Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

flyer_res2

La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

006

In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

005

Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

004

Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

start2

Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

sottopasso

Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

scannare

Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

005 (2)

Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

006 (2)

Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

respublica genova-110

Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

011

Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

014

Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

io_marco_zena

Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

scarpa2

Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

gruppo_arrivo

L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

tracciato

 

Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

2 commenti

Archiviato in bici, fixed

una Sanremo non fa primavera, ma fa emozionare #MSR2017

Come spesso accade le cose non pianificate sono quelle che più restano impresse nella memoria, ed è accaduto anche questa volta con un semplice messaggino whatsapp che diceva: “ti piacerebbe veder da vicino la Milano Sanremo?”…

tornanti3

sanremo_valcava 016Ovviamente non ci pensai su nemmeno un minuto. Memore della splendida esperienza vissuta lo scorso anno in casa Lampre-Merida, ma quella volta si trattava del giro d’Italia e le condizioni erano diverse. Ora l’occasione, grazie a Garmin Italia, è quella di poter vedere da vicino le operazioni dentro un UCI world team prima e durante la partenza della Milano – Sanremo, classica monumento di primavera che dà il via alla canonica stagione professionistica su strada.

pass1

Arrivo all’hotel e mi accoglie Matteo, agente stampa dell’Astana. Scorgo da dietro le ampie vetrate l’inconfondibile azzurro del loro bus e iniziamo a raccontarci reciprocamente il percorso di esperienze maturate in campo ciclistico e non, che ci hanno portato ad essere qui oggi. Durante il nostro discorrere, intorno a noi c’è un fitto via vai di atleti e membri dello staff e la mia attenzione viene subito catturata dal foglio appeso sulla parete a fianco degli ascensori principali. E’ un semplice schema con tutto il personale della squadra con a fianco riportato il numero della relativa camera, utile ai massaggiatori e direttori sportivi per avere un immediato colpo d’occhio su dove sia il tal atleta o meccanico, per non perdere tempo nel doverli reperire in caso di necessità.

sanremo_valcava 002

La cena con meccanici e d.s. (gli atleti hanno cenato prima e stanno già riposando, perchè domani sarà per loro una lunghissima giornata…) scorre via molto amabilmente, con aneddoti e considerazioni su cosa era e cos’è oggi il ciclismo professionistico. Pendo letteralmente dalle loro labbra. La considerazione principale di fatto è che il ciclismo oggi è senza dubbio molto più pulito, ma sono venute meno praticamente tutte quelle leggi non scritte che un tempo governavano il gruppo dei corridori. Non si tratta di nonnismo o peggio, ma di fatto c’erano i giovani, i gregari di esperienza ed i capitani, ognuno con peso specifico differente, oneri ed onori differenti. Oggi, complice anche la tanta voglia di arrivare unita alla spregiudicatezza dei giovani talenti ed al necessario tornaconto (non fosse altro che di visibilità) delle squadre, è all’ordine del giorno vedere i giovani e giovanissimi letteralmente “scattare in faccia” al gruppo già dal terzo chilometro di gara o sovvertire le fasi di approccio ad una salita decisiva, arrivando ai piedi di essa come se il traguardo fosse lì e non dopo altri quattro o cinque colli di giornata. Alla fine nessuno è comunque demoralizzato dalla situazione, solo se ne prende atto con un po’ di disillusione. I tempi di Merckx sono davvero ormai tanto tanto lontani.

sanremo_valcava 007

Al mattino la sveglia suona molto presto ed io sono già sul piazzale retrostante l’hotel alle prime luci dell’alba. Sono in azione i meccanici con una gestualità e disciplina che mi affascina.

sanremo_valcava 009

Ricontrollano le bici, non minuziosamente (non ve ne sarebbe il tempo) ma in quei particolari essenziali che potrebbero far la differenza tra una vittoria ed un buon piazzamento, o anche solo tra la soddisfazione del corridore e la sua frustrazione e successiva insicurezza nelle prossime gare. Fatto da evitare con più attenzione che una sindrome da over training.

sanremo_valcava 011

Noto che l’equipaggiamento è molto simile per praticamente tutti gli otto atleti oggi impegnati in gara (portacolori azzurro oggi il solo Oscar Gatto) due tipi di telaio, uno aero ed uno più tradizionale, tutte ruote con profilo attorno ai 60mm, poichè con il vento previsto, osare oltre potrebbe esser controproducente. Per tutti cambio elettronico (la cui affidabilità è ormai fuori discussione) per finire freni tradizionali, come da regolamento UCI.

sanremo_valcava 008

Inevitabile scambiarci qualche battuta proprio su questo tema caldo che è l’impiego dei freni a disco. Se da una parte tutti sono convinti del consistente aumento delle condizioni di sicurezza ed affidabilità di un impianto del genere su di una bici da corsa (gomme permettendo, dato che si sta giustamente virando verso coperture da 28mm) d’altro canto nelle corse professionistiche sono tante le variabili che portano, ad oggi, a ritenerli ancora non impiegabili ad occhi chiusi. In primis il grande aggravio di lavoro che darebbero ai meccanici stessi soprattutto in fase di corsa, dove negli attimi concitati di un cambio ruote occorrerebbe svitare e sfilare il perno passante (in luogo di un rapido gesto del quick release), infilare e centrare con attenzione la ruota, avendo nel contempo massima cura che nè il meccanico nè il corridore stringano la leva del freno che potrebbe causare l’incollamento delle pasticche tra loro e dovendo, di conseguenza, procedere al successivo distacco delle stesse con un cacciavite, per poi rinfilare il perno e serrarlo. Attimi certo, ma che possono valere una gara e va considerato che non tutti gli atleti di una squadra possono avere l’intera bici a sostituzione in caso di un problema tecnico. Ultimo aspetto, che di fatto esula da considerazioni analoghe nel mondo amatoriale, è il dover considerare che le gare professionistiche su strada (quindi non mtb nè ciclocross dove il disco ha giustamente ormai preso il sopravvento) si svolgono per la maggior parte del tempo in configurazione di “gruppo compatto” andando ad esporre i corridori ad una probabilità molto più alta di collidere con un disco in rotazione in caso di caduta di gruppo. Aspetto quest’ultimo senza dubbio mitigabile con alcuni accorgimenti, ma di fatto non del tutto eliminabile.

sanremo_valcava 015

Rientro nell’hotel per la mia colazione e vedo anche gli atleti loro al tavolo. Matteo mi fa notare che, il giorno della gara, gli atleti hanno un tavolo a parte, solo per loro e nemmeno vicino a tecnici, massaggiatori o commissari tecnici. Questa scelta ha un motivo ben preciso: il cercare di far cementare il gruppo e dar loro l’opportunità di mettersi nella condizione di massimo agio, al fine di non dover trattenere la tal frase o battuta per timore di esser fraintesi da quelli che di fatto sono i loro superiori in ambito lavorativo. Meglio lasciarli ai loro discorsi, magari anche futili e lontani da strategie e tattiche di giornata ma essenziali per affrontare la corsa a mente libera.

sanremo_valcava 033

E’ tempo di muoversi ed in breve, complice il poco traffico del sabato mattina, stiamo già entrando in città. La scena meriterebbe la ripresa esterna di un drone con le tre macchine, un bus ed un camion di colore azzurro che si stagliano sulle policromie di grigio cittadino.  Stiamo andando ad una delle gare ciclistiche più famose ed importanti al mondo e trattengo a stento l’emozione, muovendomi continuamente sul sedile ed ammirando il foglio con lo schema dell’intero “peloton” di oggi e le annotazioni sulla mappa del tracciato per la gestione della corsa.

sanremo_valcava 035

L’arrivo al castello sforzesco è imponente, con tutte le squadre intente a scaricare le bici e a verificare gli ultimi dettagli prima delle operazioni di partenza. Gli atleti alla spicciolata escono dal bus dopo il briefing del direttore sportivo: si percepisce subito la tensione sui loro volti, così diversi da solo poche ore fa in hotel. Soprattutto sui più giovani si scorge una tensione governata a fatica, il loro compito sarà gravoso durante i quasi 300km di oggi e dovranno far sì che tutto giri a favore della squadra e dei loro uomini veloci o “finisseur” nel caso di un tipico attacco sull’ultima asperità del Poggio (fatto poi verificatosi in maniera eclatante quest’anno!).

tornanti1

sanremo_valcava 038Piccolo attimo di mondanità con la sfilata al foglio firma e qualche battuta scambiata con gli intervistatori in inglese e italiano, poi via, tutti pronti ad incolonnarsi per la partenza. Come tutte le gare pro, i primi chilometri sono neutri, per dar modo al gruppo di assestarsi ed alle ammiraglie di sgranarsi correttamente.

tornanti2

Non ci sono macchie uniformi delle squadre ma il gruppo al momento attende in una configurazione piuttosto variopinta. E’ anche l’unica occasione della giornata per i corridori di scambiare qualche battuta con altri amici atleti al di fuori della loro squadra, anche per spezzare la tensione dell’attesa.

tornanti3

Tutto è pronto, lo speaker scandisce il countdown per la partenza ed i corridori iniziano ad impugnare il manubrio con fare più deciso…3…2…1….VIA! Inizia la trionfale sinfonia a-ritmica dei duecento “clack!” dei pedali, non si sganceranno prima di sette ore e spiccioli di gara.

sanremo_valcava 044

Benchè oggi il clima sia mite, ma molto ventoso, e che il tracciato non sia particolarmente duro nonostante la sua non indifferente lunghezza  (la maggiore di tutta la stagione, da sempre), sarà l’agonismo stesso degli atleti a render selettiva la corsa e a far primeggiare su via Roma a Sanremo solo chi sarà stato in grado di gestirsi al meglio e di attaccare nel momento chiave. Buona fortuna ragazzi!

PS: Trovate qui, sul blog di Garmin,  un riassunto di questo racconto.

Le foto brutte in questo articolo sono mie, quelle belle della inossidabile coppia di Tornanti.cc aka i miei amici Francesco ed Eloise.

3 commenti

Archiviato in bici

QUELLO CHE CONTA E’ IL TRAGITTO–il #festive500 lungo il fiume Po

Sono curioso per natura, anche se di base un po’ troppo pigro per cacciarmi veramente a capofitto in mezzo ai guai. Questo mi porta comunque a voler esser a contatto diretto e senza filtri con ci porta un’esperienza nuova e diversa dalla mia….

ferrara_arieti

Io amo alla follia il ciclismo (sai che novità…) ed il pedalare all’aperto in se, ma sono per forma mentis molto distante (per ora?) da chi si cimenta in viaggi ed ultra-distanze in bici. Quale occasione migliore che affiancare la storica crew degli Arieti di Ferrara nella loro nuova pelle di randonneur speciali. Li conobbi anni fa (tanti) ed erano già veterani dello scattofisso e delle alleycat race cittadine, già allora mi insegnarono molto sul come interpretare la bici dentro al traffico delle città ed uscirne sempre vincitori. Ma si sa che restare fissi sul proprio campo rende tutto più noioso ed allora eccoli che li vedo nuovi interpreti del ciclismo delle grandi distanze, declinato al tempo invernale. Ocasione è il challenge del festive500 ovvero pedalare 500km dal 24 al 31 dicembre. Di per se in otto giorni, come da statuto, non sarebbero nemmeno impossibili da percorrere, ma la sfida nella sfida quest’anno comporta il percorre tutto il grande fiume Po, dalla foce (in pratica casa loro) fino alla sorgente (quasi casa mia…), ma in tre soli giorni, con una media di oltre 250km al giorno. Come spesso sento dire sono le condizioni a contorno a trasformare cose semplici in piccole/grandi imprese e qui siamo molto vicini a definire a pieno titolo una vera impresa epica.

Ho la fortuna di poterli affiancare nella loro ultima tappa, da Chivasso fin su a Pian del Re dove sorge il fiume. Loro li immagino stanchi e con le bici cariche… quindi non ritengo etico (passatemi il termine) presentarmi baldanzoso in bici da corsa e tenuta da sportivello. Voglio invece far in modo di provar un po’ ad immedesimarmi nel loro sforzo. Siccome suonerebbe ancor più stridente metter delle borse a caso (con dentro cosa poi, delle birre?) decido che mi unirò a loro con la mia bici a scatto fisso. Un solo rapporto, un solo freno, nessuna agevolazione alle mie gambe quando la strada inizierà a salire. Forse in questo modo avrò più consapevolezza del loro stato mentale in cui sono immersi in un viaggio così lungo.

fest1

Mi avvio per incrociare il loro tracciato (pubblicato su web e molto ben monitorabile) già dal mattino, con una temperatura che è di pochi gradi sopra lo zero e con la massima cautela ed occhi aperti per capire costantemente le condizioni dell’asfalto ed evitare brutti scivoloni. Già da subito mi balza in mente quale dev’esser stata la loro difficoltà nel fare quello che io sto facendo ora ma con bici carica, la nebbia intorno, le prime ore del mattino e conseguente buio completo in strada.

I panorami del basso Piemonte non sono particolarmente affascinanti a meno che la giornata limpida non conceda lo sguardo sull’intera corona alpina ed oggi non è uno di quei giorni. Il girar delle gambe mette in temperatura tutto il mio corpo e sono ormai sulla loro traccia corretta, a soli 5km da loro. Se però entrambe siamo in movimento, recuperare una distanza del genere in bici non è cosa da pochi minuti, nonostante il mio vantaggio in termini di freschezza atletica e leggerezza del mezzo. Li raggiungo a Saluzzo, da qui in poi, dopo il loro viaggio di 600km completamente piatti, inizierà l’ascesa finale verso la grande montagna: il Monviso.

Atmosfera bellissima tra loro, tutti diversi ma tutti accomunati da passione ed obiettivo comune. Non c’è un vero leader ognuno condivide quella che è la sua esperienza ciclistica con gli altri. Una improvvisa foratura li vede tutti collaborare e ripartire insieme, lo spirito è bellissimo. Nel frattempo accadono due cose. La prima: si diradano le nuvole e si intravedono le montagne e con loro aumenta la motivazione e la voglia di arrivare su. La seconda: la strada inizia a salire.

Chi non va in bici non si rende conto di quando le gambe di un ciclista riescano a decifrare anche i decimali di pendenza di una strada. E’ una sensibilità che si acquisisce con il tempo, ma poi non ti molla più. Cosicché dal 3 al 5% c’è una grossa differenza e si riesce anche ad intuire bene le sfumature tra i due valori. Nell’inizio della salita verso Paesana, ultima vera cittadina prima della vetta, i dialoghi si fanno più rari, la concentrazione sale e la fatica cala il suo martello sui più sensibili alla salita e meno leggeri sia come peso proprio che come peso degli equipaggiamenti sulle biciclette.

fest2

Siamo nelle ore centrali del giorno, ma siamo anche in pieno inverno ed in una vallata alpina orientata da ovest a est, il risultato è che dopo poco il sole già scopare dietro le creste, tingendo il panorama attorno di un azzurro livido, che contrasta con il bianco delle prime lingue di neve che troviamo a bordo strada. Ora la salita è salita vera, io con il mio unico rapporto (49/17) inadatto per scelta inizio a procedere sempre in piedi sui pedali ad una cadenza che è la metà di quella degli altri ragazzi. Questa asincronia delle gambe però fa magicamente sincronizzare le nostre andature ed anche le nostre sensazioni. Muscoli che bruciano, bocca aperta a cercare più aria possibile ed aria che diventa sempre più gelida sui nostri volti.

Qualcuno procede più lentamente, ma quasi tutti siamo assieme. Il traffico è praticamente cessato del tutto, e dopo una curva, in un cielo che inizia a tingersi di rosa, si staglia di fronte a noi il bianchissimo profilo del Monviso come a sussurrarci una sorta di: “benvenuti, stranieri fuori stagione”. Questo panorama, a me ben noto, riesce ad emozionarmi e vedo la stesso sentimento moltiplicato per dieci negli occhi dei ragazzi che ora distolgono costantemente lo sguardo dalla strada per ammirare la montagna. Assaporano il compiersi dell’impresa, con un gusto che posso solo immaginare.

Decido di non far con loro gli ultimi 4km che li separa dalla sorgente, non sarebbe corretto. Quello oggi è il loro piccolo grande sogno che si compie, io sono già stato un osservatore privilegiato ed un pedalatore ammirato nel vedere come da un’idea nascano così forti emozioni. Tornerò di sicuro, in primavera, ma questo oggi è il loro grande giorno.

di seguito l’articolo originale di Linda Ceola sul quotidiano online Ferrara Italia

Lascia un commento

Archiviato in bici

il piacere dell’attesa, (di 3 anni…) per correre #Rockville, non è esso stesso un piacere?

partiamo con il dire che non ho ancora ben definita una risposta alla domanda qui sopra… però a ben vedere tutto il percorso che mi ha  portato fino alla stupenda giornata di venerdì scorso merita di esser messo bene in fila…

10849357_10152602842797108_1957534776_o

E’ da quando sono entrato a piene mani in contatto con il sorprendente mondo del ciclocross amatoriale che Rockville si è fissato nella mia mente come uno degli obiettivi più importanti da assaporare nella stagione cx. Per chi vive un po’ al di fuori del ciclismo alternativo (lo so che è un pessimo vocabolo, ma tanto per chiarire), dovete sapere che da ormai dieci anni esatti in una borgata di un minuscolo paesino alle porte di Cremona si celebra, ed è proprio il caso di dirlo, la passione per il ciclocross, coniugato però a mono rapporto. Come spesso capita, una sola corona ed un solo pignone semplicemente uniti dal più breve tratto di catena possibile.

 

Se ho già ben chiaro nella mia testa che con una marcia sola si possono fare cose abbastanza ardite, vi posso garantire che invece nel ciclocross quasi non si sente la mancanza di un ventaglio di rapporti a disposizione. I circuiti cx, se ben tracciati e Rockville è tracciato da maestri, sono selettivi al punto tale che un rapporto solo si riesce a gestire molto bene, nella classica proporzione di 2:1. Inoltre, il non avere l’assillo del cambio fa sì che ci si concentri molto di più sulla pedalata e sulla guida della bici che diventa, quindi, ancor più determinante.

Ritenevo quindi assolutamente corretto che la mia prima Rockville dovesse essere affrontata con una bici che “nativamente” potesse alloggiare un solo rapporto… bene, dopo mille peripezie e con gran soddisfazione la bici arrivò in garage nel luglio del 2015 e fu subito amore. Un malanno poco simpatico però mi mise fuori gioco nel gennaio 2016, per cui l’appuntamento fu irrimediabilmente rimandato di 365 giorni esatti, perchè da tradizione rockville è sempre il giorno dell’epifania.

3C6A8804

Il bello di tutta la serie di gare di ciclocross singlespeed (abbreviato SCIS) è che ciò che davvero conta non è l’agonismo in se ma il divertirsi pedalando. Viene premiato solo il vincitore e tutti gli altri atleti classificati in un bonario 2° pari merito, tanto ognuno che ha gareggiato sa benissimo quanto è andato bene e dove invece ha sbagliato e può migliorare in vista del prossimo appuntamento sul fango.

Già, il fango. Solitamente la zona intorno a Villarocca di Pessina Cremonese (questo l’esatto nome del posto, ma non garantisco che google maps ne sia a conoscenza…) è estremamente umida e caratterizzata da un terreno piuttosto argilloso. Ne consegue che è un vero unico pantano, non a caso il sottotitolo della gara da qualche anno è: “where mud comes alive!” giusto per chiarire.

Ed infine arriva il giorno. Sveglia ben prima dell’alba e raduno della mini comitiva di tre torinesi alla volta di Rockville. Sono in compagnia di Andrea e Vittorio che già lo scorso anno si erano deliziati dell’evento, sfrutto quindi tutto il viaggio per chiedere consigli e sentire i loro racconti e gasarmi ancor di più.

Il tragitto scorre più veloce del previsto ed arriviamo tra i primi nel piccolo agriturismo che ci ospiterà anche a pranzo. Ritrovo molti amici di nuova e vecchia data e l’atmosfera è da subito super rilassata. Dopo il cambio d’abito in un accogliente (e ben riscaldato) stanzone, usciamo a perlustrare il tracciato.

013

Primo verdetto: è tutto letteralmente pietrificato dal gelo! Mi ero fatto mille ipotesi sulle condizioni, ma questa mi spiazza e mi trova un po’ impreparato, sarà difficile tener anche a bada il mal di schiena che un po’ mi tormenta con tutto quello sconnesso, ma non mi perdo d’animo e nel tempo a disposizione inizio a provare qualche linea un po’ redditizia.

017

Il gruppo partenti è quanto di più bello ed eterogeneo potessi immaginare: ci sono i tigers veneti al completo, una delegazione dal Belgio (che ci fa anche dono di una cassa di birre artigianali), i ragazzi di Milano, i romagnoli di supernova e tanti altri appassionati di ogni età tutti con bici molto personali, frutto della grande passione che ci va per allestire un mezzo a pedali così particolare come una ciclocross singlespeed.

catasta

Ci aspettavamo la classica partenza alla Le Mans, con i corridori da un lato ed i mezzi a pedali dall’altro… ma qui gli organizzatori ci hanno voluto stupire, nonchè complicare un po’ la vita. Dalla piazzetta del via infatti, non si vedevano le bici da noi depositate sul prato. Dopo il, virtuale, colpo di cannone e conseguente corsetta a buon ritmo, ci ritroviamo davanti agli occhi due enormi cataste di bici ammassate l’una sull’altra! Passo i primi secondi a vagare con lo sguardo per cogliere quanto meno i colori della mia… nel frattempo attorno a me par di esser dentro un formicaio umano con un via vai di corridori e bici in ogni direzione. Trovo la mia e con una specie di danza rituale la districo dalle altre ancora senza padrone e via, a  tutta verso la tanto desiderata ora di gara!

012

Nonostante il fondo durissimo, il percorso risulta essere stupendo, con tratti tecnici, allunghi furiosi, una contropendenza che mieterà molte vittime (me compreso) ed una pazzesca chiocciola concentrica da far venir il mal di mare anche al più smaliziato crossista. Genio nel genio, dopo la prima mezz’ora di gara che cerco di fare al meglio delle mie possibilità (leggi completamente fuori soglia cardiaca, come ogni gara cx impone) gli organizzatori pensano bene di posizionare altri nuovi ostacoli lungo il tracciato, così a sorpresa ed in modo del tutto casuale! Li vedo e sorrido e capisco ancora meglio come questa sia una gara veramente fuori dal comune, nella migliore accezione del termine!

Vengo doppiato dai primi due (fagiano e vara, per chi conosce) e resto letteralmente impressionato dalla loro capacità di guida. Ad allenar la gamba siamo tutti buoni, con un po’ di dedizione e tempo a disposizione, ma a guidare in quel modo ci va talento e basta. Andrea poi sembra aver le ruote poggiate su ottimo asfalto per come è equilibrato in sella,  un vero piacere da guardare, non fosse che anche io nel mio piccolo sto gareggiando ed è meglio non distrarsi troppo per non andar ad assaggiare l’erba di Villarocca, senza dubbio ricca di fibre, ma non il meglio per la dieta umana.

010

A proposito di dieta e affini: come nella disciplina che fa della durezza (di campo e di gioco) la sua colonna portante, ovvero il rugby, anche qui il meglio del meglio è il terzo tempo dei ciclocrossisti. L’agriturismo ci offre un menù eccellente che profuma di casareccio, il tutto innaffiato da un ottimo vino!

3C6A1078-copy

Passato il rito del lavaggio della bici, oggi piuttosto inutile, ci ritroviamo in una tavolata splendida, con amici vecchi e nuovi a parlare comunque ancora di bici, ma con tante sfumature diverse, come diverse sono i caratteri di ognuno di noi, e tutti con la stessa identica attitudine: pedalare per il puro piacere di farlo, in tutte le condizioni meteo e di fondo, in tutti i mesi dell’anno, con tutti i tipi di bici che offre il mercato e l’inventiva dei telaisti. Ecco, raramente come oggi ho ritrovato così forte il senso di comunità che lega questo gruppo di persone con vite “là fuori” così diverse tra loro, alla prossima Rockville!!

https://vimeo.com/112014654

Lascia un commento

Archiviato in bici

il nuovo portale @endusport con il mio racconto della 12h di Monza fatta in solitaria e a #scattofisso

è stata una vera avventura, nonostante il teatro della gara sia stato il sicuro autodromo di monza, sul rinnovato magazine di ENDUsport vi racconto come è andata, con la testa che già pensa a cosa fare di ancora più folle la prossima stagione!

10 settembre 2016 Comments (0) Racconti dei partecipanti, Racconto in evidenza 12h Cycle Marathon (a scatto fisso)

colomba

Lascia un commento

Archiviato in bici

Vi racconto delle mie bici – puntata 7 di (ehm…) 9: la prima MTB non si scorda mai…

… e nemmeno si hanno la forza ed il coraggio per venderla, perchè come diceva mio zio Paulin, spentosi a 98 anni, “prima o poi tutto torna di nuovo utile!”

Facciamo prima un piccolo salto nel passato non troppo remoto. Quando sul finire degli anni ‘80 l’Italia fu investita dall’onda delle mountain bike. Complice anche quel geniaccio di Colombo con la sua rampichino (sogno proibito di molti di noi), tutti noi ragazzini su 12-13 anni passata la sbornia da BMX volevamo avere qualcosa da pedalare di serio e robusto per sfidare i sentieri in montagna. All’epoca vivevo al centro della Valsusa e dai monti ero letteralmente circondato. La smania (con pericolosità annessa…) del motorino era alle porte e per tamponare la situazione i miei decisero di cogliere la palla al balzo e regalarmi una bella mountain bike di modo da sopirmi altre voglie motorizzate. Ora non ricordo su base di quale dritta, ma andammo a prendere la bici direttamente in una fabbrica nella prima cintura torinese. A detta di chi ci accolse, loro in ditta ricevevano gli stock di telai e componenti, pre-assemblavano e successivamente mandavano da altri rivenditori i quali ri-marchiavano le biciclette con conseguente ricarico monetario per la vendita al dettaglio. Mi sentivo dunque un privilegiato e, ovviamente, non scorderò mai il prezzo che pagammo: un milione di lire! Come dei novelli Bonaventura  al contrario, tornammo a casa con questa bici, bianca, trasmetteva una sensazione di grande solidità ed i componenti mi parevano così esotici, con quel marchio che veniva dall’estremo oriente: Shimano.

26-12-08_1502

Fu la prima bici che mi donò la vera sensazione di libertà, le mie estati in alta valle assunsero i toni di avventure quotidiane, la montagna mi entrò nelle ossa definitivamente. Scoprii anche, in enorme anticipo sul ciclismo ufficiale, il colle delle finestre all’epoca frequentato solo da montanari e motociclisti rigorosamente tedeschi, fu una vera e propria epifania.

23-09-07_1234

Gli anni passarono e, anche se offuscata dal mio lungo periodo come motociclista, lei c’era. Silente in garage e sempre pronta per una pedalata che spezzasse la monotonia. Venne poi la sua riscoperta, dopo i primi anni di nuova (mia) era pedalatoria, tramite la prima grande trasformazione in singlespeed. Gli ingredienti erano già praticamente tutti lì e la semplicità del mezzo mi fece ri-innamorare del pedalare nei boschi e sui sentieri. Certo pesante, impacciata, ma con un nuovo manubrione dal giusto rise e un rapportino agile agile è tornata a divertirmi.

IMG_4518

24C1804_08635La sorte a voluto che, in un outlet online, io sia riuscito a trovare l’occasione dell’anno e a far mia una mtb da 29 pollici singlespeed nativa, ne parlerò a breve. Questo relegò di nuovo la bianchina in un angolo, la cosa certa è che, nonostante la sua evidente vetustà e ancorchè del tutto senza mercato, mi era/è comunque impossibile venderla, prestarla, regalarla ecc… non si può, non si fa.

La aggiornai, pensando di darle una ulteriore svecchiata, passando alle 8 velocità posteriori abbinate ad una guarnitura con tripla corona e comandi al manubrio. Non male ma aveva perso, forse per sempre, l’indole ad essere una bici per i boschi e le montagne, stante le mie parallele esperienze con l’altra mtb del garage.

Faccio un piccolo inciso. Se nel campo delle bici da corsa le innovazioni davvero determinanti negli ultimi 20 anni si contano sulle dita della mano (comandi cambio integrati ai freni, pedali automatici, sterzo maggiorato e…), sulle mtb i passi evolutivi sono stati enormi e tutti imprescindibili.  Una bici da corsa di 20-30 anni fa è elegante, si fa ammirare e pedalare con gusto. Una mtb di 20-25 anni fa intenerisce un po’, forse, ma attira pochi sguardi e non scatena alcuna voglia di lanciarsi con essa giù per i pendii. Finì dunque che la mia bianchina mise su un portapacchi, un seggiolino per bambini e nonostante tutto per sei lunghi anni divenne la gioia dei miei figli dove assaporarono per la prima volta le gioie di correre con il loro papà e sentire il vento sul viso, conoscendo la dea della libertà a forma di bicicletta.

001

Passata anche questa era tornò in un angolo del garage. I componenti funzionavano bene, ma aveva nuovamente perso la sua ragion d’essere e rimase lì ferma per ben due anni, i copertoncini si screpolarono, polvere e ragnatele giocavano tra loro a rimpiattino sui tubi del telaio.

Poi per caso, ma nulla accade mai per caso, nel mio periodico consultare lo splendido blog di cycleExif, che per inciso ospita anche una mia bici, mi imbatto in un progetto in grado di folgorarmi a prima vista: la cosiddetta “urban cruiser”. In questo caso veniva messa sotto i ferri una vecchia mtb Moser e ne usciva un mezzo strepitoso quanto insolito.

030

Nel mio piccolo volevo, anzi dovevo, provare a replicare l’esperimento e vedere cosa ne poteva uscir fuori. Primo passo: smontare tutto!

011

Un paio di componenti restavano colonne portanti, ma nel frattempo mi trovavo nella mia piccola officina degli orrori mi ritrovavo un gruppo Campagnolo ad 8 velocità che era perfetto per dare il via alle danze.

012

Altra cosa: non poteva restar così verniciata e con addosso i segni del tempo, il bianco non è un colore adatto alle bici e lo spessore di questa era anche esagerato. Portai il telaio a sabbiare ed il risultato fu per me a dir poco sorprendente!

006

004Quello che ho da sempre tra le mani è un ottimo e robustissimo telaio in tubazioni Tange, realizzato da sapienti mani artigiane con congiunzioni e saldature ad ottone davvero ammirevoli! La cosa mi diete l’ultima spallata motivatrice per affrettare i tempi e mettere a punto gli ultimi dettagli per finalizzare il progetto. La mia metà Laura, che sarà anche lei utilizzatrice di questa bici, scelse il viola elettrico e, dopo qualche settimana, il telaio era pronto per il montaggio!

130Affidai il tutto al mio amico Enry che, oltre ad essere un ottimo meccanico, per questi esperimenti qui, degni del miglior Sheldon Brown, ci va proprio a nozze.  Nel giro di pochi giorni e risolvendo una serie di problemi che avrebbero fatto gettar la spugna a molti, mi scrisse il messaggio della vittoria: “la tua bici è pronta”. MI precipitai da lui e fu subito, ancora una volta, amore a prima vista. Sotto una nuova veste, camuffata da cruiser urbana la mia vecchia mtb torna oggi a vita nuova, andando a riempire quel piccolo ma fastidioso vuoto che c’era tra le mie bici. Una splendida via di mezzo tra la scattofisso da città e la bici da ciclocross, il tutto rimiscelato per essere insensibile al pavè ed alle condizioni disperate di certe nostre vie cittadine.

022

024Le prime pedalate sono confortanti, lei è comodissima ed asseconda le manovre con grazia, non si lascia mai scomporre da buche e tombini, viaggia sicura e restituisce tranquillità a chi la pedala. La piega da corsa offre un buon numero di prese per le mani a seconda della situazione ed è stretta quanto serve per incunearsi tra le onnipresenti file di macchine agli incroci. Mi piace, mi diverte e mi fa felice sapere che, anche se sono solo oggetti, avere una storia legata ad essi li fa sembrare parte del nostro viaggio e non dei semplici strumenti con cui viaggiare.

Lascia un commento

Archiviato in bici

Quando un corridore organizza una corsa non può che venir su una gran gara: #NOVARENBERG – 9/10/’16

…se poi quel corridore è anche un amico da anni, ecco che la cosa assume i contorni dell’evento dell’anno ed in pratica così è stato!

flyer_novaremberg

L’idea è semplice quanto ambiziosa, portare un pezzo di Belgio nella pianura piemontese e coniugare il tutto a tema ciclistico con una spruzzatina di scatto fisso. Partendo da questo embrione, Paolo aka bludado ha messo in piedi una gara dal sapore di patatine e birra trappista posata su asfalto ma soprattutto ciottoli e terra battuta! Essendo lui un corridore eclettico, che dà sempre il meglio sia su strada che nel ciclocross ed è famoso per essere l’alfiere del team Cinelli Chrome per le criterium a scatto fisso, ha unito con maestria, come uno chef dei pedali, tutti gli ingredienti qui sopra menzionati, per tirare fuori una gara di fatto nuova nel panorama delle corse non ufficiali (anzi, unsanctioned come direbbe un certo Trimble…), per giunta collocandola in un periodo perfetto. Siamo, infatti, in bilico tra la fine della lunghissima stagione di criterium e corse su strada e nell’imminenza dell’avvio della tanto attesa stagione di ciclocross, la quale ha un calendario fittissimo per i piemontesi appassionati della disciplina, con gare praticamente ogni singolo weekend dalla metà di ottobre agli inizi di febbraio, senza soluzione di continuità.

E così il risultato si chiama Novarenberg, ovvero l’unione di Novara, sede di partenza nonchè casa di Paolo, ed Arenberg, una stradina nel nord della Francia così famosa che non mi dilungo oltre. Siamo alla seconda domenica di ottobre e il meteo prevede il canonico freddo, umido e vento che fa molto clima belga, soprattutto quest’ultimo è ingrediente essenziale, che separa i corridori duri da chi si fa intimorire dal dio Eolo (ndt: vedasi prodezza proprio della nazionale belga ai recentissimi mondiali di ciclismo a Doha). Il piatto di giornata prevede 115km non certo ondulati, ma caratterizzati da una decina di settori in strada bianca, insomma, sterrati qui chiamati in semi-dialetto “ribinoù”! Altra specifica prevista della gara è l’uso di biciclette con trasmissione a scatto fisso, il che presuppone un minimo di ragionamento pre gara su quale miglior combinazione corona/pignone scegliere, ovvero il classico toto rapporto.

125

Di mio ho la fortuna di avere in garage quella che praticamente si dimostra essere la bici ideale per affrontare questa gara: la Storm cx singlespeed con freni a disco. La modifica da fare per portarla a scatto fisso è semplicissima dato che la mia ruota posteriore che solitamente uso sulla Vigorelli da pista, ha già la predisposizione per esser montata su un telaio con battuta a 135mm come la Storm, tramite due semplici spessori che si incastrano nel perno del mozzo. Rapporto scelto 50-18, parente stretto di quel 47-17 che già così in alto mi ha portato pochi mesi orsono.

129

Siamo un plotoncino di circa quaranta corridori, di questi però in pochi siamo con la scatto fisso ed in lizza per la classifica finale, gli altri semplicemente si faranno una bella galoppata godendo delle tante variazioni che promette in percorso. Dalla sommità del cavalcavia ferroviario, dopo un breve countdown in cerimoniere e patron Paolo fa partire la gara!

Pronti via, siamo subito a tutto gas e vedo che subito Fabio e Giorgio prendono qualche decina di metri di vantaggio! Sono già al limite, anche perchè più vado avanti con gli anni e meno le partenze al fulmicotone mi si addicono, ma qui passa la differenza tra il subire e il fare la corsa ed oggi io la corsa la voglio fare.

149

Non demordo, siamo già sul primo settore di strada bianca ed io sono ovviamente fuori soglia cardiaca, come se la gara finisse tra 15 minuti, ma complici un paio di svolte e l’arrivo puntuale del vento contrario, la coppia di testa diventa per (mia) fortuna un plotoncino da una decina di unità.

127

Il gruppo è splendidamente eterogeneo: ci sono delle vecchie volpi delle gravel race, un paio di bravi ciclocrossisti, stradisti, triatleti, cultori dello scatto fisso… niente male come assortimento per una gara quasi definibile “tra amici”.  Menzione d’onore per Claudio, il papà di Paolo che nonostante gli anni ci dà del filo da torcere, e per Marco e Fabio che sono con una bici da pista pura, brakeless e con geometrie le meno adatte possibili a lanciarle sopra il 30 di media negli sterrati, ma son qui a dimostrazione (se ancora ce ne fosse bisogno) che testa e manico superano di molto le finezze da farmacista sull’attrezzatura con la quale si pedala!

157

Iniziamo a risalire il Ticino e il ritmo si va più tranquillo, ne approfittiamo tutti per mangiare e bere qualcosa dato che la prima ora di gara è già alle spalle. Il panorama del Ticino è bellissimo, un piccolo tesoro per chi sa apprezzare i nostri fiumi. Ma è poco dopo il cinquantesimo chilometro che c’è la prima bomba pronta a far deflagrare il gruppo. Una apparente piccola ed innocua salita, cosa rara da queste parti, fatta di tre tornanti, settecento metri di lunghezza per trentacinque di elevazione. Tanto basta. Una pendenza crescente dal 5 all’8% fa si che la selezione naturale si compia. Io mi trovo a spinger abbastanza bene il mio rapporto, ma altri vanno in crisi, non potendosi nemmeno alzare sui pedali dato che altrimenti la ruota posteriore slitterebbe sul terreno. La grande scuola dell’eroica anche qui dà ottimi frutti…. dopo un tempo che a tutti è parso interminabile, in realtà poco meno di tre minuti, ci troviamo solo in tre al comando della gara: io, Fabio e Giorgio. Aumenta il vento, cade qualche goccia di pioggia e siamo solo a metà gara.

154

Ricominciamo la (formale) discesa lungo il Ticino dopo una breve ma tecnica discesa, Fabio che non ha nemmeno i freni è messo in difficoltà anche dall’asfalto umido, ma non molla e dopo poco rientra nel trio. Siamo amici prima di esser corridori e tutti e tre iniziamo a darci cambi regolari per condurre al meglio questa seconda parte di gara. Il vento aumenta, qualche volta è a favore, spesso di 3/4. Verso il 64° chilometro arriva uno dei punti più difficili e belli della gara, l’Arenberg novarese: si tratta di poco più di un chilometro pavimentato a ciottoli, sostanzialmente rettilineo ma che sa fare la differenza, ed oggi è pure un po’ umido. Nessuno si tira indietro anzi, se nel tratto prima si veleggiava attorno ai 30km/h l’ingresso nel segmento è ai 35! Inizia tutto a tremare, cerco di tener salda la presa sul manubrio in qualche modo mentre tutta la bici è messa a dura prova. Fabio, che aveva meticolosamente studiato il tracciato, trova un esiguo canaletto a lato che, proprio come nelle leggendarie strade della Parigi-Roubaix, non ha i ciottoli e ci supera di slancio! Noi non molliamo e alla fine del tratto ci ricompattiamo. E’ stato come fare un giro dentro al tagadà delle fiere di paese ed involontariamente a tutti si dipinge sul volto un sorriso di soddisfazione.

147

Segue poi il lungo sterrato della sponda ovest del Ticino dove nuovamente Fabio (con di fatto la stessa bici con cui il sabato prima era con me a sfidarsi alla Redhookcrit di Milano) spinge il suo granitico rapporto 49-16 con una potenza davvero notevole, io tengo il passo ma sono sempre sul chi va là nel cercare la linea migliore sullo sterrato e Giorgio dall’alto della sua esperienza di corridore ci lascia fare amministrando qualche metro dietro di noi. Arriviamo in breve all’ultima salita di giornata, anche qui è una semplice rampetta di 300 metri al 7% ma sufficiente a mettere alla corda le gambe già stanche dai primi 80km di gara. Giorgio chiaramente adotta un rapporto congruo, noi che non ne abbiamo modo fatichiamo come se fosse l’ultima rampa dello Zoncolan, ma ne veniamo comunque a capo. Al novantesimo chilometro, piccolo colpo di scena: Giorgio fora il tubolare posteriore ed è costretto a fermarsi, purtroppo nemmeno il gonfia-e-ripara riuscirà a risolvere il danno e sarà costretto al ritiro, un vero peccato.

142

Restiamo in due al comando della corsa e nemmeno a combinare la cosa siamo entrambe con lo scatto fisso, che entrambe conosciamo ed amiamo da anni. Al centesimo chilometro esatto ci ritroviamo di fronte al lunghissimo rettilineo della SS11, siamo quasi controvento e Fabio fa l’andatura. Ma è un andatura che non riesco a sostenere, mulino i pedali molto agilmente mentre lui di forza riesce ad aumentare via via il ritmo, in progressione, fino a staccarmi di una manciata di metri. Poi, come l’inesorabile stillicidio di un rubinetto mal chiuso, i metri iniziano ad aumentare. Uno ad uno, prima fino ad impedirmi di leggere le scritte sul suo jersey, poi vedo mescolarsi le tonalità di blu della bici e della sua divisa fino a farle diventare un’unica sagoma lontana, troppo lontana. Sembra non sentire nemmeno il forte vento laterale e lo vedo svoltare verso sud un’ultima volta.

152

Resto solo, per la prima volta mi giro a vedere se qualcuno ci segue. No, sono proprio da solo, manca poco al traguardo. Gli ultimi due settori di strada bianca sono però durissimi, vento perfettamente contrario, gambe e testa sfiniti dalla stanchezza e la sagoma del Duomo di Novara troppo lontana per considerarsi già arrivati in fondo. Mi alzo spesso in piedi sui pedali nel gesto di rilanciare l’andatura, ma la velocità non aumenta, lo prendo come un modo per sgranchirmi le gambe e far lavorare qualche altra fibra muscolare. Il cuore è in soglia, non vado oltre i 25 orari, penso di essere in salita anche se non è vero, ma psicologicamente mi aiuta di più che combattere contro l’invisibile forza del vento, non sono un corridore dal fisico belga, anzi, non sono proprio un corridore ma tuti questi anni sui pedali mi hanno insegnato che la soddisfazione maggiore è nel ricordo di quando si stava per mollare e non gliela si è data vinta, restando in sella e con gli scarpini agganciati ai pedali e poi mi aspetta la birra al traguardo, perchè oggi siamo in Belgio, mica in Piemonte!

128

Vedo il cavalcavia, sento le grida dei ragazzi dell’organizzazione ed è fatta, l’ultima salitella del cavalcavia è quasi impercettibile e il traguardo ha sempre la sua dura dolcezza. Secondo assoluto all’edizione zero della Novarenberg, nulla di meglio per finire la stagione delle corse in linea, si dia il via al ciclocross!

134

Il seguito del pomerigigo è vera festa, chiacchiere e battute e parlare sempre e solo di bici, bici, bici con chi, come me, non ne ha proprio mai mai abbastanza.

121

ndt: le foto sono del bravissimo Chris Leustein

2 commenti

Archiviato in bici