l’alluminio è morto, viva l’alluminio! prova del CAAD12 di @RideCannondale #cannondale

Dopo essere stato cavalcato, nel corso degli anni ‘90,  come la soluzione di ogni male in termini di materiale ad uso ciclistico, con il re Leone Cipollini che gli scaricava addosso i suoi quasi mille Watt di pura energia in volata, ora l’alluminio ha subito un doppio colpo quasi mortale, il primo con l’avvento delle fibre composite con la loro lavorabilità estrema e caratteristiche meccaniche di un ordine di grandezza superiori al metallo, poi con l’attuale grande ritorno dell’acciaio rigorosamente artigiano e su misura che vede una schiera di talentuosi telaisti al di qua ed al di là dell’oceano che stanno dando forse la spallata definitiva all’alluminio.

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Per fortuna, però, ci sono della case illuminate che hanno capito che è la progettazione a fare la differenza e non il solo materiale in se. Quindi si trovano sul mercato, purtroppo e per fortuna, ottimi e pessimi telai in tutti i materiali classici (tengo fuori il titanio perchè è da cicloamatori molto molto evoluti che raramente sbagliano acquisto). Restando nel campo dell’alluminio, c’è un modello che è definibile come la porsche 911 delle bici. il CAAD di Cannondale. Sempre in evoluzione anno dopo anno (Cannondale Advance Aluminium Design), ma sempre fedele ai suoi principi base: tubazioni oversize, grande cura costruttiva seppur all’interno di soluzioni industriali e non artigianali stanti i grandi volumi di produzione in gioco.

Ed è proprio questo modello nella fortunata declinazione CAAD12 (misteriosamente l’11 è stato saltato nei passi evolutivi del telaio) che ho avuto modo di provare per qualche giorno in maniera approfondita e della quale vorrei raccontarvi le mie personali sensazioni alla guida di questa icona del ciclismo su strada.

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L’equipaggiamento è quello di fascia media con l’ultegra 11v e le mavic aksiumm elite (abbastanza base per il lignaggio del telaio), una classica sella fizik R7 e la splendida guarnitura di casa Cannondale: la Hollowgram Si che a vederla dal vivo incanta, con corone da amatore evoluto (quale vorrei essere…) 52-36. Noto subito che il reggisella è molto esile, ed infatti è di soli 25,4mm in carbonio: questo perchè si affida al componente il compito dello smorzamento delle vibrazioni provenienti dalle asperità della strada e lavora in coppia con la forcella conica anch’essa full carbon e dalla geometria molto particolare, quasi esile a prima vista ma assolutamente ben ideata se analizzata per bene dal vivo.

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Osservare la bici da vicino è assolutamente una sorpresa per la cura costruttiva e le soluzioni progettuali intelligenti. Pur non essendo un fan dei cavi interni (la manutenzione mi piace farla da me…) apprezzo come è stato ideato il percorso del cavo del deragliatore posteriore, estremamente razionale ed anche protetto da eventuali urti. Colpisce ovviamente anche la dimensione oversize delle tubazioni idroformate del triangolo principale, accoppiate al movimento centrale BB30 tipico della casa americana (anche se ora potrebbero aprirsi ad altri standard come il press-fit e rendere così disponibile la loro guarnitura in aftermarket).

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015Il primo giro che faccio è il mio classico colle Braida, che conosco come le mie tasche, di modo da avere subito un raffronto annullando la variabile delle incognite di un nuovo percorso. Prima sensazione di chiara e precisa rigidezza del telaio. Me lo aspettavo, chiaramente, ma dove questa sensazione si fa più evidente è in salita, fatto questo che mi sorprende e non poco! Avrei pensato al CAAD come una tipica bici da gara a circuito ed invece mi trovo a soffrire meno (in proporzione…) proprio sui classici strappi in salita, anzi meglio: subito dopo questi dove ho modo di recuperare senza dover rallentare la pedalata. Efficienza è la definizione che meglio trovo calzante per il settore della salita. Questa caratteristica mi verrà confermata ancora per tutte le uscite con questa bici e come si dice: tre indizi fanno una prova! Altro aspetto particolare è la discesa. C’è da dire che rispetto al mio telaio, improntato al 100% sull’aspetto racing con il doppio angolo caratteristico di 74°, qui abbiamo uno sterzo molto più aperto, ovvero di 72.9°, che, abbinato ad una forcella conica con rake da 45mm, crea un connubio di estrema stabilità nei curvoni veloci. Nonostante non riesca a trovare un grandissimo feeling con le coperture della Mavic, il telaio e la bici in generale scende in piega trasmettendo grande sicurezza anche alle alte velocità ed in presenza di asfalto non perfetto (ecco, ditemi voi dove al girono d’oggi posso trovare un asfalto perfetto su strade locali e ci vado a pedalare subito!). Per contro la rapidità nei tratti tecnici non è fulminea come sulla mia bici, compromesso comunque accettabile, e con un po’ di dimestichezza, è sufficiente solo un po’ di risolutezza in più e la bici cambia traiettoria in modo molto sincero. Aspetto sorprendente la frenata, davvero d’eccellenza i freni Ultegra, nonostante le piste dei cerchi Mavic non siano certo lo stato dell’arte, anzi si avverta chiaramente il passaggio non ben raccordato del punto di saldatura del cerchio, ma ripeto una frenata del genere su ruote d’alluminio toglie qualunque voglia di desiderare tutto il peso e la complessità di un impianto frenante a disco (almeno a me di sicuro…).

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Ho cercato anche di fare un giro lungo, almeno per i miei canoni, per testare il confort della bici e confermare (o smentire) il classico spauracchio dell’alluminio = spacca schiena. Devo dire che il non bellissimo reggisella trovo faccia comunque un buon lavoro per tagliare una parte delle vibrazioni provenienti dalla strada. Piccola nota personale: non mi sono trovato benissimo con la sella. Benchè venga da anni di arione, classica sempre di casa fizik, questa che dovrebbe essere la sua naturale evoluzione è stata un po’ meno gradita dalle mie ossa ischiatiche, ma si sa che la sella è un fatto troppo personale per poterne trattare in generale.

Unico commento che mi sento di fare sul gruppo, oltre agli eccellenti freni di cui ho detto, è che continuo a non trovare all’altezza del resto la gestione del deragliatore anteriore, mentre per il cambio ad 11v tutto come da pronostico, silenzioso e preciso anche se da campagnolista incallito quale sono la cambiata multipla nelle due direzioni mi manca un po’.

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In definitiva posso dire che ho avuto per le mani una bici assolutamente improntata per le competizioni o per chi vuole “sentire” la bici da corsa in tutto e per tutto, ma anche (ed aggiungerei finalmente) accessibile e non scorbutica come i vecchi telai in alluminio. Ancora una volta il paragone calza con l’evoluzione del mito 911 Carrera, ora guidabile anche da chi non è avvezzo a gestire un controsterzo ma che ama il puro piacere di guida. Per il Cannondale CAAD12 siamo direi al massimo oggi ottenibile da un telaio in alluminio da strada. Rispetto alla versione che ho provato sono certo di affermare che si merita ruote di livello ben superiore a quelle del modello a montaggio medio in vendita: sapranno esaltare ancora di più gli aspetti racing di questa grande bici da corsa.

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bordo pista: 2° memorial perego 24.02.2016

Inizia così la mia settima stagione di gare a scatto fisso (no, non mi sono ancora stancato…):-)

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fatti un giro sul Millenium Falcon: prova della @TrekBikes #Madone 9.9 factory replica

L’occasione è di quelle ghiotte: scopro la sera prima di poter andare a fare un salto da Red Bike e aver la possibilità di provare la gamma 2016 della Trek. Ma di fatto ancora non so che sul mio cammino incrocerò quella che credo ad oggi sia una delle bici più evolute in assoluto in merito alla ricerca della prestazione pura.

Arrivo un po’ trafelato, il solito traffico giavenese del sabato, e subito mi presento per l’ultima sessione della giornata dedicata alla prova delle bici da strada. Ho casco, pedali e scarpette; mi registro e vengo guidato dal buon Marco verso il “paddock” per la scelta della bici. Ci sono le Emonda, in diversi montaggi, bici ottima per la salita e le distanze, molto leggera e performante e poi… e poi vedo quella che più che una bici pare una astronave, la Madone in configurazione top assoluta, con la livrea della squadra corse Trek. Con un mezzo sorriso Marco mi fa: “beh, questa è una di quelle che si provano una sola volta nella vita…”. Non deve aggiungere altro,  in un attimo gli consegno i pedali e gli comunico le mie misure per la regolazione della sella.

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Porto la bici vicino all’auto dove poserò la giacca pesante e la osservo quasi con timore reverenziale. La bici è pazzesca. Non c’è alcuna traccia di cavi a vista, tutto è ottimizzato per la migliore aerodinamica possibile, la zona del movimento centrale (il punto su cui si scaricano le maggiori forze durante una volata) appare granitico a cominciare dai suoi 90mm di larghezza contro i canonici 68-70 a cui il mio occhio è abituato. I freni sono completamente carenati ed integrati nella forcella e nel telaio, soluzione degna delle migliori bici da TT sul mercato.

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Il manubrio poi meriterebbe un articolo tutto per lui: è sostanzialmente un ala di carbonio in un unico stampo. La classica posizione delle mani in presa alta non è proprio nemmeno praticabile: qui si mena duro e basta! Ruote assolutamente di livello, menzione per il canale largo del cerchio che è in grado di ospitare molto bene i tubolari da 25mm. Inizio anche il mio primo approccio in assoluto con un cambio elettroattuato come il Dura-Ace di2, vero fiore all’occhiello di casa Shimano, e benchè non sia un grande fan dei nipponici non posso che ammirare la pulizia del design e l’altissima ingegnerizzazione raggiunta da un componente chiave come la trasmissione.

Via, si parte per la pedalata! Complice un leggero falsopiano in discesa e delle buone sensazioni di gamba e leggo subito 45km/h sul mio Garmin… bene, ma la bici sembra non essere nemmeno impensierita dalla cosa, la sensazione è quella di essere molto al di sotto della velocità indicata ed ho subito voglia di spingere ancora ed ancora sui pedali. Provo un rilancio, la sensazione di rigidezza è una cosa mai provata prima: io sono in tutto e per tutto l’unico anello debole in questo sistema in movimento di bici più ciclista. Arrivo ad una rotonda e non serve nemmeno rallentare, la presa bassa al manubrio-ala dà un grande controllo alla bici e in un attimo sono fuori dal rondò. Scalare i pignoni è direi entusiasmante, un tocco alla leva ed un fruscìo annuncia l’innesto del nuovo rapporto. Ad essere sincero riscontro qualche piccola incertezza nella salita verso i pignoni più grandi, ma mi resta il dubbio che sia io poco preciso nell’azionare la leva più grande.

Finisce il rettilineo che ho interamente percorso al di sopra dei 40 orari  (20 secondi in meno del mio tempo migliore) ed inizio un tratto con un paio di salitelle secche dove posso provare dei rilanci anche a bassa velocità. Sarà l’entusiasmo e la fregola per il poco tempo disponibile, ma la corona da 39 denti mi sembra di percepirla come una compatta tanto è la spinta che riesco a generare anche in salita. Il movimento del deragliatore è un po’ rumoroso e tutto subito mi preoccupo per un suo malfunzionamento, ma niente paura è solo il motorino che fa compiere tutta l’escursione necessaria alle lamelle del cambio, senza incertezze e con la massima precisione. Ovviamente anche gli incroci non sono un problema dato che il sistema riconosce lo sfregamento della catena sulla lamina ed effettua in automatico dei micromovimenti di aggiustamento: il futuro è qui!

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Per non farmi mancare nulla la voglio anche portare sul pavè, anche se non è paragonabile al leggendario nord europa, per capire se diventa un cavallo imbizzarrito o se rimane gestibile. Con mia sorpresa, entrano in gioco i tubolari generosi e probabilmente non gonfi ad alte pressioni (credo intorno agli 8bar) che assorbono molto bene i sobbalzi sulle pietre. Certo il tratto è qualche centinaio di metri, ma sufficiente a rendere bene l’idea anche se non è certo una bici con cui i professionisti si lanciano alla caccia della volata nel velodromo di roubaix.

Segue l’ultimo tratto collinare, o mangia & bevi come piace dire ai ciclisti, dove viene fuori tutta la perfezione di questa macchina da competizione estrema. Anche il suono dello scorrimento delle ruote e della catena possiede un che di unico ed ammaliante, mi trovo a forzare ancora per non far abbassare le frequenze che il mio udito avverte, tanto sono affascinanti.

Nel mentre faccio questi ragionamenti e accumulo sensazioni ed emozioni vedo all’orizzonte il camion della Trek pronto per inghiottire anche la bici che mi sto godendo… arrivo, faccio ancora due chiacchiere cercando di mettere insieme due commenti che non siano troppo banali ma di fatto mi escono solo vocaboli scontati come: disumana, incredibile, pazzesca.

Il mio giro con il diavolo rosso

A distanza di qualche giorno e raccogliendo un po’ di considerazioni a freddo questa bici ritengo sia il termine di paragone odierno della tecnica ciclistica spinta al suo limite. Tutto è votato alla pura prestazione, senza compromessi, solo rispettando le regole dell’UCI ed aggiungendoci migliaia di ore di lavoro, ottimizzazione e progettazione. Una vera pietra miliare (un benchmark come direbbe chi ama la terminologia digitale) di quello che potrebbe essere il ciclismo competitivo di domani. Ritornando in questi giorni alla mia amatissima bici da corsa in acciaio mi viene da fare un parallelo automobilistico: pedalo da quasi due anni su quella che potrebbe essere una splendida Porshe 911 dei primi anni 2000, elegante, veloce, scattante ed esclusiva. Ma per una volta ho avuto il privilegio di guidare una Lamborghini Aventador in configurazione trofeo…

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Vi racconto delle mie bici – puntata 6 di 7: c’era bisogno di un’altra cx? sì! Storm cx singlespeed

E’ ormai una storia che è lunga un anno. Un anno intero dall’idea iniziale, nata quasi per caso, ad oggi dove ho tra le mani (che scriver tra le gambe fa brutto) il frutto di lavoro, idee e soprattutto grande passione per far le cose fatte bene.

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Era una fredda e umidissima serata torinese quando quasi per gioco venne organizzata una di quelle garette matte in ciclocross sfruttando i mille angoli verdi che la città offre. Nulla di ufficiale, nulla di autorizzato, costo di iscrizione irrisorio, avversari che si chiamano amici, nessuno con una bici simile alle altre (dalle fisse senza freni alle fat bike in un unica gara…) e tanta voglia di divertirsi. Fatto sta che la gamba girava bene e la stagione ufficiale ciclocross mi aveva già strigliato a modo. Quella gara me la giocai sul filo con Andrea, vincendola di poco (lui però era in single speed io invece avevo il rocchetto da 10 al posteriore…)

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013Il premio per il vincitore era un buono sconto per una verniciatura custom su di un telaio da parte di Krokodil customs aka l’amico Dennis.

 

 

 

 

 

 

Proprio nel post gara parlando con Filippo (benchè tutti, credo anche i genitori, lo chiamino Choppah), appena imbarcatosi nel bellissimo ed ambizioso progetto di fondare un marchio ciclistico: STØRM Cycles. Per restare affini allo spirito del nuovo brand, salta fuori l’idea che sarebbe bello affiancare alla mia inseparabile Zino un’altra bici da ciclocross ma che parta da basi antitetiche per arrivare ad una soluzione simile. Ovvero la possibilità di realizzare un telaio da ciclocross single speed, in alluminio e con i freni a disco in totale contrapposizione alla Zino che è in classico acciaio, con marce e freni classici a cantilever.

La cosa dopo un paio di ipotesi inizia a prendere forma ed avuto la certezza che il telaio si farà inizio a dar sfogo al mio hobby preferito (no il ciclismo non è annoverabile tra i passatempi, trattasi di ossessione) ovvero la ricerca di componenti di pregio a poco prezzo sia sul web che presso amici e conoscenti.

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E così arrivano in garage delle ruote che stavano su di un CAADX Cannondale, un set Thomson (il reggisella per me rimane il migliore di tutti i tempi), una sella splendida della Prologo, un manubrio 3T in carbonio (asta ebay fortunosa), le pinze freno meccaniche che avevo dismesso dalla mtb quando ero passato agli idraulici (in mtb essenziali, in cx i meccanici vanno più che bene), la guarnitura Rotor (perchè alla fine siamo tutti dei vanitosi), ed un ingegnoso pignone singlespeed da 21 denti di brevetto Dodici cicli Milano.

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Il progetto grafico è a mia totale libertà, dato che Dennis ama le sfide. Allora libero la fantasia e mi faccio guidare dalle mani di Silvia Ileana Stella che ha fatto della ricerca dei colori il suo lavoro oltre che una delle sue passioni. Io metto le mie sensazioni e lei ne dà la forma… dai primi bozzetti al mock-up definitivo il passo è breve, con il botto finale di Dennis che dice. “è la cosa più complessa che abbia mai provato a fare, ma ci riuscirò!”.

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Nel frattempo il telaio ha preso forma ed è una piccola emozione averlo tra le mani: bello, solido e leggero come l’alluminio oversize sa essere. La primissima impressione è che sia devoto alla competizione pura e questa sensazione da ora in poi non andrà più via.

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La verniciatura ha preso un tempo commisurato alla sua complessità grafica, ma aspettare e desiderare ha comunque il suo lato positivo. La prima apparizione pubblica fu alla criterium di Ravenna dove già da solo, nudo in esposizione allo stand STØRM, riscosse un bel riscontro di gradimento. Non che cercassi approvazione a tutti i costi con qualcosa che stupisse, quel telaio in primis doveva piacere a me e rappresentare un mio lato della passione ciclistica, ma vedere quell’interesse da parte di ragazzi di fatto anche abbastanza lontani dal ciclocross nudo e crudo mi diede delle belle vibrazioni e la sensazione di essere sul sentiero giusto.

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Il montaggio fu piuttosto semplice e dopo con qualche accorgimento la bici era completa e nelle mie mani, prima sensazione: wow questa è una bici per correre “no-compromise”! Questa sensazione chiaramente non è più andata via, anzi con il passare del tempo si è perfezionata e mostrata in tutte le sue sfaccettature. Non è una bici da viaggio o da diporto, non è una bici da gravel (termine che inizia ad essere usato a sproposito…) è una bici per fare ciclocross ad un solo rapporto, nulla più ma di fatto è molto! L’avantreno è la cosa più sorprendente in assoluto: complice anche una prelibata forcella conica full carbon, il controllo è diretto ed immediato.

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La gestione dei cambi di direzione è fulminea tanto da ricordarmi le mie amate bici da pista e non per caso il marchio STØRM essenzialmente ha quel background.

3C6A8768Una delle cose che più sorprende è la possibilità di girarsi anche in spazi molto risicati che, di fatto, sono propri delle competizioni ciclocrossisitiche dove spesso i confini fettucciati sembrano messi ad arte per complicare la vita ai corridori o per farli smontar di sella e correre bici a spalla. Il rovescio della medaglia evidente è un certo nervosismo sulle asperità e un po’ di instabilità sui curvoni veloci, quest’ultimo aspetto però è stato mitigato al meglio dopo che ho messo il copertoncino (anzi open tubolar) Limus della Challenge Tires: davvero portentoso e performante non solo quando c’è fango ovunque ma anche quando la tenuta laterale sul veloce diventa essenziale.

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La frenata grazie ai dischi meccanici è ottima e quasi esuberante, la riserva di potenza è ben al di sopra delle necessità del ciclocross ma per contro lo sforzo alle leve è molto basso quindi si riesce a gestire tutta la fase di rallentamento con un solo dito per leva.

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030Per provare qualcosa di davvero folle ed insolito qualche settimana fa ho anche preso parte alla competizione più folle degli ultimi tempi, ovvero una gara di ciclocross ma riservata a bici con scatto fisso e nessun freno: ebbene grazie al geniale mozzo di Stefano aka mr. FixKin la mia solita ruota che uso sul vigorelli è diventata una “track cross wheel” ed il risultato è stato a dir poco sorprendente! grande tenuta e stabilità ed una prontezza di risposta fantastiche mi hanno entusiasmato per tutta la durata della corsa, ora però ne voglio ancora!

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020Infine un ringraziamento grande a Filippo che con tenacia e gran voglia di faticare, come ogni buon ciclista, sta mettendo anima e cuore in questo progetto e che ha voluto credere in me per avere un responso obiettivo su quello che sarà il modello cxss definitivo da porre sul mercato, in bocca al lupo Choppah!

 

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PS: le foto sono di quel matto di Emanuele Barbaro aka Sbà Sapu, grazie!!

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Il 2015 è andato, il prossimo sarà sicuramente diverso #blog

meglio o peggio non lo so, ma credo che qualcosa di diverso sia necessario, quindi un po’ di riposo e poi si riparte, in tutti i sensi!

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 16.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 6 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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bordo pista: Red Hook Milano 10.10.2015

come se lo avessi scritto io, ma meglio. Una lucida cronaca della Red Hook milanese fatta da chi è dentro dal primo giorno, anzi anche da prima.

casbahcicloclub

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Red Hook Milano 10.10.2015

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faccio un salto a Richmond e torno: #Zwift il nuovo ciclo giochino @goZwift

 

Come sempre accade, una serie di coincidenze (o non coincidenze…) fa sempre in modo che ci si trovi in situazioni nuove, unite dalla curiosità e dal non aver timore di sembrar ridicoli agli occhi di molti.

E’ così che a seguito di un problema fisico piuttosto serio (sapete già tutti quale) mi trovo ad accantonare per un po’ le avventure ciclistiche, ma la voglia di pedalare resta e mi ritrovo per casa i miei amati rulli liberi a 3 cilindri. Guarda caso sono proprio in mansarda, dove ho anche il computer e guarda caso per il mio compleanno mi auto-regalo i sensori di velocità e cadenza da abbinare al mio Garmin 500… Da lì il passo è stato breve nell’imbattermi in Zwift grazie a qualche mio contatto di Strava e ad avere una curiosità matta nel provare a vedere quanto il tempo può passare più veloce rischiando quasi di divertisti sugli odiati rulli. Ma andiamo con ordine…

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Cos’è Zwift?

http://zwift.com/what-is-it/

è una piattaforma online di simulazione, multiplayer con una buona grafica e per i miei standard di ottimo livello.

 

cosa serve?

http://zwift.com/getting-started/

per noi umani che non abbiamo i rulli mega fighi wow wow (leggi smart trainer) e nemmeno (immagino) un misuratore di potenza serve questa roba qui:

– fascia cardio

– sensore cadenza

– sensore velocità

Tutto DEVE essere a standard ANT+ (che poi è anche il più diffuso)

– chiavetta USB ANT+ in pratica questa, ma su ebay si trova anche a meno:

https://buy.garmin.com/it-IT/IT/accessori/sensori-fitness/usb-ant-stick-/prod10997_010-01058-00.html

– un pc o mac connesso in rete e (ovviamente) vicino alla postazione dei rulli

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come ci si iscrive?

dal sito si scarica il programma e ci si registra, per poi entrare nel programma vero e proprio, una volta ottenuto lo user si entra, si sceglie il tipo di workout che si desidera, nel nostro caso direi che la classica rullata a sensazione da 45 o 60 minuti già è sufficiente.

Gli ambienti al momento sono alternati o Watopia (isola fittizia dalle perti delle filippine) o il tracciato degli ultimi mondiali a Richmond ma NON si possono scegliere, si viene catapultati dentro a seconda del giorno della settimana, lun-merc –> Richmond i restanti Watopia (il cui giro è più corto ma con più dislivello)

Costi: i primi 50km gratuiti (in pratica ci fate 3 sessioni) ma per gli utenti strava premium ci sono ulteriori 2 mesi gratis senza limite di km, a seguire 10€/mese.

 

Qui per chi è pratico con l’inglese la guida non ufficiale ma piuttosto completa ed aggiornata

http://www.titaniumgeek.com/cycling/zwift-user-manual-unofficial-running-updates/

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Come ci si trova a pedalare lì dentro?

beh, per come sono fatto io è piuttosto divertente.  Il sistema prendendo come input i dati di cardio e cadenza (credo anche velocità ma non ne ho la certezza) calcola una stima della potenza sviluppata e a seconda di quella vi proietta con una velocità virtuale dentro il percorso anche a seconda di salita/pianura/discesa. C’è anche un minimo di buona simulazione dell’effetto scia, ovvero se vi mettete al culo di uno a parità di watt stimati andate più veloce, se vi staccate vi fa rallentare un minimo. Io devo dire che mi ci diverto a fare un po’ di variazioni di ritmo a seconda del percorso. Avendo sui rulli la bici da pista (tanto mica servono i freni sui rulli no?) gioco solamente sulla cadenza, ma avere di fronte ben visibili i dati cardio è un ottimo indicatore del livello di sforzo e dei successivo tempo di recupero.

Man mano che si accumulano km e dislivello si sbloccano un po’ di cosette per personalizzare bici e rider come ruote, telai e divise per distinguersi dai rookie, piccolezze ma carino.

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La fluidità di movimento e di grafica per me sono ottimi: contate che ho un mac mini del 2013 con processore i5 ed 8GB di RAM, non una workstation da giocatori ecco….

Potete anche scaricare una app gratuita per cellulari che però è molto base e non serve a tanto, ma potrebbe esser sviluppata in futuro, tenete conto che il programma è uscito dalla fare beta da solo pochi mesi e la crescita è abbastanza vertiginosa (ok che nel nostro emisfero è la stagione brutta…)

chiaramente a fine giro potete caricare direttamente su strava la sessione e/o salvare il file *.fit del training. Su strava, benchè sia un giro virtuale, ci sono le stesse cose di un giro classico quindi segmenti ecc ecc… solo la distanza non sarà quella fatta sui rulli perchè lui conta salite e discese

vi metto la mia ultima visita sia in zwift che la corrispondente reale sessione di rulli fatta con il 49-16

https://www.strava.com/activities/446763025

https://www.strava.com/activities/446763916

Ganza?

secondo me sì, non fosse altro per il fatto che un’ora sui rulli passa molto molto più in fretta del solito e contate che io al momento non ho alternative. Bene ci si vede a Richmond allora?

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