Contro se stessi e la natura, da Milano a Torino senza mai smettere di pedalare, di nuovo.

mi-to-2015-300x300Come ho sentito commentare da qualche amico che la sa lunga, probabilmente in tutto il panorama ciclistico mondiale non esiste una cosa come questa. Una gara non gara (ricordatelo bene) che va da A a B (come quelle vere, non ad anello come le granfondo…) con delle bici nate per correre in pista che invece per un giorno collegano idealmente proprio due tra i velodromi più celebri della storia. Dal Vigorelli di Milano ad Coppi di Torino, senza poter mai smettere di pedalare.

 

Sapevo benissimo che avrebbe piovuto, lo mettevo in conto già da qualche giorno prima dove con più minuziosità del solito mi ero dedicato ad ottimizzare posizione ed accessori sul Vigorelli per fare in modo che la bici fosse perfetta per fare quei dannati/meravigliosi 150km. Con questa sarà la quarta volta che prendo parte alla Milano-Torino, qualcosa me l’ha già insegnato questa gara, anzi molto, ma come dice il patron (mente ed organizzatore) ogni volta la MiTo è qualcosa di diverso, compresa la strada che fai per entrare in Torino. e Marcello non sbaglia, nemmeno questa volta.

Arrivo puntuale e vedo già tante facce conosciute ed amiche e qualche faccia nuova assolutamente ben venuta dato che ha fatto molti  più chilometri di me per esser alla partenza stamane e ne farà ancora moltissimi in più per tornare poi a casa.

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Dopo qualche istante arrivano gli ultimi ritardatari, chi un po’ raffazzonato ma con il sorriso a 32 denti per il solo fatto di esser qui, chi serio e determinato a fare “la gara” dando tutto se stesso dopo mesi di allenamento finalizzati anche all’appuntamento di oggi.

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Partiamo, pioviggina appena. Siamo pochi, meno di sessanta contando che ci sono state edizioni con partecipanti doppi (questa è l’ottava, per la cronaca). Ma si respira quel frizzantino nell’aria che solo chi parte per una vera avventura riesce a percepire. L’uscire da Milano verso la grande Pianura mi emoziona. Là fuori non ci saranno le schiere di palazzi a proteggerci dal vento, saremo soli con noi stessi e nessuno sa quello che si troverà ad affrontare e nemmeno chi avrà al suo fianco per supporto e se invece sarà da solo in mezzo al nulla. Battute, scherzi, commenti sulla bici e sul rapporto scelto per oggi riempiono l’aria. Come sempre ho il mio fido 49-15 ed una catena nuova e bella che fa emettere solo un fruscìo dalla trasmissione. Il bello dello scatto fisso è anche questo, una bici semplice e solida, dove udire uno sferragliare non è sinonimo di qualcosa di imperfetto ma di una rottura imminente. Arriva il primo paese, Abbiategrasso, dove la regola ferrea e non scritta vuole che si dia il via alle danze, ovvero si conceda totale libertà sul come interpretare la gara, chi si dà battaglia, chi corre, chi va al piccolo trotto e chi passeggia… Ognuno con la stessa dignità e rispetto da parte di tutti.

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Vedo avanti a me un primo gruppo iniziare a prendere vantaggio. Inizia a sentirsi un vento di traverso freddo e un po’ più di pioggia. Non ho le gambe (credo) ma soprattutto non ho la testa per andare a fare subito una scannata e tentare di agganciarmi a quel primo gruppo, non oggi, non ora che mancano 130km al traguardo. Accelero comunque ed in breve mi trovo nel gruppo di Marcello menthos ed altre gambette buone. Sarà questo il mio plotone, mi sento a mio agio e vedo da subito una buona collaborazione e veleggiamo, è proprio il caso di dirlo, ad una velocità attorno ai 36 orari.

Poi come in ogni buon film, un piccolo grande colpo di scena. Banale quanto inevitabile, la mia vescica mi ordina di fermarmi, subito! Ogni minimo scossone dell’asfalto è come un pugno nella pancia. Raduno le idee e le forze, avviso la testa del gruppo, e faccio una tirata di un minuto per poi potermi fermare per quattro lunghissimi minuti, a loro modo piacevoli.

Riparto, sono da solo, ma da lassù probabilmente qualcuno mi vuol bene: nella successiva mezz’ora non pioverà ed avrò un leggero vento di 3/4 posteriore. Mi spiano sulle prolunghe da crono e sento le gambe girare bene. Ogni tanto lancio un occhiata al garmin e leggo sempre un 4 come cifra iniziale della velocità istantanea, mi piace. Trovo un solitario e lo invito a seguirmi ma durerà poco alla mia ruota ma nemmeno me ne accorgo, purtroppo. Senza strappi e senza sentirmi al limite dopo un tempo che mi pare lunghissimo inizio ad intravedere delle giacche fluo sulla linea dell’orizzonte, sono loro. Accelero.

Poco prima di riagguantare il gruppetto vedo altri tre fermarsi proprio per le medesime necessità idrauliche, io non vedo l’ora di arrivare in scia e riposarmi un po’ nonostante le gambe continuino a girare. Rientro.

Il riposo è brevissimo ma riesco ad alimentarmi bene e a bere qualcosa nonostante non abbia gli stimoli di fame e sete so che non si possono fare scherzi e se avvertirò “il classico buco allo stomaco” sarà già troppo tardi, un po’ di (dolorosa) esperienza insegna più di mille manuali. Il tempo ora peggiora pesantemente, il freddo aumenta, la pioggia ed il vento anche che ora è puro di traverso a sferzarci. Siamo poco oltre la metà gara e ora si instaura tra noi un consapevole silenzio, di quelli che uniscono anzichè dividere.

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cerchiamo per quanto possibile di evitare buche, pozzanghere ed ormaie che sono un ulteriore freno alla nostra avanzata. Ogni pedalata ora è dosata per non fare sforzi più del necessario e sprecare energia. La nostra media si abbassa sensibilmente. Stare a ruota è tanto difficile quanto necessario; solo ogni tanto quando son dietro a Lorenzo aka Benza ed il suo ferriveloci con un antiestetico ma efficace parafango riesco a respirare a bocca socchiusa, altrimenti ben serrato per non bersi i veleni tirati su dall’asfalto con l’acqua.

Non ce ne rendiamo conto ma, nonostante tutto, i chilometri passano via uno dopo l’altro, come mattonelle di un domino lungo da Milano a Torino. Inizio ad avere i piedi zuppi e a sentire la sensibilità sparire da mani ed avambracci ma non devo fargli prendere il sopravvento. Inizio a muovermi il più possibile per riattivare la circolazione a modo, cambio posizione sul manubrio e sulla sella e sento il mio corpo rispondere ed è una bella iniezione di fiducia. Soprattutto le gambe ci sono ancora e tanto vale sacrificarsi ora per il gruppo che non verso la fine quando magari non ne avrò più. Mi metto davanti, braccia sulle prolunghe, posizione comoda ma efficace e senza strappi mi porto di nuovo ai 35-36 orari con ogni tanto qualche sparuta occhiata al farmi star a ruota da tutti gli altri.

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Vado avanti fino a che mi sento un lieve bruciore nei quadricipiti, credo sian passati  dieci minuto o forse qualcosina di più. Mi allargo e mi alzo rallentando, mi volto e ho una sorpresa: siamo rimasti in cinque. Non era una selezione voluta, ma di fatto nemmeno la selezione naturale lo è, anzi spesso mi son trovato io ad essere il selezionato anzichè selezionatore quindi va bene così. Le scritte stradali con l’indicazione Torino si fanno più frequenti e questo fa tanto morale nel nostro piccolo plotone. A Chivasso faccio strada io per il viale centrale in pavè, certo non troppo piacevole ma accorcia un po’ la strada  e tutti lo riteniamo un ottimo scambio: strada per fatica. Brandizzo vola via veloce e ci ritroviamo al cospetto di Settimo Torinese dove a mio parere è necessario onorare questa corsa dando il tutto per tutto perchè è qui che si è sempre decisa ed è qui che se ne si ha la possibilità si deve fare la differenza.

Vedo il buon severinodigiovanni della CCSC (che sta per Ciclo Club Scappati di Casa – geniale) un po’ insofferente sulla poca voglia rimasta a tutti di tirare. Mi par evidente che ne ha e non voglio fare l’egoista quindi mi affianco a lui e gli chiedo se ha voglia di fare una cavalcata finale come si deve. Acconsente, credo non vedesse l’ora nonostante i 135km già sulla schiena per entrambi: “aspetta, non questa rotonda, la prossima si va”. Mi fa un cenno, ed all’uscita della rotonda designata diamo tutto quello che abbiamo. Ci segue un terzo ma poco male. Settimo è come un videogame fatto di zone pedonali e sensi unici in verso opposto. L’unico vantaggio è che il meteo e l’ora di pranzo ci tolgono una buona fetta di traffico ed in men che non si dica leggiamo l’enorme scritta: TORINO!

resta in pratica solo più una svolta decisiva, quella che porta verso la “via del cimitero” che avevo anche provato un po’ di tempo prima. Non so se è la più redditizia ma di sicuro è la più corta ed ora c’è solo voglia di arrivare. Il terzo con noi compie l’inspiegabile errore di allungare di fronte a noi, ben sapendo che solo io conosco la strada. Svoltiamo compatti io e severino con un classico gesto di chi è avvezzo a girare in bici in città. Ora tutto dritto fino al ponte pedonale sul Po che con il suo bianco è quasi come uno stendardo dell’arrivo. Manca solo più la rampetta sterrata di discesa dal ponte, fatta con il solo terrore di bucare e poi la svolta per gli ultimi duecento metri fino all’arrivo!

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In quell’attimo in cui sento di aver superato anche l’ultimo metro di corsa mi sento così bene, appagato e fortunato che sento le gambe girare da sole e portarmi ancora avanti, rallento ma non esito e, incredibile a dirsi, alzo la testa verso l’altro provando quasi piacere a sentire quelle sottili gocce di pioggia sulla pelle come fossero le prime a solcarmi il volto in una giornata in cui in fondo non mi importa di quanto è stata dura, ma ben di più mi rende felice aver conosciuto una parte in più di me stesso e di aver condiviso la strada con persone che meritano il più alto rispetto. Al prossimo anno, per la nostra unica ed irripetibile classicissima di primavera.

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PS: la mia traccia su Strava qui (con tutti i paesi toccati…) ed un po’ di belle foto qui grazie a Vittorio Chingò

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Lottare, e vincere, contro (se stessi), 138km di vento e un oceano di colline bianche…

Era alcuni anni che non partecipavo a delle granfondo, vuoi per l’ambiente non tra i più accoglienti nel campo ciclistico, vuoi per l’impegno in termini di ore fuori casa e trasferte… grazie all’avventura con Trek, invece, la ripartenza è stata oltre le mie più rosee aspettative!

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Dopo un viaggio che per fortuna si è svolto a tappe e per fortuna anche in buona compagnia, per una volta mi trovo di fronte al morbido profilo delle colline senesi che l’aria non odora di inizio autunno ma di fine inverno. Infatti questa volta di eroico ci saranno solo le strade bianche ma non tutto il contorno di acciaio, tubolari Clèment, scarpette in cuoio e magliette in lana. Questa volta sono qui per un qualcosa che pur rimanendo ciclismo è totalmente diverso e, per me, fortunatamente nuovo.

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Il sabato farò lo spettatore ammirando i migliori corridori al mondo cimentarsi nella strade bianche pro,  a seguire la domenica sarà la mia volta, su di un percorso più corto (circa 140km al posto dei loro 200) ma non per questo meno duro, selettivo, affascinante ed evocativo.

Compagna di viaggio al nostro ultimo appuntamento è la Trek in declinazione Domane 6.2 disc che mi ha tenuto compagna per quasi un intero mese dove ho avuto modo di conoscerne tutti i suoi lati, anche i più nascosti, ma queste è un’altra storia (o il prossimo articolo, se più vi piace). Per una serie di scelte fatte in precedenza ho montato la bici con dei pedali da mtb, in previsione di dover magari camminare sullo sterrato (la mia condizione fisica è ancora molto lontana dal potersi dire accettabile) ma come conseguenza posso muovermi un ina città bomboniera come Siena in tutta libertà all’interno della cerchia delle mura. Quindi, jeans, giubbotto, casco (sempre),  scarpe Chrome mille usi e via, si va a vedere l’arrivo della gara dei pro!

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Erano più di vent’anni che non entravo in piazza del Campo e la sensazione di ricadere nella magia del rinascimento italiano è fortissima, devo solo fare un po’ di astrazione ed immaginarmi che non ci siano le comitive di turisti russi e giapponesi e nemmeno quel portale di fronte a palazzo della signoria, anche se per la verità è proprio per quel portale che oggi sono qui. Sono in anticipo e la voglia di esplorare e pedalare è troppa per lasciarmi davanti al maxischermo che inizia a trasmettere le prime immagini della corsa. Mi lascio allora trasportare dalla curiosità e vago per le strade selciate tutte in sali-scendi della città. Scorci ed angoli strepitosi si susseguono uno dopo l’altro, poi dopo un paio di discese mi trovo ad incrociare proprio il percorso della gara di oggi e la tentazione di percorrere il “loro” ultimo chilometro è troppo forte per potergli resistere! Dopo poche pedalate mi trovo di fronte ad un muro devastante, il tratto più tosto sulla carta è “solo” 300 metri ma ad una pendenza poco al di sotto del 20%. Arranco e mi aggrappo al manubrio, devo usare tutto il corpo per far girare le ruote. Sotto gli sguardi anche un po’ incuriositi di qualche turista arrivo in punta e da lì solo un paio di svolte per arrivare sul traguardo. In cima a quella salita io boccheggio ma so già che sarà, come gli anni passati, quella la chiave di volta dell’intera gara ed ho i brividi a pensare ad un corridore con la forza di poter scattare su di una rampa simile dopo duecento chilometri di gara. Dopo poco mi raggiungono in piazza i miei compagni di avventura in questo weekend: Luca ed Emiliano, due (tri)atleti con cui dividerò gioie dolori ed emozioni di essere in questa terra magnifica per pedalare. Ci appostiamo per l’arrivo con vista sia della linea del traguardo sia del maxischermo… Alla fine non sbagliavo troppo la previsione, uno scatto a tutta di Van Avermaet con Stybar che tiene comunque il passo e si riserva quel guizzo in più e quell’abilità a svicolare tra le transenne che solo un ex campione del mondo di ciclocross ha nel DNA e va a vincere! Seguono un incolore (per me) Valverde ed un caparbio Diego Rosa che ha saputo muoversi benissimo sugli sterrati essendo un’anima da ruota grassa!

La festa e l’emozione per un arrivo così entusiasmante ed incerto lasciano ora spazio alla preparazione della nostra piccola grande impresa. Ci dirigiamo al ritiro dei pettorali, e trovo subito una graditissima sorpresa. Chi mi conosce sa bene che il mio numero portafortuna è il 3… ecco qui me ne trovo addirittura due da cucire addosso. Il mio numero di gara per domani sarà il 303, auspicio migliore non potevo avere. Poi dopo cena ancora gli ultimi gesti di rito: le ultime regolazioni alla bici, una passata per tutta l’estensione dei copertoncini per cercare eventuali tagli che potrebbero compromettere la gara, ed infine quelle quattro spille da balia pronte ad appuntare il numero sulla schiena. E’ la prima volta quest’anno che compio questo gesto antico come il ciclismo stesso ed ancora non so dove mi porterà questa stagione di gare.

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La sveglia ha bisogno di pochissimi trilli, in un attimo sono nel cortile dell’hotel, pronto. La colazione è quella classica da albergo ma cerco di incamerare quanti più zuccheri possibile. Partiamo da lì direttamente in bici, tagliano a metà per il centro cittadino sino al luogo della partenza. La griglia che ci hanno riservato come ospiti è molto davanti, il che è un po’ un’arma a doppio taglio: facile seguire le ruote buone ma difficile gestire tutti i cavalli di razza che sopraggiungeranno alle nostre spalle. In questo mi arrogo un piccolo vantaggio, ho confidenza con le gare fianco a fianco ad altri ciclisti, mentre i miei due soci ad bravi triatleti solitamente spingono sui pedali in assoluta solitudine, la loro bagarre è solo nella fase di nuoto solitamente!

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Compare anche il grande Fabian “spartacus” Cancellara e darci un saluto e qualche consiglio, poi 3, 2, 1 via! Avevano detto che i primi 5km sarebbero stati ad andatura controllata, ma non avevano specificato quale, dopo i primi istanti lancio un’occhiata al Garmin e leggo 54 orari, benissimo, si parte senza riserve e così sarà per tutta la gara: dare il massimo sapendo di dover gestire una corsa di almeno 5 ore sulla sella.

lasciato l’abitato di Siena una cosa prende sopravvento (parola non casuale) sul mio gruppo, un vento forte, laterale o di tre/quarti anteriore, a folate continue e nemmeno tanto caldo. Sarà il compagno di tutti i corridori fino all’arrivo ed è una bella gatta da pelare… a condire la situazione, perchè la legge di murphy non sbaglia mai, dopo poco mi ritrovo anche da solo a sfidare gli elementi. Ma per fortuna arriva uno dei motivi per cui sono qui: il primo tratto di strada bianca! Come già sapevo, anche con una bici molto diversa dalla mia acciaiona con il fiore, queste strade mi fanno tornare bambino. Non mi accorgo e sto spingendo sui pedali a tutta, sento la bici letteralmente galleggiare sulle asperità e sul  brecciolino, la simbiosi è perfetta e non fosse per l’energia spesa dalle mie gambe quasi che ho la sensazione di sentirmi su di una moto da enduro… strepitoso! Inizio a vedere anche le classiche scene a bordo strada di un buon numero di forature… un po’ ancora mi stupisco, io alla fine con oggi sono cinque volte che percorro queste strade senza risparmiarmi ed ho sempre riportato a casa le camere/tubolari di scorta, meglio così: è anche importante capire dove mettere le ruote e scegliere con attenzione la pressione di gonfiaggio.

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La strada scivola comunque veloce ed è sempre bello poter scambiare qualche battuta con gli sconosciuti compagni di corsa, è un po’ come agli esami universitari dove nell’attesa di sedersi al tavolo del professore e ci si scambia quelle battute magari banali ma che fanno sentire dannatamente meglio, una condivisione necessaria non tanto per le informazioni scambiate quanto per l’empatia che si viene a creare.

Mi fermo a tutti i ristori, trovando volontari davvero gentili e (novità) con la voglia di scherzare! Non ho fretta e mi prendo qualche minuto, soprattutto per fare il pieno di sali alla borraccia perchè so che prima o poi i crampi arriveranno ed è opportuno farsi trovare preparati. I tratti di salita li trovo sempre via via più impegnativi. Non ho una condizione per una gara del genere, ne ero consapevole, ma come dice un mio amico del mestiere: “nel nostro ciclismo l’importante è darsi obiettivi nettamente al di spora delle proprie possibilità.” e vi assicuro che la cosa funziona alla grande. Con queste parole nella testa le colline volano via una ad una, ognuna con la sua caratteristica sia nella salita che nella loro discesa. A tre quarti di gara mi raggiunge un bel gruppetto, saranno una decina circa e riesco a tenere il loro passo sentendomi al sicuro, discese comprese dove finalmente riesco anche a trovare il 100% di feeling con la mia Domane e a gestire al meglio la ottima modulabilità dei dischi freno.

Passati i 110km di strada inizio davvero a sentirmi in riserva, come si suol dire sulle peggiori rampe ora ho solo più la compagnia dell’uomo col martello che arriva implacabile portando con se anche i primi crampi. Non mollo, anche se qualche passo a piedi sono costretto a farlo. Poco male,  ho anche le scarpe da mtb che mi fanno camminare benissimo sullo sterrato, quindi la prendo quasi come un’attività di scarico dalla pedalata.

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Inizio a vedere le costruzioni di Siena, sono ancora in basso ma annuso l’aria del traguardo e questo porta nuova linfa nelle mie gambe, i crampi se ne stanno buoni e gli ultimi chilometri, di nuovo in solitaria, passano via veloci. Arrivo alla svolta chiave che mi fa entrare sul selciato cittadino dell’ultimo chilometro.

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Come sempre, come al solito passa tutto: stanchezza, intorpidimento del fisico per le cinque ore e mezza in sella, via, ci sono solo io che spremo e zittisco le gambe per arrivare in piazza del Campo che dopo l’ultima svolta mi si para di fronte, in leggera discesa ed eccomi, posso anche concedermi di chiudere gli occhi un istante e sentirmi a mio modo vincitore dell’ennesima sfida con me stesso.

Taglio il traguardo in una delle piazze più bella del mondo e questa emozione so già che non se ne andrà tanto presto dalla mia mente, anzi sedimenterà per creare un altro di quei ricordi indelebili che solo la mia ingestibile passione per il ciclismo sa regalarmi. Fino alla prossima volta.

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un mese di avventure pedalate in compagnia di una dama bianca: la Trek Domane 6.2 disc. “I’m an ambassador, dudes!”

E’ proprio vero che quando fai le cose per pura passione, senza aspettarti nulla in cambio, ti accadono le migliori cose possibili. Così è con questo blog, nato come valvola di sfogo per far fronte ad una mia intima esigenza di scrivere, raccontare e condividere le cose che mi fanno stare bene. Proprio grazie (anche) a questo spazio web che arriva tanto inaspettata quanto entusiasmante proposta di diventare “ambassador” per una grandissima casa come Trek, ma andiamo con ordine.

 

Nel mio costante disordine, reale e mentale, mi ritrovo con cinque indirizzi email a mio nome: troppi, lo so. Di conseguenza vi lascio immaginare la mole spropositata di spam che mi arriva quotidianamente. Ho vinto viaggi, crociere, migliaia di dollaroni da consoli africani vari, casse di viagra e via di seguito. Poi “in un pigro martedì pomeriggio” (cit.)  mi arriva una mail all’apparenza come tante. E invece no.

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Anche se l’inizio è classico: “ciao riccardo, sono J dell’agenzia K e ti abbiamo selezionato perchè il tuo profilo risponde alla nostra filosofia….ecc…ecc.” ma c’è quel finale che, a mia memoria, non avevo mai letto; messo lì senza dargli un peso ed invece è quello che gira la frittata… Tanto semplice quanto perfetto con il suo: “E no, non è una  mail di spam Occhiolino” C’era anche la faccina… ed invitava non a cliccare su di un link, ma a rispondere alla mail stessa per parlare e confrontarsi su questa proposta. Ok, allora è tutto vero!

Di fatto poi nei giorni successivi si instaura anche un bel dialogo vero e proprio e realizzo ancora di più la felicità e l’onore di essere stato scelto non per una estrazione a sorte, ma per quella che è la mia visione del ciclismo e per l’urgenza che ne ho di raccontarla e di trasmetterla a chi ha la pazienza di leggere.

In sostanza, il mio ruolo mi concede il  privilegio di avere in prova per quasi un mese intero una bici Trek di alta gamma e di poter partecipare alla Granfondo stradebianche che si terrà l’8 di marzo con partenza da Siena e ricalcando in parte quelle strade da sogno che già ben conosco dalle frequentazioni con l’Eroica.

L’arrivo della bici già di per se è stato un piccolo evento. Un pacco enorme (evidentemente) recapitatomi direttamente in ufficio, con sommo stupore dei colleghi e con dentro una bici davvero spettacolare, nuova nel senso letterale del termine. Ha una quantità enorme di piccole e grandi soluzioni (per me) inedite e sicuramente innovative, volta a candidarsi in tutto e per tutto a “bici totale” adatta sia a novizi che ad esperti.

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La bici è la Trek Domane 6.2 disc. Già il nome ne dice molto per chi conosce la gamma dei modelli della casa. E’ il mezzo nato per le lunghe e lunghissime percorrenze, adatto alle gran fondo ma soprattutto un modello nato e sviluppato per gli inferni del nord ovvero le classiche del pavè.

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Questo non fa altro che mettermi addosso ancora più curiosità per una bicicletta curata nei minimi dettagli e che si propone di tener compagnia al suo utilizzatore in ogni condizione atmosferica e di fondo stradale. Su questa linea di principio si colloca anche una piccola chicca aggiuntiva, il supporto a scomparsa per i parafanghi, veramente utile e ben ingegnerizzato. Misurando con il calibro ho poi anche verificato che si possono installare degli pneumatici fino a 30-32mm ed ho giusto pronti un paio di cx-pro tassellati da 30 che saranno certamente montati per una serie di prove per quella che potrebbe diventare una “killer bike” delle gravel, questa nuova formula di gara che mi appassiona moltissimo e che già mi ha dato un sacco di emozioni.

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Per ora è tutto, ho già preso un primo contatto ovviamente con la bici e mi sto iniziando a fare un’idea abbastanza precisa. Il resto nelle prossime puntate.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 4 di 7: il mio primo anno con il Vigorelli

Questo articolo più che una presentazione vorrei fosse letto come un viaggio, perchè alla fine è una storia di amicizia, di persone, di fiducia reciproca e di un ottima bici.

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La storia la sapete quasi tutti ormai, ma ne faccio un riassunto anche per mia memoria futura. Dopo i primi anni passati a correre e fare esperienza nelle criterium a scatto fisso prima con il mio glorioso e primo telaio da pista (un classico acciaio proveniente dal velodromo di Cento) poi con lo storico Bianchi D2 (quando ancora la casa faceva tutto qui in Italia), nasce la voglia e la scintilla per creare una squadra di quelle vere ed unite prima di tutto dall’amicizia, questa squadra era il CYKELN racing team e in breve tempo finimmo sotto gli occhi di tutti, grazie a risultati sportivi eccellenti delle migliori gambe della squadra, ma anche grazie (soprattutto direi) ad un’attitudine volta prima di tutto all’amore per il ciclismo in tutte le sue sfaccettature, alla voglia di gareggiare per il puro spirito della competizione innata in ciascuno di noi e, non ultimo, per la voglia di stare insieme e condividere dei bei momenti insieme.

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Questa bellissima storia fu da incipit per una storia ancora più grande, fatta di una collaborazione mia diretta con Cinelli e in parallelo con la nascita del team Cinelli-Chrome che non credo abbia bisogno di presentazioni.

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Sia io che gli atleti del team ufficiale abbiamo ricevuto in uso un telaio Cinelli Vigorelli. Il mio vantaggio, da affiliato, è quello di aver completa libertà sia su quali gare correre, sia, soprattutto, sul montaggio della bicicletta e questo per me è un vero invito a nozze giacchè mi piace testare e sperimentare la bicicletta a scatto fisso in tanti e differenti contesti, ma andiamo con ordine.

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Il giorno della consegna dei telai e l’avvio della collaborazione fu un qualcosa di straordinario. Partito in sordina ed in (quasi) assoluto segreto, mi ritrovai ai cancelli dell’headquarter della casa dalla grande “C”. Con mia sorpresa il timore reverenziale cessò in un istante e la sensazione di trovarmi tra persone che conoscevo da sempre ha avuto la meglio. Belle vibrazioni e sorrisi veri da parte di tutti, con la consapevolezza di star iniziando qualcosa di grande e bello, il resto della storia principale già la conoscete.

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Da una stagione pedalo, corro, mi alleno, mi sposto in città e tento qualche folle impresa con quello che a ragion veduta è ancora oggi il telaio chiave di casa Cinelli, che ne ha svecchiato l’immagine, che ha avvicinato centinaia di persone al ciclismo facendole passare dalla porta di servizio ma dando a ciascun possessore una grande opportunità di capire e conoscere cosa può fare una semplice (semplicissima, in questo caso…) bicicletta e facendo da ponte per altre mille discipline ciclistiche.

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Il mio primo montaggio e la prima prova è stata al velodromo e non uno qualsiasi ma il Fassa-Bortolo di Montichiari (BS) attualmente l’unico velodromo coperto ed a standard olimpico presente in Italia. Dopo dieci pedalate il feeling fu tale da spazzare via tutti i luoghi comuni sul Vigo: questo è a tutti gli effetti un telaio da pista, mi ha fatto subito trovare a mio agio sulle paraboliche in legno e la prontezza e reattività sono da primo della classe.

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Le cose irrinunciabili nel mio set up sono la sella San Marco Zoncolan (ogni fondoschiena ha la sua, chi  pedala lo sa), il reggisella Thomson (chiunque ne abbia mai montato  anche uno solo sa il perchè) ma soprattutto la guarnitura delle officine Mquadro che sono in primis due grandi amici con la mia stessa passione, ma con il talento, la conoscenza e l’impegno che li ha portati da essere due ragazzi che smanettano in un garage (questa scena da qualche parte l’ho già vista…) a diventare una realtà solida e conosciuta in tutto il nostro mondo, fino ad essere uno dei principali sponsor tecnici della RedHookCrit.

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Oltre questi capisaldi ho avuto il piacere di divertirmi con un valzer di ruote abbastanza disparato: dal classico assetto da alta velocità con le Miche supertype pista, ad una posteriore basso profilo con un eccellente mozzo Dura-Ace per i tracciati tortuosi delle crit e per i lunghi allenamenti in extraurbano, per finire con la classica ruota del cosiddetto “hillbomber” ovvero una ruota a prova di proiettile (leggi: sfilettamento pignone) con il classico mozzo da MTB anteriore convertito e pignone avvitato ai 6 fori del supporto disco per le uscite con dislivello e per l’avventura montana di cui già sapere tutto.

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Beh, in sintesi dopo 1.485km fatti nelle più disparate condizioni e contesti ho capito il perchè il Vigorelli rimane un caposaldo della produzione Cinelli. E’ il telaio a scattofisso più versatile ed efficace che abbia mai pedalato. Con un semplice cambio di ruote e rapporto sa trasformarsi da bici da velodromo a commuter veloce per la città, da bici per le imprese in montagna a strumento per le competizioni nelle criterium dove, oltre la gamba, conta (e non poco) saper guidare al limite la bicicletta: spesso senza la possibilità di correggere le traiettorie dato che si hanno solo le gambe per gestire i rallentamenti e la classica pizzicata del freno posteriore per aggiustare il tiro non può esser fatta per definizione di criterium a scattofisso.

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E’ proprio il feeling con l’avantreno che ritengo sia ad oggi il migliore con cui abbia avuto a che fare: preciso, sensibile, pronto e sicuro. Mi ha aiutato in molte situazioni e spesso è stato un vero vantaggio nei confronti di avversari con bici molto più blasonate e costose.

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2567Anche in montagna ed in giri oltre le quattro ore ha saputo essere sia sincero nelle reazioni (lo so che di per se non ha senso andare in montagna con una bici da pista, ma ormai è peggio di una droga, tanto che fixedforum gli ha ora dedicato una intera sezione) sia tutto sommato anche confortevole a dispetto di tutti i luoghi comuni sui telai in alluminio, fatto vero forse negli anni 90, ma ora i progettisti sanno esattamente come fare un buon telaio in alluminio, basti pensare al fantastico (e vendutissimo) CAAD10.

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Ora la nuova stagione è alle porte, l’allenamento dopo una breve battuta d’arresto è ripartito, ed io sono ansioso di provare ancora una “valigiata” di emozioni e di divertirmi come un bambino alla guida di questo bel prodotto dell’ingegneria nostrana.

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Ndt: le belle foto sono di Silvia Galliani, Miriam Terruzzi, Emanuele Barbaro, Rosario Liberti, Andrea Schilirò.

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alley cat!

riky76:

per caso arrivo (tramite @strava) su di un blog e che trovo, la #Torino #Velocity n°1 – 2012, gran bei ricordi!

Originally posted on La Fuga:

TORINO, ITALY. 4:30 AM: with 30 min of sleep we rolled to the start of the race. While normally the city would be asleep at this hour it was full of people coming home from the bars and clubs. As the sun rose over us we started with a bang. Like a monstertruck in a F1 race I thundered along race bikes on my full suspension mtb,  trying to hold the pace. Ready Set Go!

and yes, that’s me sleeping in the end :)

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“La gente guarda male noi in bici in città perchè la stanno educando a guardarci male” #ciclismi

Tutto nasce dall’immancabile fixedforum e dal commento al trailer del nuovo video di Lucas Brunelle. Ok, noi esageriamo, si cerca il limite per il solo amor di adrenalina, ma poi la discussione lievita e ne nasce uno degli interventi più belli che io abbia mai letto in tema di ciclismo urbano, non lo scrivo io ma il saggio Dens che è l’uomo dietro alla splendida Lodi Lecco Lodi oltre ad esser la colonna di un certo modo di intendere il ciclismo a 360° a me molto affine.

Buona lettura

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Se c’è odio verso i ciclisti è solo ed esclusivamente perchè va di moda odiare i ciclisti in certi ambienti. Io personalmente ho sentito un solo caso di ciclista che ha investito una sciura e l’ha uccisa, peraltro sul marciapiede sto coglione. Però ogni giorno nella tua città come nella mia come in tutte le città del mondo molte, moltissime persone muoiono in incidenti stradali, anche oggi sai? Oggi sotto una macchina è morta più gente che in guerra lo sai? L’ISIS in confronto è un gruppo di scolarette che si divertono a fare le punk.  La gente guarda male noi in bici in città perchè la stanno educando a guardarci male, se la gente reagisse ai fatti bisognerebbe aver paura del linciaggio ogni volta che si sale su un’auto. Quindi non temere verrai odiato o amato come ciclista in base a quello che decidono i media e le mode. Mettiti il cuore in pace stiamo sul cazzo a FIAT, GM, BMW ecc. ecc. E comunque stai commentando il video di gare ed eventi tipo i Rallye o il TT dell’Isola di Man o roba così, nei video di Brunelle non c’è la realtà ciclistica mondiale, la realtà ciclistica è fatta di scassone, bici con il cestino o sciuri attempati sulla full-carbon da mille mila euro e una notte. 

I ciclisti sono belli bravi fighi e fanno l’amore lungo lungo, in questa merda di guerra mediatica questa è l’unica tesi che mi sentirai difendere su un mezzo di informazione e se sei furbo e vuoi diventare bello, amato e alla moda ti conviene fare come me altrimenti, indipendentemente da come ti comporterai, o ci comporteremo vivremo in un mondo dove le automobili sono sicure ed ecologiche e i ciclisti sono criminali e pericolosi.

Non penso assolutamente che tu voglia difendere chi ammazza decine di migliaia di persone all’anno guidando io penso che tu ciclista che vive in una delle città più rispettose in cui mi sia capitato di pedalare (Londra) abbia una percezione assolutamente esagerata di un problema che non c’è e temo che questa percezione sia causata da un lavaggio del cervello martellante che si sta verificando in tutto il mondo. Stiamo parlando di che cosa? Di qualche giovincello scalmanato che fa “le penne con il booster davanti agli sbirri e gli sbirri muuutiii” il problema della pericolosità dei ciclisti non esiste, eppure in tutte le città del mondo ormai non si parla di altro. Vacca puttana per 7 morti in più a New York e escono gli articoli sul giornale, 7 morti in più in un anno cazzo. E’ morta più gente attaccata al frigorifero o scivolando sulle scale ma non  ho visto articoli che titolavano “Frigoriferi assassini!” o “Le scale della metro sono diventate un problema di ordine pubblico!”. La verità è che nonostante qualche ragazzetto pieno di ormoni che fa gli skid al semaforo non sta succedendo nulla, migliaia di persone in più ogni anno usa la bici al posto dell’auto e questo sta portando vantaggi, questo sta salvando vite, nonostante non si usi il casco, nonostante si giri brakeless. La cosa che mi spaventa è che la tesi della FIAT e del gruppo General Motors è riuscita a penetrare fino a qui sul forum, fino ai commenti su un video dove Chas  si scartavetra per terra. Se un pochino ci credi pure tu a questa balla colossale vuol dire che siamo nella merda.

Se vogliamo ragionare sulla pericolosità di certi atteggiamenti ragioniamo sui fatti e sui numeri, ragioniamo su casi concreti. Mi viene da ridere a pensare ai ciclisti londinesi come indisciplinati, vacca boia fatti un giro ad Amsterdam e guarda come girano gli Olandesi in bici, una città zeppa di scassone che se ne sbattono dei semafori, che girano con un solo freno inefficiente, che trasportano lavatrici su improbabili carretti su cui io e te non ci fideremmo a caricare una cassa di birra, un traffico ciclistico pazzesco e clamorosamente anarchico eppure è una delle città in assoluto più sicure al mondo per quel che riguarda la strada.

Il 99,9% degli incidenti causati da ciclisti si risolve con l’acqua ossigenata e siamo qui a parlare di atteggiamenti pericolosi. Figa, è più pericoloso lavorare! Cosa facciamo una campagna contro il lavoro? Diamo fuoco a tutti i cantieri edili?

Dai, siamo seri e usiamo il cervello.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 3 di 7: +ferriveloci+ modello B road #menridesteel

Come si suol dire, passione chiama passione… ed alla fine quello che per due ragazzi dinamici ed intelligenti era solo una passione poi diventa un lavoro.

Come al solito le cose non succedono mai per caso. Lo spazio web di fixedforum, in mezzo a ritrovi, opinioni e risate ha anche l’immenso pregio di far crescere le persone. Da quella comunità nasce il progetto ferriveloci: dalla volontà di Paolo e Gianmaria di creare un qualcosa di fresco e dinamico, seppur legato alla grandissima tradizione telaistica italiana. Uno dei loro pregi è quello di aver iniziato con umiltà, seguendo orme ed insegnamenti del maestro Mario Camillotto, ma nello stesso tempo il loro obiettivo è non solo quello di essere i custodi di tale arte, ma di rinnovarla, di osare  e di dare vita ad un nuovo marchio che faccia guardare a se non solo i conoscitori della bici classica in acciaio ma anche, anzi soprattutto, chi cerca sia una bici performante, sia un oggetto personale, unico e dal valore che va al di là del puro prezzo commerciale.

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Così inizia la loro avventura, partendo dalle bici da pista. Poi accade che, parlandosi e confrontandosi, la voglia di fare un telaio da corsa è tanta. Loro non si tirano certo indietro per questa nuova sfida, ma come è logico le incognite non sono poche e si fa strada da subito la necessità di passare per un prototipo da poter testare, stressare e porre come base per le prime produzioni.

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Ed ecco che entro in gioco io. Una delle mie fortune, oltre ad essere di fatto nel posto giusto al momento gusto, è andare in bici da molto ma anche l’esser andato tanto in moto, che mi ha fatto sviluppare un po’ di sensibilità in più della media rispetto alla sensibilità di guida e, di riflesso, di riuscire a portare abbastanza vicino al limite (parlando di amatori) una bici in discesa, di modo da capirne ed interpretarne le caratteristiche proprie.

All’atto pratico, inoltre, mi ritrovavo con un telaio da corsa un po’ datato, pur essendo un buon Dedacciai di quelli ancora costruiti in Italia, ma con una buona componentistica come gruppo strada (un immancabile Campagnolo, nella fattispecie un Centaur carbon) e con un discreto parco ruote, di modo da aver la possibilità di capire anche se ci fossero dei cambi di comportamento a seconda del set utilizzato.

2279La mia unica richiesta ai ragazzi di ferriveloci fu ovviamente la misura, una classica 54 quadra, stante la mia corporatura media. Detto fatto e si misero subito al lavoro. Base di partenza la serie di tubi Columbus EL che era ancora in loro mani benchè la produzione di tale set fosse da tempo cessata. Io chiaramente non stavo nella pelle per avere anticipazioni, anteprime e tutto quello che potesse alimentare la mia fantasia e le mia voglia di averlo, montarlo e provarlo.

 

Il risultato è stato strabiliante. Nasceva un telaio da corsa, ma aggressivo come un telaio da pista, con gli storici angoli da 74° sia sul tubo sterzo sia sul verticale, con il movimento centrale alto 1.5cm in più del normale ed una distribuzione dei pesi unica, per una bici unica.

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Il bello di collaborare con un telaista (in questo caso una coppia) è che non solo conosce le tue misure antropometriche ma conosce le tue caratteristiche come ciclista (non oso scrivere corridore, quelli sono altri) e fa sì che si faccia interprete dello stile di pedalata e crei, nel vero senso della parola, un vero e proprio prolungamento del tuo corpo, esaltando le tue caratteristiche fisiche ed appianando i difetti. Personalmente mi piacciono i giri corti e tirati, i cambi di ritmo e i rilanci proprio come nelle criterium a scatto fisso. In più amo alla follia la salita, in ogni sua forma e dimensione: dalla montagna over2000 affrontata con rispetto in lunghe ascese a ritmo costante, fino agli strappi collinari: brevi, intensi e da affrontare al meglio per non finire con le gambe in crisi ancora prima di arrivare alla meta. Questo è stato magistralmente tradotto in un telaio non solo bello (a mio parere, ma anche secondo persone più autorevoli come mr. CycleExif) ma soprattutto agile, pronto, nervoso e da domare ma che una volta capito sa dare emozioni a chi lo pedala.

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Ho sperimentato il più possibile di situazioni e percorsi con tutte le ruote a mia disposizione: dalle alto profilo in carbonio, passando per le medio profilo rigide e con pochi raggi, fino al bassissimo profilo leggero ed improntato alle scalate. Devo dire che ad ogni cambio ruote si rivela un carattere molto diverso della bicicletta, come una donna che puoi incrociare al parco con le sue scarpe da running e poi rivedere la sera in tacco 12, è sempre la stessa ma cambiano tante cose in lei, nel suo portamento e nel suo stile.

2431Così questa ferriveloci modello B sa essere gentile e perdonare qualche errore di traiettoria con le basso profilo, oppure farti viaggiare sul filo del rasoio alla media dei 40 orari sfidando i tuoi compagni di allenamento, che sì sa che ogni allenamento è una gara, ma ogni gara è un allenamento.

Nelle discese tecniche e nei cambi di direzione è fulminea come una supermotard; l’anteriore resta granitico e fedele alla traiettoria impostata, per contro bisogna saperla impostare a modo per avere il suo pieno appoggio: le incertezze non piacciono nemmeno a lei. In salita sa farsi amare, è reattiva ed accompagna la scalata come non pensavo fosse possibile per un telaio in acciaio, materiale che ancora oggi si rivela con delle potenzialità incredibili in campo ciclistico.

Ho ancora molto da sperimentare e provare con lei, mi mancano uscite oltre le 5 ore e gare in linea di quelle da “coltello tra i denti”, ma sono sicuro che ci sarà da divertirsi, d’altronde ci conosciamo da nemmeno un anno e di strada da fare ne abbiamo entrambe molta!

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Vi lascio con le belle foto che il mio amico Matteo Zolt ha fatto nella splendida cornice della strada panoramica di Superga qui a Torino.

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