Meet on Monday: Riccardo “Riky76” Volpe

riky76:

Grazie a Silvia ed alla possibilità di raccontare e raccontarmi un po’ nella mia inguaribile passione per un certo tipo di ciclismo, agonista sì, ma con il lato umano sempre in primo piano!

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Incontro singolo questo lunedì con una persona che non ha bisogno di presentazioni.

Riky76, al secolo Riccardo Volpe, cavalca la scena fixed e non solo da anni. Ha visto il nascere del movimento dello scatto fisso in Italia nonché le sue evoluzioni nel corso del tempo. Sempre aggiornato e sempre partecipe ad ogni evento, è la persona giusta con cui fare due chiacchiere su ogni cosa che gira intorno al mondo “bici”.

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Sei stato uno dei pionieri dello scatto fisso in Italia, come sei entrato in contatto con questo mondo e cosa ti ha attratto?

L’inizio è stato un po’ differente da quello che vedo negli ultimi anni. Andavo già in bici da corsa ed abitavo per lavoro a Novara (conosci la zona per caso?). Iniziava l’inverno ed io cercavo un’alternativa al mio solito allenamento, così su bdc forum lessi che molti di inverno si allenavano con il fisso. All’epoca avevo…

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Vi racconto delle mie bici – puntata 5 di 7: una bici per tutti i giorni, che poi diventa parte di te

A conti fatti questa è l’unica bici che nacque per una reale necessità, in questo caso parliamo chiaramente di spostamento urbano. Ad oggi la bici che è con me da più tempo e, chiaramente, quella alla quale sono più affezionato.

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Tutto nacque dal mio inizio come ciclista a scatto fisso, prima come allenamento alternativo invernale, poi l’arrivo del forum e l’aggregarsi a Novara, dove abitavo in settimana per lavoro, di una piccola ma splendida crew di ragazzi appassionati, ognuno con il suo orientamento e la sua vocazione: chi i trick, chi andar forte (oggi fortissimo), chi montare e smontare componenti … ma tutti con la bici come parte di ogni singola giornata, per il semplice gusto di viver bene una passione.

Dopo ben quattro anni in quella città, finì la mia esperienza lavorativa e si poneva all’orizzonte una nuova avventura, nella grande città per eccellenza: Milano. Devo essere onesto, nutrivo un certo odio a pelle e un po’ di paura verso la metropoli italica per antonomasia. Abituato alla grazia della “mia” Torino, ero convinto che mai e poi mai sarei diventato padrone di un urbanistica così lontana dalla rassicurante griglia di strade della città natale. Però il lavoro è lavoro, l’occasione professionalmente parlando era di quelle da non lasciarsi sfuggire e ne ero entusiasta, ma solo l’idea di circolare in auto per Milano mi atterriva. E allora? E allora facciamoci una bici espressamente votata alla città, senza concessioni alla bellezza, all’abbinamento di colori, ai componenti di pregio o d’epoca per essere alla moda o di tendenza. mi serviva uno strumento di mobilità: semplice, robusto, affidabile, che necessitasse di pochissima manutenzione e che fosse funzionale alle strade che avrei percorso.

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Venne in mio soccorso il buon Stefano aka tibet, il quale proprio in quel periodo aveva  una bici da vendere poichè per Novara di fatto gli bastava una sola bici e quella era un di più. Andai a vederla la sera stessa, fu un colpo di fulmine. Era una bici di un colore bellissimo, un blu elettrico che mi piaceva tantissimo, telaio in acciaio, fatto bene, di quello con i forcellini forgiati e non in lamiera, con le congiunzioni a modo e le geometrie da corsa e non da passeggio. Un manubrio stretto quanto le mie spalle per passare tra le auto ferme in fila ed ovviamente trasmissione a scatto fisso.

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Alloggiavo a Milano sud (Quinto Stampi) per chi conosce la zona, il mio percorso fino all’ufficio era molto breve, circa 3 km ma il solo fatto di andare a lavoro in bici già mi rendeva più sereno nell’affrontare la giornate e le molte nuove sfide che quel lavoro per me rappresentava. La bici era sempre lì, anche in casa, nel salotto completamente spoglio, era come una degli ospiti dell’appartamento. Il cuore della bici, la trasmissione, era davvero solida: una guarnitura stradale della Sugino, corona da 42, ed un mozzo Surly davvero granitico con il suo pignone dedicato da 16 denti, legati tra loro da una classica catena da BMX. Mi ci trovavo da dio, fluida, veloce, scattante ai semafori e facile da gestire anche negli spazi più stretti, era davvero cucita addosso a me.

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Solo grazie a quella bici iniziai timidamente ad esplorare Milano, a scoprire che non era solo la “città da bere” che avevo visto attraverso svariati tubi catodici, ma che aveva una storia e soprattutto aveva mille facce, mille anime, bastava solo cercare quella più affine al mio modo di essere per farne un bel posto dove stare; e, per fortuna e grazie a molti amici, così fu.

Fu un periodo molto intenso, scandivo il passare del tempo attaccando qua e là sul telaio adesivi nuovi, ogni volta che conoscevo realtà nuove e nuove crew. La maggior parte di quelle persone sono state responsabili della mia crescita non solo come ciclista urbano, ma come persona e questa è stata davvero una grande occasione per ampliare gli orizzonti su quanto la bici possa sia essere uno strumento di mobilità straordinario, sia come attraverso questa passione si possano creare amicizie e progetti di lunga e lunghissima durata, dando vita a qualcosa di sempre nuovo ed importante.

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La bici nel tempo subì qualche modifica, qualcuna volontaria e qualcuna forzata dagli eventi (diciamo così…). A causa di un incontro troppo ravvicinato con un portone la forcella blu salutò con onore ed al posto il mio amico e collezionista sopraffino Pietro mi diede una nuova forcella, molto più aggressiva della sua originale e cromata, la bici divento ultra reattiva ed ancora più divertente da guidare (se con l’overlap non ci sai convivere….) e spuntò anche un frenino anteriore, soprattutto per il fatto che dopo un paio d’ore in città gambe e testa per forza di cose calano ed è lì che diventa utile, ma soprattutto comodo, avere una levetta che faccia lei il lavoro sporco al posto dei quadricipiti.

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308Arrivò anche il momento di legarmi al progetto dell’officina Mquadro che iniziava a sfornare dei piccoli capolavori di meccanica. Prima fo la volta della corona (da 43 denti) e poi fu la (s)volta del pignone ISO a 6 fori, abbinato ad una granitica ruota ricavata direttamente da una anteriore di una mtb 29” da freeride con l’indistruttibile mozzo M525 ed il pignone (da 17 denti) imbullonato al supporto del disco, soluzione questa che per me è diventata definitiva. Oggi dopo più di 3600km con quella ruota e due inverni passati nel traffico quella ruota è ancora con me e non mostra minimamente i segni del tempo, ne sono davvero soddisfatto e la consiglio a chiunque abbia in mente di allestire una bici fissa da città (e non solo…). Abbinata alla ruota non potevo che montare un copertoncino over size che mi desse garanzia di comodità su tutte le superfici, buche e pavè compresi, che fosse antiforatura e che garantisse una lunga durata: il che restringe il campo ad un unica scelta, il Vittoria randonneur da 35mm, lo so forse eccessivo, ma parliamone la prossima volta che facciamo a tutta via Torino a Milano oppure via Po a Torino…

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Antiestetico o no, anche il parafango posteriore è lì da qualche anno e fa sempre il suo lavoro quando c’è da salvarsi la schiena dall’acqua. In più è un nuovo posto dove metter qualche adesivo, cosa che non manco mai di fare!

gatorskinSulla ruota anteriore, una semplice basso profilo della gloriosa Nisi con mozzo Miche a 36 fori, ho da poco (400km) montato una ottima gomma che anche lei dà eccellenti garanzie di antiforatura con una buona tenuta anche in caso di bagnato: la gatorskin di Continental da 25mm e al momento devo dire che mi trovo molto molto bene nell’uso quotidiano!

Finisco parlando un po’ dei pedali. Ho passato anni, come molti, con i classici pedali a gabbietta i quali sono indispensabili se si vuole usare in pieno quello che lo scatto fisso permette di fare, ovvero gestire “in automatico” e con le gambe tutte le continue variazioni di velocità che lo star nel traffico comporta. Poi un giorno in vista di un’alleycat importante, provai a fare l’esperimento e montare dei pedali a sgancio rapido da mtb. Fu la svolta: il pavè lo potevo affrontare al doppio della velocità solita di crociera, una sicurezza ottima nel pedalare anche in città, molto più rapido l’agganciare che inforcare la gabbietta nelle ripartenze, mi stancavo anche meno dato che il piede stava lì fermo nella corretta posizione dettata dal sistema vincolato pedale-tacchette-scarpa. Chiaramente l’unico limite era avere la scarpa dedicata, ma fu subito un limite molto superabile, anzi mi diede lo spunto per fare anche qualche analisi e dare qualche buon consiglio ai novizi.

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Ora son da diversi anni tornato a Torino, non vivo vicino all’ufficio ma a circa 34km. Nonostante questo per me ora la città, qualunque essa sia, va vissuta in bici. Prima di tutto per praticità e convenienza, poi perchè pedalare in città è bello e personalmente mi mette sempre di buon umore. Uso la macchina solo fino al limitare della zona urbana e gli ultimi 5-6km li percorro in bici praticamente tutti i giorni, tutte le stagioni. Complessivamente con questa bici ho percorso 7800km. Il bello è anche osservare quei piccoli mutamenti attorno a noi che sfuggono a chi se ne sta chiuso nell’abitacolo a clima controllato e musica in surround.

Nel tempo vedo sempre più persone in giro in bici in città, non sportivi, ma semplici cittadini che hanno provato e capito che usare la bici conviene sotto mille aspetti. Poi il bello è che a volte ci si saluta, mentre i pedoni si ignorano e gli automobilisti si insultano anche solo lo scambio di uno sguardo di approvazione tra chi è in sella mi dona nuova linfa per continuare in quello che ormai è uno stile di vita oltre che una passione. Provate anche voi, almeno una volta.

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Progetto tessuTO

riky76:

una bella iniziativa per una #Torino ciclabile, a misura d’uomo, e che accolga in maniera sostenibile il turismo!

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Abbiamo realizzato una mappa con percorsi ciclabili e pedonali attraverso il “tessuTO” della Circoscrizione 8 di Torino, alla scoperta di architetture e curiosita’ presenti nei quartieri: San Salvario, Borgo Po e Cavoretto. Un excursus alla ricerca di cio’ che e’ famoso e di cio’ che non lo e’, per i turisti ma anche per chi vi risiede, per sapere dove viviamo e la storia che ci circonda. Perche’ Torino e’ il Museo Egizio e la Mole Antonelliana ma non solo….

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Tutto il lavoro di censimento delle architetture, e’ raccolto in un libro di cui si allegano alcuni stralci. Il progetto tessuTO e’ stato possibile grazie alla fiducia e al contributo della Circoscrizione otto e della citta’ di Torino… grazie!

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THIS PROJECT WAS THOUGHT TO GIVE JOY….

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perchè un #blog non bastava, nuova avventura per @endusport – mySDAM #ciclismi

Già, come si dice l’appetito vien mangiando e dalle chiacchierate fatte con nuovi amici in quello splendido weekend sulle strade bianche è nata l’opportunità di scrivere anche per il nuovo portale ENDU, ovvero la declinazione in parole di tutto quanto la macchina organizzativa di SDAM ha fatto per lo sport amatoriale in questi anni.

Per me un onore essere tra i primi contributor al progetto ma anche tanto entusiasmo di raccontare un po’ del mondo del ciclismo amatoriale, fatto non solo di granfondo ma soprattutto di esperienze ed amicizie, questo di seguito il mio primo articolo ma ne seguiranno molti a cadenza costante, a presto!

IL CICLISMO CAMBIA SPESSO, PER NON CAMBIARE MAI

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Verso la bici totale, prova sulla lunga distanza della Trek Domane 6.2 disc

Scrivo un po’ in ritardo come sempre, ma anche per lasciare da parte il lato emotivo “a caldo” e raccontarvi di come mi sono trovato in un mese di giri, corse e gare con questa bici così distante da quelle in mio possesso. Questa Domane mi ha incuriosito e sorpreso ed ora vi racconto perchè.

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Della mia avventura di Trek ambassador già sapevate, qui sul blog ne ho scritto dell’inizio e del meraviglioso epilogo in terra senese, ora però visto che me lo hanno chiesto in tanti vi racconto come va, dato che la risposta non può esaurirsi in un  “bene” o “male” ma ho trovato in questa bici un sacco di sfaccettature che mi hanno sorpreso ed incuriosito, quindi mi son preso il mio tempo per valutare la sua resa in una serie di situazioni.

Questa Domane in un certo senso è tutto quanto non ho mai cercato in una bici da corsa, mi spiego. Non sono un fan del carbonio, pur riconoscendone le enormi doti e potenzialità, non sono un fan dei freni a disco (ok, in mtb indispensabili) men che meno ho mai caldeggiato per questi in una bici da strada anche se mi reno conto che la via sarà quella, come da recenti notizie. Non ho mai amato i passaggi dei cavi interni, dato che la manutenzione è più difficoltosa ed in caso di emergenza intervenire è pressochè impossibile con pochi utensili. In più si sa che non sono mai stato un fan di shimano ed ho sempre pensato che 10 pignoni alla ruota posteriore sono più che sufficienti. Però è anche vero che la curiosità in campo bici è sempre desta e l’occasione fin troppo allettante per sperimentare qualcosa di nuovo per me.

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Il primo approccio è stato abbastanza interessante. Montato i miei pedali e fatte le regolazioni di base, parto per un primo piccolo giro sulle strade intorno a casa. Mi accorgo subito che la posizione in sella è molto diversa da quella sulla mia bici da corsa, mi ricorda però la posizione che ho sulla bici da ciclocross, benchè la sella risulti ben più arretrata rispetto al movimento centrale se rapportata alla Zino. Qui c’è la prima dichiarazione di intenti di Trek: questa bici è nata e pensata per le lunghe percorrenze: posizione molto confortevole, sterzo alto (anche togliendo tutti gli spessori, sia chiaro) e sensazioni di grande assorbimento delle asperità dell’asfalto, forse complici anche le gomme da 25mm, dovute soprattutto alle geometrie ed alla composizione e giunzione dei tubi del telaio (su questo aspetto ci tornerò dopo).

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A riprova di quanto sopra, la sera prendo le misure alla bici e sorpresa! In pratica ha le stesse geometrie e passo della mia bici da ciclocross, di pari tagli chiaramente! Paragonata con la bici da strada (ok, molto aggressiva) siamo a 6cm in più sulla misura del passo, il che dice già moltissimo. Non è pronta e reattiva nei cambi di direzione come la mia bdc, non dà la stessa “zampata” appena salto sui pedali, ma per contro è molto stabile in curva anche grazie allo sterzo conico. Già che ero lì a prendere un po’ di misure, faccio una valutazione e provo a mettere le gomme da ciclocross, tassellate da 30mm di larghezza: ci stanno!

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Il passo da lì a provare la bici in un contesto sulla carta “sbagliato” il passo e brevissimo. Non resta che montare i pedali da mtb e vedere l’effetto che fa… Ho ancora a disposizione il campo di cx dove si sono svolte un po’ di gare e garette invernali in quel di Moncalieri. L’occasione è ghiotta ed il terreno ancora nelle classiche condizioni di gara vera: fangoso e con mille solchi tracciati dai passaggi dei corridori, perfetto. Qui la prima sorpresa, il comportamento in un contesto pienamente ciclocrossistico è perfetto! la bici è stabilissima e sicura, va condotta un po’ di forza ma obbedisce agli ordini in modo impeccabile, l’anteriore in special modo! (perchè qualcuno disse che le due ruote prima di tutto si guidano con l’anteriore…).

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I limiti della bici nel ciclocross sono essenzialmente tre:

  • il rilancio non è così repentino secco come sulla mia Zino, ma per contro c’è una stabilità ed un assorbimento delle asperità del terreno eccellenti
  • le tolleranze per il fango sono piuttosto risicate ed in condizioni di fango pesante arrivano al limite. Per contro la presenza dei dischi fa sì che non si creino grossi accumuli di fango sulla bici.
  • é quasi impossibile mettersi la bici in spalla per correre, data la geometria marcatamente sloping del telaio ed anche la classica corsa con la bici “a valigia” è ben poco agevole.

Tolti questi tre punti, la bici se la cava sorprendentemente bene in una disciplina comunque molto selettiva, quindi sicuramente un grosso punto a suo favore, ed a fine gara, grazie ai cavi integrati si pulisce molto in fretta e facilmente!

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Nei pressi del campo di cx c’è anche la strada sterrata che costeggia l’argine del Po. Altra occasione che non mi lascio sfuggire è il provarla su una strada bianca non molto ben tenuta, in quello che potrei definire condizione da “gravel race”. Ecco qui siamo proprio all’eccellenza! Stabile, velocissima e governabile, devo di tanto in tanto controllare che sotto le ruote ci sia il McAdam bianco e non l’asfalto tanto si dimostra perfetta nel digerire lo sconnesso, anche viaggiando intorno ai 40 chilometri orari. Ora capisco perchè questa bici sia stata progettata per correre nelle classiche del nord dove il pavè in certi casi è ancora più selettivo di una strada bianca.

nodo_sella_domaneLa sera, dal mio meccanico, verificherò poi che il particolare nodo sella denominato IsoSpeed non è solo una trovata di marketing ma ha davvero una enorme capacità flettente e di conseguenza “taglia” tutte le vibrazioni che la strada trasmette, dando una grande sicurezza di pedalata in tutte le possibili occasioni, davvero un applauso agli ingegneri di Trek per questa soluzione! Tutto questo è stato poi determinante per la mia granfondo conclusiva con questa bici, su quelle stradebianche che ho imparato a conoscere e ad amare grazie all’Eroica mi sono trovato a mio agio come pochi tra i corridori quel giorno, avevo una padronanza ed una sicurezza sugli sterrati, discese comprese, che mi hanno fatto divertire più che su asfalto!

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In quello che  invece è il suo habitat comunque la Domane 6.2 non lascia delusi. Nel mio giro più lungo di quasi 6 ore sono arrivato senza alcun tipo di indolenzimento, a dimostrazione che davvero chi cerca un mezzo da randoneè o quasi non resterà deluso.

parafanghiLa possibilità di montare i parafanghi con gli attacchi a scomparsa sul telaio è la riprova che questa è una bici da usare per migliaia di chilometri senza timore, in qualunque condizione. Magari non sarà quella che ci fa guadagnare secondi in salita o nelle volate, ma ritengo che sia un ottimo strumento per godersi appieno il ciclismo sportivo amatoriale e che se si è in dubbio nella scelta di una bici da utilizzare tutto l’anno questa è da porre ai primissimi posti grazie alla sua enorme versatilità in tutte le condizioni, sia climatiche che di strada, peccato non aver avuto modi di provarla in una gravel, sarebbe stata una compagna perfetta.

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Altro ambiente dove mi sono travato molto bene è la città. Nei tratti cittadini riesce a divincolarsi molto bene nel traffico, la posizione rialzata dello sterzo qui è un grande vantaggio per la visuale e la capacità di assorbire il pavè chiaramente è ottima, compreso il pavè milanese che è davvero tra i più ostici che abbia mai provato fino ad oggi: promossa a pieni voti!

Concludo con un paio di note sull’allestimento dei reparti trasmissione e freno.

Trasmissione. Sinceramente ero alla mia prima esperienza con shimano ed ero anche un po’ dubbioso se mi sarei abituato o meno all’assenza del classico “tastino da pollice” tipico di campagnolo. Devo dire che l’ultegra ad 11 rapporti si è rivelato molto buono, addirittura direi eccellente nella resa del cambio posteriore: sempre pronto, precisissimo e silenzioso, fa il suo lavoro senza mai un impuntamento.

104Devo dire però che mi è mancata la possibilità di cambiata multipla di campagnolo, soprattutto in discesa di rapporto dopo un classico scollinamento la possibilità di innestare subito un rapporto da discesa a me garba molto. Mi sono trovato meno bene con il deragliatore anteriore, più pesante da azionare, un po’ meno preciso e difficoltosa la gestione delle microregolazioni quando si hanno rapporti molto incrociati, anche in questo caso tutti gli aggiustamenti che posso fare con il campagnolo qui non li ho trovati così precisi e gestibili.

Freni. Qui vado a rispondere alle numerose domande fatte da amici e conoscenti in merito proprio a “come va una bici da corsa con i freni a disco?”. La risposta non è immediata e nemmeno univoca, provo a spiegare.

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Per assurdo la condizione che meno mi ha dato confidenza è dove sulla carta il disco si dovrebbe rivelare vincente, ovvero in caso di pioggia ed asfalto umido. In questa condizione, l’ottimo impianto frenante (dischi da 160mm ed azionamento idraulico) è assolutamente sì impeccabile nel funzionamento senza risentire del bagnato, ma proprio per questo l’enorme riserva di potenza, specie al posteriore si rivela un’arma a doppio taglio. Infatti il limite sulla frenata non si ritrova nel sistema frenante stesso, di per se sempre potente e modulabile, ma nella possibilità di scaricare a terra l’azione frenante attraverso l’esigua superficie di contatto dello pneumatico di per se già di sezione 25mm come lo standard attuale e non più nella classica misura da 23. Questo mi ha dato una non piacevole sensazione di difficoltà di controllo e quindi basso margine di manovra per gestire la frenata al posteriore in condizioni di asfalto bagnato.

Altro aspetto è che, nonostante i generosissimi e rigidi perni passanti su entrambi i mozzi, in luogo dei tradizionali sganci rapidi, in fase di rilancio secco si avverte sempre il disco che sfrega sulla pinza. Credo che in termini numerici la resistenza offerta sia di fatto uno “zerovirgola qualcosa”, ma la sensazione rimane, il tutto unito ad una scorrevolezza generale dei mozzi non certo da primato se raffrontato ad una coppia di ruote da strada classiche, benchè sia consapevole che anche la scorrevolezza in termini reali sia poco influente rispetto a parametri come peso ed aerodinamica, ma tant’è.

A riprova di questo vedo altre marche che si stanno orientando, per le bici da strada con i dischi, a soluzioni più ottimizzate come rotori da 140mm (a mio avviso anche 120 sarebbe sufficiente) e micro pinze dedicate espressamente alle bdc. Inoltre, si trovano già sul mercato gommature da corsa di qualità da 28mm di larghezza proprio per assecondare meglio la grande risposta che un sistema frenante a disco imprime alla bici in fase di rallentamento, questo forse avrebbe ridimensionato il mio giudizio sopra espresso.

Un’altra cosa che ho riscontrato in discese tecniche è invece il comportamento asimmetrico in frenate decise, mi spiego. Arrivando a forte velocità in prossimità di un tornante (asfalto asciutto) e dando una classica staccata decisa, con molta parte di frenata gestita all’anteriore capita di sentire la bici “tirare” dalla parte del disco, in questo caso a sinistra. E’ una sensazione che si ha anche nelle moto, dove di fatto nella fascia sportiva si è ovviato con l’inserimento di due dischi anteriori che annullano tale effetto. In questo caso invece la condizione è chiaramente amplificata dall’assenza di sospensioni e quindi tutto viene direttamente trasmesso al telaio. Ci si fa l’abitudine, compensando anche l’ingresso in curva un po’ legnoso con maggiore decisione nel portare giù la bici in piega, in questo caso la stabilità delle geometrie bilancia molto bene l’effetto e ne risulta una buona efficacia, ammetto però che su di una bici da corsa tradizionale mi sento molto più a mio agio nelle discese.

Tutto quanto sopra scritto viene capovolto quando siamo su sterrato: in questo caso la frenata è perfetta e dona ancora più sicurezza e voglia di “spingere forte”. Addirittura nel campo da ciclocross era sufficiente sfiorare le leve per governare al meglio la bici nel tracciato tortuoso il che si è rivelato davvero una bella sorpresa.

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In conclusione: “ma tu te la compreresti?”. Domanda complessa, ma vi rispondo così: se dovessi essere nella condizione di avere una ed una sola bici invece di tutto il mio “parco macchine a pedali” allora sì, una bici come questa sarebbe perfetta tutto l’anno per tutto quello che amo fare in sella, dall’andare al lavoro ai passi alpini, passando per le gravel e con qualche puntatina nel ciclocross. Ovviamente avendo spazio e malattia del ciclismo galoppante devo ammettere che avere una bici curata per ogni singola disciplina mi trovo più a mio agio a cambiare per avere sempre quella più calzante alla situazione del giorno, ma non nego che ancora oggi, a distanza di due mesi, ricordo con piacere i quasi 500km passati in sua compagnia.

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11 Aprile ’15 – LodiLeccoLodi GraveRace

riky76:

Il bellissimo report di Max alla gravel che ci è entrata le cuore, da lui definita giustamente “il paradiso del nord” vacendo il verso alla roubaix. Buona lettura!

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???????????????????????????????Qui non si scherza più, 150 chilometri di sterrato e 15 chilometri di asfalto sono il biglietto da visita della LodiLeccoLodi, una Gravel Race che gli amici americani si sognano, una gara per le ruote artigliate destinata, sin dalla sua nascita due anni fa, a diventare l’Evento del calendario Italiano Gravel.
L’intuizione di Damiano, organizzatore e Patron della “LLL”, ha creato qualcosa che più semplice non poteva essere, essenziale ma nel contempo geniale, spettacolare e selettiva, dura pur non avendo un metro di salita, solo pura e semplice ghiaia, pura e semplice libidine!
Gli inventori delle Gravel, al solito gli Americani, avranno pure a diposizione le immense distese del Mid-West degli Stati Uniti, ma noi qui abbiamo l’Italia, questo basta e avanza per dire ai fratelli d’oltre oceano: – come out to play with us!

Entrando nel dettaglio del percorso, la LLL si sviluppa al fianco dell’Adda, da Lodi direzione…

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La #gravel race più bella e faticosa dell’anno rinnova la sua magia: #LodiLeccoLodi 2015

Anche se è un po’ una frase fatta, sono convinto che questa gara, nonostante sia solo alla terza edizione, si possa ormai annoverare tra le grandi classiche del panorama ciclistico-alternativo italiano e direi quasi europeo.

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La giornata promette subito bene, ho avuto modo di dormire a casa di Andrea a Milano e partiamo alla volta di Lodi tutto sommato riposati e con una bella provvista di barrette e zuccheri per la giornata che si prevede intensa sia dal punto di vista fisico che mentale.

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Andremo infatti ad affrontare 163km di strada quasi tutta sterrata, a partire da Lodi, risalendo le alzaie dell’Adda e su fino a Lecco per fare il giro del lago di Garlate e poi giù in picchiata di nuovo fino a Lodi, con l’ultimo tratto che costeggia il canale Muzza.

Lo scorso anno mi ha conquistato questo percorso e lo spirito con cui 40 ciclisti ognuno a suo modo hanno interpretato la gara. Andrea è alla sua prima esperienza in una gravel ed è super entusiasta gambe comprese che vengono da un’esaltante avventura per l’intero percorso del giro delle Fiandre,  quindi sarà un osso duro per tutti quelli che hanno ambizione a “fare la corsa”.

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Al ritrovo noto subito tante facce amiche alcune delle quali non vedo proprio dalla scorsa edizione… ma soprattutto siamo tanti, tantissimi di più! L’organizzatore mi confermerà poi addirittura di 115 partecipanti che è davvero tantissimo e segnalano la vera esplosione sia di questa gara sia del fenomeno “gravel race” in generale in quanto capace di avvicinare tanti appassionati dato che il tipo di bici quasi non conta. Questo è anche uno degli aspetti unici della gravel: alla partenza c’è di tutto, la maggioranza sono bici da ciclocross con i rapporti, ma è un fiorire di singlespeed, mtb sia da 29” che a 26”, bici da viaggio, vecchie bici da corsa con gommature generose e addirittura anche una bici da pista a scattofisso che si rivelerà una delle sorprese della giornata.

Partiamo abbastanza puntuali ed i primi chilometri sono piacevoli e sereni: siamo all’inizio di una avventura e si respira nell’aria la voglia di stare bene e di divertirsi pedalando. Dopo pochi chilometri già il paesaggio è del tutto agreste, con il fiume placido alla nostra sinistra e gradualmente ma inesorabilmente il gruppo che inizia ad allungarsi in fila indiana, sia per percorrere al meglio la stradina sterrata, sia per il fatto che l’andatura si sta alzando decisamente in anticipo rispetto allo scorso anno. Ma ogni gara è una storia scritta in un differente capitolo dello stesso libro del ciclismo  e quindi inutile lamentarsi o recriminare, testa bassa e anche io mi dirigo quanto più possibile verso la testa del gruppo.

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Ritmo alto, ma sostenibile e sento sassi e polvere della strada scorrere via veloci sotto le mi e ruote: una bella sensazione, come se risalissimo l’acqua del fiume al nostro fianco invece di spingere sui pedali delle nostre bici. Al momento tutto mi pare leggero, l’attenzione la riservo tutta per guidare al meglio, le gambe invece fanno il loro lavoro come se avessi inserito il pilota automatico.

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Cambia il paesaggio. Dopo la classica incursione all’interno della stazione di Cassano d’Adda, dove mi resterà impressa la sinfonia di ticchettii delle scarpe da ciclismo all’interno del sottopasso sotto gli sguardi stupidi dei passanti, siamo ora nella gola del fiume. Questa è la parte più emozionante del percorso, tra chiuse leonardesche e centrali idroelettriche dei primi del ‘900 attraversiamo paesaggi incantevoli, incorniciati anche da ponti in ferro dell’epoca d’oro delle costruzioni, che ci sovrastano con la loro maestosità, come archi di passaggio verso terre da esplorare.

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I chilometri passano veloci, tutti riusciamo comunque ad alimentarci bene e a incamerare la nostra benzina a forma di zuccheri. Facciamo una prima sosta per riempir le borracce e svuotare le vesciche.  Un altro aspetto insuperabile delle “nostre” garette è che in questi frangenti a nessuno passa nemmeno per la testa di provare a scattare o allungare su chi si è fermato, non avrebbe senso, non sarebbe etico e rispettoso del ciclismo stesso e questo nobilita ancora di più quello che siamo qui oggi a fare con spirito cavalleresco e di amicizia, dove competizione non fa rima con sopraffazione.

Mi balza in mente un pensiero: “cavoli, ma siamo già al giro di boa?!”. In effetti l’andata è volata via ed il ritorno promette emozioni ancora maggiori dato che tecnicamente saremo in leggera discesa e sicuramente qualcuno si inventerà qualcosa per animare la gara. Siamo ora un plotoncino di 11 corridori, piuttosto omogenei e conosco praticamente tutti. Mi sento al sicuro in un certo senso.

Arriviamo a superare il centesimo chilometro. Già di per se questa distanza è un simbolo: fare centomila metri tutti in fila in sella non è cosa banale, su queste strade ed a questa andatura ancora meno. Ma ora mente e corpo sono settati (lo so che è una brutta parola, perdonatemela) sulle 100 … miglia… quindi gioco un po’ di rimessa, cerco di stare il più possibile a ruota ed a tratti di godermi anche un po’ la pedalata che rimane bella da togliere il fiato.

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Nemmeno il tempo di elaborare tutto questo che accade l’episodio clou della giornata. Con una eleganza che da sempre gli appartiene il buon Jacopo del team Legor si alza sui pedali ed esce a palla di cannone dal gruppo. Primo pensiero (di molti, me compreso): “dai, è uno scherzo, ora si volta e vede se ridiamo o meno e poi si prosegue così, insieme”. Nient’affatto. Questa è una di quelle azioni che farebbe saltare sui divani gli appassionati se fosse una gara pro tour. La testa, le gambe e la follia di provare una fuga a sessanta chilometri dal traguardo e un qualcosa che letteralmente annichilisce il nostro gruppo. Dopo qualche istante di esitazione che a me pare eterno vedo Andrea lanciarsi all’inseguimento, con lo stile che gli è proprio: niente scatto secco ma una progressione micidiale da seduto in sella, in un attimo prende distanza dal gruppo e via via accelera ancora fino a candidarsi come primo inseguitore. A questo punto, con un abile ma leale gioco di squadra,  Marcello (il Lolly) si mette davanti ai restanti e fa ragionevolmente calare l’andatura, permettendo la creazione di un buon margine di terreno per i primi due. Ci guardiamo tra noi: dobbiam decidere il da farsi. Siamo in bilico tra il restare passivi o rischiare lanciandoci all’inseguimento; potrebbe andare bene come male, stiamo tirando i dadi della corsa. Ci pensa proprio il buon Marcello a scacciare i pensieri per passare all’azione. Parte anche lui, pedalata fluida e potente. La mia posizione è congeniale, non dò retta alla mia parte razionale e mi lancio al suo inseguimento tentando il tutto per tutto. Non mi volto, spremo le mie energie per portarmi il più possibile alla sua ruota. Ma Marcello è più forte, porta la sua bici (una slpendida Legor, che di fatto vuol dire lepre…) ad accarezzare leggera e veloce quelle che dovrebbero essere stradine fatte per passeggiarci. Rimane avanti a me di qualcosa come trenta metri, ma pian piano questo gap aumenta, mentre diminuisce il suo su Andrea e Jacopo.

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Sono rimasto da solo. Anzi no. Arriva a darmi manforte, reale e psicologica, un ragazzo che per ora non conosco, su di una Cinelli Zydeco che sembra avere una condizione ed una lucidità migliore della mia al momento. Basta un’occhiata per capire che collaboreremo, ognuno per la sua parte. Ora l’obiettivo è provare a rientrare sui primi tre. Ce la metto tutta, ma dopo interminabili minuti a tutto gas le mie gambe gridano alla parte irrazionale del mio cervello di darmi una calmata, ora! Il classico “shut up legs!” mi funziona non troppo bene e devo per forza calare il ritmo. Mi si para di fronte il monolite dei –50km all’arrivo, sono tantissimi cinquanta chilometri, ora si deve giocoforza passare al piano B: arrivare interi al traguardo. Mentre ragioniamo di questo sbuca come dal nulla il mio amico Paolo, il più pazzo dell’intero parco ciclistico di oggi. Lui oggi corre con la stessa bici che usa quando ci sfidiamo nelle criterium a scatto fisso: ha una bici da pista, scatto fisso, freno anteriore e gomme da 28mm stradali. Un pazzo, attitudine fantastica con un unico credo: “l’importante è pedalare forte!”.

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Ora che siamo un trio mi sento molto meglio, ho la sensazione che tutto filerà liscio ed arriveremo a Lodi nel migliore dei modi. Nonostante i nostri GPS facciano un lavoro egregio e determinante, ogni tanto incappiamo in qualche piccolo errore di percorso, ma ci aspettiamo, collaboriamo, ormai più con le parole che con le scie dato che l’andatura è sensibilmente calata. Ma la mente sta meglio del corpo è questa è da annoverare comunque tra le notizie positive.

L’ultima crisi mi colpisce duro ai meno venti dalla fine, dove lo sterrato è il più difficile, molto sassoso, pieno di buche e non concede nemmeno una tregua per poter bere dalla borraccia. Passo il mio momento peggiore, ogni minima variazione del ritmo dei miei due compagni mi fa sentire al limite come un elastico teso, pronto a saltare da un momento all’altro. L’unica cosa da fare è stringere i denti e far comandare la testa, in qualche modo il resto mi ubbidirà.

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Cerco di concentrarmi sulla bellezza del canale Muzza e non pensare a quanto mi senta allo stremo delle forze. Finalmente l’agonia finisce ed arriviamo al tratto in asfalto che attraversa Paullo, quell’asfalto mi pare liscio come il velluto e mi godo il riposo di braccia e mani, nel frattempo Paolo con la sua fissa balza avanti a tirare con la sicurezza del suo navigatore che ci traccia la rotta, mi riprendo un po’. La ripresa definitiva accade quando leggo 9.5km all’arrivo: vedere quel numero ad una sola cifra ha un effetto migliore dell’ultimo gel di zuccheri che ho appena trangugiato. Riprendo coraggio e fiducia nelle mie possibilità, le gambe sembrano aver captato  i miei pensieri e oso anche fare l’andatura per qualche tratto. A Casolta abbandoniamo definitivamente la vicinanza delle vie d’acqua che ci hanno tenuto compagnia per l’intera giornata, entriamo nell’ultimo tratto che è un divertente singletrack tutto da guidare in presa alta che sembra quasi di essere in sella ad una mtb.

Lodi2015

E’ fatta, ci guardiamo negli occhi in tre e conveniamo che non abbia senso fare la volata per il quarto posto, sapremo poi che anche i primi tre non hanno sprintato e va più che bene così. Il valore di ciascuno dei corridori nelle nostre gare si misura per tutto l’arco della corsa e non in base ad un elenco stampato su di un foglio A4, probabilmente una delle magie della Lodi Lecco Lodi è anche questa, applaudire tutti quelli che tornano sorridenti alla cascina dove erano partiti al mattino per questa splendida avventura. Al prossimo anno!

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