IL GRAVEL CHE NON TI ASPETTI È PROPRIO DIETRO CASA TUA (SÌ, DICO A TE!)

Per chi segue un po’ il mercato del mondo bici non è certo una freschissima novità l’arrivo in pompa magna del segmento delle “gravel” nel mercato ciclistico nazionale. Se si vuol parlar di moda o altro sinceramente mi interessa poco, quello che invece vorrei sottolineare è la versatilità di queste bici e quanto possano essere d’ispirazione per scoprire un nuovo modo di pedalare.

Sono di fatto l’evoluzione di quelle che erano biciclette ultra-specifiche per le competizioni di ciclocross, che hanno incontrato una indovinata ibridazione con alcune soluzioni del mondo mtb andando a creare un vero segmento di mercato: bici comode, stabili, con una gommatura generosa ma molto più leggere e scorrevoli delle mtb classiche… insomma il classico uovo di colombo.

Ok, la compro, ma poi come la uso? Che ci faccio? Dove vado? Come mi posso allenare? Ebbene, la risposta è proprio dietro l’angolo!

La loro versatilità e l’adattarsi a moltissimi percorsi, fa sì che le nostre città, grandi o piccole che siano, si trasformino in veri e propri enormi parchi giochi dove andare a metter le ruote. Vi spiego meglio.

Tranne una fortunata percentuale, molti di noi hanno sostanzialmente un lavoro sedentario da molte ore al PC. Bene, sfruttiamo questo pc nelle pause dall’attività frenetica lavorativa e facciamoci un giro, per iniziare, sul classico Google maps. Da lì si può iniziare a trovare parchi, ciclabili, alzaie, strade poderali, mulattiere… insomma un dedalo di strade e stradine proprio lì, appena fuori da casa o dall’ufficio… una risorsa, sia per il verde che le accompagna ma sia come base per il nostro piano di avventura/allenamento. Curiosate, passate ogni tanto alla “street view”, seguite i “tratteggi verdi” degli sterrati ed immedesimatevi nello stare in bici (a me riesce benissimo …).

Fatto? Bene, ora cambiate piattaforma e passate a Garmin connect (o Strava se siete abbonati) e dal menù di allenamento passate alla creazione di un percorso. Entrambe, come opzione o mediante la barra di avanzamento, mostrano se siamo su asfalto o su sterrato. Ora via, spazio alla fantasia e mettete in fila tutto quanto vi può ispirare, senza aver paura di andare in posti nuovi, anzi, proprio questo è il bello! Il calcolatore del passo, la distanza ed il dislivello, vi daranno anche una preziosa indicazione sul tempo di percorrenza previsto di modo da rientrare nella disponibilità e nel grado di allenamento di ciascuno.

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Non solo, ma da qualche tempo a questa parte, entrambe mostrano una heatmap con i percorsi più battuti. Il bello è proprio usar quella come spunto nei due sensi, sia seguire qualcosa di più conosciuto, se ancora non lo si è percorso, sia osare ed esplorare strade meno battute. Non vi nascondo che, personalmente, la seconda opzione mi affascina sempre un po’ di più…

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In questo semplice modo e per tentativi successivi, nel mio piccolo ho trovato luoghi meravigliosi ad un colpo di pedalata dal mio ufficio, percorsi che calzano alla perfezione sia per il tempo della mia pausa pranzo sia per quanto ho qualche ora in più e soprattutto lontano dal traffico e dalla confusione cittadina, tanto che spesso mentre pedalo continuo a stupirmi di essere ancora ad un attimo dal centro città.

Provate, tentate, lasciatevi portare dalla fantasia e dall’avventura; là fuori ci sono tantissime fette di mondo da esplorare con le nostre bici che si adattano sia ai noiosi asfalti che ai polverosi sterrati. Poi fate qualche pausa e qualche foto durante il percorso, e raccontate agli amici quanto sia stato sorprendente quello che avete trovato pedalando!

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(N.d.T.: articolo già apparso sul gruppo facebook Garmin Bike Lab)

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Capita quelle volte (ok a me capita un po’ troppo spesso) che fai la spunta dei pezzi fermi in garage e vien fuori la possibilità di montare una bici nuova, manca solo un telaio!

Chi mi conosce sa che sono un grande fan delle bici post moderne, ovvero dei telai classici in acciaio montati con componentistica moderna. Questa volta però è accaduto qualcosa di diverso e molto, molto più bello.

Come sempre ebay è mio grande amico e da una prima passata sul motore di ricerca ricavo una buona manciata di candidati ad entrare nel mio garage, tutti “ferri italiani”, tutti piuttosto ben messi anche se, ad esser onesto con me stesso, la scintilla non era scoccata per nessuno di essi. Poi, il secondo giorno accade quello che non mi aspettavo, ovvero trovo un’inserzione di un telaio moderno da strada, in acciaio, di fabbricazione Maza (modenesi). Il telaio è della mia misura, tutto verniciato nero lucido, e non ha alcun marchio, se non la pantografia “maza” sul ponticello del freno posteriore. Manca la forcella, che in questo caso dev’esser conica e, ironia della sorte, il mio amico Giacomo mi aveva pochi giorni prima restituito una forca Columbus che avevo usato come provvisoria quando avevo mandato quella del Vigorelli a verniciare dal sapiente Tony spray.

Quell’inserzione però è strana. Ha le foto, in interno, del telaio in vendita, nudo e crudo, ma ha anche una foto della bici montata, con delle grafiche adesive piuttosto particolari ed un qualcosa che mi fa continuamente dire: “ma io quella bici da qualche parte l’ho già vista!”. Ed infatti era proprio così. Il telaio in questione fu prima acquistato da @paltro e poi passato al caro saragozzas, che ne fece una bici da lunghe percorrenze davvero bella, ecco era proprio quella bici, quello è proprio il telaio appartenuto a saragozzas.

Si sa che, specie nel mio caso, le emozioni tirano sempre scherzi pesanti e questo è il caso. Ora mi sento addosso il dovere (e la voglia) di essere il nuovo custode di quel pezzo di ferro, non certo per tenerlo in una teca ma per fargli respirare ancora aria di strade nuove, aria di passi alpini.

Contatto il venditore che con grande gentilezza e disponibilità mi conferma tutto quello che avevo scoperto e mi fa anche un prezzo assolutamente ragionevole. In più, essendo lui a Ferrara, mi dice di conoscere il buon @Cecio che entra prepotentemente protagonista prendendosi l’onere di andarlo a ritirare personalmente, verificare che sia ancora geometricamente a posto (e chi meglio di lui…) e me lo impacchetta con cura certosina in modo che affronti un viaggio sicuro anche in mano ai peggiori corrieri del nord italia.

Scartare il pacco è un po’ come sentirsi un bimbo a Natale e qui le emozioni sono ancora più amplificate dal sapere già che pezzo è dentro quello scatolone. La vernice è in ottimo stato, i filetti del movimento centrale pure. Non è una piuma, rispetto agli altri miei telai in acciaio, ma non è questo il parametro che gioca su di me la carta più importante. Quello che mi stupisce è l’ottimo livello di finiture e la, naturale, grandissima rigidezza torsionale che esprime, forte di quei tubi che definire “oversize” è ancora un eufemismo da quanto sono grandi e, si sa, il momento d’inerzia viaggia con il cubo della distanza dal baricentro quindi l’ingegnere che è in me inizia subito a gongolare.

Ad esser del tutto onesti, mancavano solo un paio di componenti come ad esempio la serie sterzo e qui, nuovamente, le emozioni la fanno da padrone per cui mi metto ancora una volta nelle mani del signor Chris King che nel 1976 (che annata!) iniziò la produzione dei migliori cuscinetti sigillati del globo, ed anche per una serie sterzo integrata riesce a venire perfettamente incontro alle mie esigenze. Prese anche due gomme nuove e comode da 28mm, tutto era pronto per il montaggio.

In questo frangente mi è stato di grande aiuto il mio caro amico @matteozolt che in un pomeriggio post (ottima) mangiata a messo su tutto con una precisione degno di una maison di orologeria svizzera. In un baleno era pronta e si sa, i primi chilometri sono belli come il primo sorso di birra quando hai sete.

Son davvero contento di questa bici e spero proprio che mi faccia compagnia per un bel po’ di tempo e, magari, in qualche bel viaggetto.

Ora le foto del montaggio:

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IL MIO PRIMO VERO VIAGGIO IN BICICLETTA: LA VIA DEL SALE

Lo sognavo da tempo, anche in maniera fin troppo astratta, di fare un viaggio in bici. Per viaggio ovviamente intendo un qualche itinerario che comporti come minimo una notte fuori e che sia abbondantemente sopra i 200km. Inoltre, subendo da sempre il fascino delle corse classiche, il viaggio non doveva esser circolare, arrivando e partendo da casa, ma lineare: dal punto A al punto B.

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Negli anni iniziai a comprare, e poi anche rivendere, varie borse da bikepacking, come va di moda dire adesso, testandone capacità e solidità; mi prefiguravo di testare un ventaglio di soluzioni tra gomme ed equipaggiamento che mi mettesse nelle condizioni di affrontare al meglio quello che sarà il non ben definito mi primo viaggio in bici.

Unico punto fermo: la bici da viaggio sarà la mia Zino. Semplice, funzionale, valida su tutti i terreni, comoda e robusta come un telaio in acciaio sa essere, ma proporzionalmente leggera e adatta alla salita, dalla manutenzione e riparabilità accessibile a chiunque (quasi) ovunque e versatile come una bici da lunghe distanze deve essere.

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Poi d’improvviso un allineamento astrale di pianeti ed una concatenazione di eventi squarcia le nubi del mio fantasticare e si presenta a portata di mano l’occasione di un viaggio: la via del sale. Per chi non fosse appassionato di montagna, di motociclismo, di fuoristrada a due e quattro ruote e/o di escursioni, racconto brevemente che la via del sale è una antichissima strada che sin dal 1200d.C. veniva percorsa da mercanti, pellegrini, pastori e contrabbandieri (e quindi anche briganti intenzionati a depredare le precedenti categorie) che su quel percorso trasportavano i prodotti della riviera. Ovviamente la faceva da padrone il sale, che era l’oro del medioevo, e pertanto aveva lo stesso valore della moneta sonante con tutte le conseguenze che questo comportava in termini di delicatezza e rischio nel trasporto. La via si snoda sempre sul crinale tra Piemonte, Francia e Liguria, quasi sempre attorno ai duemila metri di quota ed è oggi meta ambita per escursionisti di tutta Europa.

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Ed ecco che, complice un campus sportivo di mia figlia, mi si para davanti l’opportunità di fare questo piccolo grande viaggio in due giorni, all’inizio del mese di settembre. Nel lasso di tempo che intercorre dall’idea alla partenza rimbalzano nella mia mente un milione di possibilità e configurazioni per cosa e come portarmi appresso. Devo aver con me il vestiario sia tecnico per i due giorni, sia per dormire la notte, gli attrezzi per tutte le evenienze ed un surplus di kit antiforatura, i caricabatteria del telefono e dei Garmin (sì, due), una buona scorta di cibo e sali per le borracce e, per finire, i classici documenti e soldi per gli imprevisti.

Ora tutto quel materiale dovrà star stipato in 3 borse (manubrio-telaio-sotto sella) ma esser bilanciato, utile ma non superfluo, ma anche previdente e prudente per il classico “non si sa mai”… insomma un bel dilemma!

In qualche modo, ne vengo a capo. Non solo, un paio di giorni prima feci anche una futile prova della bici a pieno carico, pedalando sui drittoni© sterrati del parco della Mandria. Il carico era stabile e questa prova preliminare mi diede un immotivato ottimismo che sarebbe stato smentito, ovviamente nel momento meno opportuno. Ma andiamo con ordine.

Arriva il gran giorno, dopo un provvidenziale cambio dei pattini anteriori, alle 8:30 del mattino mi chiudo alle spalle il cancello di casa, destinazione del primo giorno sui pedali il rifugio don Barbera, a quota 2079m s.l.m..

IMG_0621Le prime dieci pedalate sono qualcosa di unico, frizzante, carico di aspettative oltre che di bagagli. Inizio a lasciare la mia Giaveno per andare in una piccola grande avventura. Sarò indipendente e solo con me stesso e le mie forze. Per questi due giorni e ho intenzione di assaporare ogni instante del viaggio con la consapevolezza che si fisserà in maniera indelebile nella mia memoria.

L’avvio è subito in salita, ma nulla di pesante, la classica colletta di Cumiana che ormai conosco come le mie tasche non mi riserva alcuna sorpresa, tranne qualche auto dei pendolari un po’ troppo frettolosa che mi passa vicino. Sono piuttosto concentrato e fiducioso, in un tempo relativamente breve arrivo all’inizio della prima bella sorpresa: Airasca. Ho infatti intenzione di percorrere integralmente la ciclabile di 20km che da Airasca porta fino a Moretta, in provincia di Cuneo, sulla traccia di quella che era la ferrovia ora dismessa. Il percorso è curato e bellissimo, ci sono addirittura le tabelline chilometriche a scandire un tracciato incantevole, intervallato dagli edifici delle stazioni dismesse che hanno su di me un fascino incredibile, probabilmente dettato dall’essere nipote di un ferroviere ed averne, a mia volta, costruite alcune. Non è reale ma mi sembra addirittura di percepire ancora il profumo (e per me è tale) del catrame con la quale si impregnavano le traversine di quercia, e di sentire l’acre odore delle ganasce dei freni che fischiano all’ingresso di ogni stazione. Le gambe al momento sono dei silenziosi motori che mi permettono di assaporare tutto questo alla velocità di crociera perfetta per non farmi perdere nessuna delle sfumature di quei luoghi.

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Entro finalmente nella provincia “granda” e dopo poco il panorama cambia radicalmente. Entro in quello che è il secondo meleto d’Italia, siamo nella prima settimana di settembre e i profumi del raccolto si fanno intensi, i colori rossi delle mele sono perfetti e cedo alla tentazione rubacchiando una mela a bordo strada e rosicchiandola cammin facendo. Succosa e dolce, rende dolci anche i chilometri successivi, mentre vedo le montagne avvicinarsi sempre di più e, nonostante il giorno sia nelle sue ore centrali, sento sulla pelle il calare della temperatura e la frescura tiene costante la mia andatura, quasi dandomi il benvenuto nell’estremo sud del Piemonte. Imbocco l’inizio della valle del Sanpeyre ed un brivido mi percorre la schiena; l’appuntamento con questo leggendario colle è per ora semplicemente rimandato.

IMG_0622Arrivare poi a Limone Piemonte mi dà una sensazione di seconda partenza: ho già fatto 120 km e sono a quota 1000m esatti di dislivello, ma son numeri che poco rappresentano il mio stato d’animo. In realtà mi sento come se avessi appena iniziato a pedalare e percepisco che tutto il bello che attendo da settimane deve ancora venire. Capirò di qui a poco che non mi stavo sbagliando. La cittadina di Limone non è particolarmente accogliente, anzi mi trasmette un che di decadente e di (ovvio) fuori stagione che mi spinge a lasciarmela al più presto alle spalle. Dopo i primi semplici tornanti del col di Tenda nuovo, ecco che una svolta sulla destra si figura come le mie colonne d’Ercole: da qui in avanti sarò davvero solo e potrò contare sull’aiuto delle gambe e della testa, null’altro. La prima parte di salita, su asfalto, è per me micidiale. Avevo sottovalutato in pieno cosa significasse pedalare in salita con le borse cariche: non aveva nulla a che fare con tutta quella che è la mia esperienza ciclistica. Tutto ciò era nuovo e nemmeno piacevole. Sento come una invisibile mano gigante che mi afferra per la schiena e mi tira verso il basso, mentre la mia volontà è quella di andare verso l’alto. L’oscillare della borsa posteriore in perfetta opposizione di fase al mio pedalare “en danseuse” ovvero in piedi, mi costringe ad utilizzare molta muscolatura del busto per gestire la pedalata ed a questo, in tutta onestà, non ero per nulla preparato! La schiena si fa già sentire e non fa altro che aumentare la mia ansia per quello che sto affrontando. Ci andranno parecchi tornanti ed un ridimensionamento dell’andatura per ristabilire una certa calma interiore e per permettermi di godermi in pieno quello che sto facendo, d’altronde questa è la mia vacanza, non una gara!

IMG_0631Arrivo finalmente ad un altro caposaldo del mio viaggio: lo chalet Le Marmotte ovvero la fine dell’asfalto. Da qui in poi saranno circa 100km interamente sterrati da far macinare alle mie ruote, quindi ora non si scherza più. Se prima potevo concedermi qualche distrazione, ora dovrò anche prestare la massima attenzione a scegliere costantemente la linea ideale da seguire sulla strada, evitando buche e sassi smossi. Non dimentico infatti di essere su di una bici da gravel, o meglio da ciclocross, quindi non ho gommoni ed ammortizzatori a perdonarmi gli errori, tutto quello che passa sotto le gomme viene trasmesso al mio corpo senza sconti ed è il prezzo da pagare per aver fino ad ora “galleggiato” soavemente sull’asfalto piemontese. Sono solo altri 20km e poco più di 300 metri di dislivello, ma il loro impegno per superarli sarà inversamente proporzionale alla distanza in sé.

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Dopo una prima parte invitante e con qualche tratto in falsopiano di incredibile bellezza, mi accorgo che il panorama cambia nettamente con un prevalere di rocce chiare ed affioranti tutto attorno a me. Ovviamente la strada è fatta di questa roccia frantumata che diventa per nulla facile da pedalare. Per fortuna siamo in un giorno feriale quindi il via vai di moto e fuoristrada è piuttosto limitato e riesco quindi a godere dell’ambiente che mi ricorda alcune ambientazioni, riuscitissime, del viaggio di Frodo e Bilbo nel Signore degli Anelli… quello che ancora non so è che la mia Mordor è ancora ben lontana, ma andiamo con ordine.

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Una delle cose che ricorderò per sempre di questo viaggio sono anche gli incontri, ed ecco che si materializza il primo. Essere con una bici da gravel quassù è fatto già di per sé abbastanza atipico, quindi l’incontrare un altro che come me ha fatto la stessa scelta ciclistica porta inevitabilmente a far scoccare un tentativo di dialogo. La figura che raggiungo ed affianco, è quella di un signore in età, diciamo intorno alla sessantina, con una bici di ottimo livello ed un abbigliamento tecnico ineccepibile. Scommetto sul fatto che non sia italiano ed indovino: è un signore svedese che percorre al suo ritmo questa meravigliosa via. Gli chiedo se anche lui soggiornerà al rifugio questa sera e mi risponde con un laconico “hopefully” (n.d.t. cioè: “lo spero!”) e così ci salutiamo, momentaneamente.

IMG_0646La salita inizia a farsi dura e il non avere il contatto visivo con il rifugio fa aumentare la pressione nel dover arrivare entro un tempo utile. In realtà sono in buon anticipo ma c’è sempre quella possibilità di un imprevisto o di un crampo che potrebbe compromettermi il piacere della giornata in bici. Per fortuna tutto questo non accade e con la migliore concentrazione che ho continuo ad inseguire la linea ideale sulla strada bianca (bianchissima in questo caso) e chilometro dopo chilometro arrivo finalmente al rifugio!

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Il posto è a dir poco stupendo. Il rifugio DonBarbera è di recente costruzione ma edificato nel pieno rispetto dell’ambiente in cui è inserito. L’accoglienza è da subito fantastica: esser così lontano dalla civiltà ed esserci arrivato con le mie gambe dona al tutto un tocco di avventura che mi riempie di entusiasmo… ma sono comunque stanchissimo! Appena mi assegnano il letto mi cambio e mi metto sdraiato per stendere le gambe ma in un attimo piombo in un sonno profondo, che verrà solo interrotto dal grido della figloletta ai genitori (famiglia con cui condividevo la camerata) che annunciava la cena. Ritrovo a cena il signore svedese, da qui in poi semplicemente Anders, con cui ho una gradevole conversazione (sia santificata la mia conoscenza della lingua inglese). Mi racconta che è al suo primo anno di pensione e finalmente, dopo anni che suo figlio gli aveva raccontato del suo viaggio qui, ha ora modo di godersi il tempo libero pedalando nelle strade più belle d’Europa. Ecco io da pensionato vorrei proprio essere come lui, ancora in forma, spensierato ma desideroso sempre di nuove avventure su due ruote! La cena è ottima, sostanziosa e decisamente proteica. Si conclude con un eccellente liquore al timo serpillo (tipico delle zone montane piemontesi) che ci rilassa e prepara al meglio per la sonora dormita che ci aspetta. Anders mi dice che per domani ha intenzione di prendersela molto comoda quindi non farà colazione prima delle otto, mentre io, a quell’ora ,vorrei già iniziare a pedalare per sfruttare in pieno la giornata. Ci ripromettiamo per lo meno di salutarci e di scambiarci l’indirizzo email.

Il riposo è stato perfetto, la sveglia mi coglie in pieno sogno, ma me ne faccio come sempre una ragione ed inizio a prepararmi. Piccolo inciso; da qualche anno, come alcuni di voi sapranno, sono diventato grande amante della rasatura tradizionale, di conseguenza non potevo certo perder l’occasione di una sbarbata a duemila metri di quota! Kit semplice, essenziale, veloce e totalmente rispettoso dell’ambiente a differenza di quei beceri multilama così tanto sponsorizzati e delle bombolette di schiuma che sono ingombranti e ben poco rispettose dell’ambiente. Fresco e liscio scendo così a far colazione e ritrovo una coppia di ragazzi che avevo intravisto la sera prima. Vedo fuori dalla finestra le loro due bici gravel e mi scatta subito l’interesse. Hanno un ottimo equipaggiamento tecnico, bici molto belle, e stanno già partendo! Senza farmi troppa fretta finisco colazione, saluto il mio nuovo amico Anders e carico tutta la mia roba sulla Zino per questo secondo giorno che sarà ricchissimo di sterrati anche se con una percorrenza in totale un po’ più corta dei 150km del primo giorno.

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Il meteo fuori non è il massimo ma risulta ampiamente affrontabile con il classico kit da mezza stagione: manicotti, smanicato antivento e guanti lunghi. Si aggancia il pedale e via. I paesaggi sono molto diversi da ieri, dal fascino aspro della montagna brulla di alta quota, si passa ai boschi e ai pascoli, anche la strada in queste prime ore è molto più percorribile e ben battuta. Non solo, il passaggio dei due ragazzi prima di me fa si che io “legga” sulla strada la loro traccia che, come naturale, è anche la miglior linea da seguire, evitando ciottoli e rocce sporgenti. Il mio pedalare diventa così un bel gioco a seguire la traccia, riesco ad abbassare un po’ la concentrazione e a lasciar spazio al godermi la natura che mi circonda, l’aria frizzante di montagna che mi riempie i polmoni e sento che, nonostante la grande fatica di ieri, le gambe stanno rispondendo bene e la bici scorre morbida come su di un tappeto di foglie autunnali.

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Finisce che, complici alcune loro mini soste per far qualche foto (che poi scoprirò stupende) li raggiungo. Approccio un timido inglese ma è immediata la tonalità di risposta in un anglo-francese riconoscibilissimo. Sono una coppia di Parigi, a quanto capisco in una specie di viaggio di nozze molto alternativo quanto avventuroso. Scoprirò poi che lei, Jeanne, è anche una delle “bikepackers” più conosciute di Francia ed è un vero talento nella fotografia, con scatti di montagna davvero mozzafiato!

Ci ritroviamo in breve a scendere insieme verso Monesi, ancora ignari o quasi della piccola sorpresa che ci sta aspettando. Sapevo della frana della provinciale, ma ero fin troppo ottimista di poterla superare agevolmente a bici in spalla. E invece no. Arriviamo di fronte allo sbarramento e quello che ci si para davanti è un cancello da due metri, con ai lati i classici blocchi da metro cubo in calcestruzzo a reggerlo e a sigillare completamente la strada delle reti elettrosaldate fin contro il muro controterra da un lato e lo strapiombo dall’altro…. Bel problema! Il ragazzo parigino però non si perde d’animo e ha in tasca la soluzione: lui scavalca a piedi dall’altro lato, io mi piazzo sui cuboni in cemento e Jeanne ci passa le tre bici! In men che non si dica siamo dall’altra parte, contenti e soddisfatti di aver superato l’ostacolo e di poter proseguire nei nostri rispettivi viaggi proprio così come li avevamo pianificati!

Dopo il superamento di un’altra frana, che mi fa davvero pensare che il problema idrogeologico in Liguria sia cosa assai seria ed urgente, inizia la mia nuova lunga salita della strada del redentore. Il fondo non è di quelli semplici, l’attenzione è alta a trovare sempre la linea migliore e pedalo per un tempo che mi pare interminabile sempre con le mani sulla presa alta del manubrio, tirando quasi a volerlo strappar via.

Arrivo in cima dove il passaggio al colle è evidenziato da una piccola galleria che dà sui due versanti. Il tempo inizia ad esser più freddo, mangio e mi copro a modo per affrontare la discesa che sarà sì l’ultima in sterrato, ma anche la più tecnica ed impegnativa.

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Prima delle vera e propria discesa però accade un fatto che non scorderò mai: il mio primo attacco di panico! E pensare che tutto stava scorrendo liscio e tranquillo, in un tratto a mezza costa tra una discesa e l’altra, sapevo bene che avrei affrontato una galleria di circa quattrocento metri, con il classico sviluppo a ferro di cavallo, addentrandosi nella montagna per evitare un classico movimento franoso di superficie. Ero attrezzato, luce led frontale bella potente, posteriore rossa lampeggiante e via. Mi fermo poco prima per installare le luci, mi chiudo l’antivento, consapevole del classico salto di temperatura fuori/dentro, e mi avvio all’interno. Mi son bastati i primi 80 metri per capre che ero nei guai, non realmente, ma di fatto, tra la luce non così potente come pensavo e il mio occhio che faticava ad abituarsi al drastico cambio di luce, mi ritrovo ad avanzare nel buio più totale. Come avessi chiuso gli occhi e provassi comunque a star in equilibrio e pedalare, il mio incedere diventa quanto mai incerto ed il sapere che il tracciato è tutto in curva mi conficca nella mente il pensiero: “tra poco andrai a sbattere col fianco contro la parete della galleria, sempre che tu non trovi una buca che ti faccia perder l’equilibrio”. E’ troppo, tra il freddo addosso e l’insieme di sensazioni negative, pianto giù immediatamente entrambe i piedi e faccio perno per girare la bici di 180°. Salto fuori da quel baratro in un tempo che mi è sembrato eterno e mi ci va qualche minuto per calmarmi e per ritrovare il me stesso consapevole di non correre alcun pericolo e di esser comunque di nuovo fuori dalla galleria ed all’aria aperta. Raduno le idee, spengo le lucette, dopodichè mi metto la bici in spalla e percorro quei 400 metri di sentiero (molto accidentato) al di fuori della galleria. Sentivo di non avere altre alternative ed il solo pensiero di riprovarci semplicemente mi atterriva, anche se una punta di delusione per non aver avuto quel sangue freddo che spesso mi contraddistingue rimane ancora oggi mentre sto scrivendo.

E si ritorna a scendere, molto. Ci metto davvero un tempo che mi è parso interminabile, con l’attenzione sempre al massimo per cercare la linea migliore ma quasi sempre il fondo è completamente dissestato e far fare ai miei arti da ammortizzatore è l’unica soluzione ma loro ormai dopo due giorni intensi mi stanno presentando il conto ed è piuttosto salato! Alcuni tornanti li percorro completamente dentro le nuvole, vedo le micro-gocce che si condensano sugli occhiali creando uno strato che distorce la mia visuale e quasi mi fa uscire dalla strada… accolgo l’inizio dell’asfalto quasi come una liberazione (ma non mi son forse imbarcato in questa mini avventura per la fame di sterrato?). Il primo contatto con la civiltà non è dei più promettenti, di fatto sono solo in una piccola borgata pressochè abbandonata e con l’aria delle classiche stazioni sciistiche abbandonate. Ci passo attraverso sentendomi come un esploratore in un villaggio fantasma sulla route66 americana: mi perdo nell’osservare carcasse di auto e pali di teleferica in disuso da decenni, cose che da sempre mi affascinano moltissimo. Ma la strada chiama ed è tempo di una piacevole discesa su asfalto, che mi par velluto, fino a Molini di Triora, dove ho pianificato la mia ultima breve sosta.

IMG_0659Potevo esser pago dopo un giorno e mezzo in bici e circa duecento chilometri pedalati di cui la metà su sterrato ad alta quota? Ma certo che no! La soluzione “shortcut” sarebbe stata quella di seguire la fondovalle da Molini e arrivare sulla via Aurelia, per poi fare i restanti 40km lungo costa. Ma chi me lo fa fare dopo essermi riempito di tutto questo vuoto meraviglioso di andarmi ad impelagare nel traffico costiero? Per cui, decisione rapida e via, si sale verso il colle del Teglia, un passo molto lungo e panoramico, interamente su asfalto che però, complice la stanchezza e le borse, si fa sentire davvero tanto nelle gambe. A dare un’ulteriore spallata è quell’ultimo tornante lassù, sempre lontanissimo ma che fa da obiettivo finale che, una volta raggiunto, presenta il conto perché non è la fine della salita! Benchè resti solo un’ultima rampa sembra interminabile, arrivano le prime (ed uniche) gocce di pioggia e faccio tutto questo tratto in compagnia di crampi a tutti i comparti muscolari delle mie gambe. Ma arrivo in cima all’ultimo colle del mio viaggio e la sensazione è molto bella ed incoraggiante.

IMG_0662Da qui in poi mi aspetta una discesa interminabile fino ad Albenga. E quando dico interminabile intendo veramente quella cosa lì! Dopo minuti e minuti mi sento stanco di guidare la bici, dato che solo quello sto facendo, ma ancora non si vede il mare. La pendenza è costantemente negativa (per fortuna!) ma implacabile. Inizio persino a temere un surriscaldamento dei freni, ma i miei fidi pattini (incredibile, non ho una bici con i freni a disco!) si comportano ancora benissimo e la frenata resta costante e controllabile fino all’ultima rampetta in discesa. Arrivo alla vasta piana di Albenga che il caldo mi investe tutto d’un colpo. Fortunatamente trovo dopo poco la classica e bellissima chiesetta con annessa fontanella dove potermi rinfrescare e svestire di tutto il superfluo (che oggi è parecchio: ginocchiere, manicotti, antivento smanicato, guanti lungi). Via tutto e mi sento talmente leggero che mi guardo indietro per assicurarmi che tutto il vestiario non l’abbia lasciato sul muretto della chiesa. Invece no, è proprio la sensazione di leggerezza dell’esser vicino alla meta che mi fa viaggiare così bene. Non guardo più nemmeno il navigatore, quasi che navigo fidandomi solo del mio fiuto nel sentire il profumo del mare così vicino.

Potrei andar subito all’appartamento per sdraiarmi e farmi una doccia ma ora non avrebbe senso. Attraverso l’Aurelia e finisco nella via che costeggia la ferrovia litoranea, proprio quella via che d’estate percorro “sciabattando” per andare in spiaggia. Oggi la vedo per la prima volta sotto una prospettiva diversa: è come viale Roma alla Milano-Sanremo, il boulevard del trionfo e dell’arrivo dopo decine e decine di chilometri sui pedali. Ultima svolta, sottopasso, epoi la sabbia sotto le ruote. Dovrebbe rallentarmi ma non ci riesce e in tre pedalate sono su di una piccola roccia a picco sul mare. Sento l’acqua del mare nebulizzata arrivarmi sulla pelle, sento lo sciabordio delle onde ed il sole che mi riscalda, anima compresa. Sono finalmente arrivato e mi godo per interminabili istanti questo momento. E’ stato un piccolo grande viaggio questo, il mio primo, pieno di incognite e di emozioni; due soli giorni ma dal peso di due anni. Un’avventura, a suo modo, che non dimenticherò più.

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PS. Jeanne, che ho incontrato, ha poi pubblicato questo splendido video della Torino-Nice rally che ricalca (oltre a montagne da me conosciutissime) anche la via del sale con immagini proprio di quei giorni e quindi eccolo a voi:

https://vimeo.com/361924970

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Memorie di una bellissima vacanza e di quegli incontri che possono cambiarti un po’ la vita – Carlo Carlà, maestro telaista in Monteroni di Lecce.

IMG_0310Erano diversi anni che non avevo due settimane di ferie di fila ad agosto, e cosa di meglio che non tornare nel Salento, dove mio suocero ha ancora tutti i suoi fratelli e dove clima, mare, cibo e città sono tutte un meraviglioso insieme di ingredienti che rendono la canonica vacanza estiva indimenticabile.

La volta precedente che ero stato laggiù era il 2004, un’era geologica fa. Non ero ancora così immerso nel ciclismo e pesavo anche qualche chiletto in più. Poi sono arrivate le bici, lo scatto fisso, i forum e la conoscenza diffusa e a portata di mano (ed è innegabilmente un bene). A saper cercare, la conoscenza di pochi diventa conoscenza di tutti, ed anche i piccoli artigiani, i maestri della scuola italiana vengono allo scoperto, e qualche giovane, nemmeno pochi per fortuna, trovano forza e coraggio per raccogliere l’eredità e portare avanti quello che è un mestiere bellissimo: il telaista.

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Fortuna vuole che uno degli esponenti della scuola italiana delle biciclette sia ancora in attività in quel di Monteroni di Lecce, piccola località nel Salento.

IMG_0424I vecchi amanti del ciclismo su pista si ricorderanno ancora, forse, del velodromo degli ulivi che proprio lì a Monteroni fu teatro dei mondiali su pista (guarda caso) nel 1976 e che videro la vittoria iridata di Francesco Moser nella disciplina dell’inseguimento individuale; all’epoca quel velodromo credo fosse l’unico al mondo rivestito il legno d’ulivo e diversamente non poteva essere, state la bellezza ed i frutti di quella terra del sud Italia (oggi si sta tentando timidamente di ripristinarlo, tra mille difficoltà). Tutto questo mi riempie già la testa di mille idee e progetti per questa estate. Passo primo: contattarlo. Ebbene, mi misi con poca speranza al telefono in un pomeriggio di inizio luglio, ma con mia piacevole sorpresa, Carlo Carlà non solo mi rispose, ma tra noi ci fu una bella chiacchierata durata quasi venti minuti, nei quali parlammo di un po’ di tutto, telai, velodromi, corridori… Alla fine gli promisi che da lì ad un mese sarei passato nella sua officina, anche se sarebbe stata la settimana di ferragosto, lui rispose laconico: “ragazzo, vedi, sono entrato in officina che avevo dodici anni e qui starò finchè avrò forze, per cui il giorno che tu passerai, qui mi troverai”.

E quel giorno arrivò fin troppo in fretta, giusto il tempo per collezionare quei pochi componenti che ancora mi mancavano per avere tutto il set pronto per montare una bici da pista. Così dopo (solo) 1250km di viaggio, ebbe inizio una di quelle vacanze indimenticabili, riscaldate dal calore del sole e dall’affetto della famiglia e delle persone che meritano di esser conosciute.

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IMG_0322Il primo approccio fu un po’ difficile ma avevo un asso nella manica: mio suocero. Egli infatti è nato poco distante e, nonostante le apparenze un po’ burbere, è persona molto propensa allo scherzo e alla battuta, così mi fece compagnia armato anche del dialetto salentino (diversissimo dal barese/foggiano che tutti conoscono come dialetto pugliese). Immediatamente si concretizzava un feeling sincero con quell’uomo piccolo, acuto, dalle mani che non nascondono quanto duro sia il lavoro di officina ma con l’abbigliamento sempre classico e curato che solo quelli della sua generazione sanno ancora vestire con così tanta dignità.

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Ero intenzionato anche solo ad acquistare un telaio da pista già pronto, ma l’unico disponibile era obiettivamente troppo grande per me e allora mi disse: “non ti preoccupare, tu vieni domani e in qualche ora lo impostiamo”. Ora, conoscendo tempi e la scrupolosità degli artigiani telaisti, non nascondo che qualche perplessità l’avevo. Imbastire un telaio in poche ore non è cosa facile, ancor meno, credevo, ad 89 anni e con settant’anni di carriera sulle spalle. Mi presentai da lui come convenuto e subito andammo al suo garage, quello bello, dove regna l’ordine e dove, in bella mostra, ci sono tutte le bici finite, sia da lui realizzate che restaurate, e c’è l’armadio del materiale. Mi passò un borsone e con un perentorio: “reggi ‘u saccu” iniziò a metter dentro tubi, forcellini, congiunzioni e tutto quanto serviva per confezionare un telaio, anzi quello che sarebbe stato “il mio telaio”.

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ADD85AEF-5DE8-4F76-A365-23ED8212AA18Giunti in officina, dopo un ottimo caffè “in ghiaccio” come usa in Salento, Carlà iniziò subito a lavorare. Si muoveva tra le macchine utensili e il banco da lavoro con gesti sempre precisi e mirati. Mentre le sue mani lavoravano, mente e parole non smettevano di fluire in un continuo di domande e racconti. Le informazioni in merito alle misure e geometrie però necessitavano di attenzione e in quei frangenti venivo come attraversato dai suoi occhi piccoli e luminosi, come se i numeri che io dichiarassi a lui non fossero solo necessari a tagliare e sagomare tubi, a definire geometrie, ma come se questi dati fossero il codice per entrare ancora di più in connessione con il suo mondo e fargli capire se quel ragazzotto cresciuto che gli stava davanti era un semplice collezionista o un appassionato vero, di quelli che amano in pari misura sia il bell’oggetto che è la bicicletta in se, sia le emozioni che si ricavano attraverso di essa.

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IMG_0397In quei momenti ebbi, se ancora ce ne fosse stato bisogno, l’ulteriore certezza di aver di fronte a me un vero telaista, cosa ben differente da un buon saldatore, che conosce a fondo il mestiere di “costruire biciclette”. Un telaista interpreta quelle che sono le esigenze del cliente dando a lui il risultato sia delle misure antropometriche sia delle sue attitudini, del suo stile di pedalata e di corsa, realizzandogli un telaio che, come un abito sartoriale, non solo calza a pennello, ma trasmette sensazioni ed emozioni che vanno al di là del semplice oggetto pregiato. Mentre quei pensieri rimbalzavano tra le decine di oggetti dell’officina il tempo passava veloce ed in meno di cinque ore il triangolo principale del telaio era puntato in dima: definito, bellissimo, unico per sua stessa natura.

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Dopo un suo mezzo sorriso di soddisfazione mi disse: “ora dammi un paio di giorni, lo completo, lo rifinisco, e poi ci vediamo per il montaggio”. Contavo le ore, ripassavo mentalmente l’elenco dei componenti rassicurandomi che non mancasse nulla, immaginavo come sarebbero state le prime pedalate.

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IMG_0390Venne il giorno della consegna ed ovviamente arrivai in anticipo per godermi anche le ultime lavorazioni sul telaio: le limate finali, la sabbiatura, lo spianamento delle estremità del tubo sterzo (classicamente da un pollice) ed il ripasso dei filetti del movimento centrale (rigorosamente a passo italiano). Tutte operazioni che il maestro attuava con totale naturalezza e fluidità mentre io mi perdevo nell’osservare le sue mani che, come per i musicisti, negli anni si modificano ed assumono la forma che il lo strumento e l’esercizio richiedono, dando, ad un occhio attento, la possibilità di individuare lo strumento suonato semplicemente osservandole con attenzione.

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IMG_0445Dichiarato finito, il telaio necessitava del tocco finale: il fregio sul tubo sterzo, la sua punzonatura e relativa iscrizione nel registro d’officina. Ammetto che questo è stato uno dei momenti che più mi ha emozionato. Veder aprire il registro, sfogliarne le pagine consunte dallo scorrere del tempo e iniziare a scrivere in bella calligrafia la data, il mio nome, il tipo di telaio confezionato ed il suo numero di matricola, il 680, ha posto il sigillo su qualcosa di davvero unico ed irripetibile. Quel semplice numero scritto sarà quello che per sempre legherà me al maestro Carlo Carlà, alla sua officina e, non ultima, alla sua terra che nonostante la distanza sento così vicina.

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Il montaggio è veloce, i componenti sono tutti ben assortiti (alcuni con me da anni) e l’insieme che ne risulta mi par da subito armonico ed appagante. Un brivido mi attraversa quando il maestro, vedendomi attonito mi dice: “beh, che aspetti? Provala!”. Mi siedo sul pavimento dell’officina e mi infilo di fretta gli scarpini, esco e respiro il vento salentino, aggancio i pedali e via. Poco più di due semplici chilometri, visti dal freddo elenco delle mie attività in bici, ma sarebbe meglio definirli come duemila metri, pieni di duemila vibrazioni. Cinque minuti in sella, ma meglio trecento secondi con almeno un’emozione ogni tre secondi… fanno un bel po’ di emozioni.

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Tornando un po’ meno poetici, il telaio risponde alla grande, è facile e divertente da guidare, rigido quanto basta, stabile sul veloce e svelto nel curvare. Per favore, non chiedetemi il prezzo che ho pagato, non avrebbe senso, non racconterebbe tutto quello che ho ricevuto in questa bella vacanza in Salento.

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iniziare dalla fine, per un vero, nuovo, inizio

Non aggiornavo il blog da tanto, tantissimo in proporzione a quanto avevo programmato. Il mio consueto articolo mensile non esce da agosto, ed anche in quel caso c’era ben poco di ciclistico purtroppo…

Ora è tempo di dare davvero un nuovo inizio, non solo per il calendario, ma proprio come approccio mentale alla bici, cercando ancora una volta di scremare solo il buono che viene fuori da essa. Ed ovviamente, buono, non implica che tutto questo sia facile, ma andiamo con ordine.


Febbraio: il mese in cui terminano le ultime gare di ciclocross, passione che non si è mai sopita. Mi ero preso un anno sabbatico dal tesseramento e, per farmi compagnia, si erano affiancati un tot di magagne fisiche e qualche difficile condizione familiare da gestire. Ora, nel bene o nel male, la pagina è stata voltata, non sarà mai semplice fare i conti con quello che è stato, ma è doveroso guardare avanti. E davanti a me si parava l’ultima gara del trofeo Palzola in quel piccolo e grazioso paese vicino al lago d’Orta che è Auzate.

mappa_auzate Corsi lì nel 2014, mio primo vero anno nel ciclocross, e fu una vera folgorazione: il percorso era (ed è) quanto di più completo e vario per una gara che si rispetti. C’è tutto, salite, discese, tratti tecnici, tratti fangosi, prati acquitrinosi, ostacoli, e lei: la scalinata in terra da superare con bici in spalla, quanto di più iconico ci sia in questa bella e spietata disciplina.

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Arrivo, questa volta, che anche il clima è in tono perfetto. Nubi, quattro gradi, una leggerissima pioggerellina costante che fanno da sfondo ideale a questa gara. Provare il percorso è già di per sé divertente, sempre in equilibrio tra il capire esattamente quanto poter osare in ogni tratto e star in riserva di potenza per non stancarsi prima del via. Come sempre non sono molti i partenti, divisi per fascia d’età, il mio ingresso nel mondo dei Veterani1 fa si che, per insindacabile giudizio dell’organizzazione, debba partire davanti: pole position! Mi faccio largo un po’ imbarazzato per la immeritata posizione ed arrivo in griglia. Avanti a me il primo salitone veloce in asfalto, freddo come un monolite, quasi in tono di sfida.

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Dopo pochi istanti, via! Si sa, all’opposto delle gare su strada, nel ciclocross la volata è all’inizio, ed io non sono mai stato un vero sprinter. Mettersi in posizione di rincalzo è un obbligo prudente, che mi fa passare il primo tratto tecnico a mente sgombra e con profitto. Da lì in poi la mia gara sarà sostanzialmente solo con me stesso, il che non vuol dire che sia semplice. Volutamente per il ciclocross ho impostato il mio (enorme) schermo del Garmin con pochissimi dati: tempo trascorso (senza soste, in maniera tale da regolarmi su quanto manca al traguardo dei classici 55 minuti circa), cardio e velocità, con già quest’ultimo dato decisamente superfluo.

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La conduzione di una gara cx deve, per forza, esser sempre in soglia cardiaca, altrimenti c’è qualcosa che non va. In questo centro subito l’obiettivo, sentendomi alla corda sin dai primi metri ed arrivando già stremato alla mia classica crisi del ventesimo minuto. L’obiettivo di oggi è di fatto semplice: prender di nuovo confidenza con il fettucciato di gara, trovare la giusta confidenza con il trittico bici/gomme/terreno e divertirmi! Con queste premesse devo ammettere di aver centrato in pieno il mio target, tagliare il traguardo dell’ultimo giro è contemporaneamente sia una liberazione sia e il sentir la mia vocina interiore gridare: “quando la prossima, quando???”. Risposta impietosa perché tocca aspettare ottobre, come minimo, ma so già che l’autunno sarà caldo come non mai nel ritorno a sgomitare con gli amici avversari sui prati della mia regione.

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La seconda parte di questo primo articolo della nuova era è dedicata ad un’altra celebrazione: l’alleycat del decennale a Torino.

2009-2019 su internet equivale ad un’era geologica o quasi; in dieci anni si può comunemente assistere al passaggio di una mezza dozzina di mode, approssimando per difetto. Il pensare che proprio a Torino ci sia quella che di fatto è la gara per bike messenger più longeva d’Italia, fa un certo effetto e, nonostante io non sia mai stato in alcun gruppo di organizzatori, ciò mi riempie d’orgoglio.

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Questa volta, nonostante sia trascorsa meno di una settimana, il pomeriggio ha già sentore di primavera e il ritrovarsi così in tanti alla partenza nel parco Dora è già di per sé un’emozione. Una delle unicità delle alleycat è l’incredibile eterogeneità dei partenti, non c’è una bici che somigli vagamente ad un’altra, non c’è un corridore vestito in modo simile ad un altro. Ognuno interpreta questo tipo di esperienza urbana a modo proprio. Chi sa come si pedala in città comunque lo si riconosce al primo sguardo, ed ha quel personale miscuglio di stili ed accessori che solo chi passa ore a lottare con, e nel traffico, può portare senza sembrare anacronistico. Possono andar bene i jeans, ma non tutti, scarpe non specifiche da ciclismo, giacche con mille tasche… Non c’è una regola se non portarsi quello che ci fa sentire a posto nell’ambiente urbano.

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Dopo tante chiacchiere e la “spieghina” iniziale, con un lancio a pioggia dei manifest, si parte. Ma sarebbe più corretto dire che si inizia. Perché senza la testa, molta testa, un’alleycat race non si corre, e nemmeno si chiude nel tempo limite. Ci va quasi la mentalità di un urbanista per individuare al volo la disposizione di tutti i checkpoint ed il conseguente percorso migliore, che non necessariamente è il più breve! Peccando un po’ di superbia, dedichiamo poco tempo alla pianificazione e ci lanciamo in strada, gruppo da 5, tutti amici.

Dopo un primo check facile, occorre entrare nel cuore della città, e dopo un piccolo tentennamento di percorso, la via (almeno nella mia testa) è tracciata. Già, perché le mille variabili dell’ambiente urbano fanno sì che sia difficilissimo star compatti in più di due, massimo tre corridori. Conoscendo poi il percorso, come in questa parte centrale della gara, non basta dire: “seguitemi!”. Devono esserci una serie di sincronismi tra semafori, traffico e svolte da affrontare, che non sempre è semplice restare insieme, anche a parità di gamba, come si suol dire. E così accade. Mi ritrovo solo con i miei pensieri e la mia concentrazione, intervallata solo da qualche vetrina che mi ricorda di aver mangiato una volta in quel locale o di esser entrato in quella via. Da un certo punto di vista sembra quasi di essere il passeggero di me stesso, su di un taxi spinto dalle mie gambe.

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Si susseguono i check, fino ad arrivare a quello più lontano, per il quale ho prestato ben attenzione nell’arrivarci con il manifest delle prese/consegne in ordine, in modo tale da non doverci tornare per nessun motivo. Qui si respirano ritmi più tranquilli rispetto ai quartieri, intramezzati però dai classici corsi torinesi, con un traffico troppo veloce per esser sfidato da semplici ciclisti inermi. Ora via, di nuovo un tuffo verso il centro città, senza sosta, senza guardar la cartina che la tanto amata/odiata suddivisione a griglia urbana delle vie di Torino alla fine aiuta sempre tutti.

IMG_8302Non fosse per un altro tipo di tuffo, quello a terra tradito dalla classica rotaia del tram, arrivo in un tempo che mi par breve nel punto più centrale di tutta la gara, dove l’attenzione maggiore non è più verso le temute auto, ma verso gli inermi pedoni, spesso distratti o semplicemente presi dalla chiacchierata con i compagni di passeggiata del sabato pomeriggio. Mancano solo altri due checkpoint e l’arrivo, ed in questi ci sono già stato, quindi ormai è solo più questione di spingere e fluire nel traffico con la media più alta possibile, recuperando fiato quando ci si approssima ad un semaforo ancora rosso, o dando tutto, per prendere uno di quei verdi che taglia i grandi corsi torinesi.

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Arrivare a destinazione e consegnare il manifest completo (e questa volta sorprendentemente anche ben ripiegato e stirato), risulta essere è la soddisfazione più grande. Essere stato in un unico pomeriggio pianificatore e corridore, ciclista e corriere, dona al gusto del primo sorso di birra quel qualcosa in più che le altre birre non avranno mai. La sensazione di aver guadagnato un pezzo di città, assieme al rispetto di chi questo lavoro lo fa davvero, tutti i giorni e ad un ritmo non più lento di queste splendide tre ore passate a pedalare nella città che più amo. E mi sentirei quasi di promettere che dopo il decennale, nonostante tutto, le alleycat continueranno a prosperare in Torino, quindi alla prossima!

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