di gare gravel ce ne son tante, ma al buio una sola ed è a Torino #gravelalbuio

… lo scorso anno saltai la primissima edizione per la classica sventurata sovrapposizione di eventi, ma quest’anno con testa e calendario liberi mi son tuffato nella notte per vivere una delle garette più divertenti di sempre!IMG_6397

L’appuntamento è a tarda sera, la partenza ancor di più… come le gare serissime (alla quale questa per nascita non appartiene) il ritrovo è in un punto, poi dopo un tratto neutro ci sarà la partenza vera e propria. Arrivo così al castello del Valentino che già un gruppetto è radunato e chiacchiera amabilmente. La notte ha già preso il posto della sera ed il fresco è godibile, non fosse per la comparsa delle prime inesorabili zanzare. L’iscrizione è facile, veloce e dal costo ridicolo, ma quel poco che ognuno paga lo dà volentieri per supporto a chi invece deve comunque dedicare una fetta non piccola del suo tempo a metter in piedi eventi come questo, quindi grazie per il lavoro ACT-420!

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Radunati tutti i partenti (una ventina, ma con prestigiosi ospiti da Milano) ci portiamo sul lungo Po, dato che una delle belle particolarità è che questa gara (corta rispetto alle gravel classiche, dato che parliamo di circa 30km) percorre tutte le stradine lungo i fiumi e canali torinesi, che sono ben più di quanto si possa pensare, quasi come una specie di Amsterdam con vista montagne.

Caso vuole che sia anche la notte della 24h di Le Mans e nemmeno a farlo apposta la partenza è proprio in vecchio stile endurance… tutte le bici in sfilata appoggiate al muro della ciclabile e noi rider indietro pronti per una mini corsetta…. VIA! Fortuna vuole che tutti hanno scarpe adatte anche a correre/camminare e nessuno ha quella classica andatura da paperotto a cui costringono le scarpe con tacchette classiche da strada. Per fortuna nessun intoppo ed accartocciamento e sfiliamo via subito ben sgranati.

Come dicono sempre i saggi: “una gara non è gara se non si scanna già dal primo metro!” ed in totale ossequio alla regola, sul primissimo tratto sterrato siamo già sopra i 30km/h, ci ricompattiamo in 7-8… siamo il gruppo di testa, ci sarà da divertirsi!

A meno delle criterium a scatto fisso (dove ovviamente il tracciato è arcinoto, corto ed abbastanza illuminato), non ho mai corso di notte, soprattutto mai su di un percorso di per se non banale come le strade bianche ed i sentieri sugli argini. La mia dotazione in quanto ad illuminazione è valida, su tutte la luce frontale messa sul casco sarà quella che mi caverà dai guai peggiori, semplicemente per il palese fatto di illuminare esattamente nella direzione in cui guardo. Le proporzioni, ombre e prospettive son però tutte diverse e “nuove” nonostante questo giro coincida in buona parte con uno dei miei percorsi preferiti di allenamento. Stanotte sembra tutto nuovo, avvolto da una sottile patina di fascino che mi fa rimbalzare in testa due semplici paroline. “che figata!”.

Il parco della Colletta scorre via in un sorso, quello che riesco a fare quando ci ritroviamo sul ponte della Stura, pronti a tuffarci nel secondo tratto, quello fino a San Mauro. Terreno insidioso questo, con una ciclabile che ha la prima parte in calcestruzzo sgranato e che mette a dura prova le bici ed i corridori a seconda di come si ha gestito la pressione delle gomme. Chi ha gonfiato molto, infatti, si trova con una buona scorrevolezza, ma con la bici nervosissima che salta sulle asperità del cemento, chi, invece, è stato più basso di pressione si ritrova con un mezzo lento ed impacciato, con in più l’insidia del poter pizzicare contro gli spigoli vivi che si presentano di tanto in tanto sulla pavimentazione.

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L’incredibile, stante il percorso ed il variegatissimo panorama di bici in gara (dalla scattofisso dura e pura, al cx, alla mtb nuova e a quella rediviva dagli anni 80, un arcobaleno in corsa sostanzialmente), è che nessuno di noi dovrà affrontare l’avvilente scocciatura di forare in gara, il che è cosa più che buona e parlo per esperienza!

Scavalchiamo il ponte di San Mauro e inizia il tratto gravel un po’ più impegnativo: stretto, dal fondo nella seconda parte smosso e pieno di buche le che piogge degli ultimi giorni, ma farei meglio a dire delle ultime settimane, ha ridotto ad enormi pozzanghere. Matteo, oggi in grande spolvero, ha un impianto luci superlativo e ci alterniamo davanti a far l’andatura in tacito accordo e divertendoci come non ci capitava dalle alleycat torinesi di molti anni fa, tutto questo già di per se rende strepitosa l’esperienza di questa notte.

Ma è superato il ponte su Po che la cosa si fa davvero seria. Siamo rimasti in sei, ora il buio attorno è totale, la vegetazione chiude il campo visivo già di per se ristretto (ah, son miope, tanto per metter un po’ di pepe al tutto…) e attraversiamo dei veri e propri acquitrini che ci fanno affondare ruote e scarpe per centimetri nel fango. Qui per la prima (e unica) volta, ho proprio paura di piantarmi e di perder il controllo della bici o non riuscir a tirar più su il piede che di tanto in tanto metto giù per stare in equilibrio. Fortunatamente non sono tratti lunghi e l’esser comunque in un piccolo plotoncino mi dà quel coraggio che serve per concentrarmi ancora di più nel non far cavolate e nel pedalare al meglio.

Stiamo ora costeggiando il canale Cimena. Qui, all’opposto di poco fa, il terreno è perfetto e si scorre via quasi a gas pieno, tanto che la frenata per uscire dalla ciclabile ed attraversare il paese è bella decisa e giocosamente rumorosa, come quando acceleravi per poi far la sgommata sul brecciolino con la Saltafoss!

Approfittiamo tutti della ciclabile asfaltata di San Mauro per tirare un po’ il fiato e preparare testa e gambe all’ultima parte di gara, quella dell’ingresso di nuovo in Torino. Passato il ponticello di legno è come se si fosse acceso dentro ciascuno un interruttore di sovra potenza, il chiaro della ghiaia di questo tratto aiuta nella navigazione e la gamba gira che è un piacere, in un attimo stiamo di nuovo costeggiando il Po nella suggestiva confluenza con lo Stura di Lanzo, quasi a formare una piccola laguna. Il parco del Meisino scorre via facile e finalmente arriva l’illuminazione pubblica a dare un conforto. Il bello è che a quest’ora della notte (ed è davvero tardi…) questi sterrati sono deserti e ci si può concentrare solo sulla scelta della linea migliore da tenere e sullo sforzo della pedalata. Matteo è rimasto leggermente indietro, mi ritrovo con Simo (il messenger) ed un ragazzo con una mtb piuttosto moderna.

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Quest’ultimo nonostante sia tecnicamente favorito con gomme large ed un ampio range di rapporti, deve cedere il passo ad un Simo letteralmente indiavolato che pedala, come sempre, la stessa bici che usa quotidianamente per lavorare: scattofisso, un freno, gomme buone ma non  certo oversize ed un generoso quanto (oggi)  inutile portapacchi frontale a fendere l’aria come i tipici “paravacche” dei fuoristrada veri. Riesco a tener la sua scia ma son davvero al limite anche della cadenza. Sono infatti costantemente sopra le 100rpm ed anche il cardio (lo scoprirò ben dopo ovviamente) dice che siamo in piena soglia anaerobica, ma il tutto è compensato dai galloni di adrenalina che stanno diffondendosi in tutte le fibre quindi non ci bado e passo oltre!

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L’ultimo tratto è di nuovo tecnico, in pratica quasi un single track che nonostante io conosca molto bene, offre di notte un profilo ben più inquietante del solito anche perchè, man mano che mi spingo avanti, la vegetazione si stringe sempre più attorno a me e, benchè non ne soffra, la sensazione di claustrofobia inizia ad insinuarsi dentro.

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Per fortuna il tratto finisce un istante prima che il mio istinto mi faccia toccare i freni e mi viene in mente la frase dantesca: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, in questo caso sono i lampioni a led della ciclabile lungo corso Casale ma tanto basta per rasserenarmi l’animo e viaggiare dritto e felice verso l’arrivo, consapevole di aver fatto un ottimo lavoro in questa corsa che ha dato un taglio diverso ad un percorso di per se conosciuto ma che avvolto dalla notte mi ha saputo regalare emozioni uniche e del tutto nuove! Da provare, garantisco, ci si rivede tra un anno!

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three is a magic number: my RESPUBLICA SUPERIOREM vol.3

Questa volta l’attesa era davvero di quelle da “evento dell’anno” e la crew di Genova ha di nuovo saputo confezionare un piccolo capolavoro, sotto tutti gli aspetti. Ma andiamo con ordine per fissare, è proprio il caso di dirlo, gli indelebili momenti di una giornata da ricordare.

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Partiamo presto, in una mattina che da lato piemontese degli Appennini promette solo freddo e umido, per dirigerci come lo scorso anno verso Genova per la terza, e molto molto probabilmente ultima, edizione della “Respublica Superiorem”.

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res_3Per chi avesse perso le puntate precedenti, vi racconto in sintesi di una gara che, sfruttando il perfetto playground genovese, riesce a riunire in un’unica competizione una marea di aspetti diversi, candidandosi di fatto a vera e propria gara totale. Ovviamente, e qui sta il bello, è organizzata dal basso, rude e sanguigna come solo gli eventi a loro modo pionieristici sanno essere, dove ogni corridore è felicemente consapevole di esser pienamente responsabile delle proprie azioni e di esser tutelato alla stessa stregua modo di quando si allena da solo.

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Questa volta il luogo di partenza è forse ancora più suggestivo delle precedenti edizioni: una vera e propria balconata sulla città che ci fa subito apprezzare il clima perfetto, i profumi del mare mischiati alla focaccia, la distesa di tetti che fanno di questa città qualcosa di unico ed affascinante ma al contempo non alla portata del semplice turista quanto più del vero viaggiatore. Ed un viaggio a ritmo gara è quello che i ragazzi di SCVDO oggi ci hanno preparato, per chiunque abbia la gamba e, diciamolo, il fegato di affrontare un percorso che sarà tanto brutale quanto stupendo. Già perché, val la pena sottolinearlo, a Genova si corre solo con bici a scatto fisso e senza i freni, proprio quelle che dovrebbero stare solo nei velodromi e, invece, saranno in strada, in città, in salita (molta!), in discesa e sugli sterrati (e qui c’è del vero genio)!

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La partenza, come spesso accade, è già una festa. Chiavi inglesi da 15 in ogni dove, set up da fare all’ultimo momento qua e là (cosa che per un paio dei big presenti si rivelerà purtroppo fatale), nessuno con un abbigliamento uguale ad un altro e, cosa davvero notevole, il sentir parlare un bel po’ di lingue estere a testimonianza che quando le cose si fanno davvero bene, chi ne ha modo affronta anche viaggi importanti pur di poterci essere. E allora via, attiviamo la traccia gps sui nostri garmin, lasciamo da un lato, stile vecchio start alla LeMans, le bici e ci dirigiamo nel vicoletto a fianco per attendere il via.

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Parto già svantaggiato, con le ingombranti tacchette look da strada sotto alle scarpe, che faranno di me un corridore con uno stile alla donald duck ma poco importa, la gara sarà lunga. Da un’idea del creatore della redhookcrit, il conto alla rovescia ha un’implosione e dal 5, 4… si passa al 1 e al GO! in un secondo. Spaesati, ci muoviamo come un’orda di barbari verso le bici e via che si va!

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Singolarmente, forse addirittura per la mia prima volta, capita che appena partiti ci sia subito un po’ di discesa da affrontare. Sarebbe una cosa normale, ma senza i freni troppo normale non lo è dato che, complice qualche furgoncino di troppo, fatico a tenere a vista i ragazzi davanti che han saputo svicolare meglio alla partenza. Al primo check ci si arriva in un fiato, da lì sarà gara vera. Anzi, fin troppo vera perché, proprio come nei club esclusivi, qui si fa selezione all’ingresso.

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Le prime rampe, infatti, sono micidiali: i tratti oltre al 10% non si contano ed in fissa (oggi avevo un prudente 47/18) sono tutte rasoiate nelle gambe. Più per cocciutaggine che per vero e proprio vantaggio, non voglio scendere di sella, almeno non ora e do tutto me stesso per tirare su letteralmente la bici fino allo scollinamento del forte Begato. Sono passati solo dieci modesti chilometri dalla partenza ma ho già le gambe che chiedono pietà, nel primo tratto pianeggiante e tranquillo la bici mi sembra andar da sola tanto è stato lo sforzo.

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Ho chiaro in mente che la gara è ancora tutta da correre, i miei muscoli son di parere contrario, ma la testa dice avanti, andiamo a scoprire cosa c’è ora! E qui arriva il bello.

Arrivo al check e, dopo due improperi verso l’organizzazione, rea di averci mandato a soffrire su quelle rampe, mi sento dire: “occhio a dove mettete le ruote che inizia lo sterrato!”. Beh, ancora non lo so ma da qui in poi sarà come buttarmi in un giro sull’ottovolante. Non avevo studiato gran che il tracciato (tanto ci avrebbe pensato il Garmin a dire dove andare), ma avevo preparato minuziosamente la bici. Dato che come si suol dire “squadra che vince non si cambia”, avevo lo stesso gruppo guida dello scorso anno, ovvero un granitico stem da 110mm ed un esagerato riser da mtb largo ben settanta centimetri con alle estremità due bei manopoloni da bmx.

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Se questa configurazione sul mio Vigorelli steel si era già guadagnata la giornata, permettendomi un buon braccio di leva nello spingere con tutto il corpo nella salita precedente, ora si rivelerà per tutto quello che di buono lo caratterizza e penso: “beh, se hai il manubrio da mtb e sei su uno sterrato, dacci dentro e guidala come guideresti una mtb!”. Detto fatto, passata la prima timidezza nel sapermi con una bici da velodromo su di una strada sterrata ligure, guardo avanti, spingo sui pedali e percorro i cinque chilometri più divertenti dell’ultimo anno. Più cerco il limite di bici/gomma/gambe, più quel limite si sposta in avanti. Mi si dipinge un sorriso, probabilmente ebete, sulla faccia perché sto vivendo un mix di adrenalina e divertimento che nemmeno creandolo in un laboratorio sarebbe stato così perfetto. Una parte di me inizia a fantasticare sul come sarebbe bello se questo tratto di gara durasse altri 20-25km così fino all’arrivo, sarebbe un sogno!

Chiaramente se i sogni finiscono all’alba, oggi il piccolo sogno finisce al ritorno del bitume. Dopo poco ho il check n°3 con nuove indicazioni: “da qui occhio che la discesa è tecnica”. La affronto senza prender grossi rischi, per quanto sia sicuro scender con una bici senza freni giù per i tornanti. Non è un tratto lungo e per fortuna l’orario è tale da farmi incontrare poco traffico ed in breve son già al check successivo ma qui, nuova sorpresa!

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Mi indicano quello che per un automobilista potrebbe essere un passaggio pedonale o poco più. Io stesso chiedo conferma un paio di volte ed al secondo ok, guardo cosa mi è capitato sotto le ruote: sono sul sentiero (o se volete single track, che fa più figo) dell’antico acquedotto di Genova.

A mente fredda, ci capitassi di nuovo, questo sentiero sarebbe, per le mie capacità ciclistiche, assolutamente al limite della praticabilità: stretto, lastricato in pietra, con quasi sempre da un lato il muro e dall’altro una scarpata verticale di almeno un paio di metri. Probabilmente ne avrei paura, lo affronterei irrigidito e quasi sicuro mi farei male o andrei ad una velocità ridicola, ma non oggi. Oggi è gara, oggi trovo il modo di far le cose nel verso giusto quindi sguardo in avanti, testa focalizzata sul percorso e via. Non sono velocissimo ma di nuovo mi sto divertendo come un bambino a far questa strada sbagliata con una bici sbagliatissima. Verso la fine mi raggiunge il mio amico, nonché compagno di trasferta, Marco e da lì, esattamente come lo scorso anno, resteremo insieme fino alla fine.

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Passato questo secondo rollercoaster, ci rituffiamo in città, ma non è finita ovviamente, anzi, come nelle vere corse, l’asperità finale è quella che decide il podio e qui non si fa certo eccezione. Avevo dato un’occhiata alla salita del monte Fasce e non mi ero preoccupato troppo stante pendenze non estreme e strada piuttosto larga. Ovviamente mi sbagliavo.

IMG_5770Iniziamo a scalare e, nonostante la salita si confermi pedalabile (nel senso che lo sarebbe con una normale bici da corsa), le gambe iniziano a chiedere il conto di tutto quanto hanno sin qui subito. I chilometri a salire son quasi dieci e dopo i primi 3km le rampe al 7-8% iniziano a sembrare dei muri, avanzare a zig-zag diventa indispensabile per non “piantarsi” e mantenere una cadenza accettabile.

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Continuo a ripetermi come un mantra: “adesso vedrai i primi che scendono, adesso vedrai i primi che scendono…” e invece no. Passano diversi chilometri e mi ritrovo da solo, con i miei pensieri e la mia fatica da trascinare in cima. Fa sempre più caldo e per giunta ho finito l’acqua, inizio a darmi dei mini traguardi mentali per render sopportabile la ciclo-tortura. Mi basta inquadrare un albero o un masso e quello diventa il sub-checkpoint da raggiungere, il metodo funziona. I tralicci dei ripetitori in sommità si fanno sempre più vicini, ma non è ancora fatta, vedo Elia venirmi incontro in discesa, il primo è lui, lo incito con quello che mi resta della voce e arrivo dopo poco all’ultimo bivio verso la cima.

7G5A2039Da lì sarà una inevitabile passeggiata, come grossomodo tutti gli altri corridori, fino in punta. Aggrappato al manubrio trascino su la bici, come se stessi scalando non il monte Fasce ma il monte Fato di Mordor, portando il mio pesante fardello. Il bello è che in cima oltre ad una provvidenziale bottiglietta d’acqua c’è una vista mozzafiato che mi ristora anche lo spirito. La gara non è ancora finita ma son qui, intero, senza crampi, la bici è ok, la salita per oggi è fatta.

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Marco mi ha aspettato e con lui affronto la discesa, che sarà meno difficile di quanto temevo. Lui, da fuori gara, ha il freno e mi aiuta nell’impostare le traiettorie, io riesco ad allentare un po’ la tensione e godermi anche questo tratto di discesa brakeless, finalmente. Dopo Elia avevo visto scendere anche Giacomo ed Alex e, dato che andar forte senza i freni non è il mio forte, ero convinto che qualcuno mi avrebbe prima o poi raggiunto. Con quel pensiero fisso in testa, affronto gli ultimi tre chilometri come se fossero i primi, non mi risparmio nemmeno per un metro e, dopo qualche incrocio preso a modo, mi ritrovo in via degli Argonauti; sento l’odore di mare farsi più intenso. Ci sono, il molo è davanti a me ed il blu del mare riempie i miei occhi. Quarto, incredibile.

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Sul podio di cinque corridori, tre sono miei cari amici e già questo fa direttamente scolpire nella mia memoria ogni singolo istante di questa giornata.

rank Menzion d’onore a Marco da Barcellona (5°) che per esserci oggi si è sobbarcato due viaggi da 13 ore in autobus, ma è come me contento come un bambino per aver onorato quella che resterà, negli animi di tutti noi, una corsa da ricordare, ognuno a suo modo, ognuno per quel che ha dato e preso in quegli interminabili chilometri su e giù attorno alla RE(S)PUBBLICA marinara di Genova.

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si stava meglio quando si stava peggio… o forse no? (aka due parole sull’evoluzione delle crit) #ciclismi

sento in questo periodo molto fermento in merito al fenomeno delle criterium a scatto fisso ed alla loro evoluzione e/o direzione che stanno prendendo, mi par necessario qui e ora mettere in chiaro alcune considerazioni dettate solamente dal fatto che ho avuto la fortuna di vedere l’intera loro evoluzione.

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Sta iniziando la stagione di gare 2018, le novità sono tante, i cirucuiti di gara per le criterium a scatto fisso ora sono almeno tre con svaritate tappe in tutta italia ed il fermento di squadre, corridori e costruttori è oggi più vivo che mai. Eppure una parte della cosiddetta “old school” storce un po’ il naso. Si inizia a dire che prima era diverso, che ora manca lo spirito iniziale, non c’è quell’amicizia di fondo che faceva da collante, tutti sono, o si ritengono, dei pro ecc, ecc, ecc…

Seppur dichiaratamente sia da annoverare nella categoria su citata, sia per età anagrafica sia per esser stato fortunatamente presente sin dal giorno zero della nascita di questo piccolo grande fenomeno del ciclsimo, io ad esser un malmostoso brontolone con il dito alzato proprio non ci riesco, ed ora provo a spiegare il perchè.

Tutti gli inizi sono belli e carichi di elettricità statica nell’aria, questo è fuor di dubbio. Esser consapevoli di dar vita ad un qualcosa più grande del nostro quotidiano dà inevitabilmente quell’euforia che riesce, tra le altre cose, ad imprimere nella memoria alcuni momenti in modo indelebile. Una su tutti la prima redhookcrit qui a Milano senza dubbio, ma ancor più la seguente criterium di Modena, in un semplice rettangolo di una zona industriale con bici a volte anche naif ma con un entusiasmo che scaldava come fuoco la fredda notte di inizio novembre, era il 2010. Andava bene tutto, andavano bene i pedali con le gabbiette, il manubrio a bull-horn, i telai vecchi da corsa convertiti, le ruote con il pignone saldato a mano al mozzo in improbabili acrobazie tra metalli ed era sì, certo, divertente e spassoso, sono nate amicizie che ancora oggi sono solidissime e per molti è stato l’inizio di una evoluzione ciclistica del tutto personale che ha portato alcuni a diventare veri e propri viaggiatori in bici, con mia grande stima ed ammirazione nei loro confronti (voi sapete chi siete).

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Ma quello con cui bisogna necessariamente fare i conti è che siamo nell’era di internet, che ci piaccia o no e a giudicare da quanti di quelli che conosco sono, ad esempio, su Instagran, ne deduco che ci piace eccome, la velocità a cui viaggiano e si diffondono le informazione è seconda solo a quella della luce. Bene, se dunque ci piace condividere le nostre esperienze è anche inevitabile che molti si incuriosicano, si informino e sfruttino (in senso completamente positivo) la vostra esperienza per bruciare le tappe e presentarsi pronti e consapevoli alle prossime gare, magari dandoci anche della gran paga!

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Nel contempo, in questi anni, anche reperire l’attrezzatura si è trasformato da un affare per carbonari (ancora ricordo quando grazie ad Aldone ebbi tra le mani il mio primo mozzo pista, quasi pensavo lo avesse forgiato direttamente lui…) ad un fiorire di negozi fisici e, soprattutto, online con tutto quanto serve sia per correre sia semplicemente per provare la pedalata a rapporto fisso. Scatto fisso  che, in realtà, è un gran (bel) ritorno al passato dato che sempre in inverno per preparare la stagione di gare, i corridori veri facevano lunghi allenamenti a scatto fisso per poter avere una pedalata più rotonda ed efficace. La possibilità per tanto di avere un bel panorama tra cui sceglere questo antico/nuovo modo di pedalare non può che far del bene sia a noi sia al nostro mercato italiano, sempre in prima fila quando c’è da innovare, specialmente in campo ciclistico.

E proprio guardando al passato che risulta ancor più facile capire l’intera dinamica di questo fenomeno. Se abbiamo qualche nozione base della storia del ciclismo, vien naturale ricordare che le grandi corse classiche, quelle con ormai più di un secolo di storia sulle spalle, sono nate da idee di persone coraggiose, curiose e con la voglia di sfidare prima di tutto loro stessi. La prima Milano – Torino (no non quella di cui parlo spesso, ma quella del 1876) fu corsa da otto corridori con bici con cui oggi non adremmo nemmeno a prendere un gelato, per il puro piacere di competere con grande spirito d’avventura. Degli otto ne arrivarono solo quattro a Torino ma da lì l’evoluzione naturale delle corse ha portato a quello che il ciclismo è oggi, nel bene e nel male: ed ecco le dirette TV, le ammiraglie, le radioline e (cosa buona) le strade riasfaltate dove sarà poi previsto il passaggio della tal corsa, meglio dell’anas!

Unendo questo scenario e portandolo ai giorni nostri è del tutto comprensibile come un idea fresca ed originale come quella di David Trimble, a cui va attribuito il grande merito di aver saputo mescolare il ciclismo classico al movimento dei messenger, ha in soli dieci anni cambiato radicalmente il panorama di questo nuovo ciclismo, facendolo diventare vera e propria disciplina.

Ritengo, inoltre, sia stato un bene ed un necessario punto di non ritorno l’aver visto nell’ultima redhookcrit di Milano un professionista in attività correre e dominare la gara. In questo modo si evita il classico fenomeno alla “granfondo amatoriale” che poi amatoriale non è ma è dove (scusatemi il termine) vanno a spiaggiare tutta una serie di ex-pro o pro mancati (chi ha detto pummarola pro) che chiaramente hanno in gara vita facile contro dei semplici amatori appassionati con un lavoro da 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana ed una famiglia. La direzione impressa è, quindi, verso la piena spettacolarizzazione del fenomeno, aiutata anche dall’esser una formula di gara molto più telegenica che, ad esempio, la classica tappa del giro d’Italia con  le 3-4 ore di diretta nelle quali per l’80% del tempo obiettivamente non accade nulla di significativo. Qui invece siamo al cospetto di gare corte, meno di un’ora, su circuiti urbani brevi e facilmente copribili interamente con 6-7 telecamere fisse in luogo degli imponenti mezzi del ciclismo classico (moto, elicotteri, postazioni di regia ecc ecc…) e con una serie continua di colpi di scena in gara, per non parlare della possibilità di integrare le riprese delle camere a bordo pista con delle micro camere on-board sulle bici e realizzare quello che potrebbe diventare il MotoGP del ciclismo, investitori siete avvisati.

Nasce quindi, e sul serio, una nuova disciplina come lo fu il keirin in Giappone negli anni 50, ma con il fascino delle corse notturne, brevi e cariche di adrenalina che anche su di un non addetto ai lavori esercitano un grande fascino. Le ali di folla per l’intero chilometro del tracciato milanese non sono fatte da solo da cilclisti assidui, ma da ragazzi e da famiglie, da curiosi e da entusiasti per un qualcosa che unisce il ciclismo, parte integrante della cultura italiana, agli action sport che sono la nuova linfa vitale dell’intrattenimento sportivo. Ci divertiremo.

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riprendersi il proprio tempo con una rasatura d’altri tempi da Barbiere Paolo

…non l’avevo mai fatto, pensavo fosse una cosa del tutto fuori moda o troppo alla moda o troppo da anziano… insomma, andare dal barbiere per farmi rasare mi sembrava una cosa della quale provar un pizzico di vergogna, ma complice la mia rinata passione per il wet shaving e con la fortuna di avere uno dei migliori barbieri d’Italia qui a Torino, non potevo non farci una puntatina, ed è accaduto proprio oggi!

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Arrivo al salone di via San Secondo che Paolo è ancora intento a finire il taglio ad un cliente, ciò non ostante interrompe per salutarmi (sono un perfetto sconosciuto per lui) con cordialità e farmi da subito accomodare sulla poltrona centrale. Faccio fatica a focalizzare lo sguardo in un solo punto, sono circondato da un perfetto incrocio tra la storia di Torino e la storia del mestiere di barbiere.

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In un paio di teche e nella vetrina ci sono tutte le tappe fondamentali degli ultimi secoli dell’arte della rasatura, con stampe, vecchie pubblicità, scatoline di lamette e rasoi a mano libera dalla bellezza incantevole. Alle pareti invece un pizzico di quello che intuisco essere una seconda passione di Paolo, la musica. Con vinili riquadrati e poster degli Statuto dell’epoca d’oro, mi sa che la prossima volta che gli farò visita inizieremo a parlar anche di quello.

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Iniziamo quello che è  un vero e proprio trattamento di bellezza per la pelle, con l’impacco, la lozione pre barba massaggiata con vigore dalle mani che, lo scoprirò dopo, non solo stendono il prodotto, ma iniziano ad indagare, con l’esperienza di 37 anni di mestiere, sulla composizione e sulle varie direzione che ha la mia barba nelle differenti zone del viso. Emerge subito che non è una delle barbe più semplici, e gli anni passati a rasarmi con il rasoio di sicurezza me lo confermano, ma mi dice anche che devo aver più cura della mia pelle così secca, soprattutto in questa stagione dove è così esposta al freddo e al vento di questi giorni.

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Ascolto ammirato mentre mi stende sul viso una insaponata sontuosa, sembra panna montata, ma non si limita semplicemente a farne una semplice stesa, anzi, il segreto, racconta, è proprio il massaggio profondo che il pennello esercita insieme al sapone e che è quello il vero segreto per una rasatura profonda e confortevole: “buona insaponata, mezza sbarbata!” ed io continuo a prendere appunti mentali per le prossime mattinate di fronte al mio specchio del bagno.

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L’attrezzo da taglio sarà chiaramente un rasoio a mano libera. E’ un oggetto in se obiettivamente fantastico. Trasuda secoli di storia ed ogni curva del metallo è fatta per un preciso scopo. Da buon ingegnere rimango sempre affascinato quando degli strumenti di uso comune riescono a coniugare così bene forma e funzione, senza far emergere nessuno sfarzo ma dando la sensazione di una vera invenzione del genio umano al servizio di tutti.

La prima cosa che mi colpisce è la voce che il rasoio ha nel passare sulla pelle. E’ un insieme di note metalliche che si susseguono man mano che la lama incontra la guancia, il mento ed il collo. Cercando di restare il più fermo possibile, percepisco le vibrazioni che si diffondono nel taglio e lasciano la pelle liscia e glabra ma con una sensazione di confort che non avevo mai provato prima, nemmeno con la lametta più prestante del mio mobiletto ci si può avvicinare a questa sensazione di dolcezza e severità al tempo stesso.

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La sbarbata prosegue tra consigli pratici e amabili chiacchiere. Il contropelo, che aspettavo dato che anche a casa per me non esiste una sbarbata senza il contropelo, è un pugno di ferro in guanto di velluto. Paolo lavora di fino tendendo molto, ma davvero molto, tutti i tratti di pelle da rasare e sento la lama lavorare veramente a fondo, ma ovviamente dopo il passaggio del rasoio non avverto nessuna irritazione, nessuna tensione della pelle, solo benessere.

Qualche ritocco finale a basette e pizzetto ed il gioco è fatto. Segue un ampia passata di dopobarba rigorosamente alcolico che dona freschezza  a tutto il mio volto ed è un piacere sentire gli schiaffetti che concludono a regola d’arte una sbarbata d’altri tempi.

Ci salutiamo, con negli occhi di entrambi la convinzione che questo piccolo ed antico rito non può esser relegato ad un elite ma dovrebbe nuovamente diventare un modo, anche in quest’epoca, di potersi almeno al mattino riprendersi un po’ del proprio tempo e dedicarsi una piccola coccola, per uscir di casa e ritrovare il piacere di camminare a viso pulito in ogni difficile giornata.

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Arrivi e partenze di un annata da ricordare dei miei #ciclismi

Siamo oramai agli sgoccioli di un annata che da molti piunti di vista sarà ben custodita nella mia teca mentale tra le più belle in assoluto. Un sacco di debutti in gare che mi hanno da sempre affascinato e mi ci sono tuffato a piè pari, due nuove bici a sostituire due storiche colonne del mio garage, ma che mi hanno aperto nuovi mondi ancora, e qualche piccolo addio a cose che ho visto nascere e crescere ma che ora non mi appartengono più, ma andiamo con ordine.La mia prima volta, finalmente, a rockville è stata strepitosa, per l’atmosfera, il percorso, gli amici e il paesaggio… è già quasi ora di pensare all’edizione 2018 ma la mia prima volta, benchè con tanto gelo e poco fango, resterà impressa in modo indelebile! Nonostante le 4 stagioni scarse di gare e garette di ciclocross ho ancora una marea di cose da imparare dal ciclocross ed intendo assolutamente asservirmi al dio del fango per avere tecnica e gamba sufficienti a divertirmi e far bene.

royale_rockRestando nello stesso campo, quest’anno ha visto la luce anche la nuova interpretazione del telaio da ciclocross da parte del mio amico telaista Zino. Devo dire che si è davvero superato e soppesando i due telai, precedente ed attuale, la crescita come artigiano è stata grandissima. Innanzitutto è riuscito ad ottimizzare il comportamento con piccole ma sostanziali modifiche di distribuzione dei pesi e di geometre. La mia nuova Zino è ora molto più eclettica, restando comunque una bici dalla forte impronta racing. Usata come bici da corsa non mi fa rimpiangere il mio cavallo di razza “ferriveloci” anzi, quando vado a “ferrarla” con i gommoni da strada bianca, mi ritrovo, nel far le discese, a divertirmi come in moto e non ne riesco ancora a trovare il limite! Nello sterrato veloce, ovviamente, dà il suo meglio. La nuova distribuzione dei pesi ha significativamente abbassato il baricentro e la stabilità è nettamente maggiore, ma, restando sui medesimi angoli, non ha inificiato la maneggevolezza nello stretto, caratteristica essenziale per le gare di ciclocross.

_MG_3497 as Smart Object-1Nemmeno il tempo di archiviare la stagione crossistica che, inframezzata dalla tradizionale alleycat di casa a febbraio, appuntamento per me immancabile, si affaccia quella che, guardando lil 2017 nel suo insieme, è stata la gara più fresca, nuova ed entusiasmante dell’anno: la Respublica 2 a Genova.

Consco poco questa città, ed è un male, ma da sempre mi affascina moltissimo. Correrci è stato qualcosa di incredibile, il farlo poi con una bici a scattofisso e senza i freni ha aggiunto quella dose di adrenalina perfetta per rendere memorabile il tutto. Ancora a scriverne ora, a distanza di mesi, ho tutto il percorso in mente e non vedo l’ora di ripetere l’esperienza nel 2018, anche perchè sono sicuro che la favolosa crew di genovesi avrà qualcosa di ghiotto in serbo.

respublica genova-110Poche settimane più tardi, ma in tempo per la “nostra” Milano-Torino, è arrivato anche quello che, a ragion veduta, penso sarà il mio telaio definitivo per la bici da pista.

E’ infatti iniziata l’era dell’acciaio per il Vigorelli. Devo dire che raramente ho trovato una bici più versatile del Vigorelli in alluminio e mi ci son trovato bene sin dal giorno uno. Ma qui, stavolta, si è fatto un balzo in avanti davvero stupefacente. Il telaio, osservato da vicino, ha una cura di livello superiore in tutti i suoi dettagli. Se quest’aspetto appaga l’occhio anche di un esperto, è nel pedalarlo che accade quasi una magia.

006 (2)La bici sembra cucitami addosso: in strada, in città, nei velodromi… non c’è contesto dove non si riesca a trarre il meglio del pedalare a scattofisso.

001Dove percepisco l’eccellenza è in tutto l’avantreno: il tubo sterzo oversize da 44mm unito alla forcella Futura monoscocca in carbonio rende questa bici la più divertente bici da guidare su strada che abbia mai usato. C’è tutto: la precisione nelle traiettorie che sembrano incise col rasoio, ma anche la possibilità di correggerle istintivamente (cosa che, ad esempio, con il Mash parallax non mi riusciva) e tanta tanta confidenza, al punto che sembra di avere le mani non sulla presa del manubrio ma direttamente sui perni del mozzo anteriore.

Tutto quanto vi ho raccontato del nuovo Vigorelli, mi ha permesso di divertirmi come non mai alla Milano-Torino che, dopo anni, ha rivisto l’arrivo all’interno del motovelodromo Coppi di C.so Casale ed è stata un’emozione nell’emozione (e per inciso Alex Bruzza con la stessa bici, ha vinto per distacco in solitaria). Era la MiTo del decennale, nel ho fatte più di metà ed ognuna ha una storia a se, ognuna mi scaturisce ricordi emozionanti e per la sua natura di classica vera è una gara che chiunque abbia pedalato su di una scattofisso deve fare, almeno una volta, perchè per quanto su questo piccolo blog ne abbia più volte raccontato, nulla è paragonabile al vivere tutti quei 150km in un solo lungo sorso.

011Altra fresca novità del 2017 è stata la gravel road series, per quel suo connubio di trasferimenti e prove speciali che la rende unica nel panorama delle gare amatoriali. Fatta poi nelle “mie” Langhe ha raddoppiato il piacere di correre ed è stato anche il primo vero banco di prova per la Zino che si è comportata in maniera egregia in tutte le svariate situazioni di gara!

018Non poteva mancare anche quest’anno la scalata in fissa. Dopo la magia al Ventoux dello scorso anno era impossibile alzare ancopra l’asticella, almeno dal punto di vista della difficoltà tecnica. Ci hanno pensato le circostanze. Un Alpe d’Huez scalata da me e Stefano in completo fuori stagione e con nel cuore il ricordo di quegli occhi accesi di Lucio che da lassù sicuramente guardava divertito il nosatro incedere lento lungo i ventuno tornanti. Anche questa volta i brividi non sono mancati e non era per il freddo in cima.

alpe 023E le criterium? eh beh… quest’anno ho un po’ latitato su quel frangente, ma non c’è una vera e propria motivazione, è andata così e basta. Sono comunque riuscito a divertirmi nelle poche che ho fatto e a chiudere in bellezza, per quel che mi riguarda, con la redhookcrit per la quale voglio aprire un capitoletto a parte.

003 (2)La redhook è stata la gara che ha cambiato il modo di gareggiare / pedalare / allenarmi sia a me, sia a moltissimi dei miei amici. Per una serie di fortunate coincidenze (o forse le coincidenze non esistono…) l’ho vissuta dal giorno zero, in una fredda serata di inizio ottobre (2010) davanti alla triennale di Milano dove conobbi un David Trimble dapprima preoccupatissimo, temeva poche anzi pochissime iscrizioni, e poi raggiante di soddisfazione per aver fatto un qualcosa di grande così lontano da casa sua e circondato da così tante persone entusiaste di quello che avevano appena fatto o anche solo visto. Fu l’inizio di un’avventura che ha già cambiato il ciclismo e della quale ancora non sono chiari i destini, come non lo erano quelle delle corse pioniere come proprio la Milano Torino (prima edizione 1876, per chi crede nei numeri…) il tutto messo nel frullatore dell’epoca moderna che, tra web e social, riesce a far esplodere fenomeni con una rapidità che un tempo non erano nemmeno ipotizzabile. Ho visto tutto, mi sono divertico come mai in sella ad una bici, il pubblico, ma sarebbe meglio dire gli amici a bordo circuito, mi hanno regalato emozioni che di solito sono appannaggio solo di corridori veri, ho coltivato amicizie di qua e di là dall’oceano e sono stati otto anni incredibile che solo a parlare degli inizi sembra di raccontare l’epoca di Alfredo Binda.

025Quest’anno con il ritorno a gare vere anche in qualifica è stato stupendo ritrovarsi in griglia e la venuta di un professionista in attività, per come la vedo io, fa finalmente da spartiacque tra due ere. Ora mi auguro che tutto il format di gara faccia il salto di qualità e che diventi vera e propria disciplina a fianco delle tante che compongono il grande universo del ciclismo, se lo merita chi ci ha creduto dall’inizio e chi ha investito tanto e non solo in termini monetari. Per quel che mi riguarda, parlando di redhook, è veramente venuto il tempo di passare dall’altro lato delle transenne e iniziare a godermi di più lo spettacolo sudand0 un po’ meno e bevendo qualche birra in più. Mi mancherà, non ne dubito, ma non è più rispettoso verso gli altri e verso me stesso tentare di competere a quel livello. Ci vediamo comunque in Bovisa il prossimo ottobre, se non prima…

001Chiudo qui, con diecimila chilometri fatti, l’annata con più salita di sempre e non solo ciclisticamente parlando ma anche con tantissime soddisfazioni, il mio unico augurio che posso farmi e di farne deicimila e uno il prossimo anno e di poter condividere ancora con chi legge questo piccolo spazio le emozioni che un gesto così semplice come il pedalare sa far nacere dentro ciascuno di noi.

Buon anno.

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due banditi a scalare 21 tornanti, ricordando un #pirata ed un #eroico

In un anno dalla magica avventura del Ventoux sono successe tantissime cose, buone e meno buone…

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luciano-berruti-415122.660x368Partendo da queste ultime in un caldo agosto ci ha lasciato il Lucio, il primo eroico ma soprattutto la persona che fin dal primo sguardo di quei piccoli occhi luminosi sapeva trasmettere una passione immensa per il ciclismo, è andato ma ha lasciato profonde tracce non solo sulle strade bianche di tutto il mondo ma anche dentro di molti di noi.

007La parte buona è che, sia per me che per il mio inossidabile compagno d’avventura Stefano, è iniziata l’era dell’acciaio in tema scattofisso ciclistico. Ovviamente non poteva che essere acciaio Columbus, declinato in due modi diversi ma comunque parenti stretti: il suo un elegantissimo Fabrica Cycles verde satinato ed il mio, un Cinelli Vigorelli steel full black, che più lo guardo più scopro dettagli e particolari che mi incantano.


Entrambe le bici interpretano l’acciaio in chiave completamente moderna e, dal mio canto, posso dire di non aver mai pedalato una fissa così precisa e gestibile in curva come questa, davvero una spanna sopra tutto quando da me usato fino ad oggi e felice che l’avventura con questa bici sia appena all’inizio!alpe 013

Il viaggio, a lungo pianificato, verso Bourg d’Osians si svolge in una domenica d’inizio autunno che sa ancora d’estate. Se non fosse per i colori che sono dipinti sulle montagne ci sarebbe davvero da illudersi d’esser ancora in vacanza, ma quell’aria frizzantina che passa dal finestrino socchiuso ci acutizza i sensi ed al solito è bello confrontarsi e raccontarsi su tutto quanto accaduto in un anno intero, ognuno con le sue storie.

Nonostante sia giorno di festa, il paesino alle pendici dell’Alpe è un brulicare di sportivi di varia estrazione, anche se i ciclisti prevalgono! Una breve sosta a suon di zuccheri sintetici e siamo pronti a pedalare.

Ci scaldiamo per qualche minuto, per entrambi questa prima parte scorre via con ottime sensazioni e le gambe girano sempre molto agili. Sappiamo entrambi, anche se solo io ho scalato in bici da corsa un paio di volte la salita di oggi, che i primi due chilometri saranno l’ago della bilancia della giornata.

Difatti non appena ci lasciamo alle spalle la rotonda in pianura, bastano pochi metri ed è subito un muro di fronte a noi che si staglia, solido come il granito. Le forze sono ancora al 100% ma lo scricchiolio delle nostre pedivelle dichiara subito all’asfalto che lo sforzo è grande ed inversamente proporzionale alla nostra cadenza… ma non è intenzione di nessuno mollare, nemmeno di un centimetro.

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I riser, davvero oversize, aiutano molto in questa fase e spingersi avanti diventa quasi un muoversi in verticale, con gesti cadenzati e precisi che scandiscono la salita come un metronomo. E se di musica dobbiamo parlare, la nostra ascesa ricorda non certo un Andante, ma piuttosto un Largo… ben consapevoli che poi il rovescio della medaglia sarà un bell’Allegro in discesa. Ma andiamo con ordine.

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Arriviamo nella parte centrale della salita dove le cose, pur non essendo proprio banali, si fanno più accessibili. Ci perdiamo anche nei tornanti a legger i nomi dei corridori celebri che hanno fatto la storia di questa salita e, tornante dopo tornante, arriviamo sempre più in quota come in un’ascesa anche spirituale. Fino ad arrivare al tornante numero 3, dove il solo leggere il nome “Marco Pantani” manda un brivido giù per la schiena che è un distillato di anni di emozioni negli infiniti pomeriggi davanti alla TV a tifare e ad entusiasmarsi per le sue imprese e, nel mio caso, anche l’averlo visto una sola volta in azione dal vivo è un qualcosa che non dimenticherò mai.

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Ma dopo questi ricordi, è subito tempo di emozionarci per il nostro, piccolo/grande, traguardo, siamo in cima! L’aria è pungente, non c’è praticamente nessuno nei paraggi e vedere anche tutti gli appartamenti con le imposte serrate rende tutto quasi surreale. Eppure ci siamo, in poco più di 13 chilometri siamo saliti di 1100 metri e siamo in un tempio del ciclismo moderno ma ce lo siamo guadagnato come erano costretti a fare i corridori di inizio ‘900, ad un solo rapporto e con bici ben più pesanti delle nostre.

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alpe 058In ricordo di Luciano Berruti siamo saliti con la sua proverbiale fascia rossa al braccio, a supporto dell’associazione a lui cara che si occupava della ricerca contro la distonia. Una di queste fasce l’abbiamo voluta legare al palo del cartello dell’Alpe d’Huez a ricordo e testimonianza di quanto la passione e l’impegno possano muovere nelle singole coscienze delle persone che sanno ascoltare.

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La seguente sosta al bar è d’obbligo, stante l’orario e le calorie bruciate. Il locale, dichiarando da subito la sua vocazione bike-friendly, ha una maxi sbarra all’esterno dove appender le bici e accostiamo le nostre di fronte al tavolino dove ci gustiamo quella che mi sembra la bibita più buona del mondo ed un panino al prosciutto che nemmeno Cracco potrebbe preparare così bene.

Qualche sguardo degli altri ciclisti, numerosi e pressoché tutti non francesi, ci fa divertire, con quel misto di incuriosito, ammirato ed indispettito che genera ancora il vedere una bici da pista in montagna.

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Ed ora via con la discesa. Il clima ancora mite, anche in quota, ci permette di non esagerare con il vestiario e di affrontare la seconda parte della giornata del tutto a nostro agio. Per la prima volta riesco anche a godermi appieno la folle bellezza di una discesa senza i freni. Complice la strada che pare quella tracciata sulla neve fresca da uno snowboarder, il susseguirsi dei tornanti scandisce un ritmo perfetto tra le fasi di puro controllo della bici e skiddate lunghe in approccio agli stessi hairpin. Il gioco diventa subito sin troppo divertente e vien voglia di ritardare il bloccaggio della ruota per gustarci l’ingresso in curva con la bici leggermente di traverso e le narici piene dell’odore acre di gomma bruciata. Torniamo bambini e il gioco a chi “sgomma” più lungo lascia attonito qualche gruppo di ciclisti in salita e qualche passeggero delle poche auto che ci superano scendendo.

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Se per caso dovessimo rifarla in una delle prossime stagioni, oltre al prezioso supporto di Cinelli/wingedstore si renderà necessaria la sponsorizzazione da parte di qualche brand di copertoncini!

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L’ultimo tratto, nonostante la pendenza, spaventa ora molto meno e l’ampia visibilità ci consente di mollare il controllo della pedalata e far girare vorticosamente le gambe trascinate dal movimento delle pedivelle. Arrivo a leggere una cadenza di 130 pedalate al minuto che in quel momento mi fa sentire come sulla punta di un treno lanciato in corsa sui binari, la sensazione è stupenda perché si affianca a quella di avercela fatta anche questa volta a compiere quello che è la nostra impresa annuale. Impresa che, oltre ad unire un’amicizia separata solo da qualche centinaio di chilometri, riesce ogni volta a farci fare un tuffo ancora più profondo in questo mare splendido che è il “nostro” ciclismo.

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Settembre, il mese delle #criterium a #scattofisso

Beh, quest’anno è stato strano per tutta una serie di fattori, non ultima tra le stranezze quella di non aver corso, per ora, nessuna criterium con la bici da pista… ma ho tempo e modo per rimediare…

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… Si inizia subito ovviamente con il top di gamma, dopo le prime due tappe che hanno visto battaglie epiche in condizione anche limite, ecco la tradizionale reedhook di Barcellona! quest’anno sarò alla finestra, diciamo, ma è sempre bello seguire le gesta di quelli che oramai sono atleti di primissimo livello sfidarsi nel circuito più tecnico della stagione, ne vedremo delle belle!

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crit_rhoNemmeno il tempo di far raffreddare le gambe, proprio il 6 settembre, una prima infrasettimanale di prestigio. Grazie alla perfetta organizzaizone di scattofissoCrew (Lissone vi dice nulla?) ci sarà la prima edizione della SDC Biringhello Crit in quel di Rho (MI) con un percorso tecnico dove tirar fuori tutte le skills da specialista

Il 9 una concomitanza fissa la tradizionale National Mutarde crit di Dijon con la tappa conclisiva del trofeo criteriumitalia in quel di Varano, come si divideranno gli alfieri dello scatto fisso?

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Altro infrasettimanale con un classico dei classici: la cirterium Tremens al parco Lambro, ormai il tempio conclamato della velocità milanese. Un circuito classico della quale conosco anche i sassolini, ed unica l’atmosfera che si respira nel parco!

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Arriviamo ad una delle più belle del panorama nazionale, il 23 ci sarà la criterium del ponti a Pogliano milanese, ed è un circuito che miscela alla perfezione velocità, tratti tecnici e porzioni in pavè come una classica crit urbana deve avere. L’organizzazione brianzola non ha mai sbagliato un colpo ed in poco tempo è diventata uno degli appuntamenti più prestigiosi della stagione. Neanche a farlo apposta è da sempre la gara in cui le mie gambe girano meglio e riesco sia a divertirmi sia a fare una ottima prestazione, non si può mancare!

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Il mese si chiude con il botto, proprio nella mia Torino. Al 30 di settempre ci sarà la prima edizione del “god save the cyclists” all’interno del parco Ruffini per quella che si presenta come un’altro grande appuntamento del calendario. Il percorso è selettivo e non sarà facile indovinare il rapporto ideale per essere veloci in tutti i settori. Il tutto supportato da un’organizzazione nuova e dinamica che è anche base ad un progetto importante per la sicurezza di chi tutti i giorni si move o si allena in bici sulle strade!

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https://www.youtube.com/watch?v=aeaOpAphE0s

Arriverà poi l’ottobre della ottava redhook milanese ma questa, per ora, è un’altra storia, ma ho la bici nuova da testare a fondo!

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