio rapido è una di quelle rivoluzioni copernicane che è anacronistico pensare di poterne fare a meno…ecco che proprio per noi una serie di aziende ha pensato di proporre delle scarpe “portabili” tutto il giorno, ufficio compreso, le quali siano anche predisposte e pensate per poter pedalare con i pedali da mountain bike (impensabili quelli da  strada, ma questo voi già lo sapete. Ecco allora la comparativa tra questi due “best seller”;

più in particolare le dzr ovis:

DZR Ovis urban spd shoe

e le chrome kursk:

Chrome Kurks pro – red sole

stesse condizioni d’uso, stessa bici, stesso pedale, il candy di crank brothers

candy3

 

Per comodità  di lettura divido nei due principali argomenti: 

Camminata e “giù dalla bici” in genere

Trovo le dzr decisamente più morbide e piacevoli da indossare, la pelle (o quello che è) della tomaia è davvero ottima, e benchè non siano un modello espressamente waterproof se la cavano bene anche nelle giornate piovose (senza esagerare). La tacchetta nella dzr è un filo più dentro, quindi tocca un po’ meno. Anche con le chrome non tocco, ma considerate che ho la tacchetta in ottone della crank che è leggermente più sottile della classica spd shimano.

La chrome un po’ più legnose nella camminata ed essendo anche basse noto qualche leggero sfilamento del piede dal tallone, questo indipendentemente da quando strette io le possa allacciare, non c’è verso, scappano un po’. Anche la tomaia benché telata (ed il vero test saranno i 30°C quest’estate) la trovo più rigida mentre le dzr vestono meglio il piede, dopo 9-10 ore con le scarpe addosso le dzr sembrano un po’ più accomodanti.

C’è da dire poi che i lacci delle dzr son molto molto lunghi. L’unico modo che ho trovato per gestirli dignitosamente è quello di fargli fare un giro attorno alla caviglia e poi legarli; con doppio nodo alla scarpa destra (meglio evitare rischi che entrino in contatto con catena e corona…). Hanno anche il classico elastico sulla linguetta per fissare i lacci una volta legati, ma senza il giro sulla caviglia son comunque ingestibili e con il giro fatto non arrivano al laccetto. Nelle chrome il laccetto funziona alla perfezione ed i lacci sono di lunghezza ideale e di buona tenuta. Resta pure vero che i lacci volendo si cambiano e si trovano quelli più consoni.

 

Aggancio e pedalata.

Qui la situazione un po’ si inverte, ma alla fine nemmeno troppo, ora vi racconto meglio.

Stante che, come precisato all’inizio, la prova è con stessa bici e (soprattutto) stessi pedali, una delle cose importanti è la velocità e confidenza nel agganciare (stante che no, non ho mai imparato come si deve a fare surplace e questo fa di me un ciclista “peggio”..). Bene, con le dzr lo si fa proprio ad occhi chiusi, c’è una maggiore sensibilità nel mettere il piede sul pedale e far scattare la molla del sistema di aggancio, viene proprio istintivo ed automatico mentre per le chrome qualche volta tocca ripetere o correggere il tiro.

Nella pedalata però le chrome sono fantastiche, quello sfilamento del tallone di cui parlavo nella camminata svanisce completamente (e non lo pensavo). La scarpa è un perfetto tutt’uno con il pedale e si avverte proprio una buona spinta, con tutta la suola che lavora assecondando il piede, davvero un gran feeling, a volte mi tocca controllare giù per vedere che non abbia messo per errore le scarpe da mtb e non quelle per la città, qui il voto è proprio 10 e lode, considerando anche qualche accelerazione tanto per divertirsi un po’ a sorpassare le macchine. Chiariamo comunque che le dzr non vanno certo male, anzi, avendole avute per prime (ormai da più di un anno) sono state una vera e propria rivelazione dopo anni di piedi nelle gabbiette. Il controllo è comunque buono ed ottima la sicurezza anche in fase di rallentamento/skid (ma al giorno d’oggi si skidda ancora?), quindi promuovo anche loro benchè in questo frangente siano lievemente sotto le chrome. Soprattutto si evidenzia in giri più lunghi dove dopo oltre un ora a spinger sui pedali la maggiore deformabilità di suola mostra il fianco ed il piede ne soffre un po’. Per concludere direi che con le dzr non ci correrei un alleycat (e infatti non l’ho mai fatto) mentre magari potrei tentarla con le chrome, in luogo delle mie solite scarpette da mtb che uso in quelle garette (sono delle vecchie axo, ma ormai in anni han preso la forma esatta del mio piede!).

Cosa comprare? Beh, dopo quello che avete letto la scelta sta a voi e spero vi sia tutto un po’ più chiaro. Di mio aggiungo che in entrambe i casi, l’avere una scarpa con l’attacco rapido il luogo delle classiche e diffusissime gabbiette (per lo meno in ambito dello scatto fisso), rende la pedalata in città estremamente più redditizia (vi stancate meno) e soprattutto più sicura (ad esempio sui tratti in pavè l’avere i piedi veramente ben agganciati ti fa sentire più sicuro e andar ben più veloce e questa dritta me l’hanno passata proprio gli omini verde/nero che solcano tutti i giorni il pavè meneghino!)

 

(un soldino a chi indovina chi è il famoso personaggio qui sopra che sta pedalando su di una “celebre” bici a scatto fisso…)

Buone pedalate!

5 commenti

Archiviato in bici

it's an 'Italian fixed Modena' affair

Ribloggato da Federicaville:

Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale
  • Clicca per visitare l'articolo originale



There is something about belonging to a team. It's a feeling of family mixed to camaraderie that is difficult to find anywhere else except with the ones you share the
"falling and rising" of an every-day adventure, lifestyle and lots and lots of kilometers on the road.
And this feeling of unity and comfort it's even stronger if the team-mates are Italians and the common link among them it's a "two-wheel full-carbon, 5grams fixie entirely costumed-made in a small city up in the hill(lacking) part of Italy."

Continua a leggere... 81 altre parole

ok, ora è proprio ufficiale, l'Italia ha una vera e grande squadra per le criterium in fissa... pronti a scalare le classifiche di tutto il mondo!

2 commenti

Archiviato in bici

mantelline.

Ribloggato da edp:

Siamo noi il popolo delle mantelline, quelli che arrivano tardi a riunione e cercano un posto per gocciare, quelli che la gente asciutta ci guarda strani ma che lo sappiamo che noi siamo più belli, e ci chiedono come facciamo a non ammalarci mai, e ci sentono distanti ma li vedi che hanno invidia perché noi ci divertiamo, e si vede.

Continua a leggere... 252 altre parole

beh, la gonna non ce l'ho, ma tutto il resto è proprio uguale uguale, compreso il posto auto negato dall'azienda (e che in fondo nemmeno ci interessa)

2 commenti

Archiviato in bici

150km (circa) #senzasmetteredipedalare la mia #MiTo2013 @ciclistica

non è per fare la retorica ed agiografia al movimento dello scattofisso, ma era davvero due anni tondi che aspettavo questa giornata, e di nuovo la piccola magia si è avverata…

flyer

Questa volta la domenica è prenotata da tempo, nessuna scusa, meteo o eventuali scioperi dei treni… no, questa volta l’obiettivo è chiaro e lampante: si va da Milano a Torino, più precisamente dal velodromo Vigorelli al motovelodromo Coppi. Poche regole, una bici a scatto fisso, con un freno, il casco e via per qualcosa intorno ai 150 chilometri, giocoforza senza mai smettere di pedalare e magari senza mai fermare la bicicletta, che tanto alla fine sono meno di cinque ore in sella, roba che per un pro del ciclismo passa come allenamento di media intensità.

Ma qui è tutto diverso, non è una gara vera e propria, anche se davanti è una vera guerra, non è una gita, ma se ti fermi a metà in trattoria per un filotto di primo-secondo-caffè-ammazzacaffè non ti può dire nulla nessuno. Insomma, ognuno la può vivere a suo modo certo del fatto che esserci diventa il vero motivo di prestigio e varcare il traguardo di Torino diventa una qualcosa che ti ricordi per sempre, nemmeno ci fosse un tatuaggio sulla pelle a fartelo presente per tutti i giorni successivi.

yeah

Arrivo in treno, ormai soluzione collaudata, la differenza è che questa volta al Vigorelli ci so arrivare quasi ad occhi chiusi, stante ormai il mio rapporto con la Gotham-Milano-city. Dalla stazione in poi guido il gruppetto dei torinesi con una certa sicurezza e l’aria frizzantina ed il fruscìo delle bici già mi fa stare maledettamente bene: vado a fare a mio modo una piccola impresa e lo faccio intorno a gente che condividerà con me gioia, passione e sofferenza nel fare quello che più ci piace, pedalare.

partenza2

Poco tempo per chiacchierare da fermi, l’ora è giunta e in un baleno mi ritrovo nella pancia del gruppo a percorrere quegli impersonali vialoni che portano fuori città, verso ovest, verso Abbiategrasso, dove forse qualcuno inzierà a scoprire le carte. Invece complici un po’ di nebbia e un certo freddo/umido, si resta ancora abbastanza serrati, anche consci del fatto che la strada è ancora molta e soprattutto con il passare delle ore il sole farà il suo dovere, diradando la nebbia e scaldandoci al punto giusto per portare i nostri “motori umani” in temperatura. E’ infatti non appena varcato il Ticino che si rompono gli indugi ed i soliti noti (nonchè amici veri) iniziano a fare selezione a base di allunghi e progressioni senza troppa cattiveria, che non è una criterium, ma mano a mano che la strada scorre veloce sotto le nostre striscette di gomma siamo sempre un po’ meno, anche se nessuno è ancora a gas aperto.

percorso

Poi la musica cambia. Dopo una sosta non troppo simpatica, per sincerarsi delle condizioni di un ragazzo caduto, si riparte consapevoli che da qui in poi, nell’ultimo terzo di strada, non si fanno prigionieri: o si tiene e si va davanti a tirare secondo il proprio turno o si resta indietro. Complici le gambe ancora fresche ed un rapporto indovinato non ho particolari problemi a stare con loro, benedico anche le prolunghe da crono, che servono poco, ma quando servono capisci che ne valeva la pena, si riesce anche a cambiare lo stile di pedalata, interessando qualche muscolo diverso che ha ancora qualcosa da dare.

Il sole ormai è alto, sembra di essere davvero sospesi nel nulla tra le due città, qualche raro indizio che il mondo anche oggi sta comunque andando avanti, ma noi siamo lì, sospesi tra la strada fatta e quella da fare, con la concentrazione alta perchè abbiamo già visto che ogni distrazione si paga cara (perdendo il gruppo) o carissima (finendo a terra).

Arriviamo a Chivasso (aria di casa) che fa la figura di un piccolo Aremberg, con un tratto piuttosto lungo di pavè, per altro pedonale e ci capitiamo guarda caso in orario di messa domenicale. Ci va tutto bene, ma a molti di noi son spuntati anche occhi sui gomiti a forza di far attenzione alle mille persone che ci passano a fianco, chi arrabbiata (ok, scusateci) chi incuriosita, chi quasi ammirata al vedere un manipolo di ciclisti che sembra avere il diavolo alle costole quest’oggi.

chivasso

Il comune di Settimo Torinese opera la selezione definitiva, non tanto per le gambe ma per chi ha saputo mantenere la maggior lucidità possibile, la sua urbanizzazione totalmente casuale la fa diventare il vero boia della corsa. Chi ricorda come un film gli anni passati non sbaglia, chi ha la necessaria freddezza per tenere le ruote giuste si infila nello stretto corridoio della vittoria. Ci sta, le corse sono così, questa corsa ancora di più.

La nostra scelta non è delle migliori, ma non ci perdiamo d’animo e continuiamo a fare quello che ancora ci riesce bene, pedalare forti e compatti, fino all’arrivo, dove c’è già qualche ciclista di troppo ad aspettarci (secondo le nostre previsioni) ma dove la iniziale piccola delusione si scioglie in una serie di abbracci e strette di mano, seguita dal tifo e dall’incitamento per i tanti che arrivano, chi in gruppo chi in solitaria, ognuno a suo modo un eroe.

settimo

Si va così a concludere quello che sembra un viaggio nella pianura padana tra due grandi città, ma che per molti, smaltite le varie componenti di adrenalina, endorfina ed acido lattico, rappresenterà anche un viaggio alla scoperta di quello che possono fare la nostra testa ed il nostro corpo, se motivate come si deve. Alla fine la frase che sento di più echeggiare di fronte alle meritate birre fresche è: “ci vediamo il prossimo anno, vedrai”.

io_arrivo_fede

PS: lo stesso report lo potete leggere, con foto molto più fighe, anche sul nuovo blog di fixedforum, un grazie a richard e ciaba per il supporto e la fiducia!

2 commenti

Archiviato in bici

cinque e non più cinque, il racconto della mia #Finalleycat #Torino #alleycat #fixedforum 2013

ultima? penultima? alleycat d’addio? ma soprattutto… ci interessa davvero tutto questo? o ci interessa invece sapere che questo sabato ci siamo goduti una delle gare urbane torinesi migliori di sempre? a me a conti fatti è andata fin troppo bene…

 

finalalleycat_flyerFacciamo pure outing: sono le gare dove mi trovo meno a mio agio le alleycat! Perchè? Semplice. Perchè le corro sempre con un’ansia tremenda addosso: di non fare il percorso più redditizio, di aver dimenticato un check, di aver sbagliato una svolta o di non averla fatta “quella” svolta al momento giusto. Per contro sono anche le gare dove all’arrivo ho il maggior senso di liberazione, una roba catartica proprio.

Ma come si può non presentarsi per dare il meglio nella gara di casa, insieme agli amici con cui ormai da anni condivido la mia irrefrenabile passione, e con l’aggiunta che (forse, pare) sia l’ultima alleycat a portare il prestigioso marchio 10CENTO? Ed infatti nonostante tutto faccio i salti mortali per esserci e al solito il pre-partenza è un fiorire di saluti e abbracci, sotto a sparar cazzate un po’ con tutti anche (o soprattutto?) per spezzare quel sottile velo di tensione che mano a mano inizia a salire. Questa volta, come nel 2011 ci sono anche due ragazzi di UBM Milano, loro che davvero fanno il lavoro di corrieri in bici (o dovrei dire bike messenger?) sempre in città e con ogni condizione meteo possibile. Apprezzo molto il fatto che dopo i canonici 5 giorni di fatica, prendano e si facciano 140km in auto per venire a “replicare” in versione agonistica quello che è il loro vissuto quotidiano, una testimonianza non da poco.

lastalleycat1

I ragazzi dei 10cento sfoderano subito il loro primo tranello: alla partenza non ci sono i tradizionali manifest, ma questi sono da andare a prendere in due distinti posti, in modo da stroncare sul nascere tutti i tatticismi e i giochi di squadra che ormai caratterizzano ogni gara, chiarisco subito: appoggio al 100% l’idea, il corriere nel suo lavoro non si porta dietro gambe e teste di ricambio, eticamente andrebbe corsa in perfetta solitudine, poi ovviamente è anche una sorta di gara/festa/celebrazione quindi lo spirito aggregativo non è da condannare, ma di mio ho sempre cercato di non approfittarne troppo.

manifest_finalleycat

Sorte vuole che proprio con Daniele e Matteo mi trovi ad iniziare la corsa.. si parte con il primo scoglio, quella minuscola quanto graziosa piazza Mollino che mi mette in pesante difficoltà. Ci arriviamo impiegandoci un po’ troppo tempo, ma conservando ancora la lucidità necessaria per mettere giù l’itinerario dei 10 checkpoint. Già detto da tutti ma è qui che si decide il destino della propria gara: saltare un check o mal distribuirlo nella pianificazione dell’itinerario vuol dire non solo non vincere (e vabbè, conta fino ad un certo punto) ma significa farsi chilometri e chilometri in più in città, facendo crescere a dismisura proprio quel senso di frustrazione che vi ho raccontato all’inizio, ed è davvero brutto pensare di dover poi aspettare un altro intero  anno per avere una nuova occasione di far bene nella propria città.

La prima parte di gara vera è quindi per i vialoni torinesi proprio con gli UBM in trasferta. Mi fanno capire subito che girare brillanti in città è un conto, ma andare forte in città è tutto un’altro! La grinta, la scioltezza, l’agilità ed il senso del “rischio calcolato” che hanno questi ragazzi è una spanna sopra il mio e non c’è nulla da fare. La gamba la si allena, ma la testa e la sensibilità ad andare in bici nel traffico non si inventano, si chiama stoffa o (volendo) talento.

Matteo UBM nel traffico torinese = manate!

 

Ci perdiamo di vista nel miglior/peggior check dell’intera alleycat. Peggiore perchè vorrei conoscere quell’urbanista disturbato mentalmente, il quale ha deliberatamente deciso che via Aosta dovesse essere divisa in due tronconi interrompendosi per poi ricominciare proseguendo con la numerazione dei civici, se stai leggendo fatti vivo, che ho un paio di cosette da dirti… Ma nel contempo anche check migliore perchè una volta trovato compaiono di fronte a me proprio i ragazzi di Aosta (grandi!) che in costume tradizionale propongono un mix altamente esplosivo fatto di pane, formaggi, salumi tipici e l’immancabile grolla probabilmente caricata al vetriolo per la golata che ho potuto dare.

check_via_aosta

Riparto ormai da solo ma, per fortuna con le idee chiare sulla successione dei check decisa e con la gamba che risponde bene. Ed è bello, anzi bellissimo, arrivare trafelato ad ogni punto della città trovando sempre volti amici, con cui hai condiviso e condividi qualcosa e ricevere sempre un “in bocca al lupo” o un “daje!” che è meglio di una palata di carbone buttata dentro la caldaia di una locomotiva a vapore.

tracciato

L’ultimo punto chiave lo conosco bene, è in centro e ci arrivo finalmente senza riguardare la mappa lungo il tragitto. Ovviamente non è l’arrivo, ma da lì in poi metto una sorta di pilota automatico. Gli ormai due anni passati in bici per Torino tornano utili e la rotta nasce da se. Arrivare al traguardo con i crampi che iniziano a gridar vendetta per non aver bevuto per le due ore e un quarto della mia corsa sono l’inevitabile scotto da pagare, ma è fatta! Finalmente anche una posizione in classifica che mi onora e ripaga dei tre anni passati ad inseguire e a metter da parte esperienza.

Aveva ragione Aldone, le alleycat non sono gare come le altre, c’è quel qualcosa in più che le fa rendere dannatamente affascinati ai miei occhi e fa sì che ogni volta che mi trovo post corsa a sorseggiare la meritata birra (vero pane liquido), il mio pensiero inevitabilmente inizia a muoversi veloce, verso quella che sarà la prossima sfida dei corrieri di città.

IMAG3831

 

PS: divertente siparietto post gara con il debutto in società della mia nuova bici da ciclocross…ammiratissima… ma questa è un’altra storia che merita di essere raccontata per bene, quindi, state sintonizzati!

2 commenti

Archiviato in bici

e dopo aver assaggiato la #pista, se provassimo il #keirin ?

Visto che molti che ora leggeranno questo articolo probabilmente oggi hanno ancora quei bei residui di acido lattico nei muscoli che la pista regala. Ancora con le narici piene di quel sottile aroma dell’abete svedese dove ieri hanno solcato le nostre ruote, vi lascio di seguito il pezzo che avevo scritto per Cykeln Mag inerente al keirin, che magari vi ci appassionate e finite anche voi a sfidarvi sul filo dei 60km/h, buona lettura.

volata

Iniziamo a sgombrare il campo da un po’ di preconcetti e falsi miti: il keirin è la più giovane disciplina della pista, escludendo ovviamente la “combinata” omnium. Non solo, ma è anche in un certo senso “antiecologica”, dato che mette in campo (ok, in pista) anche un mezzo a motore, il derny, che altro non fa che portare i corridori ad una velocità piuttosto sostenuta senza farli faticare troppo…perchè? Presto detto. Il keirin è totalmente devoto alla spettacolarità, all’estremizzazione della volata furiosa, un assalto con il coltello tra i denti dove non servono solo gambe da velocista, ma spesso è vincente la combinazione letale tra lucidità e spregiudicatezza, il saper trovare quel varco impossibile che generalmente nessuno stradista riesce a vedere perchè molto spesso non c’è, o meglio nasce prima nella testa del pistard e solo dopo si tramuta in un corridoio che porta dritto alla vittoria.

keirin1

Facciamo prima una piccola spiegazione delle regole base, tanto per consentire (spero) a qualcuno di voi di provarci. Infondo basta poco, un velodromo, quattro corridori almeno ed un quinto che faccia il derny. Si sorteggia il primo che dovrà accodarsi al “motorino” e via via gli altri. Si parte e ci si mette in scia al derny (sia esso a motore o a pedali) per 1500 metri circa dove la velocità crescerà gradualmente. Qui si svolge la battaglia di nervi per la ricerca delle ruote migliori. Ci si studia, cercando di capire chi avrà l’ardire di iniziare per primo la volata una volta che il derny sarà uscito di scena. Poco spettacolare da vedere questa parte di gara ma dice moltissimo a chi è dentro la specialità, perchè un buon corridore è proprio in questi momenti che mette su i mattoncini che si riveleranno determinanti per vincere.

keirin4

Si arriva ai 50 orari prima che il derny esca dalla pista (se la provate tra voi anche i 40 son sufficienti, giusto per conservare la necessaria lucidità) e poi via, seicento metri di pura velocità. Non è una volata normale, non lo è mai. Quella distanza è troppa per un velocista puro e troppo poca per un inseguitore. Non si può partire presto, ma non si può nemmeno stare ad aspettare che qualcosa accada. Il bello è proprio quello: la totale imprevedibilità che il gioco delle scie riesce a determinare, la spregiudicatezza dei corridori con più potenza nelle gambe che provano a condurre dall’inizio alla fine si scontra con l’astuzia dei velocisti d’esperienza, in grado di mettere la ruota davanti di quel paio di spanne che fanno la differenza. In tutto ciò l’unica regola sacra è quella della linea rossa: chi è all’interno può essere superato solo fuori dalla fascia tra la corda e la linea rossa, quindi facendo più strada, per poi entrare in quel corridoio quando il vantaggio sia ampio di almeno una bicicletta. Ma, e qui sta il bello, non è detto che essere all’interno sia sempre un vantaggio! Spesso accade di essere sì alla corda, ma trovarsi chiusi tra gli altri corridori. E allora non conta più nulla, nè la gamba nè l’intuito, si può solo fare in modo che la prossima gara vada meglio.

keirin3

A volte però capita che sembri solo dall’esterno di trovarsi “incastrati” tra i corridori, mentre il varco è lì, si crea nelle prossime mosse dei compagni di volata, visibile qualche secondo prima solo a chi sa “sentire la pista”, analogamente ad un giocatore di scacchi che vede cinque, sei mosse avanti dell’avversario, così lo specialista del keirin capisce in anticipo i movimenti attorno a se e trova il modo di sorprendere tutti non con lo scatto imperioso e muscolare, ma con la stoccata talmente rapida e apparentemente folle da apparire chiara agli altri solo una volta messa in azione, quando ormai per tutti è troppo tardi. Per tutti tranne che per uno, perchè di fatto, anche se formalmente viene sempre celebrato il podio, nel keirin non ci sono piazzamenti, c’è un vincitore e gli altri che ci proveranno la prossima volta.

PS: per vedere come si fa chiedete ad un certo sir Chris Hoy, anche lui nato in un’annata piuttosto buona…

1 commento

Archiviato in bici