i 10 anni della #MilanoTorino, senza mai smettere di pedalare. #MiTo2017 @vostokmilano

Celebrare, correndo, i dieci anni della Milano Torino è essenzialmente anche celebrare i 10 anni di scatto fisso urbano e veloce qui in Itala, un qualcosa a cui non si può mancare perché, ancora più del solito, esserci fa la differenza…

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Già, proprio come la Redhookcrit, ormai riconosciuta come bandiera internazionale del “nuovo ciclismo”, così la nostra Milano Torino, proprio negli stessi giorni, si trova a far i conti con i primi 10 anni di vita, godendo ancora di ottima salute. Proprio come la famosa criterium, da un paio di anni è stata traslata un po’ più avanti nella stagione, e questo ha senza dubbio giovato sia alla godibilità della gara in se (chi c’era nel 2014 sa già tutto), sia per una ritrovata linfa vitale in nuovi corridori che si schierano entusiasti alla partenza. Quest’anno poi, come vera ciliegina sulla torta, si arriverà non più di fronte al motovelodromo Coppi, ma proprio al suo interno come nel 2011, rimarcandone maggiormente il blasone di classica e facendola assomigliare ancora un po’ di più alla regina di tutte le classiche del ciclismo, la Parigi-Roubaix.

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Uno degli intenti di questa gara, o meglio definita, di questa sfida agonistica tra cavalieri del pedale a scatto fisso, è anche quella di sensibilizzare, chi segue un po’ di ciclismo amatoriale, a far risvegliare i due monumenti dormienti, ovvero i velodromi Vigorelli e Coppi, entrambi legati a difficoltà burocratiche e forti necessità manutentive per essere appieno goduti dalla cittadinanza, e soprattutto dai giovanissimi per il loro avviamento all’agonismo vero. La Milano – Torino professionistica è anche la più antica corsa al mondo, iniziata nel 1876, guarda caso nascevo 100 anni dopo esatti, e proprio queste due città con i loro velodromi sono state la culla dove il ciclismo è nato ed è il fenomeno mondiale che oggi conosciamo. Non scrivo altro qui, ma davvero senza una rete di velodromi e scuole pista intravedo grandi difficoltà a far sì che possa emergere il ciclismo italiano.

Milano, ore 7:30. Usciamo di casa io e Stefano per dirigerci alla partenza. Ho sempre avuto un debole per i ricordi olfattivi. Nel mio schedario mentale di questi, infatti, un cassetto speciale è riservato ai profumi della città al mattino presto. Credo che, proprio come una bella donna, il vero volto di una città si sveli al mattino presto, con le strade appena lavate, i bar che aprono, i primi tram che sferragliano e quel ineffabile odore che racchiude tutto questo e che, con qualche sfumatura, resta costante nelle città in cui val la pena trascorrere del tempo. Oggi non fa eccezione e ci godiamo, per una volta, i vialoni vuoti, mentre pedaliamo e chiacchieriamo senza fretta.

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Riconoscere i soliti volti noti alla partenza è più confortante quest’anno, c’è l’atmosfera giusta per fare di questa giornata una di quelle da ricordare per un po’ e i minuti prima del via sono sempre quelli che meglio incorniciano questo evento come il meno omologabile di tutto l’anno. Ci sono corridori veri, quest’anno come punta di diamante Alex Bruzza, gli amatori evoluti, gli stradisti che non disdegnano uscite in fissa, i duri e puri dello scatto fisso urbano, i messenger, capitanati dal fondatore di UBM Roberto Peia che è l’unico – oltre al patron Marcello – ad aver corso tutte le edizioni, i viaggiatori in bici che interpretano i 150km di oggi come una distanza a raggio medio corto… insomma, il bello è ritrovare il collante della passione in questo gruppo così eterogeneo. Finite le, doverose, chiacchiere è ora di schierarsi e partire. Il bello della Mi.To. è anche questo, una partenza che assomiglia più ad una critical mass che non ad una gara.

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Si esce da Milano con aria festosa di chi va a far la gita fuori porta e, di fatto, per una buona parte dei quasi 70 ciclisti, oggi sarà proprio così. L’inizio dei vialoni, passato l’anello della tangenziale si trasforma via via in strada statale, senza soluzione di continuità, e la classica due corsie a carreggiata unica sarà il nostro scenario di gara.

Nonostante la regola cavalleresca imponga un certo fair play (o sarebbe meglio dire fair ride…) fino ad Abbiategrasso, il gruppo inizia ad allungarsi lambendo la cittadina lombarda, nulla di repentino, ma è una progressione che merita attenzione per non trovarsi troppo arretrati o distratti nell’avvio delle ostilità.

Complice anche il primo allungo di uno sparuto gruppo di stradisti, lecitamente con noi – dato che per loro è prevista anche l’ascesa finale alla basilica di Superga- ci si trova subito in un embrione di fuga, siamo pochi, meno di dieci, e a dettare il ritmo è subito messer Bruzza, che a differenza nostra riesce ancora a respirare a bocca chiusa.

Mortara vola via in un istante, senza accorgercene abbiamo già superato un terzo di gara, da qui in poi ci aspettano cento chilometri di guerra. Serro le mani in presa bassa sul manubrio, mentre la testa sta già iniziando a pensare alle pareti bianche delle paraboliche al velodromo.

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Qui il primo colpo di scena: poco dopo Castello d’Agogna, incredibilmente, sbagliamo svolta! Bastano poche centinaia di metri per ravvedersi ma tanto basta per veder sfilare all’orizzonte le sagome di sei corridori, tra i quali i due ragazzi di MilanBike (Ale e Luca), Ganio, Andrea/Severino dei CCSC ed un paio di altri. Conosco da qualche anno Alex Bruzza, sia come persona sia come corridore, e so che, anche in questo caso, la voglia di fare bene unita all’istinto del corridore faranno in modo di colmare il gap. Proprio mentre riprendiamo la cadenza di crociera e ci riportiamo sul corretto tracciato mi affianca e mi fa: “beh, dobbiamo riprenderli!”. Ovviamente annuisco, ed anche io sono nell’ordine mentale di farlo, ma in questo caso Alex ha un piano leggermente diverso dal resto del nostro gruppetto. Infatti, mentre noi iniziamo a darci cambi veloci e regolari sul filo dei 42-44 orari, lui in progressione si porta ai 46. Come un novello Merckx. Noi facciamo fatica a darci il cambio dietro di lui! in un paio di chilometri ci fa capire che a quel ritmo lui confida di chiudere sui fuggitivi nel minor tempo possibile ed eventualmente anche staccarli per cavalcar da solo tutta la strada che rimane da qui a Torino. Mai programma fu eseguito in maniera più puntuale, ma andiamo con ordine. 

Restiamo in sei. Là davanti (noi lo sapremo solo dopo l’arrivo), verso l’80°km, Alex ha già ripreso i fuggitivi e si avvia verso la gloria. Noi siamo comunque ben organizzati e non abbiamo cali di ritmo, anche se, nella sostanza, solo la metà di noi riesce a fare il proprio turno davanti al vento, tirando e motivando la restante parte a non mollare e farsi sotto. Nel frattempo i ragazzi di Milan – Bike, con una scelta astuta attraversano “dritto per dritto” tutti i paesi sul percorso: Morano, Trino, Crescentino, Verolengo… via dritti come un fuso. Noi badiamo più alla gestione della nostra lunghissima cronosquadre e non curiamo il sottile dettaglio, concentrandoci sul cercar di mantener un’andatura appena al di sotto delle nostre possibilità e confidando, chissà mai, in una crisi tra i primi fuggitivi.

Cosa che per i primi due di loro, purtroppo (per loro), avviene, e così possiamo riprendere i primi due alle porte di Chivasso. Li troviamo talmente in crisi che il nostro invito ad unirsi al gruppo cade nel vuoto, sia a parole, sia a fatti. In questi casi, come si dice, prevale la testa e la volontà di arrivare al traguardo, a dispetto di una crisi fisica importante. Come si usa spesso dire: ognuno è a turno chiodo o martello ed in questo caso vedo riflesso nei loro occhi proprio la sagoma dell’uomo col martello.

Passato Brandizzo, però, distinguiamo nettamente avanti a noi tre sagome, non sono ciclisti della domenica, sono i nostri pari e autori di una buona fuga. Dare un colpetto di gas e riprenderli è un dovere a cui io, Federico e Carmine non ci tiriamo di certo indietro. Arriviamo alle porte dell’ultimo, cruciale, paese in configurazione classica di “gruppo compatto”, a meno di Alex, ancora avanti ed invisibile ai nostri occhi. Attraversare Settimo non è mai banale, c’è una parte pedonale ed una via in controsenso che richiedono grande perizia e sangue freddo, cosa difficile da cavar fuori dopo 135km di gara, ma ne usciamo, tutto sommato, bene e insieme.

La vista del portale con su scritto enorme “TORINO” è, al solito, cibo per corpo e mente. Ci siamo, non resta che snocciolare per il vialoni cittadini questa manciata di chilometri che ci separano dal motovelodromo Coppi, nella maniera più oculata e redditizia possibile. A sorpresa, Luca interpreta al meglio la sfida con una repentina svolta a sinistra verso la celebre curva delle “100Lire”, noi non lo sappiamo ancora, ma sarà la sua mossa vincente dato che noi rimasti, a sorpresa, avremo un altro imprevisto a cui dover far fronte.

Costeggiamo il cimitero, affrontiamo il curvone sud piegando a 90° come se fosse un granpremio di motoGP, ora a sinistra e via, tutto dritto fino in corso Casale… o no? aspetta aspetta, frena! Oggi in via Carcano c’è il mercatino dell’usato! Transenne, banchi, ombrelloni, teli bianchi a terra con sopra la merce e tanta, tanta, troppa gente che si aggira tra le bancarelle. Come dissero ad Aragorn nel Signore degli Anelli: “la via è chiusa!” Sono l’unico Torinese, ho il dovere di portare i ragazzi al traguardo nel minor tempo possibile. Scorre nella mia mente il tutto città Torino alla velocità della luce, ricordo una via alternativa, ma devo decidere in fretta, molto in fretta. Ma sì ci sono! poco più avanti c’è un’altra via che con un buon diagonale ritorna indietro e ci riporta al ponte sulla Dora (via Poliziano, per gli amanti della toponomastica). In un attimo siamo già al grande semaforo di corso Belgio, ed il poco traffico ci è complice. Piccola gimkana e posiamo le ruote sul ponte ciclo pedonale sul Po, e nonostante la foga, uno sguardo al grande fiume cattura tutti e riempie gli occhi di un bel sorso di città. Ora attenti, si scende sullo sterrato, pochi metri, svolta a destra, corso Casale, subito tutti sulla sinistra mentre vedo già le sagome amiche di chi, bonariamente, tiene a bada il traffico per farci entrare nel velodromo.

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Da qui in poi l’emozione ha il sopravvento su tutto, gli attimi molto brevi riescono a dilatarsi nel tempo come in un film di fantascienza, e tutto assume una dimensione ovattata e confortante. E’ un po’ come quando Pinocchio entra nella pancia della balena, solo che noi ora non passiamo dalla bocca ma dal sali scendi della rampa di accesso, il cui gioco di luci in chiaro/scuro/chiaro ci proietta quasi in un’altra dimensione. Siamo protetti ed avvolti dal bianco della pista, dentro il motovelodromo Coppi. Come per incanto si annullano tutti i messaggi provenienti dal corpo, nessuna fatica, nessun dolore o principio di crampi come solo pochi istanti fa sembrava essere. Tutto lo spazio è occupato dalla meraviglia di essere lì e sentir le grida ovattate di chi ci è venuto ad aspettare. Brillano gli occhi di Laura e dei miei bambini a nel vedermi percorrere l’ultimo giro che è un misto tra volata e giro di trionfo, tutto mescolato insieme e condito con un pizzico di eroismo per una piccola impresa che, per me si rinnova per la sesta volta ed è sempre nuova, sempre avvincente in modo differente dagli anni precedenti.

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Mi convinco a fermarmi, solo per la voglia di salutare la mia famiglia e per la gran sete, magari di una buona birra (puntualmente presente), altrimenti avrei fatto ancora almeno una decina di giri per gustarmi lo spettacolo degli altri arrivi direttamente da dentro l’azione. Il resto è una successione di abbracci reali ed ideali, tra loro, spicca quello con Federico, amico da anni, e con il quale oggi abbiamo condiviso di nuovo tanto: fatica, rispetto, voglia di far bene e, soprattutto, di divertirsi con lo sport più bello del mondo interpretato a modo nostro!

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Archiviato in bici

Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

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La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

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In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

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Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

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Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

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Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

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Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

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Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

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Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

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Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

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Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

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Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

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Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

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Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

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Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

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L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

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Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

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una Sanremo non fa primavera, ma fa emozionare #MSR2017

Come spesso accade le cose non pianificate sono quelle che più restano impresse nella memoria, ed è accaduto anche questa volta con un semplice messaggino whatsapp che diceva: “ti piacerebbe veder da vicino la Milano Sanremo?”…

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sanremo_valcava 016Ovviamente non ci pensai su nemmeno un minuto. Memore della splendida esperienza vissuta lo scorso anno in casa Lampre-Merida, ma quella volta si trattava del giro d’Italia e le condizioni erano diverse. Ora l’occasione, grazie a Garmin Italia, è quella di poter vedere da vicino le operazioni dentro un UCI world team prima e durante la partenza della Milano – Sanremo, classica monumento di primavera che dà il via alla canonica stagione professionistica su strada.

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Arrivo all’hotel e mi accoglie Matteo, agente stampa dell’Astana. Scorgo da dietro le ampie vetrate l’inconfondibile azzurro del loro bus e iniziamo a raccontarci reciprocamente il percorso di esperienze maturate in campo ciclistico e non, che ci hanno portato ad essere qui oggi. Durante il nostro discorrere, intorno a noi c’è un fitto via vai di atleti e membri dello staff e la mia attenzione viene subito catturata dal foglio appeso sulla parete a fianco degli ascensori principali. E’ un semplice schema con tutto il personale della squadra con a fianco riportato il numero della relativa camera, utile ai massaggiatori e direttori sportivi per avere un immediato colpo d’occhio su dove sia il tal atleta o meccanico, per non perdere tempo nel doverli reperire in caso di necessità.

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La cena con meccanici e d.s. (gli atleti hanno cenato prima e stanno già riposando, perchè domani sarà per loro una lunghissima giornata…) scorre via molto amabilmente, con aneddoti e considerazioni su cosa era e cos’è oggi il ciclismo professionistico. Pendo letteralmente dalle loro labbra. La considerazione principale di fatto è che il ciclismo oggi è senza dubbio molto più pulito, ma sono venute meno praticamente tutte quelle leggi non scritte che un tempo governavano il gruppo dei corridori. Non si tratta di nonnismo o peggio, ma di fatto c’erano i giovani, i gregari di esperienza ed i capitani, ognuno con peso specifico differente, oneri ed onori differenti. Oggi, complice anche la tanta voglia di arrivare unita alla spregiudicatezza dei giovani talenti ed al necessario tornaconto (non fosse altro che di visibilità) delle squadre, è all’ordine del giorno vedere i giovani e giovanissimi letteralmente “scattare in faccia” al gruppo già dal terzo chilometro di gara o sovvertire le fasi di approccio ad una salita decisiva, arrivando ai piedi di essa come se il traguardo fosse lì e non dopo altri quattro o cinque colli di giornata. Alla fine nessuno è comunque demoralizzato dalla situazione, solo se ne prende atto con un po’ di disillusione. I tempi di Merckx sono davvero ormai tanto tanto lontani.

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Al mattino la sveglia suona molto presto ed io sono già sul piazzale retrostante l’hotel alle prime luci dell’alba. Sono in azione i meccanici con una gestualità e disciplina che mi affascina.

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Ricontrollano le bici, non minuziosamente (non ve ne sarebbe il tempo) ma in quei particolari essenziali che potrebbero far la differenza tra una vittoria ed un buon piazzamento, o anche solo tra la soddisfazione del corridore e la sua frustrazione e successiva insicurezza nelle prossime gare. Fatto da evitare con più attenzione che una sindrome da over training.

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Noto che l’equipaggiamento è molto simile per praticamente tutti gli otto atleti oggi impegnati in gara (portacolori azzurro oggi il solo Oscar Gatto) due tipi di telaio, uno aero ed uno più tradizionale, tutte ruote con profilo attorno ai 60mm, poichè con il vento previsto, osare oltre potrebbe esser controproducente. Per tutti cambio elettronico (la cui affidabilità è ormai fuori discussione) per finire freni tradizionali, come da regolamento UCI.

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Inevitabile scambiarci qualche battuta proprio su questo tema caldo che è l’impiego dei freni a disco. Se da una parte tutti sono convinti del consistente aumento delle condizioni di sicurezza ed affidabilità di un impianto del genere su di una bici da corsa (gomme permettendo, dato che si sta giustamente virando verso coperture da 28mm) d’altro canto nelle corse professionistiche sono tante le variabili che portano, ad oggi, a ritenerli ancora non impiegabili ad occhi chiusi. In primis il grande aggravio di lavoro che darebbero ai meccanici stessi soprattutto in fase di corsa, dove negli attimi concitati di un cambio ruote occorrerebbe svitare e sfilare il perno passante (in luogo di un rapido gesto del quick release), infilare e centrare con attenzione la ruota, avendo nel contempo massima cura che nè il meccanico nè il corridore stringano la leva del freno che potrebbe causare l’incollamento delle pasticche tra loro e dovendo, di conseguenza, procedere al successivo distacco delle stesse con un cacciavite, per poi rinfilare il perno e serrarlo. Attimi certo, ma che possono valere una gara e va considerato che non tutti gli atleti di una squadra possono avere l’intera bici a sostituzione in caso di un problema tecnico. Ultimo aspetto, che di fatto esula da considerazioni analoghe nel mondo amatoriale, è il dover considerare che le gare professionistiche su strada (quindi non mtb nè ciclocross dove il disco ha giustamente ormai preso il sopravvento) si svolgono per la maggior parte del tempo in configurazione di “gruppo compatto” andando ad esporre i corridori ad una probabilità molto più alta di collidere con un disco in rotazione in caso di caduta di gruppo. Aspetto quest’ultimo senza dubbio mitigabile con alcuni accorgimenti, ma di fatto non del tutto eliminabile.

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Rientro nell’hotel per la mia colazione e vedo anche gli atleti loro al tavolo. Matteo mi fa notare che, il giorno della gara, gli atleti hanno un tavolo a parte, solo per loro e nemmeno vicino a tecnici, massaggiatori o commissari tecnici. Questa scelta ha un motivo ben preciso: il cercare di far cementare il gruppo e dar loro l’opportunità di mettersi nella condizione di massimo agio, al fine di non dover trattenere la tal frase o battuta per timore di esser fraintesi da quelli che di fatto sono i loro superiori in ambito lavorativo. Meglio lasciarli ai loro discorsi, magari anche futili e lontani da strategie e tattiche di giornata ma essenziali per affrontare la corsa a mente libera.

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E’ tempo di muoversi ed in breve, complice il poco traffico del sabato mattina, stiamo già entrando in città. La scena meriterebbe la ripresa esterna di un drone con le tre macchine, un bus ed un camion di colore azzurro che si stagliano sulle policromie di grigio cittadino.  Stiamo andando ad una delle gare ciclistiche più famose ed importanti al mondo e trattengo a stento l’emozione, muovendomi continuamente sul sedile ed ammirando il foglio con lo schema dell’intero “peloton” di oggi e le annotazioni sulla mappa del tracciato per la gestione della corsa.

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L’arrivo al castello sforzesco è imponente, con tutte le squadre intente a scaricare le bici e a verificare gli ultimi dettagli prima delle operazioni di partenza. Gli atleti alla spicciolata escono dal bus dopo il briefing del direttore sportivo: si percepisce subito la tensione sui loro volti, così diversi da solo poche ore fa in hotel. Soprattutto sui più giovani si scorge una tensione governata a fatica, il loro compito sarà gravoso durante i quasi 300km di oggi e dovranno far sì che tutto giri a favore della squadra e dei loro uomini veloci o “finisseur” nel caso di un tipico attacco sull’ultima asperità del Poggio (fatto poi verificatosi in maniera eclatante quest’anno!).

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sanremo_valcava 038Piccolo attimo di mondanità con la sfilata al foglio firma e qualche battuta scambiata con gli intervistatori in inglese e italiano, poi via, tutti pronti ad incolonnarsi per la partenza. Come tutte le gare pro, i primi chilometri sono neutri, per dar modo al gruppo di assestarsi ed alle ammiraglie di sgranarsi correttamente.

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Non ci sono macchie uniformi delle squadre ma il gruppo al momento attende in una configurazione piuttosto variopinta. E’ anche l’unica occasione della giornata per i corridori di scambiare qualche battuta con altri amici atleti al di fuori della loro squadra, anche per spezzare la tensione dell’attesa.

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Tutto è pronto, lo speaker scandisce il countdown per la partenza ed i corridori iniziano ad impugnare il manubrio con fare più deciso…3…2…1….VIA! Inizia la trionfale sinfonia a-ritmica dei duecento “clack!” dei pedali, non si sganceranno prima di sette ore e spiccioli di gara.

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Benchè oggi il clima sia mite, ma molto ventoso, e che il tracciato non sia particolarmente duro nonostante la sua non indifferente lunghezza  (la maggiore di tutta la stagione, da sempre), sarà l’agonismo stesso degli atleti a render selettiva la corsa e a far primeggiare su via Roma a Sanremo solo chi sarà stato in grado di gestirsi al meglio e di attaccare nel momento chiave. Buona fortuna ragazzi!

PS: Trovate qui, sul blog di Garmin,  un riassunto di questo racconto.

Le foto brutte in questo articolo sono mie, quelle belle della inossidabile coppia di Tornanti.cc aka i miei amici Francesco ed Eloise.

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QUELLO CHE CONTA E’ IL TRAGITTO–il #festive500 lungo il fiume Po

Sono curioso per natura, anche se di base un po’ troppo pigro per cacciarmi veramente a capofitto in mezzo ai guai. Questo mi porta comunque a voler esser a contatto diretto e senza filtri con ci porta un’esperienza nuova e diversa dalla mia….

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Io amo alla follia il ciclismo (sai che novità…) ed il pedalare all’aperto in se, ma sono per forma mentis molto distante (per ora?) da chi si cimenta in viaggi ed ultra-distanze in bici. Quale occasione migliore che affiancare la storica crew degli Arieti di Ferrara nella loro nuova pelle di randonneur speciali. Li conobbi anni fa (tanti) ed erano già veterani dello scattofisso e delle alleycat race cittadine, già allora mi insegnarono molto sul come interpretare la bici dentro al traffico delle città ed uscirne sempre vincitori. Ma si sa che restare fissi sul proprio campo rende tutto più noioso ed allora eccoli che li vedo nuovi interpreti del ciclismo delle grandi distanze, declinato al tempo invernale. Ocasione è il challenge del festive500 ovvero pedalare 500km dal 24 al 31 dicembre. Di per se in otto giorni, come da statuto, non sarebbero nemmeno impossibili da percorrere, ma la sfida nella sfida quest’anno comporta il percorre tutto il grande fiume Po, dalla foce (in pratica casa loro) fino alla sorgente (quasi casa mia…), ma in tre soli giorni, con una media di oltre 250km al giorno. Come spesso sento dire sono le condizioni a contorno a trasformare cose semplici in piccole/grandi imprese e qui siamo molto vicini a definire a pieno titolo una vera impresa epica.

Ho la fortuna di poterli affiancare nella loro ultima tappa, da Chivasso fin su a Pian del Re dove sorge il fiume. Loro li immagino stanchi e con le bici cariche… quindi non ritengo etico (passatemi il termine) presentarmi baldanzoso in bici da corsa e tenuta da sportivello. Voglio invece far in modo di provar un po’ ad immedesimarmi nel loro sforzo. Siccome suonerebbe ancor più stridente metter delle borse a caso (con dentro cosa poi, delle birre?) decido che mi unirò a loro con la mia bici a scatto fisso. Un solo rapporto, un solo freno, nessuna agevolazione alle mie gambe quando la strada inizierà a salire. Forse in questo modo avrò più consapevolezza del loro stato mentale in cui sono immersi in un viaggio così lungo.

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Mi avvio per incrociare il loro tracciato (pubblicato su web e molto ben monitorabile) già dal mattino, con una temperatura che è di pochi gradi sopra lo zero e con la massima cautela ed occhi aperti per capire costantemente le condizioni dell’asfalto ed evitare brutti scivoloni. Già da subito mi balza in mente quale dev’esser stata la loro difficoltà nel fare quello che io sto facendo ora ma con bici carica, la nebbia intorno, le prime ore del mattino e conseguente buio completo in strada.

I panorami del basso Piemonte non sono particolarmente affascinanti a meno che la giornata limpida non conceda lo sguardo sull’intera corona alpina ed oggi non è uno di quei giorni. Il girar delle gambe mette in temperatura tutto il mio corpo e sono ormai sulla loro traccia corretta, a soli 5km da loro. Se però entrambe siamo in movimento, recuperare una distanza del genere in bici non è cosa da pochi minuti, nonostante il mio vantaggio in termini di freschezza atletica e leggerezza del mezzo. Li raggiungo a Saluzzo, da qui in poi, dopo il loro viaggio di 600km completamente piatti, inizierà l’ascesa finale verso la grande montagna: il Monviso.

Atmosfera bellissima tra loro, tutti diversi ma tutti accomunati da passione ed obiettivo comune. Non c’è un vero leader ognuno condivide quella che è la sua esperienza ciclistica con gli altri. Una improvvisa foratura li vede tutti collaborare e ripartire insieme, lo spirito è bellissimo. Nel frattempo accadono due cose. La prima: si diradano le nuvole e si intravedono le montagne e con loro aumenta la motivazione e la voglia di arrivare su. La seconda: la strada inizia a salire.

Chi non va in bici non si rende conto di quando le gambe di un ciclista riescano a decifrare anche i decimali di pendenza di una strada. E’ una sensibilità che si acquisisce con il tempo, ma poi non ti molla più. Cosicché dal 3 al 5% c’è una grossa differenza e si riesce anche ad intuire bene le sfumature tra i due valori. Nell’inizio della salita verso Paesana, ultima vera cittadina prima della vetta, i dialoghi si fanno più rari, la concentrazione sale e la fatica cala il suo martello sui più sensibili alla salita e meno leggeri sia come peso proprio che come peso degli equipaggiamenti sulle biciclette.

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Siamo nelle ore centrali del giorno, ma siamo anche in pieno inverno ed in una vallata alpina orientata da ovest a est, il risultato è che dopo poco il sole già scopare dietro le creste, tingendo il panorama attorno di un azzurro livido, che contrasta con il bianco delle prime lingue di neve che troviamo a bordo strada. Ora la salita è salita vera, io con il mio unico rapporto (49/17) inadatto per scelta inizio a procedere sempre in piedi sui pedali ad una cadenza che è la metà di quella degli altri ragazzi. Questa asincronia delle gambe però fa magicamente sincronizzare le nostre andature ed anche le nostre sensazioni. Muscoli che bruciano, bocca aperta a cercare più aria possibile ed aria che diventa sempre più gelida sui nostri volti.

Qualcuno procede più lentamente, ma quasi tutti siamo assieme. Il traffico è praticamente cessato del tutto, e dopo una curva, in un cielo che inizia a tingersi di rosa, si staglia di fronte a noi il bianchissimo profilo del Monviso come a sussurrarci una sorta di: “benvenuti, stranieri fuori stagione”. Questo panorama, a me ben noto, riesce ad emozionarmi e vedo la stesso sentimento moltiplicato per dieci negli occhi dei ragazzi che ora distolgono costantemente lo sguardo dalla strada per ammirare la montagna. Assaporano il compiersi dell’impresa, con un gusto che posso solo immaginare.

Decido di non far con loro gli ultimi 4km che li separa dalla sorgente, non sarebbe corretto. Quello oggi è il loro piccolo grande sogno che si compie, io sono già stato un osservatore privilegiato ed un pedalatore ammirato nel vedere come da un’idea nascano così forti emozioni. Tornerò di sicuro, in primavera, ma questo oggi è il loro grande giorno.

di seguito l’articolo originale di Linda Ceola sul quotidiano online Ferrara Italia

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il piacere dell’attesa, (di 3 anni…) per correre #Rockville, non è esso stesso un piacere?

partiamo con il dire che non ho ancora ben definita una risposta alla domanda qui sopra… però a ben vedere tutto il percorso che mi ha  portato fino alla stupenda giornata di venerdì scorso merita di esser messo bene in fila…

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E’ da quando sono entrato a piene mani in contatto con il sorprendente mondo del ciclocross amatoriale che Rockville si è fissato nella mia mente come uno degli obiettivi più importanti da assaporare nella stagione cx. Per chi vive un po’ al di fuori del ciclismo alternativo (lo so che è un pessimo vocabolo, ma tanto per chiarire), dovete sapere che da ormai dieci anni esatti in una borgata di un minuscolo paesino alle porte di Cremona si celebra, ed è proprio il caso di dirlo, la passione per il ciclocross, coniugato però a mono rapporto. Come spesso capita, una sola corona ed un solo pignone semplicemente uniti dal più breve tratto di catena possibile.

 

Se ho già ben chiaro nella mia testa che con una marcia sola si possono fare cose abbastanza ardite, vi posso garantire che invece nel ciclocross quasi non si sente la mancanza di un ventaglio di rapporti a disposizione. I circuiti cx, se ben tracciati e Rockville è tracciato da maestri, sono selettivi al punto tale che un rapporto solo si riesce a gestire molto bene, nella classica proporzione di 2:1. Inoltre, il non avere l’assillo del cambio fa sì che ci si concentri molto di più sulla pedalata e sulla guida della bici che diventa, quindi, ancor più determinante.

Ritenevo quindi assolutamente corretto che la mia prima Rockville dovesse essere affrontata con una bici che “nativamente” potesse alloggiare un solo rapporto… bene, dopo mille peripezie e con gran soddisfazione la bici arrivò in garage nel luglio del 2015 e fu subito amore. Un malanno poco simpatico però mi mise fuori gioco nel gennaio 2016, per cui l’appuntamento fu irrimediabilmente rimandato di 365 giorni esatti, perchè da tradizione rockville è sempre il giorno dell’epifania.

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Il bello di tutta la serie di gare di ciclocross singlespeed (abbreviato SCIS) è che ciò che davvero conta non è l’agonismo in se ma il divertirsi pedalando. Viene premiato solo il vincitore e tutti gli altri atleti classificati in un bonario 2° pari merito, tanto ognuno che ha gareggiato sa benissimo quanto è andato bene e dove invece ha sbagliato e può migliorare in vista del prossimo appuntamento sul fango.

Già, il fango. Solitamente la zona intorno a Villarocca di Pessina Cremonese (questo l’esatto nome del posto, ma non garantisco che google maps ne sia a conoscenza…) è estremamente umida e caratterizzata da un terreno piuttosto argilloso. Ne consegue che è un vero unico pantano, non a caso il sottotitolo della gara da qualche anno è: “where mud comes alive!” giusto per chiarire.

Ed infine arriva il giorno. Sveglia ben prima dell’alba e raduno della mini comitiva di tre torinesi alla volta di Rockville. Sono in compagnia di Andrea e Vittorio che già lo scorso anno si erano deliziati dell’evento, sfrutto quindi tutto il viaggio per chiedere consigli e sentire i loro racconti e gasarmi ancor di più.

Il tragitto scorre più veloce del previsto ed arriviamo tra i primi nel piccolo agriturismo che ci ospiterà anche a pranzo. Ritrovo molti amici di nuova e vecchia data e l’atmosfera è da subito super rilassata. Dopo il cambio d’abito in un accogliente (e ben riscaldato) stanzone, usciamo a perlustrare il tracciato.

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Primo verdetto: è tutto letteralmente pietrificato dal gelo! Mi ero fatto mille ipotesi sulle condizioni, ma questa mi spiazza e mi trova un po’ impreparato, sarà difficile tener anche a bada il mal di schiena che un po’ mi tormenta con tutto quello sconnesso, ma non mi perdo d’animo e nel tempo a disposizione inizio a provare qualche linea un po’ redditizia.

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Il gruppo partenti è quanto di più bello ed eterogeneo potessi immaginare: ci sono i tigers veneti al completo, una delegazione dal Belgio (che ci fa anche dono di una cassa di birre artigianali), i ragazzi di Milano, i romagnoli di supernova e tanti altri appassionati di ogni età tutti con bici molto personali, frutto della grande passione che ci va per allestire un mezzo a pedali così particolare come una ciclocross singlespeed.

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Ci aspettavamo la classica partenza alla Le Mans, con i corridori da un lato ed i mezzi a pedali dall’altro… ma qui gli organizzatori ci hanno voluto stupire, nonchè complicare un po’ la vita. Dalla piazzetta del via infatti, non si vedevano le bici da noi depositate sul prato. Dopo il, virtuale, colpo di cannone e conseguente corsetta a buon ritmo, ci ritroviamo davanti agli occhi due enormi cataste di bici ammassate l’una sull’altra! Passo i primi secondi a vagare con lo sguardo per cogliere quanto meno i colori della mia… nel frattempo attorno a me par di esser dentro un formicaio umano con un via vai di corridori e bici in ogni direzione. Trovo la mia e con una specie di danza rituale la districo dalle altre ancora senza padrone e via, a  tutta verso la tanto desiderata ora di gara!

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Nonostante il fondo durissimo, il percorso risulta essere stupendo, con tratti tecnici, allunghi furiosi, una contropendenza che mieterà molte vittime (me compreso) ed una pazzesca chiocciola concentrica da far venir il mal di mare anche al più smaliziato crossista. Genio nel genio, dopo la prima mezz’ora di gara che cerco di fare al meglio delle mie possibilità (leggi completamente fuori soglia cardiaca, come ogni gara cx impone) gli organizzatori pensano bene di posizionare altri nuovi ostacoli lungo il tracciato, così a sorpresa ed in modo del tutto casuale! Li vedo e sorrido e capisco ancora meglio come questa sia una gara veramente fuori dal comune, nella migliore accezione del termine!

Vengo doppiato dai primi due (fagiano e vara, per chi conosce) e resto letteralmente impressionato dalla loro capacità di guida. Ad allenar la gamba siamo tutti buoni, con un po’ di dedizione e tempo a disposizione, ma a guidare in quel modo ci va talento e basta. Andrea poi sembra aver le ruote poggiate su ottimo asfalto per come è equilibrato in sella,  un vero piacere da guardare, non fosse che anche io nel mio piccolo sto gareggiando ed è meglio non distrarsi troppo per non andar ad assaggiare l’erba di Villarocca, senza dubbio ricca di fibre, ma non il meglio per la dieta umana.

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A proposito di dieta e affini: come nella disciplina che fa della durezza (di campo e di gioco) la sua colonna portante, ovvero il rugby, anche qui il meglio del meglio è il terzo tempo dei ciclocrossisti. L’agriturismo ci offre un menù eccellente che profuma di casareccio, il tutto innaffiato da un ottimo vino!

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Passato il rito del lavaggio della bici, oggi piuttosto inutile, ci ritroviamo in una tavolata splendida, con amici vecchi e nuovi a parlare comunque ancora di bici, ma con tante sfumature diverse, come diverse sono i caratteri di ognuno di noi, e tutti con la stessa identica attitudine: pedalare per il puro piacere di farlo, in tutte le condizioni meteo e di fondo, in tutti i mesi dell’anno, con tutti i tipi di bici che offre il mercato e l’inventiva dei telaisti. Ecco, raramente come oggi ho ritrovato così forte il senso di comunità che lega questo gruppo di persone con vite “là fuori” così diverse tra loro, alla prossima Rockville!!

https://vimeo.com/112014654

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il nuovo portale @endusport con il mio racconto della 12h di Monza fatta in solitaria e a #scattofisso

è stata una vera avventura, nonostante il teatro della gara sia stato il sicuro autodromo di monza, sul rinnovato magazine di ENDUsport vi racconto come è andata, con la testa che già pensa a cosa fare di ancora più folle la prossima stagione!

10 settembre 2016 Comments (0) Racconti dei partecipanti, Racconto in evidenza 12h Cycle Marathon (a scatto fisso)

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Vi racconto delle mie bici – puntata 7 di (ehm…) 9: la prima MTB non si scorda mai…

… e nemmeno si hanno la forza ed il coraggio per venderla, perchè come diceva mio zio Paulin, spentosi a 98 anni, “prima o poi tutto torna di nuovo utile!”

Facciamo prima un piccolo salto nel passato non troppo remoto. Quando sul finire degli anni ‘80 l’Italia fu investita dall’onda delle mountain bike. Complice anche quel geniaccio di Colombo con la sua rampichino (sogno proibito di molti di noi), tutti noi ragazzini su 12-13 anni passata la sbornia da BMX volevamo avere qualcosa da pedalare di serio e robusto per sfidare i sentieri in montagna. All’epoca vivevo al centro della Valsusa e dai monti ero letteralmente circondato. La smania (con pericolosità annessa…) del motorino era alle porte e per tamponare la situazione i miei decisero di cogliere la palla al balzo e regalarmi una bella mountain bike di modo da sopirmi altre voglie motorizzate. Ora non ricordo su base di quale dritta, ma andammo a prendere la bici direttamente in una fabbrica nella prima cintura torinese. A detta di chi ci accolse, loro in ditta ricevevano gli stock di telai e componenti, pre-assemblavano e successivamente mandavano da altri rivenditori i quali ri-marchiavano le biciclette con conseguente ricarico monetario per la vendita al dettaglio. Mi sentivo dunque un privilegiato e, ovviamente, non scorderò mai il prezzo che pagammo: un milione di lire! Come dei novelli Bonaventura  al contrario, tornammo a casa con questa bici, bianca, trasmetteva una sensazione di grande solidità ed i componenti mi parevano così esotici, con quel marchio che veniva dall’estremo oriente: Shimano.

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Fu la prima bici che mi donò la vera sensazione di libertà, le mie estati in alta valle assunsero i toni di avventure quotidiane, la montagna mi entrò nelle ossa definitivamente. Scoprii anche, in enorme anticipo sul ciclismo ufficiale, il colle delle finestre all’epoca frequentato solo da montanari e motociclisti rigorosamente tedeschi, fu una vera e propria epifania.

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Gli anni passarono e, anche se offuscata dal mio lungo periodo come motociclista, lei c’era. Silente in garage e sempre pronta per una pedalata che spezzasse la monotonia. Venne poi la sua riscoperta, dopo i primi anni di nuova (mia) era pedalatoria, tramite la prima grande trasformazione in singlespeed. Gli ingredienti erano già praticamente tutti lì e la semplicità del mezzo mi fece ri-innamorare del pedalare nei boschi e sui sentieri. Certo pesante, impacciata, ma con un nuovo manubrione dal giusto rise e un rapportino agile agile è tornata a divertirmi.

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24C1804_08635La sorte a voluto che, in un outlet online, io sia riuscito a trovare l’occasione dell’anno e a far mia una mtb da 29 pollici singlespeed nativa, ne parlerò a breve. Questo relegò di nuovo la bianchina in un angolo, la cosa certa è che, nonostante la sua evidente vetustà e ancorchè del tutto senza mercato, mi era/è comunque impossibile venderla, prestarla, regalarla ecc… non si può, non si fa.

La aggiornai, pensando di darle una ulteriore svecchiata, passando alle 8 velocità posteriori abbinate ad una guarnitura con tripla corona e comandi al manubrio. Non male ma aveva perso, forse per sempre, l’indole ad essere una bici per i boschi e le montagne, stante le mie parallele esperienze con l’altra mtb del garage.

Faccio un piccolo inciso. Se nel campo delle bici da corsa le innovazioni davvero determinanti negli ultimi 20 anni si contano sulle dita della mano (comandi cambio integrati ai freni, pedali automatici, sterzo maggiorato e…), sulle mtb i passi evolutivi sono stati enormi e tutti imprescindibili.  Una bici da corsa di 20-30 anni fa è elegante, si fa ammirare e pedalare con gusto. Una mtb di 20-25 anni fa intenerisce un po’, forse, ma attira pochi sguardi e non scatena alcuna voglia di lanciarsi con essa giù per i pendii. Finì dunque che la mia bianchina mise su un portapacchi, un seggiolino per bambini e nonostante tutto per sei lunghi anni divenne la gioia dei miei figli dove assaporarono per la prima volta le gioie di correre con il loro papà e sentire il vento sul viso, conoscendo la dea della libertà a forma di bicicletta.

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Passata anche questa era tornò in un angolo del garage. I componenti funzionavano bene, ma aveva nuovamente perso la sua ragion d’essere e rimase lì ferma per ben due anni, i copertoncini si screpolarono, polvere e ragnatele giocavano tra loro a rimpiattino sui tubi del telaio.

Poi per caso, ma nulla accade mai per caso, nel mio periodico consultare lo splendido blog di cycleExif, che per inciso ospita anche una mia bici, mi imbatto in un progetto in grado di folgorarmi a prima vista: la cosiddetta “urban cruiser”. In questo caso veniva messa sotto i ferri una vecchia mtb Moser e ne usciva un mezzo strepitoso quanto insolito.

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Nel mio piccolo volevo, anzi dovevo, provare a replicare l’esperimento e vedere cosa ne poteva uscir fuori. Primo passo: smontare tutto!

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Un paio di componenti restavano colonne portanti, ma nel frattempo mi trovavo nella mia piccola officina degli orrori mi ritrovavo un gruppo Campagnolo ad 8 velocità che era perfetto per dare il via alle danze.

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Altra cosa: non poteva restar così verniciata e con addosso i segni del tempo, il bianco non è un colore adatto alle bici e lo spessore di questa era anche esagerato. Portai il telaio a sabbiare ed il risultato fu per me a dir poco sorprendente!

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004Quello che ho da sempre tra le mani è un ottimo e robustissimo telaio in tubazioni Tange, realizzato da sapienti mani artigiane con congiunzioni e saldature ad ottone davvero ammirevoli! La cosa mi diete l’ultima spallata motivatrice per affrettare i tempi e mettere a punto gli ultimi dettagli per finalizzare il progetto. La mia metà Laura, che sarà anche lei utilizzatrice di questa bici, scelse il viola elettrico e, dopo qualche settimana, il telaio era pronto per il montaggio!

130Affidai il tutto al mio amico Enry che, oltre ad essere un ottimo meccanico, per questi esperimenti qui, degni del miglior Sheldon Brown, ci va proprio a nozze.  Nel giro di pochi giorni e risolvendo una serie di problemi che avrebbero fatto gettar la spugna a molti, mi scrisse il messaggio della vittoria: “la tua bici è pronta”. MI precipitai da lui e fu subito, ancora una volta, amore a prima vista. Sotto una nuova veste, camuffata da cruiser urbana la mia vecchia mtb torna oggi a vita nuova, andando a riempire quel piccolo ma fastidioso vuoto che c’era tra le mie bici. Una splendida via di mezzo tra la scattofisso da città e la bici da ciclocross, il tutto rimiscelato per essere insensibile al pavè ed alle condizioni disperate di certe nostre vie cittadine.

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024Le prime pedalate sono confortanti, lei è comodissima ed asseconda le manovre con grazia, non si lascia mai scomporre da buche e tombini, viaggia sicura e restituisce tranquillità a chi la pedala. La piega da corsa offre un buon numero di prese per le mani a seconda della situazione ed è stretta quanto serve per incunearsi tra le onnipresenti file di macchine agli incroci. Mi piace, mi diverte e mi fa felice sapere che, anche se sono solo oggetti, avere una storia legata ad essi li fa sembrare parte del nostro viaggio e non dei semplici strumenti con cui viaggiare.

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