nulla accade mai per caso, la mia #MiTo2016 a #scattofisso by @vostokmilano #milanotorino

Che cos’è un sogno? Spesso gli scienziati dicono sia una nostra proiezione mentale o un metodo che ha il nostro cervello per scaricare i dati superflui immagazzinati nella memoria durante la giornata. Ma non è tutto, non può essere tutto. C’è ancora quell’alone di mistero, oltre la scienza, che fa sì che immaginando e spingendo oltre i nostri desideri, focalizzandoci su di essi ogni giorno, coltivandoli, possa far avverare i sogni, un giorno…

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… ed è il caso della passata domenica, dove, nel primissimo mattino, sotto un grigio cielo milanese, mi ritrovavo in un deserto corso Buenos Aires

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Che poi, corso Buenos Aires a Milano può davvero definirsi un piccolo pezzo di New York catapultato in Italia, solitamente caotico e trafficatissimo, mentre ora mi sembra di esser dentro una puntata di “the walking dead”, silenzio surreale. Per fortuna, però, non sbucano zombie affamati a ostacolare il mio cammino, ma qua e là qualche sparuto pedone si intravede, lasciandomi il dubbio se si sia svegliato presto come me o stia rientrando da una intensa nottata tra i locali della metropoli meneghina…

Questa situazione quasi surreale, gioca tutto a mio favore, riesco infatti ad avere il mio momento di concentrazione massima proprio ora, quando, con una certa ridondanza linguistica, sto andando come l’anno scorso al Vigorelli in sella alla mia (Cinelli) Vigorelli. Oggi si corre da Milano a Torino con la scatto fisso. La bici scorre silenziosissima, fin troppo. Mi trasmette la giusta fiducia facendomi comprendere che si digerirà tutti i 150km dato che anche il pavè di porta Garibaldi scorre via senza che lei si scomponga troppo, nonostante il pieno carico delle due borracce a bordo.

Arrivo al Vigorelli e vedo già tanti volti amici e tante bici, tutte tra loro estremamente diverse, accomunate solamente dalla trasmissione a scatto fisso. C’è di tutto: acciaio (tanto), alluminio, carbonio (poco), alto/basso profilo e manubri di tutte le fogge. Io, come gli altri anni, mi affido all’assetto da crono, reso solo un minimo più comodo da uno spessore da 5 mm sotto lo stem: non mi ha mai tradito e c’è sempre stato un momento, breve o lungo, dove mettermi giù sulle appendici è stato determinante.

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Non siamo moltissimi a partire, circa 65. Le ultime due edizioni funestate dal maltempo, e l’esplosione del fenomeno criterium, hanno un po’ messo in secondo piano quello che era l’appuntamento principale della stagione per gli amanti del fisso a pedali. Iscrizione rapida, il tempo di mettermi nelle tasche gli attrezzi, telefono e qualcosa da mangiare e via che si parte, ci vediamo a Torino!

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L’uscita da Milano è sempre festosa, siamo corridori sì ma anche una sorta di massa critica che afferma la voglia di riprendersi le strade, almeno alla domenica mattina, dove salvo rare eccezioni nessuno può veramente dire di aver fretta in auto, per andar dove poi? al lago o in montagna? Vige ancora, per fortuna, la regola di non belligeranza fino ad Abbiategrasso, tra i nuovi della MiTo ci sono anche le migliori gambe del panorama, ad esempio il mio amico Torinese Luca C. con il suo STØRM, Fabio A. di Cykeln, il grandissimo “Guanda” che sprizza entusiasmo da tutti i pori ed il suo amico Michel Chocol, vero atleta di alto livello, vincitore di svariate granfondo e dal fisico perfetto. C’è poco da fare, i corridori veri li riconosci già da quando scaricano la bici dall’auto per schierarsi in griglia, e lui non fa eccezione, armonioso nella pedalata e sicuro di potersi giocare le sue carte. Prima della partenza mi chiede anche qualche indicazione sulla strada da seguire una volta arrivati a Settimo, e gli mostro sul suo cellulare dallo schermo enorme (saranno 6” minimo) quella che è una via chiara e facile da riconoscere per arrivare in corso Casale a Torino.

Passati i primi 50km si inizia a far sul serio, come era naturale aspettarsi. Nessun “break away”, come si usa dire in gergo, ma tutta una serie di allunghi che decimano il gruppo (a Morano perdiamo ad esempio Matteo RR e Paolo tZE alla loro prima partecipazione) . Michel C è risulta quasi affascinante da vederlo pedalare, sembra non far fatica, ha una progressione che fa male agli avversari, e rimane impassibile in volto: non fa capire se quello è il suo limite oppure con noi sta solo giocando come il gatto con i topi…

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Il vento è presente ma soffia di traverso, qualche volta di 3/4 a favore. Mi metto anche io di buona lena e faccio qualche volenteroso turno davanti, a tirare. Mi trovo sempre comodo a star sulle prolunghe, anche per tempi piuttosto lunghi, e riesco a far veleggiare i miei compagni d’avventura attorno ad una velocità di crociera di 38-40km/h. A Borgo Revel (paesino dal nome che ho sempre trovato affascinante) anche Roby D’Anna e Luca A. decidono di averne abbastanza delle “specorate” e passano, giustamente, in modalità gita sociale.

I chilometri scorrono, non sembra vero di averne fatti già più di 100, quando in allenamento già solo la metà si fanno sentire così brucianti nelle gambe: potere del gruppo, della capacità di “limar le ruote” e stare coperti dal vento, Fabio, Luca, Alberto e gli altri ovviamente lo sanno, e tutti abbiamo ancora qualche cartuccia da sparare, tutto sta nel farlo al momento giusto. Per quello le gare sono così affascinanti, perchè a saperle leggere sono estremamente complesse pur nell’ estrema semplicità di andare da A a B.

Ci approcciamo all’abitato di Chivasso esattamente a mezzogiorno, ancora non lo sappiamo, ma sarà un vero mezzogiorno di fuoco! Siamo tutti convinti (ormai siamo una quindicina) di percorrere la via centrale, pavimentata in pavè e pedonale, ma che accorcia di molto l’itinerario… sappiamo che sarà chiaramente trafficata dai pedoni domenicali, quello che non sappiamo è che oggi c’è anche la fiera di paese! Apro un varco tra la folla come Mosè di fronte alle acque del Mar Rosso (passatemi l’irrispettoso paragone), la differenza è che invece dello scrosciar delle onde ci lasciamo alle spalle uno scrosciare di leciti insulti nei nostri confronti, stante l’assetto da orda di barbari con la quale svicoliamo tra folla e bancarelle. La buona notizia è che nessuno si è fatto male.

Poco prima di Brandizzo, Michel decide che è tempo di chiudere i conti e parte con uno scatto da “hors catégorie”. Come due leoni Fabio e Luca si lanciano al suo inseguimento, noi pochi superstiti (otto) li vediamo in lontananza. Fabio pare essergli in scia, ma Luca, in realtà  è più staccato. Il loro progetto dura il tempo di arrivare a Settimo: saltano entrambe, nulla si può contro l’uomo bionico! Sparisce anche dalla visuale, favorito annunciato, che credo centrerà il pronostico fatto da tutti.

Per Settimo, da sempre punto cruciale della corsa, ho in mente di mettere in scena lo stesso “show” dello scorso anno, ovvero, via pedonale (di nuovo) poi 300 metri di contromano e poi giù fino in piazza Sofia a Torino, attuando la famosa variante del cimitero. Attimo di brivido vero quando, finita la via pedonale, non mi accorgo della presenza di una catena tra due paletti che mi si para davanti: freno con pinza sull’anteriore e gambe sul posteriore, e questo basta per fortuna a non farmi fare un carpiato in avanti ma a pizzicarmi solo le dita. Sono incolume, niente paura, i battiti aumentano ma solo per colpa dell’intramuscolo di adrenalina inflitta dal momento di panico. Riesco a spostare la bici e ripartire, per il viale in contromano siamo solo io e Dario, ma gli altri, che stanno facendo il giro più lungo, si ricongiungeranno alla solita rotonda, che risulterà essere decisiva per lasciare Settimo e dirigersi verso la direzione più conveniente. 

Da qui in poi la corsa si tramuta in una velocity urbana (se non sapete cos’è, qui un prezioso link di storia…) ed emergono le capacità, mie e di alcuni compagni di avventura, di saper spingere forte sui pedali anche in presenza di traffico, semafori, rotonde e tutto il panorama di ostacoli cittadini. Non sono tecniche che si possono improvvisare, ne va soprattutto dell’incolumità di chi gareggia. Come dice Lucas Brunelle, uno che di corse urbane un po’ se ne intende, noi siamo la categoria di ciclisti che esiste negli interstizi del traffico, in quegli spazi che i più nemmeno ne immaginano l’esistenza. Negli anni di alleycat, e competizioni cittadine, abbiamo imparato invece a riconoscere quei varchi e a renderli dei posti sicuri dove stare, a concepire traiettorie sulla carta sbagliate ma nella pratica redditizie, ed è quello che fa la differenza alla MiTo, da sempre.

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L’ultimo ostacolo prima del ponte ciclopedonale del lungo Po Antonelli è l’incrocio con corso Belgio: semaforo rosso! Qui il flusso di traffico è davvero troppo veloce e voluminoso per poterlo sfidare, ci fermiamo tutti. Nel ripartire però non riesco ad agganciare il pedale, provo una volta…. due… tre, nulla! I ragazzi mi sfilano anche se siamo tutti a pochi metri di distanza, arranco, per poi finalmente sentire il “clack!” risolutivo che mi permette, finalmente, di alzarmi subito sulla sella per spingere fino all’ultimo incrocio.

Do per scontato che Luca, torinese, sappia che si deve svoltare leggermente a sinistra, invece vedo che si butta a destra, e rilancia pure! Gli altri lo seguono e trovo la voce per gridargli: “ragazzi, è di qua!!”. Mi butto al volo sul ponte, mi serve un po’ di lucidità alla fine di esso per non andar dritto giù per le scale, ma imboccare il sentiero (sì avete capito bene, sentiero sterrato in discesa lungo circa 6-7 metri) che percorro con la ruota dietro bloccata, anche per la tensione che mi sta assalendo e dalla paura di finire a terra a 150 metri dal traguardo.

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Dovrei star morbido, ma non mi riesce. Finalmente ritrovo il rassicurante asfalto di corso Casale (messo non poi così meglio del mini tratto sterrato che ho appena percorso) ed il tempo di un ultimo rilancio, e vedo che c’è solo il mio amico Filippo a presidiare il traguardo! Cerco ovunque con lo sguardo la sagoma di Michel, ma non lo vedo, non c’è, anzi non c’è ancora. Vuoi vedere che ho vinto?!

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Passano secondi interminabili prima che io realizzi che, sì, è andata proprio nel modo più sorprendente possibile. E’ andata che per arrivare primi in questa corsa non basta avere tanta gamba ed intelligenza tattica, ma anche aver pianificato un itinerario redditizio ed averlo percorso al massimo possibile, fino dentro la città, quella città che mi ha dato i natali, e che ora ammetto mi sta regalando la mia gioia sportiva più grande. Albo d’oro, e dati alla mano, sono il primo torinese ad aver vinto questa splendida classica del ciclismo alternativo e, ciliegina sulla torta, segno anche il record assoluto della gara con 4ore e 8 minuti, 5 minuti meno dell’edizione del 2013, l’ultima asciutta dopo le funeste 2014 e 2015.

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Aspetto con sguardo tra il sognante e il divertito l’arrivo di tutti i ragazzi che hanno partecipato, li vedo tutti sorridenti, così come mi conferma l’organizzatore Marcello. Per il prossimo anno, che sarà il decennale della MiTo, come della redhookcrit, guarda caso, tutti ci impegneremo a far sì che si parta da sopra il  legno del velodromo Vigorelli per giungere, “scorrendo”, sul cemento del Motovelodromo Coppi e poter così celebrare questi due monumenti, e dar merito a chi anche negli anni bui non ha mai permesso che andassero definitivamente perduti.

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l’alluminio è morto, viva l’alluminio! prova del CAAD12 di @RideCannondale #cannondale

Dopo essere stato cavalcato, nel corso degli anni ‘90,  come la soluzione di ogni male in termini di materiale ad uso ciclistico, con il re Leone Cipollini che gli scaricava addosso i suoi quasi mille Watt di pura energia in volata, ora l’alluminio ha subito un doppio colpo quasi mortale, il primo con l’avvento delle fibre composite con la loro lavorabilità estrema e caratteristiche meccaniche di un ordine di grandezza superiori al metallo, poi con l’attuale grande ritorno dell’acciaio rigorosamente artigiano e su misura che vede una schiera di talentuosi telaisti al di qua ed al di là dell’oceano che stanno dando forse la spallata definitiva all’alluminio.

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Per fortuna, però, ci sono della case illuminate che hanno capito che è la progettazione a fare la differenza e non il solo materiale in se. Quindi si trovano sul mercato, purtroppo e per fortuna, ottimi e pessimi telai in tutti i materiali classici (tengo fuori il titanio perchè è da cicloamatori molto molto evoluti che raramente sbagliano acquisto). Restando nel campo dell’alluminio, c’è un modello che è definibile come la porsche 911 delle bici. il CAAD di Cannondale. Sempre in evoluzione anno dopo anno (Cannondale Advance Aluminium Design), ma sempre fedele ai suoi principi base: tubazioni oversize, grande cura costruttiva seppur all’interno di soluzioni industriali e non artigianali stanti i grandi volumi di produzione in gioco.

Ed è proprio questo modello nella fortunata declinazione CAAD12 (misteriosamente l’11 è stato saltato nei passi evolutivi del telaio) che ho avuto modo di provare per qualche giorno in maniera approfondita e della quale vorrei raccontarvi le mie personali sensazioni alla guida di questa icona del ciclismo su strada.

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L’equipaggiamento è quello di fascia media con l’ultegra 11v e le mavic aksiumm elite (abbastanza base per il lignaggio del telaio), una classica sella fizik R7 e la splendida guarnitura di casa Cannondale: la Hollowgram Si che a vederla dal vivo incanta, con corone da amatore evoluto (quale vorrei essere…) 52-36. Noto subito che il reggisella è molto esile, ed infatti è di soli 25,4mm in carbonio: questo perchè si affida al componente il compito dello smorzamento delle vibrazioni provenienti dalle asperità della strada e lavora in coppia con la forcella conica anch’essa full carbon e dalla geometria molto particolare, quasi esile a prima vista ma assolutamente ben ideata se analizzata per bene dal vivo.

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Osservare la bici da vicino è assolutamente una sorpresa per la cura costruttiva e le soluzioni progettuali intelligenti. Pur non essendo un fan dei cavi interni (la manutenzione mi piace farla da me…) apprezzo come è stato ideato il percorso del cavo del deragliatore posteriore, estremamente razionale ed anche protetto da eventuali urti. Colpisce ovviamente anche la dimensione oversize delle tubazioni idroformate del triangolo principale, accoppiate al movimento centrale BB30 tipico della casa americana (anche se ora potrebbero aprirsi ad altri standard come il press-fit e rendere così disponibile la loro guarnitura in aftermarket).

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015Il primo giro che faccio è il mio classico colle Braida, che conosco come le mie tasche, di modo da avere subito un raffronto annullando la variabile delle incognite di un nuovo percorso. Prima sensazione di chiara e precisa rigidezza del telaio. Me lo aspettavo, chiaramente, ma dove questa sensazione si fa più evidente è in salita, fatto questo che mi sorprende e non poco! Avrei pensato al CAAD come una tipica bici da gara a circuito ed invece mi trovo a soffrire meno (in proporzione…) proprio sui classici strappi in salita, anzi meglio: subito dopo questi dove ho modo di recuperare senza dover rallentare la pedalata. Efficienza è la definizione che meglio trovo calzante per il settore della salita. Questa caratteristica mi verrà confermata ancora per tutte le uscite con questa bici e come si dice: tre indizi fanno una prova! Altro aspetto particolare è la discesa. C’è da dire che rispetto al mio telaio, improntato al 100% sull’aspetto racing con il doppio angolo caratteristico di 74°, qui abbiamo uno sterzo molto più aperto, ovvero di 72.9°, che, abbinato ad una forcella conica con rake da 45mm, crea un connubio di estrema stabilità nei curvoni veloci. Nonostante non riesca a trovare un grandissimo feeling con le coperture della Mavic, il telaio e la bici in generale scende in piega trasmettendo grande sicurezza anche alle alte velocità ed in presenza di asfalto non perfetto (ecco, ditemi voi dove al girono d’oggi posso trovare un asfalto perfetto su strade locali e ci vado a pedalare subito!). Per contro la rapidità nei tratti tecnici non è fulminea come sulla mia bici, compromesso comunque accettabile, e con un po’ di dimestichezza, è sufficiente solo un po’ di risolutezza in più e la bici cambia traiettoria in modo molto sincero. Aspetto sorprendente la frenata, davvero d’eccellenza i freni Ultegra, nonostante le piste dei cerchi Mavic non siano certo lo stato dell’arte, anzi si avverta chiaramente il passaggio non ben raccordato del punto di saldatura del cerchio, ma ripeto una frenata del genere su ruote d’alluminio toglie qualunque voglia di desiderare tutto il peso e la complessità di un impianto frenante a disco (almeno a me di sicuro…).

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Ho cercato anche di fare un giro lungo, almeno per i miei canoni, per testare il confort della bici e confermare (o smentire) il classico spauracchio dell’alluminio = spacca schiena. Devo dire che il non bellissimo reggisella trovo faccia comunque un buon lavoro per tagliare una parte delle vibrazioni provenienti dalla strada. Piccola nota personale: non mi sono trovato benissimo con la sella. Benchè venga da anni di arione, classica sempre di casa fizik, questa che dovrebbe essere la sua naturale evoluzione è stata un po’ meno gradita dalle mie ossa ischiatiche, ma si sa che la sella è un fatto troppo personale per poterne trattare in generale.

Unico commento che mi sento di fare sul gruppo, oltre agli eccellenti freni di cui ho detto, è che continuo a non trovare all’altezza del resto la gestione del deragliatore anteriore, mentre per il cambio ad 11v tutto come da pronostico, silenzioso e preciso anche se da campagnolista incallito quale sono la cambiata multipla nelle due direzioni mi manca un po’.

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In definitiva posso dire che ho avuto per le mani una bici assolutamente improntata per le competizioni o per chi vuole “sentire” la bici da corsa in tutto e per tutto, ma anche (ed aggiungerei finalmente) accessibile e non scorbutica come i vecchi telai in alluminio. Ancora una volta il paragone calza con l’evoluzione del mito 911 Carrera, ora guidabile anche da chi non è avvezzo a gestire un controsterzo ma che ama il puro piacere di guida. Per il Cannondale CAAD12 siamo direi al massimo oggi ottenibile da un telaio in alluminio da strada. Rispetto alla versione che ho provato sono certo di affermare che si merita ruote di livello ben superiore a quelle del modello a montaggio medio in vendita: sapranno esaltare ancora di più gli aspetti racing di questa grande bici da corsa.

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bordo pista: 2° memorial perego 24.02.2016

Inizia così la mia settima stagione di gare a scatto fisso (no, non mi sono ancora stancato…):-)

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fatti un giro sul Millenium Falcon: prova della @TrekBikes #Madone 9.9 factory replica

L’occasione è di quelle ghiotte: scopro la sera prima di poter andare a fare un salto da Red Bike e aver la possibilità di provare la gamma 2016 della Trek. Ma di fatto ancora non so che sul mio cammino incrocerò quella che credo ad oggi sia una delle bici più evolute in assoluto in merito alla ricerca della prestazione pura.

Arrivo un po’ trafelato, il solito traffico giavenese del sabato, e subito mi presento per l’ultima sessione della giornata dedicata alla prova delle bici da strada. Ho casco, pedali e scarpette; mi registro e vengo guidato dal buon Marco verso il “paddock” per la scelta della bici. Ci sono le Emonda, in diversi montaggi, bici ottima per la salita e le distanze, molto leggera e performante e poi… e poi vedo quella che più che una bici pare una astronave, la Madone in configurazione top assoluta, con la livrea della squadra corse Trek. Con un mezzo sorriso Marco mi fa: “beh, questa è una di quelle che si provano una sola volta nella vita…”. Non deve aggiungere altro,  in un attimo gli consegno i pedali e gli comunico le mie misure per la regolazione della sella.

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Porto la bici vicino all’auto dove poserò la giacca pesante e la osservo quasi con timore reverenziale. La bici è pazzesca. Non c’è alcuna traccia di cavi a vista, tutto è ottimizzato per la migliore aerodinamica possibile, la zona del movimento centrale (il punto su cui si scaricano le maggiori forze durante una volata) appare granitico a cominciare dai suoi 90mm di larghezza contro i canonici 68-70 a cui il mio occhio è abituato. I freni sono completamente carenati ed integrati nella forcella e nel telaio, soluzione degna delle migliori bici da TT sul mercato.

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Il manubrio poi meriterebbe un articolo tutto per lui: è sostanzialmente un ala di carbonio in un unico stampo. La classica posizione delle mani in presa alta non è proprio nemmeno praticabile: qui si mena duro e basta! Ruote assolutamente di livello, menzione per il canale largo del cerchio che è in grado di ospitare molto bene i tubolari da 25mm. Inizio anche il mio primo approccio in assoluto con un cambio elettroattuato come il Dura-Ace di2, vero fiore all’occhiello di casa Shimano, e benchè non sia un grande fan dei nipponici non posso che ammirare la pulizia del design e l’altissima ingegnerizzazione raggiunta da un componente chiave come la trasmissione.

Via, si parte per la pedalata! Complice un leggero falsopiano in discesa e delle buone sensazioni di gamba e leggo subito 45km/h sul mio Garmin… bene, ma la bici sembra non essere nemmeno impensierita dalla cosa, la sensazione è quella di essere molto al di sotto della velocità indicata ed ho subito voglia di spingere ancora ed ancora sui pedali. Provo un rilancio, la sensazione di rigidezza è una cosa mai provata prima: io sono in tutto e per tutto l’unico anello debole in questo sistema in movimento di bici più ciclista. Arrivo ad una rotonda e non serve nemmeno rallentare, la presa bassa al manubrio-ala dà un grande controllo alla bici e in un attimo sono fuori dal rondò. Scalare i pignoni è direi entusiasmante, un tocco alla leva ed un fruscìo annuncia l’innesto del nuovo rapporto. Ad essere sincero riscontro qualche piccola incertezza nella salita verso i pignoni più grandi, ma mi resta il dubbio che sia io poco preciso nell’azionare la leva più grande.

Finisce il rettilineo che ho interamente percorso al di sopra dei 40 orari  (20 secondi in meno del mio tempo migliore) ed inizio un tratto con un paio di salitelle secche dove posso provare dei rilanci anche a bassa velocità. Sarà l’entusiasmo e la fregola per il poco tempo disponibile, ma la corona da 39 denti mi sembra di percepirla come una compatta tanto è la spinta che riesco a generare anche in salita. Il movimento del deragliatore è un po’ rumoroso e tutto subito mi preoccupo per un suo malfunzionamento, ma niente paura è solo il motorino che fa compiere tutta l’escursione necessaria alle lamelle del cambio, senza incertezze e con la massima precisione. Ovviamente anche gli incroci non sono un problema dato che il sistema riconosce lo sfregamento della catena sulla lamina ed effettua in automatico dei micromovimenti di aggiustamento: il futuro è qui!

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Per non farmi mancare nulla la voglio anche portare sul pavè, anche se non è paragonabile al leggendario nord europa, per capire se diventa un cavallo imbizzarrito o se rimane gestibile. Con mia sorpresa, entrano in gioco i tubolari generosi e probabilmente non gonfi ad alte pressioni (credo intorno agli 8bar) che assorbono molto bene i sobbalzi sulle pietre. Certo il tratto è qualche centinaio di metri, ma sufficiente a rendere bene l’idea anche se non è certo una bici con cui i professionisti si lanciano alla caccia della volata nel velodromo di roubaix.

Segue l’ultimo tratto collinare, o mangia & bevi come piace dire ai ciclisti, dove viene fuori tutta la perfezione di questa macchina da competizione estrema. Anche il suono dello scorrimento delle ruote e della catena possiede un che di unico ed ammaliante, mi trovo a forzare ancora per non far abbassare le frequenze che il mio udito avverte, tanto sono affascinanti.

Nel mentre faccio questi ragionamenti e accumulo sensazioni ed emozioni vedo all’orizzonte il camion della Trek pronto per inghiottire anche la bici che mi sto godendo… arrivo, faccio ancora due chiacchiere cercando di mettere insieme due commenti che non siano troppo banali ma di fatto mi escono solo vocaboli scontati come: disumana, incredibile, pazzesca.

Il mio giro con il diavolo rosso

A distanza di qualche giorno e raccogliendo un po’ di considerazioni a freddo questa bici ritengo sia il termine di paragone odierno della tecnica ciclistica spinta al suo limite. Tutto è votato alla pura prestazione, senza compromessi, solo rispettando le regole dell’UCI ed aggiungendoci migliaia di ore di lavoro, ottimizzazione e progettazione. Una vera pietra miliare (un benchmark come direbbe chi ama la terminologia digitale) di quello che potrebbe essere il ciclismo competitivo di domani. Ritornando in questi giorni alla mia amatissima bici da corsa in acciaio mi viene da fare un parallelo automobilistico: pedalo da quasi due anni su quella che potrebbe essere una splendida Porshe 911 dei primi anni 2000, elegante, veloce, scattante ed esclusiva. Ma per una volta ho avuto il privilegio di guidare una Lamborghini Aventador in configurazione trofeo…

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Vi racconto delle mie bici – puntata 6 di 7: c’era bisogno di un’altra cx? sì! Storm cx singlespeed

E’ ormai una storia che è lunga un anno. Un anno intero dall’idea iniziale, nata quasi per caso, ad oggi dove ho tra le mani (che scriver tra le gambe fa brutto) il frutto di lavoro, idee e soprattutto grande passione per far le cose fatte bene.

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Era una fredda e umidissima serata torinese quando quasi per gioco venne organizzata una di quelle garette matte in ciclocross sfruttando i mille angoli verdi che la città offre. Nulla di ufficiale, nulla di autorizzato, costo di iscrizione irrisorio, avversari che si chiamano amici, nessuno con una bici simile alle altre (dalle fisse senza freni alle fat bike in un unica gara…) e tanta voglia di divertirsi. Fatto sta che la gamba girava bene e la stagione ufficiale ciclocross mi aveva già strigliato a modo. Quella gara me la giocai sul filo con Andrea, vincendola di poco (lui però era in single speed io invece avevo il rocchetto da 10 al posteriore…)

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013Il premio per il vincitore era un buono sconto per una verniciatura custom su di un telaio da parte di Krokodil customs aka l’amico Dennis.

 

 

 

 

 

 

Proprio nel post gara parlando con Filippo (benchè tutti, credo anche i genitori, lo chiamino Choppah), appena imbarcatosi nel bellissimo ed ambizioso progetto di fondare un marchio ciclistico: STØRM Cycles. Per restare affini allo spirito del nuovo brand, salta fuori l’idea che sarebbe bello affiancare alla mia inseparabile Zino un’altra bici da ciclocross ma che parta da basi antitetiche per arrivare ad una soluzione simile. Ovvero la possibilità di realizzare un telaio da ciclocross single speed, in alluminio e con i freni a disco in totale contrapposizione alla Zino che è in classico acciaio, con marce e freni classici a cantilever.

La cosa dopo un paio di ipotesi inizia a prendere forma ed avuto la certezza che il telaio si farà inizio a dar sfogo al mio hobby preferito (no il ciclismo non è annoverabile tra i passatempi, trattasi di ossessione) ovvero la ricerca di componenti di pregio a poco prezzo sia sul web che presso amici e conoscenti.

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E così arrivano in garage delle ruote che stavano su di un CAADX Cannondale, un set Thomson (il reggisella per me rimane il migliore di tutti i tempi), una sella splendida della Prologo, un manubrio 3T in carbonio (asta ebay fortunosa), le pinze freno meccaniche che avevo dismesso dalla mtb quando ero passato agli idraulici (in mtb essenziali, in cx i meccanici vanno più che bene), la guarnitura Rotor (perchè alla fine siamo tutti dei vanitosi), ed un ingegnoso pignone singlespeed da 21 denti di brevetto Dodici cicli Milano.

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Il progetto grafico è a mia totale libertà, dato che Dennis ama le sfide. Allora libero la fantasia e mi faccio guidare dalle mani di Silvia Ileana Stella che ha fatto della ricerca dei colori il suo lavoro oltre che una delle sue passioni. Io metto le mie sensazioni e lei ne dà la forma… dai primi bozzetti al mock-up definitivo il passo è breve, con il botto finale di Dennis che dice. “è la cosa più complessa che abbia mai provato a fare, ma ci riuscirò!”.

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Nel frattempo il telaio ha preso forma ed è una piccola emozione averlo tra le mani: bello, solido e leggero come l’alluminio oversize sa essere. La primissima impressione è che sia devoto alla competizione pura e questa sensazione da ora in poi non andrà più via.

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La verniciatura ha preso un tempo commisurato alla sua complessità grafica, ma aspettare e desiderare ha comunque il suo lato positivo. La prima apparizione pubblica fu alla criterium di Ravenna dove già da solo, nudo in esposizione allo stand STØRM, riscosse un bel riscontro di gradimento. Non che cercassi approvazione a tutti i costi con qualcosa che stupisse, quel telaio in primis doveva piacere a me e rappresentare un mio lato della passione ciclistica, ma vedere quell’interesse da parte di ragazzi di fatto anche abbastanza lontani dal ciclocross nudo e crudo mi diede delle belle vibrazioni e la sensazione di essere sul sentiero giusto.

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Il montaggio fu piuttosto semplice e dopo con qualche accorgimento la bici era completa e nelle mie mani, prima sensazione: wow questa è una bici per correre “no-compromise”! Questa sensazione chiaramente non è più andata via, anzi con il passare del tempo si è perfezionata e mostrata in tutte le sue sfaccettature. Non è una bici da viaggio o da diporto, non è una bici da gravel (termine che inizia ad essere usato a sproposito…) è una bici per fare ciclocross ad un solo rapporto, nulla più ma di fatto è molto! L’avantreno è la cosa più sorprendente in assoluto: complice anche una prelibata forcella conica full carbon, il controllo è diretto ed immediato.

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La gestione dei cambi di direzione è fulminea tanto da ricordarmi le mie amate bici da pista e non per caso il marchio STØRM essenzialmente ha quel background.

3C6A8768Una delle cose che più sorprende è la possibilità di girarsi anche in spazi molto risicati che, di fatto, sono propri delle competizioni ciclocrossisitiche dove spesso i confini fettucciati sembrano messi ad arte per complicare la vita ai corridori o per farli smontar di sella e correre bici a spalla. Il rovescio della medaglia evidente è un certo nervosismo sulle asperità e un po’ di instabilità sui curvoni veloci, quest’ultimo aspetto però è stato mitigato al meglio dopo che ho messo il copertoncino (anzi open tubolar) Limus della Challenge Tires: davvero portentoso e performante non solo quando c’è fango ovunque ma anche quando la tenuta laterale sul veloce diventa essenziale.

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La frenata grazie ai dischi meccanici è ottima e quasi esuberante, la riserva di potenza è ben al di sopra delle necessità del ciclocross ma per contro lo sforzo alle leve è molto basso quindi si riesce a gestire tutta la fase di rallentamento con un solo dito per leva.

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030Per provare qualcosa di davvero folle ed insolito qualche settimana fa ho anche preso parte alla competizione più folle degli ultimi tempi, ovvero una gara di ciclocross ma riservata a bici con scatto fisso e nessun freno: ebbene grazie al geniale mozzo di Stefano aka mr. FixKin la mia solita ruota che uso sul vigorelli è diventata una “track cross wheel” ed il risultato è stato a dir poco sorprendente! grande tenuta e stabilità ed una prontezza di risposta fantastiche mi hanno entusiasmato per tutta la durata della corsa, ora però ne voglio ancora!

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020Infine un ringraziamento grande a Filippo che con tenacia e gran voglia di faticare, come ogni buon ciclista, sta mettendo anima e cuore in questo progetto e che ha voluto credere in me per avere un responso obiettivo su quello che sarà il modello cxss definitivo da porre sul mercato, in bocca al lupo Choppah!

 

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PS: le foto sono di quel matto di Emanuele Barbaro aka Sbà Sapu, grazie!!

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Il 2015 è andato, il prossimo sarà sicuramente diverso #blog

meglio o peggio non lo so, ma credo che qualcosa di diverso sia necessario, quindi un po’ di riposo e poi si riparte, in tutti i sensi!

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 16.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 6 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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bordo pista: Red Hook Milano 10.10.2015

come se lo avessi scritto io, ma meglio. Una lucida cronaca della Red Hook milanese fatta da chi è dentro dal primo giorno, anzi anche da prima.

casbahcicloclub

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Red Hook Milano 10.10.2015

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