Vi racconto delle mie bici – puntata 6 di 7: c’era bisogno di un’altra cx? sì! Storm cx singlespeed

E’ ormai una storia che è lunga un anno. Un anno intero dall’idea iniziale, nata quasi per caso, ad oggi dove ho tra le mani (che scriver tra le gambe fa brutto) il frutto di lavoro, idee e soprattutto grande passione per far le cose fatte bene.

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Era una fredda e umidissima serata torinese quando quasi per gioco venne organizzata una di quelle garette matte in ciclocross sfruttando i mille angoli verdi che la città offre. Nulla di ufficiale, nulla di autorizzato, costo di iscrizione irrisorio, avversari che si chiamano amici, nessuno con una bici simile alle altre (dalle fisse senza freni alle fat bike in un unica gara…) e tanta voglia di divertirsi. Fatto sta che la gamba girava bene e la stagione ufficiale ciclocross mi aveva già strigliato a modo. Quella gara me la giocai sul filo con Andrea, vincendola di poco (lui però era in single speed io invece avevo il rocchetto da 10 al posteriore…)

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013Il premio per il vincitore era un buono sconto per una verniciatura custom su di un telaio da parte di Krokodil customs aka l’amico Dennis.

 

 

 

 

 

 

Proprio nel post gara parlando con Filippo (benchè tutti, credo anche i genitori, lo chiamino Choppah), appena imbarcatosi nel bellissimo ed ambizioso progetto di fondare un marchio ciclistico: STØRM Cycles. Per restare affini allo spirito del nuovo brand, salta fuori l’idea che sarebbe bello affiancare alla mia inseparabile Zino un’altra bici da ciclocross ma che parta da basi antitetiche per arrivare ad una soluzione simile. Ovvero la possibilità di realizzare un telaio da ciclocross single speed, in alluminio e con i freni a disco in totale contrapposizione alla Zino che è in classico acciaio, con marce e freni classici a cantilever.

La cosa dopo un paio di ipotesi inizia a prendere forma ed avuto la certezza che il telaio si farà inizio a dar sfogo al mio hobby preferito (no il ciclismo non è annoverabile tra i passatempi, trattasi di ossessione) ovvero la ricerca di componenti di pregio a poco prezzo sia sul web che presso amici e conoscenti.

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E così arrivano in garage delle ruote che stavano su di un CAADX Cannondale, un set Thomson (il reggisella per me rimane il migliore di tutti i tempi), una sella splendida della Prologo, un manubrio 3T in carbonio (asta ebay fortunosa), le pinze freno meccaniche che avevo dismesso dalla mtb quando ero passato agli idraulici (in mtb essenziali, in cx i meccanici vanno più che bene), la guarnitura Rotor (perchè alla fine siamo tutti dei vanitosi), ed un ingegnoso pignone singlespeed da 21 denti di brevetto Dodici cicli Milano.

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Il progetto grafico è a mia totale libertà, dato che Dennis ama le sfide. Allora libero la fantasia e mi faccio guidare dalle mani di Silvia Ileana Stella che ha fatto della ricerca dei colori il suo lavoro oltre che una delle sue passioni. Io metto le mie sensazioni e lei ne dà la forma… dai primi bozzetti al mock-up definitivo il passo è breve, con il botto finale di Dennis che dice. “è la cosa più complessa che abbia mai provato a fare, ma ci riuscirò!”.

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Nel frattempo il telaio ha preso forma ed è una piccola emozione averlo tra le mani: bello, solido e leggero come l’alluminio oversize sa essere. La primissima impressione è che sia devoto alla competizione pura e questa sensazione da ora in poi non andrà più via.

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La verniciatura ha preso un tempo commisurato alla sua complessità grafica, ma aspettare e desiderare ha comunque il suo lato positivo. La prima apparizione pubblica fu alla criterium di Ravenna dove già da solo, nudo in esposizione allo stand STØRM, riscosse un bel riscontro di gradimento. Non che cercassi approvazione a tutti i costi con qualcosa che stupisse, quel telaio in primis doveva piacere a me e rappresentare un mio lato della passione ciclistica, ma vedere quell’interesse da parte di ragazzi di fatto anche abbastanza lontani dal ciclocross nudo e crudo mi diede delle belle vibrazioni e la sensazione di essere sul sentiero giusto.

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Il montaggio fu piuttosto semplice e dopo con qualche accorgimento la bici era completa e nelle mie mani, prima sensazione: wow questa è una bici per correre “no-compromise”! Questa sensazione chiaramente non è più andata via, anzi con il passare del tempo si è perfezionata e mostrata in tutte le sue sfaccettature. Non è una bici da viaggio o da diporto, non è una bici da gravel (termine che inizia ad essere usato a sproposito…) è una bici per fare ciclocross ad un solo rapporto, nulla più ma di fatto è molto! L’avantreno è la cosa più sorprendente in assoluto: complice anche una prelibata forcella conica full carbon, il controllo è diretto ed immediato.

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La gestione dei cambi di direzione è fulminea tanto da ricordarmi le mie amate bici da pista e non per caso il marchio STØRM essenzialmente ha quel background.

3C6A8768Una delle cose che più sorprende è la possibilità di girarsi anche in spazi molto risicati che, di fatto, sono propri delle competizioni ciclocrossisitiche dove spesso i confini fettucciati sembrano messi ad arte per complicare la vita ai corridori o per farli smontar di sella e correre bici a spalla. Il rovescio della medaglia evidente è un certo nervosismo sulle asperità e un po’ di instabilità sui curvoni veloci, quest’ultimo aspetto però è stato mitigato al meglio dopo che ho messo il copertoncino (anzi open tubolar) Limus della Challenge Tires: davvero portentoso e performante non solo quando c’è fango ovunque ma anche quando la tenuta laterale sul veloce diventa essenziale.

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La frenata grazie ai dischi meccanici è ottima e quasi esuberante, la riserva di potenza è ben al di sopra delle necessità del ciclocross ma per contro lo sforzo alle leve è molto basso quindi si riesce a gestire tutta la fase di rallentamento con un solo dito per leva.

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030Per provare qualcosa di davvero folle ed insolito qualche settimana fa ho anche preso parte alla competizione più folle degli ultimi tempi, ovvero una gara di ciclocross ma riservata a bici con scatto fisso e nessun freno: ebbene grazie al geniale mozzo di Stefano aka mr. FixKin la mia solita ruota che uso sul vigorelli è diventata una “track cross wheel” ed il risultato è stato a dir poco sorprendente! grande tenuta e stabilità ed una prontezza di risposta fantastiche mi hanno entusiasmato per tutta la durata della corsa, ora però ne voglio ancora!

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020Infine un ringraziamento grande a Filippo che con tenacia e gran voglia di faticare, come ogni buon ciclista, sta mettendo anima e cuore in questo progetto e che ha voluto credere in me per avere un responso obiettivo su quello che sarà il modello cxss definitivo da porre sul mercato, in bocca al lupo Choppah!

 

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PS: le foto sono di quel matto di Emanuele Barbaro aka Sbà Sapu, grazie!!

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Il 2015 è andato, il prossimo sarà sicuramente diverso #blog

meglio o peggio non lo so, ma credo che qualcosa di diverso sia necessario, quindi un po’ di riposo e poi si riparte, in tutti i sensi!

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 16.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 6 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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bordo pista: Red Hook Milano 10.10.2015

come se lo avessi scritto io, ma meglio. Una lucida cronaca della Red Hook milanese fatta da chi è dentro dal primo giorno, anzi anche da prima.

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Red Hook Milano 10.10.2015

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faccio un salto a Richmond e torno: #Zwift il nuovo ciclo giochino @goZwift

 

Come sempre accade, una serie di coincidenze (o non coincidenze…) fa sempre in modo che ci si trovi in situazioni nuove, unite dalla curiosità e dal non aver timore di sembrar ridicoli agli occhi di molti.

E’ così che a seguito di un problema fisico piuttosto serio (sapete già tutti quale) mi trovo ad accantonare per un po’ le avventure ciclistiche, ma la voglia di pedalare resta e mi ritrovo per casa i miei amati rulli liberi a 3 cilindri. Guarda caso sono proprio in mansarda, dove ho anche il computer e guarda caso per il mio compleanno mi auto-regalo i sensori di velocità e cadenza da abbinare al mio Garmin 500… Da lì il passo è stato breve nell’imbattermi in Zwift grazie a qualche mio contatto di Strava e ad avere una curiosità matta nel provare a vedere quanto il tempo può passare più veloce rischiando quasi di divertisti sugli odiati rulli. Ma andiamo con ordine…

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Cos’è Zwift?

http://zwift.com/what-is-it/

è una piattaforma online di simulazione, multiplayer con una buona grafica e per i miei standard di ottimo livello.

 

cosa serve?

http://zwift.com/getting-started/

per noi umani che non abbiamo i rulli mega fighi wow wow (leggi smart trainer) e nemmeno (immagino) un misuratore di potenza serve questa roba qui:

– fascia cardio

– sensore cadenza

– sensore velocità

Tutto DEVE essere a standard ANT+ (che poi è anche il più diffuso)

– chiavetta USB ANT+ in pratica questa, ma su ebay si trova anche a meno:

https://buy.garmin.com/it-IT/IT/accessori/sensori-fitness/usb-ant-stick-/prod10997_010-01058-00.html

– un pc o mac connesso in rete e (ovviamente) vicino alla postazione dei rulli

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come ci si iscrive?

dal sito si scarica il programma e ci si registra, per poi entrare nel programma vero e proprio, una volta ottenuto lo user si entra, si sceglie il tipo di workout che si desidera, nel nostro caso direi che la classica rullata a sensazione da 45 o 60 minuti già è sufficiente.

Gli ambienti al momento sono alternati o Watopia (isola fittizia dalle perti delle filippine) o il tracciato degli ultimi mondiali a Richmond ma NON si possono scegliere, si viene catapultati dentro a seconda del giorno della settimana, lun-merc –> Richmond i restanti Watopia (il cui giro è più corto ma con più dislivello)

Costi: i primi 50km gratuiti (in pratica ci fate 3 sessioni) ma per gli utenti strava premium ci sono ulteriori 2 mesi gratis senza limite di km, a seguire 10€/mese.

 

Qui per chi è pratico con l’inglese la guida non ufficiale ma piuttosto completa ed aggiornata

http://www.titaniumgeek.com/cycling/zwift-user-manual-unofficial-running-updates/

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Come ci si trova a pedalare lì dentro?

beh, per come sono fatto io è piuttosto divertente.  Il sistema prendendo come input i dati di cardio e cadenza (credo anche velocità ma non ne ho la certezza) calcola una stima della potenza sviluppata e a seconda di quella vi proietta con una velocità virtuale dentro il percorso anche a seconda di salita/pianura/discesa. C’è anche un minimo di buona simulazione dell’effetto scia, ovvero se vi mettete al culo di uno a parità di watt stimati andate più veloce, se vi staccate vi fa rallentare un minimo. Io devo dire che mi ci diverto a fare un po’ di variazioni di ritmo a seconda del percorso. Avendo sui rulli la bici da pista (tanto mica servono i freni sui rulli no?) gioco solamente sulla cadenza, ma avere di fronte ben visibili i dati cardio è un ottimo indicatore del livello di sforzo e dei successivo tempo di recupero.

Man mano che si accumulano km e dislivello si sbloccano un po’ di cosette per personalizzare bici e rider come ruote, telai e divise per distinguersi dai rookie, piccolezze ma carino.

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La fluidità di movimento e di grafica per me sono ottimi: contate che ho un mac mini del 2013 con processore i5 ed 8GB di RAM, non una workstation da giocatori ecco….

Potete anche scaricare una app gratuita per cellulari che però è molto base e non serve a tanto, ma potrebbe esser sviluppata in futuro, tenete conto che il programma è uscito dalla fare beta da solo pochi mesi e la crescita è abbastanza vertiginosa (ok che nel nostro emisfero è la stagione brutta…)

chiaramente a fine giro potete caricare direttamente su strava la sessione e/o salvare il file *.fit del training. Su strava, benchè sia un giro virtuale, ci sono le stesse cose di un giro classico quindi segmenti ecc ecc… solo la distanza non sarà quella fatta sui rulli perchè lui conta salite e discese

vi metto la mia ultima visita sia in zwift che la corrispondente reale sessione di rulli fatta con il 49-16

https://www.strava.com/activities/446763025

https://www.strava.com/activities/446763916

Ganza?

secondo me sì, non fosse altro per il fatto che un’ora sui rulli passa molto molto più in fretta del solito e contate che io al momento non ho alternative. Bene ci si vede a Richmond allora?

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E’ tornato il ciclocross #cx #lifedeathcyclocross

per una volta un pezzo non mio ma talmente affine sia a come interpreto questa disciplina sia alle emozioni che mi sa dare che non posso non apporla sul mio spazio web, anche a futura memoria di chi passerà di qui per caso a leggere. Il pezzo è di Marco Pastonesi della Gazzetta dello sport.

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E’ ciclismo a piedi, è podismo in bicicletta. Con il rugby condivide la sfida nel fango, con la pallanuoto la sopravvivenza nell’acqua. Delle campestri ha sposato i teatri, dello sci di fondo i palcoscenici. E’ – a suo modo – biathlon, duathlon, triathlon e perfino pentathlon, ma in un colpo solo, in una botta unica, in una prova secca, secca sempre ammesso che non piova. Ha qualcosa di primitivo, se non di primordiale, ha molto di faticoso, a volte si ha la sensazione che sia una disciplina così antica da apparire futuribile, una specialità così tradizionale da proiettarsi all’avanguardia.

E’ tornato il ciclocross. Quello che non conosce l’impraticabilità dei campi, ma di cui anzi si nutre, quello che possiede una sua geografia di parchi comunali e di scalinate ecclesiastiche, una sua storia di ferrovieri a pedali e di maestri a due ruote, una sua religione silenziosa e una sua filosofia assiderata, quello che sembra fatto in proprio, in casa, in famiglia, in parrocchia, in comunità, quello che dovunque è una festa sui prati, ma che in Belgio è sempre una festa nazionale, quello che è pane e salame e vin brulè, data la temperatura, immune all’effetto serra e al rischio abbronzatura.

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E’ tornato il ciclocross dove perfino un guerriero come Nibali e un colosso come Cancellara potrebbero passare per atleti da sala e salotto, perché qui i corridori pedalano a falcate, sgambando e spalleggiando, saltando e scorrendo, scalando e scendendo, infine sprintando. Schizzano, sprizzano, svirgolano e a volte scivolano, schiattano, sorvolano, s’inseguono, si spremono, si sfiniscono. Un’ora al massimo, una crono in linea e a circuito in cui si parte tutti insieme, appassionatamente e pericolosamente, con l’obiettivo di trovare quel giusto equilibrio fra leggerezza e forza, fra acrobazia e sicurezza, e poi tradurlo in una danza, che per tutti è rumba e per chi vince è – a dispetto dei luoghi e del meteo – mambo.

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I vecchi sostengono che quella del ciclocross sia la scuola dell’obbligo, perché qui s’impara a tenere duro, stringere i denti, non mollare mai, e sospirando aggiungono che ci sono troppi ragazzi che invece entrano all’università senza aver fatto neanche le elementari. Finché un giorno il ciclocross tornerà in voga e di moda, come lo scatto fisso, come le bici d’epoca, come le maglie di lana. Voglia di fango e pioggia, di rumba e mambo, di semplicità e allegria. Voglia di una festa sui prati.

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Lo scorso anno non scrissi nulla sulla mia #redhookcrit in BCN, ora però…

… è tempo di farlo, soprattutto perchè nonostante non compaia nemmeno lontanamente nelle classifiche questa volta non ho nulla da recriminare ed è stato un (lungo) weekend pieno di cose belle!

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Ma partiamo dall’inizio: trovo i voli aerei a pochissimo, vinco la mia annosa ritrosia nel dover poi smontare tutta la bici, impacchettarla e volare con essa (per la modica cifra addizionale di 90€, ‘tacci loro!), la mia amica Paola ha ancora a disposizione la stanza degli ospiti nella vicina (‘nzomma…) La Floresta…ed allora bando agli indugi, si va!

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Ero alla mia prima esperienza nel preparare una bici per un volo aereo ma devo dire che tutto è andato per il meglio, complici soprattutto le precise dritte di Paolo aka Bludado che ormai è un vero traveller, predispongo tutto a modo, imbarco il maxi scatolone, non senza una certa ansia, e via, si vola! Mi piace volare e anche questa volta, nonostante qualche scossone, tutto fila sereno e arrivo a Barcellona nel tempo che ci avrei impiegato a far una capatina sul mar Ligure. Proprio le vacanze liguri moltissimi anni fa mi fecero conoscere la mia amica Paola, persona di grande ospitalità che anche questo anno sacrifica la stanza dei giochi dei bambini per accomodare un materassino sul pavimento per i miei giorni spagnoli. Scoprirò a fine vacanza che quella soluzione per dormire mi ha anche fatto passare il mal di schiena… non male!

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La prima giornata (giovedì) è dedicata alla pista! Lo scorso anno non ne ebbi occasione, inoltre nell’inverno è stato completamente rifatto il legname del velodromo d’Horta che ospitò le olimpiadi del 1992. Complice anche il mio nuovo fiammante mozzo FixKin a due pignoni: l’idea è di andarci direttamente in bici testando subito le salite e discese della collina del parco Tibidabo. Nella notte aveva piovuto quindi massima cautela ad affrontare le curve ma subito l’asfalto si rivela perfetto e grazie anche ad una buona visibilità mi trovo a godere di un primo giro in bici subito abbastanza impegnativo quanto divertente, con l’aggiunta di panorami strepitosi sulla città.

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Arrivo al velodromo che siamo ancora in pochi ed il cielo molto grigio mi fa un po’ preoccupare. Non perdo tempo; giro la ruota passando dal 17ISO al 15Miche e cambio i pedali mettendo quello da strada: via! Il legno è sempre una superficie incredibile su cui pedalare, liscissimo, con quelle sonorità e finanche profumi assolutamente unici. In aggiunta permette di raggiungere velocità impensabili su qualsiasi altra superficie quindi cerco di sfruttare al massimo ogni attimo che ci viene concesso.

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Alla fine saranno per me un totale di sei sessioni per 56 chilometri complessivi, stupendi dal primo all’ultimo metro, senza mai troppa confusione in pista e con attorno amici, corridori e tanto entusiasmo! Per qualche giro anche David, l’organizzatore, nonostante l’abbigliamento casual si lancia in pista per qualche giro cavalcando proprio il Vigorelli con colorazione speciale che tra due giorni verrà dato in mano al vincitore della Redhook, devo dire molto bello, anche se per me rimane inarrivabile la livrea che venne fatta per l’edizione di Brooklyn nel 2014, ma son gusti come si dice.

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Verso fine sessione riesco anche a fare un paio di lanci sui 200 metri, assolutamente emozionanti e sapere che in quell’arena si sono sfidati grandi campioni tra cui il nostro Giovanni Lombardi oro nella corsa a punti (quando ancora era disciplina olimpica a se) rende tutto più intenso, con la sensazione di essere dentro l’evento e non un semplice osservatore. La giornata poi prosegue in modo molto più scanzonato con gli amici di sempre a fare i turisti per la città (anche se sembriamo di più una scolaresca in gita, eccezion fatta per l’essere in sella a bici da pista…) ed infine a ritirare il mio dorsale di gara con relativa capatina in spiaggia.

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Venerdì inizia con una debole pioggerella sulla città, ma con una bellissima nuova conoscenza. Dopo settimane di contatto solo su web finalmente mi incontro con Marco, di Padova ma che vie e lavora in Barcellona da ormai più di quattro anni. Subito mi porta ad esplorare il suo quartiere (Vila de Gràcia) così ricco di storia e di angoli che solitamente sfuggono al turismo piuttosto superficiale che affolla i viali della città. Ci prendiamo anche un caffè davvero buono e mi racconta la sua esperienza di espatriato, non certo per far soldi, ma per avere per lo meno una prospettiva, cosa che da noi ormai sembra essere un’utopia o peggio una chimera.

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Nel tardo pomeriggio si chiude con il tradizionale party al quartier generale di Dosnoventa dove incontro un sacco di gente, amici e corridori che non vedo da tempo ma come sempre per fortuna il senso di comunità è ancora percepibile, forte. Speriamo resti così ancora per un po’ almeno. Con l’occasione incontro anche Mauro di Bike Channel e dopo una serie di chiacchiere amichevoli se ne esce con: “hey, ma allora facciamo una intervista direttamente a te!” Cavoli… onorato, ma anche imbarazzato, mi dirigo con loro sul tetto dell’edificio e con tanto di microfono e camera su treppiede. Alla fine dopo anni di corse e usando un po’ della faccia da schiaffi delle occasioni migliori, riesco a mettere su un discorso di qualche minuto che riesce (spero) a raccontare un po’ di questa disciplina, delle sue difficoltà e dei fiumi di adrenalina che percorrono le vene degli atleti ad ogni corsa, grande o piccola che sia. Prossimamente su questi schermi, se non mi censurano!

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042Sabato = Race day. Il primo sguardo dalla mia finestra mi dà subito una buona notizia: sole! Rende tutto più semplice e divertente, sarà una bella giornata. Il rito di mettere il numero di corsa sulla maglia e sulla bici lo scandisco come sempre lentamente, gustandomi ogni movimento delle mani. Scendo in città sul trenino sub urbano ed emergo dal sottosuolo direttamente in Plaça de Catalunya. Da lì mi aspettano 7km di città fino al Parc del Fòrum dove si svolgerà la gara. L’aria è fresca ed il traffico è scarso, riesco a gustarmi ogni singola pedalata e a respirare l’aria che sale dal mare. Mi sento bene, sia fisicamente ma soprattutto mentalmente. Senza quell’ansia che caratterizzò tutto il weekend dell’anno passato, legato alle mille incertezze legate al fatto di fare la prima gara fuori dall’Italia. La bici scorre silenziosa ed in un attimo sono al circuito. Non ho moltissimo tempo prima della mia qualifica, per cui inizio subito a allestire la bici per la gara: pedali da strada e rapporto da gara.

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Lo scorso anno feci l’errore madornale di provare ad affrontare il circuito, per me assolutamente inedito, con un mastodontico 49-14 e conseguente inchiodamento delle gambe nel momento cruciale della qualifica. Ora il circuito è stato velocizzato e studiato in maniera molto più accurata, ma rimane un immancabile tornantino e son consapevole che le mie capacità di rilancio unite al fatto che sarò sempre in gruppo con qualche corridore mi consigliano di restare su di un prudenziale 49-15 e tale scelta, in effetti, si rivelerà finalmente azzeccata.

Scambio qualche battuta con Ale che mi suggerisce un po’ di tattiche per affrontare al meglio le qualifiche, si riveleranno consigli molto preziosi, e mi dirigo alle postazioni di riscaldamento con la batteria di rulli liberi schierati per noi. Mi piace stare sui rulli e oggi devo ammettere che scaldare le gambe è quasi secondari. Sui rulli liberi serve un po’ di concentrazione per star in equilibrio ed impegnare quella parte di testa fa sì che la restante parte riesca a sintonizzarsi su un livello di concentrazione molto alto. Dapprima inizia salire il suono delle ruote che girano e contemporaneamente avverto tutti i rumori di fondo calare. Poi, a mano a mano che le gambe iniziano ad andar da sole ed il corpo aggiusta l’equilibrio con una risultante di tanti piccoli movimenti semi volontari, ecco che quasi tutto intorno inizia ad esserci silenzio. Si resta da soli con il proprio respiro ed i propri pensieri. Inizi a focalizzare al massimo l’attenzione su te stesso e la tua bici, mai come ora parte integrante del tuo essere. Guardi quei pochi centimetri di gomma rotolare e chiedi a loro di esser generosi con te e di sostenerti nelle curve che affronterai al massimo della velocità possibile, seguendo la traiettoria migliore e cercando di farmi rilanciare la pedalata il meno possibile.

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Passa un tempo difficilmente quantificabile ed è subito ora di entrare nel parco chiuso, da qui in poi conterà solo più la capacità di fare al limite un giro intero del circuito, cogliendo l’attimo migliore per avere qualche aiuto con le scie in rettilineo ma anche di non aver ostacoli rappresentati da corridori lenti sul tracciato. Da quest’edizione dei canonici 25 minuti disponibili a sessione i primi 10 sono liberi e dedicati a memorizzare le curve. Nemmeno il tempo di veder la bandiera verde dell’inizio prova cronometrata e subito un incidente alla prima curva i fa rallentare e fermare, succederà anche una seconda volta. A differenza dei corridori attorno a me questo non riesce nè a farmi calar la concentrazione nè ad innervosirmi. Sono qui per fare questo e voglio farlo nel migliore dei modi possibili. Ripartiamo e sento la gamba girare bene ma soprattutto trovo da subito grande confidenza nei curvoni veloci. Non è banale riuscire a spingere sui pedali su di una bici da pista quando questa è in piega in una curva ma è proprio lì che risiede l’essenza di una gara come la RedHook, ovvero mettere una bici da pista a fare una cosa per la quale non è espressamente pensata ma che dona a chi la guida una sensazione unica e del tutto nuova. Di fatto è (o meglio sarà) la MotoGP del ciclismo e questo correndo lo avverto ma riesco anche a divertirmi nello stesso momento in cui la concentrazione è al massimo.

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Quindici minuti volano via in fretta e dopo un paio di tentativi abbastanza ben condotti passo gli ultimi tre giri cercando ancora un po’ di velocità residua nella gambe per godermi in pieno il tracciato, molto bel ideato, e spingere bene nelle curve che, complice anche il buon grip della superficie a terra, mi appagano di tutta la fatica fatta per arrivare fin qui.

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I numeri diranno che guarderò dalle transenne sia la finale che la “last chance race” ma va bene così, non ho nulla da recriminarmi questa volta e tutto è stato a me favorevole. Il mio livello è quello, forse si poteva limar qualche centesimo ma a costo di rischi troppo alti per questa che per me rimane una festa ed una celebrazione di un modo un po’ diverso di intendere il ciclismo. Vista da fuori la finale è entusiasmante con velocità che sono davvero da atleti di primissimo livello, contando che ci sono ragazzi che hanno un lavoro canonico 8 ore al giorno a poi sfruttano ogni altro minuto al di fuori di questo per potersi allenare c’è da fare un grosso applauso a tutto il gruppo degli ”amatori evoluti” come mi piace chiamarli.

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La domenica la passo in piacevole solitudine a fare il turista per Barcellona ma in sella alla mia bici.

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Scopro sia le enormi potenzialità che ha la bici per far conoscere in un lasso molto breve di tempo una intera città come questa, sia quanto Barcellona sia avanti anni luce rispetto alla mobilità delle nostre città italiane.

057Mi oriento molto bene, i vialoni a senso unico non spaventano chi è in bici, le (molte) piste ciclabili sono attentamente studiate e congeniate in modo da proteggere i ciclisti e non esporli ad ulteriore pericolo. Le auto, praticamente tutte, mantengono il canonico metro e mezzo di distanza nel sorpassare i ciclisti, gli incroci godono tutti di ottima visibilità e si avverte una sensazione di agio che in Italia ce lo sognamo. In più con la bici entro in tutti i quartieri antichi come El barri Gotic o El Raval che sono di fatto città nella città, con i loro angoli suggestivi e la loro unicità che probabilmente sfugge a tutti quei turisti che vedo assiepati sui bus a due piani mentre fanno il giro a pagamento della città.

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In definitiva è stato un ottimo weekend, un grazie particolare a chi mi ha ospitato in casa sua e a chi mi ha fatto sentire come a casa. Un piccolo plauso anche al personale aeroportuale che ha trattato a modo l’imballo della mia bici la quale, con semplici aggiustamenti, si è trasformata di volta in volta in commuter urbano, bici con cui affrontare percorsi extraurbani e collinosi, bici da velodromo, bici da gara e mezzo da diporto per un turismo un po’ più consapevole.

 

Le foto in questo articolo son tutte mie, ma le tre più belle sono una di Silvia Galliani, una di Tito Capovilla ed una di Quique Bueno

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Meet on Monday: Riccardo “Riky76” Volpe

Grazie a Silvia ed alla possibilità di raccontarmi e raccontare un po’ nella mia inguaribile passione per un certo tipo di ciclismo, agonista sì, ma con il lato umano sempre in primo piano!

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Incontro singolo questo lunedì con una persona che non ha bisogno di presentazioni.

Riky76, al secolo Riccardo Volpe, cavalca la scena fixed e non solo da anni. Ha visto il nascere del movimento dello scatto fisso in Italia nonché le sue evoluzioni nel corso del tempo. Sempre aggiornato e sempre partecipe ad ogni evento, è la persona giusta con cui fare due chiacchiere su ogni cosa che gira intorno al mondo “bici”.

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Sei stato uno dei pionieri dello scatto fisso in Italia, come sei entrato in contatto con questo mondo e cosa ti ha attratto?

L’inizio è stato un po’ differente da quello che vedo negli ultimi anni. Andavo già in bici da corsa ed abitavo per lavoro a Novara (conosci la zona per caso?). Iniziava l’inverno ed io cercavo un’alternativa al mio solito allenamento, così su bdc forum lessi che molti di inverno si allenavano con il fisso. All’epoca avevo…

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