riprendersi il proprio tempo con una rasatura d’altri tempi da Barbiere Paolo

…non l’avevo mai fatto, pensavo fosse una cosa del tutto fuori moda o troppo alla moda o troppo da anziano… insomma, andare dal barbiere per farmi rasare mi sembrava una cosa della quale provar un pizzico di vergogna, ma complice la mia rinata passione per il wet shaving e con la fortuna di avere uno dei migliori barbieri d’Italia qui a Torino, non potevo non farci una puntatina, ed è accaduto proprio oggi!

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Arrivo al salone di via San Secondo che Paolo è ancora intento a finire il taglio ad un cliente, ciò non ostante interrompe per salutarmi (sono un perfetto sconosciuto per lui) con cordialità e farmi da subito accomodare sulla poltrona centrale. Faccio fatica a focalizzare lo sguardo in un solo punto, sono circondato da un perfetto incrocio tra la storia di Torino e la storia del mestiere di barbiere.

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In un paio di teche e nella vetrina ci sono tutte le tappe fondamentali degli ultimi secoli dell’arte della rasatura, con stampe, vecchie pubblicità, scatoline di lamette e rasoi a mano libera dalla bellezza incantevole. Alle pareti invece un pizzico di quello che intuisco essere una seconda passione di Paolo, la musica. Con vinili riquadrati e poster degli Statuto dell’epoca d’oro, mi sa che la prossima volta che gli farò visita inizieremo a parlar anche di quello.

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Iniziamo quello che è  un vero e proprio trattamento di bellezza per la pelle, con l’impacco, la lozione pre barba massaggiata con vigore dalle mani che, lo scoprirò dopo, non solo stendono il prodotto, ma iniziano ad indagare, con l’esperienza di 37 anni di mestiere, sulla composizione e sulle varie direzione che ha la mia barba nelle differenti zone del viso. Emerge subito che non è una delle barbe più semplici, e gli anni passati a rasarmi con il rasoio di sicurezza me lo confermano, ma mi dice anche che devo aver più cura della mia pelle così secca, soprattutto in questa stagione dove è così esposta al freddo e al vento di questi giorni.

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Ascolto ammirato mentre mi stende sul viso una insaponata sontuosa, sembra panna montata, ma non si limita semplicemente a farne una semplice stesa, anzi, il segreto, racconta, è proprio il massaggio profondo che il pennello esercita insieme al sapone e che è quello il vero segreto per una rasatura profonda e confortevole: “buona insaponata, mezza sbarbata!” ed io continuo a prendere appunti mentali per le prossime mattinate di fronte al mio specchio del bagno.

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L’attrezzo da taglio sarà chiaramente un rasoio a mano libera. E’ un oggetto in se obiettivamente fantastico. Trasuda secoli di storia ed ogni curva del metallo è fatta per un preciso scopo. Da buon ingegnere rimango sempre affascinato quando degli strumenti di uso comune riescono a coniugare così bene forma e funzione, senza far emergere nessuno sfarzo ma dando la sensazione di una vera invenzione del genio umano al servizio di tutti.

La prima cosa che mi colpisce è la voce che il rasoio ha nel passare sulla pelle. E’ un insieme di note metalliche che si susseguono man mano che la lama incontra la guancia, il mento ed il collo. Cercando di restare il più fermo possibile, percepisco le vibrazioni che si diffondono nel taglio e lasciano la pelle liscia e glabra ma con una sensazione di confort che non avevo mai provato prima, nemmeno con la lametta più prestante del mio mobiletto ci si può avvicinare a questa sensazione di dolcezza e severità al tempo stesso.

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La sbarbata prosegue tra consigli pratici e amabili chiacchiere. Il contropelo, che aspettavo dato che anche a casa per me non esiste una sbarbata senza il contropelo, è un pugno di ferro in guanto di velluto. Paolo lavora di fino tendendo molto, ma davvero molto, tutti i tratti di pelle da rasare e sento la lama lavorare veramente a fondo, ma ovviamente dopo il passaggio del rasoio non avverto nessuna irritazione, nessuna tensione della pelle, solo benessere.

Qualche ritocco finale a basette e pizzetto ed il gioco è fatto. Segue un ampia passata di dopobarba rigorosamente alcolico che dona freschezza  a tutto il mio volto ed è un piacere sentire gli schiaffetti che concludono a regola d’arte una sbarbata d’altri tempi.

Ci salutiamo, con negli occhi di entrambi la convinzione che questo piccolo ed antico rito non può esser relegato ad un elite ma dovrebbe nuovamente diventare un modo, anche in quest’epoca, di potersi almeno al mattino riprendersi un po’ del proprio tempo e dedicarsi una piccola coccola, per uscir di casa e ritrovare il piacere di camminare a viso pulito in ogni difficile giornata.

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Arrivi e partenze di un annata da ricordare dei miei #ciclismi

Siamo oramai agli sgoccioli di un annata che da molti piunti di vista sarà ben custodita nella mia teca mentale tra le più belle in assoluto. Un sacco di debutti in gare che mi hanno da sempre affascinato e mi ci sono tuffato a piè pari, due nuove bici a sostituire due storiche colonne del mio garage, ma che mi hanno aperto nuovi mondi ancora, e qualche piccolo addio a cose che ho visto nascere e crescere ma che ora non mi appartengono più, ma andiamo con ordine.La mia prima volta, finalmente, a rockville è stata strepitosa, per l’atmosfera, il percorso, gli amici e il paesaggio… è già quasi ora di pensare all’edizione 2018 ma la mia prima volta, benchè con tanto gelo e poco fango, resterà impressa in modo indelebile! Nonostante le 4 stagioni scarse di gare e garette di ciclocross ho ancora una marea di cose da imparare dal ciclocross ed intendo assolutamente asservirmi al dio del fango per avere tecnica e gamba sufficienti a divertirmi e far bene.

royale_rockRestando nello stesso campo, quest’anno ha visto la luce anche la nuova interpretazione del telaio da ciclocross da parte del mio amico telaista Zino. Devo dire che si è davvero superato e soppesando i due telai, precedente ed attuale, la crescita come artigiano è stata grandissima. Innanzitutto è riuscito ad ottimizzare il comportamento con piccole ma sostanziali modifiche di distribuzione dei pesi e di geometre. La mia nuova Zino è ora molto più eclettica, restando comunque una bici dalla forte impronta racing. Usata come bici da corsa non mi fa rimpiangere il mio cavallo di razza “ferriveloci” anzi, quando vado a “ferrarla” con i gommoni da strada bianca, mi ritrovo, nel far le discese, a divertirmi come in moto e non ne riesco ancora a trovare il limite! Nello sterrato veloce, ovviamente, dà il suo meglio. La nuova distribuzione dei pesi ha significativamente abbassato il baricentro e la stabilità è nettamente maggiore, ma, restando sui medesimi angoli, non ha inificiato la maneggevolezza nello stretto, caratteristica essenziale per le gare di ciclocross.

_MG_3497 as Smart Object-1Nemmeno il tempo di archiviare la stagione crossistica che, inframezzata dalla tradizionale alleycat di casa a febbraio, appuntamento per me immancabile, si affaccia quella che, guardando lil 2017 nel suo insieme, è stata la gara più fresca, nuova ed entusiasmante dell’anno: la Respublica 2 a Genova.

Consco poco questa città, ed è un male, ma da sempre mi affascina moltissimo. Correrci è stato qualcosa di incredibile, il farlo poi con una bici a scattofisso e senza i freni ha aggiunto quella dose di adrenalina perfetta per rendere memorabile il tutto. Ancora a scriverne ora, a distanza di mesi, ho tutto il percorso in mente e non vedo l’ora di ripetere l’esperienza nel 2018, anche perchè sono sicuro che la favolosa crew di genovesi avrà qualcosa di ghiotto in serbo.

respublica genova-110Poche settimane più tardi, ma in tempo per la “nostra” Milano-Torino, è arrivato anche quello che, a ragion veduta, penso sarà il mio telaio definitivo per la bici da pista.

E’ infatti iniziata l’era dell’acciaio per il Vigorelli. Devo dire che raramente ho trovato una bici più versatile del Vigorelli in alluminio e mi ci son trovato bene sin dal giorno uno. Ma qui, stavolta, si è fatto un balzo in avanti davvero stupefacente. Il telaio, osservato da vicino, ha una cura di livello superiore in tutti i suoi dettagli. Se quest’aspetto appaga l’occhio anche di un esperto, è nel pedalarlo che accade quasi una magia.

006 (2)La bici sembra cucitami addosso: in strada, in città, nei velodromi… non c’è contesto dove non si riesca a trarre il meglio del pedalare a scattofisso.

001Dove percepisco l’eccellenza è in tutto l’avantreno: il tubo sterzo oversize da 44mm unito alla forcella Futura monoscocca in carbonio rende questa bici la più divertente bici da guidare su strada che abbia mai usato. C’è tutto: la precisione nelle traiettorie che sembrano incise col rasoio, ma anche la possibilità di correggerle istintivamente (cosa che, ad esempio, con il Mash parallax non mi riusciva) e tanta tanta confidenza, al punto che sembra di avere le mani non sulla presa del manubrio ma direttamente sui perni del mozzo anteriore.

Tutto quanto vi ho raccontato del nuovo Vigorelli, mi ha permesso di divertirmi come non mai alla Milano-Torino che, dopo anni, ha rivisto l’arrivo all’interno del motovelodromo Coppi di C.so Casale ed è stata un’emozione nell’emozione (e per inciso Alex Bruzza con la stessa bici, ha vinto per distacco in solitaria). Era la MiTo del decennale, nel ho fatte più di metà ed ognuna ha una storia a se, ognuna mi scaturisce ricordi emozionanti e per la sua natura di classica vera è una gara che chiunque abbia pedalato su di una scattofisso deve fare, almeno una volta, perchè per quanto su questo piccolo blog ne abbia più volte raccontato, nulla è paragonabile al vivere tutti quei 150km in un solo lungo sorso.

011Altra fresca novità del 2017 è stata la gravel road series, per quel suo connubio di trasferimenti e prove speciali che la rende unica nel panorama delle gare amatoriali. Fatta poi nelle “mie” Langhe ha raddoppiato il piacere di correre ed è stato anche il primo vero banco di prova per la Zino che si è comportata in maniera egregia in tutte le svariate situazioni di gara!

018Non poteva mancare anche quest’anno la scalata in fissa. Dopo la magia al Ventoux dello scorso anno era impossibile alzare ancopra l’asticella, almeno dal punto di vista della difficoltà tecnica. Ci hanno pensato le circostanze. Un Alpe d’Huez scalata da me e Stefano in completo fuori stagione e con nel cuore il ricordo di quegli occhi accesi di Lucio che da lassù sicuramente guardava divertito il nosatro incedere lento lungo i ventuno tornanti. Anche questa volta i brividi non sono mancati e non era per il freddo in cima.

alpe 023E le criterium? eh beh… quest’anno ho un po’ latitato su quel frangente, ma non c’è una vera e propria motivazione, è andata così e basta. Sono comunque riuscito a divertirmi nelle poche che ho fatto e a chiudere in bellezza, per quel che mi riguarda, con la redhookcrit per la quale voglio aprire un capitoletto a parte.

003 (2)La redhook è stata la gara che ha cambiato il modo di gareggiare / pedalare / allenarmi sia a me, sia a moltissimi dei miei amici. Per una serie di fortunate coincidenze (o forse le coincidenze non esistono…) l’ho vissuta dal giorno zero, in una fredda serata di inizio ottobre (2010) davanti alla triennale di Milano dove conobbi un David Trimble dapprima preoccupatissimo, temeva poche anzi pochissime iscrizioni, e poi raggiante di soddisfazione per aver fatto un qualcosa di grande così lontano da casa sua e circondato da così tante persone entusiaste di quello che avevano appena fatto o anche solo visto. Fu l’inizio di un’avventura che ha già cambiato il ciclismo e della quale ancora non sono chiari i destini, come non lo erano quelle delle corse pioniere come proprio la Milano Torino (prima edizione 1876, per chi crede nei numeri…) il tutto messo nel frullatore dell’epoca moderna che, tra web e social, riesce a far esplodere fenomeni con una rapidità che un tempo non erano nemmeno ipotizzabile. Ho visto tutto, mi sono divertico come mai in sella ad una bici, il pubblico, ma sarebbe meglio dire gli amici a bordo circuito, mi hanno regalato emozioni che di solito sono appannaggio solo di corridori veri, ho coltivato amicizie di qua e di là dall’oceano e sono stati otto anni incredibile che solo a parlare degli inizi sembra di raccontare l’epoca di Alfredo Binda.

025Quest’anno con il ritorno a gare vere anche in qualifica è stato stupendo ritrovarsi in griglia e la venuta di un professionista in attività, per come la vedo io, fa finalmente da spartiacque tra due ere. Ora mi auguro che tutto il format di gara faccia il salto di qualità e che diventi vera e propria disciplina a fianco delle tante che compongono il grande universo del ciclismo, se lo merita chi ci ha creduto dall’inizio e chi ha investito tanto e non solo in termini monetari. Per quel che mi riguarda, parlando di redhook, è veramente venuto il tempo di passare dall’altro lato delle transenne e iniziare a godermi di più lo spettacolo sudand0 un po’ meno e bevendo qualche birra in più. Mi mancherà, non ne dubito, ma non è più rispettoso verso gli altri e verso me stesso tentare di competere a quel livello. Ci vediamo comunque in Bovisa il prossimo ottobre, se non prima…

001Chiudo qui, con diecimila chilometri fatti, l’annata con più salita di sempre e non solo ciclisticamente parlando ma anche con tantissime soddisfazioni, il mio unico augurio che posso farmi e di farne deicimila e uno il prossimo anno e di poter condividere ancora con chi legge questo piccolo spazio le emozioni che un gesto così semplice come il pedalare sa far nacere dentro ciascuno di noi.

Buon anno.

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due banditi a scalare 21 tornanti, ricordando un #pirata ed un #eroico

In un anno dalla magica avventura del Ventoux sono successe tantissime cose, buone e meno buone…

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luciano-berruti-415122.660x368Partendo da queste ultime in un caldo agosto ci ha lasciato il Lucio, il primo eroico ma soprattutto la persona che fin dal primo sguardo di quei piccoli occhi luminosi sapeva trasmettere una passione immensa per il ciclismo, è andato ma ha lasciato profonde tracce non solo sulle strade bianche di tutto il mondo ma anche dentro di molti di noi.

007La parte buona è che, sia per me che per il mio inossidabile compagno d’avventura Stefano, è iniziata l’era dell’acciaio in tema scattofisso ciclistico. Ovviamente non poteva che essere acciaio Columbus, declinato in due modi diversi ma comunque parenti stretti: il suo un elegantissimo Fabrica Cycles verde satinato ed il mio, un Cinelli Vigorelli steel full black, che più lo guardo più scopro dettagli e particolari che mi incantano.


Entrambe le bici interpretano l’acciaio in chiave completamente moderna e, dal mio canto, posso dire di non aver mai pedalato una fissa così precisa e gestibile in curva come questa, davvero una spanna sopra tutto quando da me usato fino ad oggi e felice che l’avventura con questa bici sia appena all’inizio!alpe 013

Il viaggio, a lungo pianificato, verso Bourg d’Osians si svolge in una domenica d’inizio autunno che sa ancora d’estate. Se non fosse per i colori che sono dipinti sulle montagne ci sarebbe davvero da illudersi d’esser ancora in vacanza, ma quell’aria frizzantina che passa dal finestrino socchiuso ci acutizza i sensi ed al solito è bello confrontarsi e raccontarsi su tutto quanto accaduto in un anno intero, ognuno con le sue storie.

Nonostante sia giorno di festa, il paesino alle pendici dell’Alpe è un brulicare di sportivi di varia estrazione, anche se i ciclisti prevalgono! Una breve sosta a suon di zuccheri sintetici e siamo pronti a pedalare.

Ci scaldiamo per qualche minuto, per entrambi questa prima parte scorre via con ottime sensazioni e le gambe girano sempre molto agili. Sappiamo entrambi, anche se solo io ho scalato in bici da corsa un paio di volte la salita di oggi, che i primi due chilometri saranno l’ago della bilancia della giornata.

Difatti non appena ci lasciamo alle spalle la rotonda in pianura, bastano pochi metri ed è subito un muro di fronte a noi che si staglia, solido come il granito. Le forze sono ancora al 100% ma lo scricchiolio delle nostre pedivelle dichiara subito all’asfalto che lo sforzo è grande ed inversamente proporzionale alla nostra cadenza… ma non è intenzione di nessuno mollare, nemmeno di un centimetro.

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I riser, davvero oversize, aiutano molto in questa fase e spingersi avanti diventa quasi un muoversi in verticale, con gesti cadenzati e precisi che scandiscono la salita come un metronomo. E se di musica dobbiamo parlare, la nostra ascesa ricorda non certo un Andante, ma piuttosto un Largo… ben consapevoli che poi il rovescio della medaglia sarà un bell’Allegro in discesa. Ma andiamo con ordine.

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Arriviamo nella parte centrale della salita dove le cose, pur non essendo proprio banali, si fanno più accessibili. Ci perdiamo anche nei tornanti a legger i nomi dei corridori celebri che hanno fatto la storia di questa salita e, tornante dopo tornante, arriviamo sempre più in quota come in un’ascesa anche spirituale. Fino ad arrivare al tornante numero 3, dove il solo leggere il nome “Marco Pantani” manda un brivido giù per la schiena che è un distillato di anni di emozioni negli infiniti pomeriggi davanti alla TV a tifare e ad entusiasmarsi per le sue imprese e, nel mio caso, anche l’averlo visto una sola volta in azione dal vivo è un qualcosa che non dimenticherò mai.

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Ma dopo questi ricordi, è subito tempo di emozionarci per il nostro, piccolo/grande, traguardo, siamo in cima! L’aria è pungente, non c’è praticamente nessuno nei paraggi e vedere anche tutti gli appartamenti con le imposte serrate rende tutto quasi surreale. Eppure ci siamo, in poco più di 13 chilometri siamo saliti di 1100 metri e siamo in un tempio del ciclismo moderno ma ce lo siamo guadagnato come erano costretti a fare i corridori di inizio ‘900, ad un solo rapporto e con bici ben più pesanti delle nostre.

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alpe 058In ricordo di Luciano Berruti siamo saliti con la sua proverbiale fascia rossa al braccio, a supporto dell’associazione a lui cara che si occupava della ricerca contro la distonia. Una di queste fasce l’abbiamo voluta legare al palo del cartello dell’Alpe d’Huez a ricordo e testimonianza di quanto la passione e l’impegno possano muovere nelle singole coscienze delle persone che sanno ascoltare.

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La seguente sosta al bar è d’obbligo, stante l’orario e le calorie bruciate. Il locale, dichiarando da subito la sua vocazione bike-friendly, ha una maxi sbarra all’esterno dove appender le bici e accostiamo le nostre di fronte al tavolino dove ci gustiamo quella che mi sembra la bibita più buona del mondo ed un panino al prosciutto che nemmeno Cracco potrebbe preparare così bene.

Qualche sguardo degli altri ciclisti, numerosi e pressoché tutti non francesi, ci fa divertire, con quel misto di incuriosito, ammirato ed indispettito che genera ancora il vedere una bici da pista in montagna.

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Ed ora via con la discesa. Il clima ancora mite, anche in quota, ci permette di non esagerare con il vestiario e di affrontare la seconda parte della giornata del tutto a nostro agio. Per la prima volta riesco anche a godermi appieno la folle bellezza di una discesa senza i freni. Complice la strada che pare quella tracciata sulla neve fresca da uno snowboarder, il susseguirsi dei tornanti scandisce un ritmo perfetto tra le fasi di puro controllo della bici e skiddate lunghe in approccio agli stessi hairpin. Il gioco diventa subito sin troppo divertente e vien voglia di ritardare il bloccaggio della ruota per gustarci l’ingresso in curva con la bici leggermente di traverso e le narici piene dell’odore acre di gomma bruciata. Torniamo bambini e il gioco a chi “sgomma” più lungo lascia attonito qualche gruppo di ciclisti in salita e qualche passeggero delle poche auto che ci superano scendendo.

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Se per caso dovessimo rifarla in una delle prossime stagioni, oltre al prezioso supporto di Cinelli/wingedstore si renderà necessaria la sponsorizzazione da parte di qualche brand di copertoncini!

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L’ultimo tratto, nonostante la pendenza, spaventa ora molto meno e l’ampia visibilità ci consente di mollare il controllo della pedalata e far girare vorticosamente le gambe trascinate dal movimento delle pedivelle. Arrivo a leggere una cadenza di 130 pedalate al minuto che in quel momento mi fa sentire come sulla punta di un treno lanciato in corsa sui binari, la sensazione è stupenda perché si affianca a quella di avercela fatta anche questa volta a compiere quello che è la nostra impresa annuale. Impresa che, oltre ad unire un’amicizia separata solo da qualche centinaio di chilometri, riesce ogni volta a farci fare un tuffo ancora più profondo in questo mare splendido che è il “nostro” ciclismo.

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Settembre, il mese delle #criterium a #scattofisso

Beh, quest’anno è stato strano per tutta una serie di fattori, non ultima tra le stranezze quella di non aver corso, per ora, nessuna criterium con la bici da pista… ma ho tempo e modo per rimediare…

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… Si inizia subito ovviamente con il top di gamma, dopo le prime due tappe che hanno visto battaglie epiche in condizione anche limite, ecco la tradizionale reedhook di Barcellona! quest’anno sarò alla finestra, diciamo, ma è sempre bello seguire le gesta di quelli che oramai sono atleti di primissimo livello sfidarsi nel circuito più tecnico della stagione, ne vedremo delle belle!

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crit_rhoNemmeno il tempo di far raffreddare le gambe, proprio il 6 settembre, una prima infrasettimanale di prestigio. Grazie alla perfetta organizzaizone di scattofissoCrew (Lissone vi dice nulla?) ci sarà la prima edizione della SDC Biringhello Crit in quel di Rho (MI) con un percorso tecnico dove tirar fuori tutte le skills da specialista

Il 9 una concomitanza fissa la tradizionale National Mutarde crit di Dijon con la tappa conclisiva del trofeo criteriumitalia in quel di Varano, come si divideranno gli alfieri dello scatto fisso?

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Altro infrasettimanale con un classico dei classici: la cirterium Tremens al parco Lambro, ormai il tempio conclamato della velocità milanese. Un circuito classico della quale conosco anche i sassolini, ed unica l’atmosfera che si respira nel parco!

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Arriviamo ad una delle più belle del panorama nazionale, il 23 ci sarà la criterium del ponti a Pogliano milanese, ed è un circuito che miscela alla perfezione velocità, tratti tecnici e porzioni in pavè come una classica crit urbana deve avere. L’organizzazione brianzola non ha mai sbagliato un colpo ed in poco tempo è diventata uno degli appuntamenti più prestigiosi della stagione. Neanche a farlo apposta è da sempre la gara in cui le mie gambe girano meglio e riesco sia a divertirmi sia a fare una ottima prestazione, non si può mancare!

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Il mese si chiude con il botto, proprio nella mia Torino. Al 30 di settempre ci sarà la prima edizione del “god save the cyclists” all’interno del parco Ruffini per quella che si presenta come un’altro grande appuntamento del calendario. Il percorso è selettivo e non sarà facile indovinare il rapporto ideale per essere veloci in tutti i settori. Il tutto supportato da un’organizzazione nuova e dinamica che è anche base ad un progetto importante per la sicurezza di chi tutti i giorni si move o si allena in bici sulle strade!

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https://www.youtube.com/watch?v=aeaOpAphE0s

Arriverà poi l’ottobre della ottava redhook milanese ma questa, per ora, è un’altra storia, ma ho la bici nuova da testare a fondo!

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BE A WOLF. Di notte con il solo rumore della catena a farti compagnia…

Ci sono fin troppe cose che ritenevo assurde prima di cambiare radicalmente atteggiamento nei confronti del ciclismo ed uscire dai soliti clichè: ogni bici fa un solo mestiere, non si va sullo sterrato se non in mtb, la bici da pista serve solo in velodromo, se hanno inventato i deragliatori è sempre opportuno usarli, ma dove vai che non hai nemmeno un freno montato…ecc…ecc…

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Mi mancava una barriera da infrangere nel mio personale curriculum, ovvero il classico detto per cui: “la notte è fatta per riposare, mica per pedalare”.

Ci voleva una piccola spinta, da chi aveva già provato la cosa, una sera giusta, in settimana per non trovare il traffico della movida, in estate per avere una temperatura perfetta e costante. La bici non può a questo punto essere una “normale” bici da corsa e quindi, così come chi sarà con me, decido di usare la scatto fisso. Questa scelta minimale, nonostante ci sarà molto da salire e da scendere, è dettata dal non dover pensare a nulla che non sia il far girare le gambe: niente considerazioni su rapporti, cadenze, sforzo, velocità media o di ascesa, nulla di nulla. Anche il mio Garmin lo lascio in modalità diurna senza retro illuminazione, di modo da non farmi distrarre e potermi concentrare solo su quello che mi circonderà stanotte. Siamo un gruppo non troppo numeroso, perché questa non è una gita, ma un qualcosa che per ognuno può trasformarsi in esperienza da ricordare, uno sguardo a quello che ancora il ciclismo è in grado di dare se interpretato fuori dagli schemi classici.

La partenza ha già di per sé un sapore tutto suo, quel misto di tensione ed aspettativa per un qualcosa che è sul punto di accadere, il tutto condito da euforia ed una serie di prove tecniche su quale e quanta illuminazione adoperare per ciascuna delle nostre bici (guarda caso tutte nere, per amplificare l’effetto notte).

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Dopo le prime rampe il già poco traffico si quieta del tutto, restiamo sono noi tre, il rumore delle catene e delle gomme che rotolano lentamente sull’asfalto con quel tipico accento che hanno quando si pedala da in piedi, cosa che faremo per la maggior parte del tempo trascorso in salita. Salita che, tra l’altro, conosco come le mie tasche ma che questa notte sembra mostrarmi un volto diverso. Il veder meno cose diventa ora un vantaggio. Decidiamo di comune accordo di spegnere i fari più potenti e lascare solo i led. Ed entriamo ancora di più nella notte, in silenzio. Accade, come conseguenza sensoriale, che con meno informazioni visive si acuiscono le sensazioni uditive ed olfattive. La fatica, pur ben presente, passa del tutto in secondo piano: non siamo qui per far prestazione, ma per far esperienza. Ed allora ecco che l’odore del bosco è intenso come quando in mtb sei dentro i sentieri, ma non è necessaria la stessa perizia di guida della bici, c’è ora tutto il tempo per assaporare le sfumature man mano che si sale.. dagli aceri e castagni per passare poi alle prime note al naso delle varie essenze di conifera che attraversiamo quando la quota inizia ad avvicinarsi ai mille metri.

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La parte uditiva non è così rassicurante come quella olfattiva, oltre al fascino del vento tra le fronde ed a qualche piccolo rapace, ogni tanto si avverte provenire dalla boscaglia qualche fruscio di troppo che fa subito pensare a qualcosa di grosso ed imponente come una famigliola di cinghiali, ma non si va oltre questa sensazione, per fortuna, benchè amplificata dai pensieri nel buio della notte. Diciamo che se fossi in solitaria sarebbe ancora diverso e meno rassicurante.

Continuiamo a salire e ad arrampicarci, letteralmente, sulle pendici della montagna. La fatica che si avverte è però molto diversa da quella classica del ciclismo, è più incisiva, colpisce più in profondità le fibre muscolari come a volerle stirare fino al loro limite. Nel salire in scatto fisso si devono per forza coinvolgere tutti i reparti della muscolatura delle gambe e, come ausilio, anche il resto del corpo nel pedalare in piedi deve muoversi in sincrono per accompagnare il ritmico spingere e tirare delle gambe. Benchè lento oltre ogni limite, il movimento non risulta mai goffo ma, come una danza rituale, segue un ritmo dettato dal respiro che rende sempre unica un’esperienza del genere. Ultima sensazione, quella del percepire distintamente se un tratto era esposto al sole o meno, durante la giornata. Nel primo caso si sente chiaramente il calore di queste giornate arrivare dal basso, nel secondo invece il fresco del bosco arriva sulla pelle come un balsamo, spingendoci avanti nel nostro percorso.

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Abbiamo anche la fortuna di esser accompagnati da una luna che si avvia ad esser piena, ed è uno dei migliori fari possibili. Riesce anche a restituire luce tramite il riflesso sull’asfalto dove questo è più usurato e di quel grigio chiaro che ben si intona con i pochi colori intorno a noi. Con questa pallida illuminazione si vedono anche i contorni netti delle montagne di fronte a noi e ci fanno capire con esattezza quando lo scollinamento è vicino.

Una volta in cima, ci prendiamo un po’ di tempo. Riusciamo a trovare un paio di punti panoramici che tolgono letteralmente il fiato dalla bellezza. Il contrasto delle luci, il movimento di auto e treni da qui sembra lentissimo e far parte di un plastico che pare costruito solo per il nostro piacere visivo.

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Le strade sembrano incise sulla terra con un coltello tanto sono precise e geometriche, le luci della bassa valle si diradano via via sui versanti delle montagne fino alla linea in chiaro-scuro delle creste. D’un tratto anche le nostre chiacchiere si riducono fino ad ammutolirci per far salire alle nostre orecchie i sommessi rumori che arrivano fin qui dalla civiltà sotto di noi. La sensazione è talmente nuova che faccio fatica a catalogarla e descriverla, come fossimo dei cosmonauti e sotto di noi avessimo scoperto un nuovo pianeta abitato da una sconosciuta civiltà, distantissima da noi.

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Dopo questi lunghi attimi, ci dirigiamo alla fontana e per radunare le forze e la concentrazione in vista della discesa. Qui ora siamo all’esatto rovescio della medaglia. Se la salita è concentrazione, fatica, intensità e lento avanzare (cosa che di fatto è già da sempre in bici ma in fissa il tutto è amplificato dieci volte), la discesa è pura adrenalina, attenzione totale, controllo, ricerca del limite ed esplosività nei momenti di skid per affrontare le curve. Per meglio godermi il tutto oggi ho montato, al posto del classico manubrio da corsa, un enorme manubrio da mtb, con un po’ di rise e un solido attacco di modo da render la bici un qualcosa di molto vicino alle supermotard in campo motociclistico. Oltre ad esser stato molto utile con il suo enorme braccio di leva ad assecondare la fase di salita, ora nello scendere ho un controllo millimetrico dell’avantreno della bici. Un minimo movimento impresso diventa una grande correzione alla ruota. Il tutto, con la sicurezza e precisione dello sterzo conico e con una ottima aderenza della gomma anteriore, mi dà una sicurezza che raramente ho avuto con le altre bici da pista quando affrontavo lunghe discese tecniche. Sento di poter osare di più e, complice anche un ottimo asfalto, riesco a gestire molto bene tutta la fase di skid prima delle curve, quando la bici tende ad intraversarsi lo fa sempre trasmettendo dai suoi tubi in acciaio una grande confidenza. La miscela del tutto mi riesce a divertire come non mai. Per qualche minuto riesco a mettere in stand-by la parte razionale del cervello e scendere d’istinto su di una discesa che conosco alla perfezione ma che raramente mi ha dato così tanta emozione.

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Arriviamo tutti in fondo, ci ricompattiamo. Da qui le strade si dividono per ciascuno di noi, ci salutiamo con sguardi di divertita soddisfazione per aver condiviso un’esperienza forte e nuova per tutti. Consapevoli che, anche se tutto questo ci costerà i canonici tre giorni interi di male alle gambe, ne è di nuovo valsa la pena ed i pensieri verso nuove idee arriveranno sicuramente ben prima che tutto l’acido lattico sia smaltito dalle nostre fibre.

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una ventata di nuovo anche per il portabici: il Menabò Pro Tour #ciclismi

Ho da qualche settimana in prova questo porta bici e ve ne voglio parlare perché è talmente semplice e ben fatto che davvero mi ha impressionato positivamente e condivido con voi questa piccola esperienza. Ma andiamo con ordine.

Come alcuni di voi sapranno ho già un’auto che di per sè è molto “bike friendly”. Si tratta della Skoda Octavia wagon che è usatissima come ammiraglia dalle squadre pro tour e che davvero fa dello spazio e dell’affidabilità una bandiera. Dall’alto dei suoi ormai 265.000km mi ha accompagnato in decine di gare ed avventure sui pedali. Ha il classico allestimento da familiare con i binari sul tetto ai quali ho aggiunto le due barre porta tutto in alluminio con il profilo aerodinamico.

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Il portabici pro tour di Menabò mi è arrivato in una confezione completa anche di utensili e con istruzioni ben dettagliate. Tutto subito pensavo mancassero dei passaggi invece è proprio il montaggio uno dei suoi punti di forza: si va ad inserire nei canali dei longheroni porta-tutto e veramente in dieci minuti è già pronto per essere utilizzato.

http://www.flli-menabo.it/prodotto/menabo-pro-tour/126

Si tratta di un porta bici che assicura grande stabilità del carco, dato che è del tipo fisso, per la quale è necessario togliere la ruota anteriore per installare la bici sul tetto.

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Questo, se da un lato è di fatto un’operazione in più da compiere, dall’altro blocca la bicicletta in modo molto solido e sicuro, consentendo, di conseguenza, una superiore velocità di crociera in autostrada rispetto al portabici che già avevo ove la bici era installata per intero. Fatto da non sottovalutare date le lunghe trasferte alle gare in giro per l’Italia.

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Un altro grande vantaggio, che fino ad ora non avevo riscontrato in altri accessori del genere, è la totale versatilità per l’attacco della forcella anteriore. Con una semplice e veloce modifica, infatti, si può passare dal classico aggancio a “quick release” ai nuovi standard dei perni passanti sia da Ø15mm (come nel mio caso per la mtb) che da Ø20mm per le bici da enduro/DH. I pezzi intercambiabili per le varie configurazioni si avvitano a mano e sono, tra l’altro, dei bei manufatti in alluminio ricavato dal pieno, che danno quell’ulteriore tocco di professionalità ad un accessorio che mi ha davvero sorpreso!

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1Uno sguardo indispensabile, infine, anche all’aspetto sicurezza. Con la doppia serratura sia per la protezione della zona di aggancio della forcella, sia per l’intero portabici, esso risulta davvero a prova di malintenzionati.

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i 10 anni della #MilanoTorino, senza mai smettere di pedalare. #MiTo2017 @vostokmilano

Celebrare, correndo, i dieci anni della Milano Torino è essenzialmente anche celebrare i 10 anni di scatto fisso urbano e veloce qui in Itala, un qualcosa a cui non si può mancare perché, ancora più del solito, esserci fa la differenza…

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Già, proprio come la Redhookcrit, ormai riconosciuta come bandiera internazionale del “nuovo ciclismo”, così la nostra Milano Torino, proprio negli stessi giorni, si trova a far i conti con i primi 10 anni di vita, godendo ancora di ottima salute. Proprio come la famosa criterium, da un paio di anni è stata traslata un po’ più avanti nella stagione, e questo ha senza dubbio giovato sia alla godibilità della gara in se (chi c’era nel 2014 sa già tutto), sia per una ritrovata linfa vitale in nuovi corridori che si schierano entusiasti alla partenza. Quest’anno poi, come vera ciliegina sulla torta, si arriverà non più di fronte al motovelodromo Coppi, ma proprio al suo interno come nel 2011, rimarcandone maggiormente il blasone di classica e facendola assomigliare ancora un po’ di più alla regina di tutte le classiche del ciclismo, la Parigi-Roubaix.

motovelodromo

Uno degli intenti di questa gara, o meglio definita, di questa sfida agonistica tra cavalieri del pedale a scatto fisso, è anche quella di sensibilizzare, chi segue un po’ di ciclismo amatoriale, a far risvegliare i due monumenti dormienti, ovvero i velodromi Vigorelli e Coppi, entrambi legati a difficoltà burocratiche e forti necessità manutentive per essere appieno goduti dalla cittadinanza, e soprattutto dai giovanissimi per il loro avviamento all’agonismo vero. La Milano – Torino professionistica è anche la più antica corsa al mondo, iniziata nel 1876, guarda caso nascevo 100 anni dopo esatti, e proprio queste due città con i loro velodromi sono state la culla dove il ciclismo è nato ed è il fenomeno mondiale che oggi conosciamo. Non scrivo altro qui, ma davvero senza una rete di velodromi e scuole pista intravedo grandi difficoltà a far sì che possa emergere il ciclismo italiano.

Milano, ore 7:30. Usciamo di casa io e Stefano per dirigerci alla partenza. Ho sempre avuto un debole per i ricordi olfattivi. Nel mio schedario mentale di questi, infatti, un cassetto speciale è riservato ai profumi della città al mattino presto. Credo che, proprio come una bella donna, il vero volto di una città si sveli al mattino presto, con le strade appena lavate, i bar che aprono, i primi tram che sferragliano e quel ineffabile odore che racchiude tutto questo e che, con qualche sfumatura, resta costante nelle città in cui val la pena trascorrere del tempo. Oggi non fa eccezione e ci godiamo, per una volta, i vialoni vuoti, mentre pedaliamo e chiacchieriamo senza fretta.

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Riconoscere i soliti volti noti alla partenza è più confortante quest’anno, c’è l’atmosfera giusta per fare di questa giornata una di quelle da ricordare per un po’ e i minuti prima del via sono sempre quelli che meglio incorniciano questo evento come il meno omologabile di tutto l’anno. Ci sono corridori veri, quest’anno come punta di diamante Alex Bruzza, gli amatori evoluti, gli stradisti che non disdegnano uscite in fissa, i duri e puri dello scatto fisso urbano, i messenger, capitanati dal fondatore di UBM Roberto Peia che è l’unico – oltre al patron Marcello – ad aver corso tutte le edizioni, i viaggiatori in bici che interpretano i 150km di oggi come una distanza a raggio medio corto… insomma, il bello è ritrovare il collante della passione in questo gruppo così eterogeneo. Finite le, doverose, chiacchiere è ora di schierarsi e partire. Il bello della Mi.To. è anche questo, una partenza che assomiglia più ad una critical mass che non ad una gara.

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Si esce da Milano con aria festosa di chi va a far la gita fuori porta e, di fatto, per una buona parte dei quasi 70 ciclisti, oggi sarà proprio così. L’inizio dei vialoni, passato l’anello della tangenziale si trasforma via via in strada statale, senza soluzione di continuità, e la classica due corsie a carreggiata unica sarà il nostro scenario di gara.

Nonostante la regola cavalleresca imponga un certo fair play (o sarebbe meglio dire fair ride…) fino ad Abbiategrasso, il gruppo inizia ad allungarsi lambendo la cittadina lombarda, nulla di repentino, ma è una progressione che merita attenzione per non trovarsi troppo arretrati o distratti nell’avvio delle ostilità.

Complice anche il primo allungo di uno sparuto gruppo di stradisti, lecitamente con noi – dato che per loro è prevista anche l’ascesa finale alla basilica di Superga- ci si trova subito in un embrione di fuga, siamo pochi, meno di dieci, e a dettare il ritmo è subito messer Bruzza, che a differenza nostra riesce ancora a respirare a bocca chiusa.

Mortara vola via in un istante, senza accorgercene abbiamo già superato un terzo di gara, da qui in poi ci aspettano cento chilometri di guerra. Serro le mani in presa bassa sul manubrio, mentre la testa sta già iniziando a pensare alle pareti bianche delle paraboliche al velodromo.

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Qui il primo colpo di scena: poco dopo Castello d’Agogna, incredibilmente, sbagliamo svolta! Bastano poche centinaia di metri per ravvedersi ma tanto basta per veder sfilare all’orizzonte le sagome di sei corridori, tra i quali i due ragazzi di MilanBike (Ale e Luca), Ganio, Andrea/Severino dei CCSC ed un paio di altri. Conosco da qualche anno Alex Bruzza, sia come persona sia come corridore, e so che, anche in questo caso, la voglia di fare bene unita all’istinto del corridore faranno in modo di colmare il gap. Proprio mentre riprendiamo la cadenza di crociera e ci riportiamo sul corretto tracciato mi affianca e mi fa: “beh, dobbiamo riprenderli!”. Ovviamente annuisco, ed anche io sono nell’ordine mentale di farlo, ma in questo caso Alex ha un piano leggermente diverso dal resto del nostro gruppetto. Infatti, mentre noi iniziamo a darci cambi veloci e regolari sul filo dei 42-44 orari, lui in progressione si porta ai 46. Come un novello Merckx. Noi facciamo fatica a darci il cambio dietro di lui! in un paio di chilometri ci fa capire che a quel ritmo lui confida di chiudere sui fuggitivi nel minor tempo possibile ed eventualmente anche staccarli per cavalcar da solo tutta la strada che rimane da qui a Torino. Mai programma fu eseguito in maniera più puntuale, ma andiamo con ordine. 

Restiamo in sei. Là davanti (noi lo sapremo solo dopo l’arrivo), verso l’80°km, Alex ha già ripreso i fuggitivi e si avvia verso la gloria. Noi siamo comunque ben organizzati e non abbiamo cali di ritmo, anche se, nella sostanza, solo la metà di noi riesce a fare il proprio turno davanti al vento, tirando e motivando la restante parte a non mollare e farsi sotto. Nel frattempo i ragazzi di Milan – Bike, con una scelta astuta attraversano “dritto per dritto” tutti i paesi sul percorso: Morano, Trino, Crescentino, Verolengo… via dritti come un fuso. Noi badiamo più alla gestione della nostra lunghissima cronosquadre e non curiamo il sottile dettaglio, concentrandoci sul cercar di mantener un’andatura appena al di sotto delle nostre possibilità e confidando, chissà mai, in una crisi tra i primi fuggitivi.

Cosa che per i primi due di loro, purtroppo (per loro), avviene, e così possiamo riprendere i primi due alle porte di Chivasso. Li troviamo talmente in crisi che il nostro invito ad unirsi al gruppo cade nel vuoto, sia a parole, sia a fatti. In questi casi, come si dice, prevale la testa e la volontà di arrivare al traguardo, a dispetto di una crisi fisica importante. Come si usa spesso dire: ognuno è a turno chiodo o martello ed in questo caso vedo riflesso nei loro occhi proprio la sagoma dell’uomo col martello.

Passato Brandizzo, però, distinguiamo nettamente avanti a noi tre sagome, non sono ciclisti della domenica, sono i nostri pari e autori di una buona fuga. Dare un colpetto di gas e riprenderli è un dovere a cui io, Federico e Carmine non ci tiriamo di certo indietro. Arriviamo alle porte dell’ultimo, cruciale, paese in configurazione classica di “gruppo compatto”, a meno di Alex, ancora avanti ed invisibile ai nostri occhi. Attraversare Settimo non è mai banale, c’è una parte pedonale ed una via in controsenso che richiedono grande perizia e sangue freddo, cosa difficile da cavar fuori dopo 135km di gara, ma ne usciamo, tutto sommato, bene e insieme.

La vista del portale con su scritto enorme “TORINO” è, al solito, cibo per corpo e mente. Ci siamo, non resta che snocciolare per il vialoni cittadini questa manciata di chilometri che ci separano dal motovelodromo Coppi, nella maniera più oculata e redditizia possibile. A sorpresa, Luca interpreta al meglio la sfida con una repentina svolta a sinistra verso la celebre curva delle “100Lire”, noi non lo sappiamo ancora, ma sarà la sua mossa vincente dato che noi rimasti, a sorpresa, avremo un altro imprevisto a cui dover far fronte.

Costeggiamo il cimitero, affrontiamo il curvone sud piegando a 90° come se fosse un granpremio di motoGP, ora a sinistra e via, tutto dritto fino in corso Casale… o no? aspetta aspetta, frena! Oggi in via Carcano c’è il mercatino dell’usato! Transenne, banchi, ombrelloni, teli bianchi a terra con sopra la merce e tanta, tanta, troppa gente che si aggira tra le bancarelle. Come dissero ad Aragorn nel Signore degli Anelli: “la via è chiusa!” Sono l’unico Torinese, ho il dovere di portare i ragazzi al traguardo nel minor tempo possibile. Scorre nella mia mente il tutto città Torino alla velocità della luce, ricordo una via alternativa, ma devo decidere in fretta, molto in fretta. Ma sì ci sono! poco più avanti c’è un’altra via che con un buon diagonale ritorna indietro e ci riporta al ponte sulla Dora (via Poliziano, per gli amanti della toponomastica). In un attimo siamo già al grande semaforo di corso Belgio, ed il poco traffico ci è complice. Piccola gimkana e posiamo le ruote sul ponte ciclo pedonale sul Po, e nonostante la foga, uno sguardo al grande fiume cattura tutti e riempie gli occhi di un bel sorso di città. Ora attenti, si scende sullo sterrato, pochi metri, svolta a destra, corso Casale, subito tutti sulla sinistra mentre vedo già le sagome amiche di chi, bonariamente, tiene a bada il traffico per farci entrare nel velodromo.

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Da qui in poi l’emozione ha il sopravvento su tutto, gli attimi molto brevi riescono a dilatarsi nel tempo come in un film di fantascienza, e tutto assume una dimensione ovattata e confortante. E’ un po’ come quando Pinocchio entra nella pancia della balena, solo che noi ora non passiamo dalla bocca ma dal sali scendi della rampa di accesso, il cui gioco di luci in chiaro/scuro/chiaro ci proietta quasi in un’altra dimensione. Siamo protetti ed avvolti dal bianco della pista, dentro il motovelodromo Coppi. Come per incanto si annullano tutti i messaggi provenienti dal corpo, nessuna fatica, nessun dolore o principio di crampi come solo pochi istanti fa sembrava essere. Tutto lo spazio è occupato dalla meraviglia di essere lì e sentir le grida ovattate di chi ci è venuto ad aspettare. Brillano gli occhi di Laura e dei miei bambini a nel vedermi percorrere l’ultimo giro che è un misto tra volata e giro di trionfo, tutto mescolato insieme e condito con un pizzico di eroismo per una piccola impresa che, per me si rinnova per la sesta volta ed è sempre nuova, sempre avvincente in modo differente dagli anni precedenti.

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Mi convinco a fermarmi, solo per la voglia di salutare la mia famiglia e per la gran sete, magari di una buona birra (puntualmente presente), altrimenti avrei fatto ancora almeno una decina di giri per gustarmi lo spettacolo degli altri arrivi direttamente da dentro l’azione. Il resto è una successione di abbracci reali ed ideali, tra loro, spicca quello con Federico, amico da anni, e con il quale oggi abbiamo condiviso di nuovo tanto: fatica, rispetto, voglia di far bene e, soprattutto, di divertirsi con lo sport più bello del mondo interpretato a modo nostro!

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