il nuovo portale @endusport con il mio racconto della 12h di Monza fatta in solitaria e a #scattofisso

è stata una vera avventura, nonostante il teatro della gara sia stato il sicuro autodromo di monza, sul rinnovato magazine di ENDUsport vi racconto come è andata, con la testa che già pensa a cosa fare di ancora più folle la prossima stagione!

10 settembre 2016 Comments (0) Racconti dei partecipanti, Racconto in evidenza 12h Cycle Marathon (a scatto fisso)

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Vi racconto delle mie bici – puntata 7 di (ehm…) 9: la prima MTB non si scorda mai…

… e nemmeno si hanno la forza ed il coraggio per venderla, perchè come diceva mio zio Paulin, spentosi a 98 anni, “prima o poi tutto torna di nuovo utile!”

Facciamo prima un piccolo salto nel passato non troppo remoto. Quando sul finire degli anni ‘80 l’Italia fu investita dall’onda delle mountain bike. Complice anche quel geniaccio di Colombo con la sua rampichino (sogno proibito di molti di noi), tutti noi ragazzini su 12-13 anni passata la sbornia da BMX volevamo avere qualcosa da pedalare di serio e robusto per sfidare i sentieri in montagna. All’epoca vivevo al centro della Valsusa e dai monti ero letteralmente circondato. La smania (con pericolosità annessa…) del motorino era alle porte e per tamponare la situazione i miei decisero di cogliere la palla al balzo e regalarmi una bella mountain bike di modo da sopirmi altre voglie motorizzate. Ora non ricordo su base di quale dritta, ma andammo a prendere la bici direttamente in una fabbrica nella prima cintura torinese. A detta di chi ci accolse, loro in ditta ricevevano gli stock di telai e componenti, pre-assemblavano e successivamente mandavano da altri rivenditori i quali ri-marchiavano le biciclette con conseguente ricarico monetario per la vendita al dettaglio. Mi sentivo dunque un privilegiato e, ovviamente, non scorderò mai il prezzo che pagammo: un milione di lire! Come dei novelli Bonaventura  al contrario, tornammo a casa con questa bici, bianca, trasmetteva una sensazione di grande solidità ed i componenti mi parevano così esotici, con quel marchio che veniva dall’estremo oriente: Shimano.

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Fu la prima bici che mi donò la vera sensazione di libertà, le mie estati in alta valle assunsero i toni di avventure quotidiane, la montagna mi entrò nelle ossa definitivamente. Scoprii anche, in enorme anticipo sul ciclismo ufficiale, il colle delle finestre all’epoca frequentato solo da montanari e motociclisti rigorosamente tedeschi, fu una vera e propria epifania.

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Gli anni passarono e, anche se offuscata dal mio lungo periodo come motociclista, lei c’era. Silente in garage e sempre pronta per una pedalata che spezzasse la monotonia. Venne poi la sua riscoperta, dopo i primi anni di nuova (mia) era pedalatoria, tramite la prima grande trasformazione in singlespeed. Gli ingredienti erano già praticamente tutti lì e la semplicità del mezzo mi fece ri-innamorare del pedalare nei boschi e sui sentieri. Certo pesante, impacciata, ma con un nuovo manubrione dal giusto rise e un rapportino agile agile è tornata a divertirmi.

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24C1804_08635La sorte a voluto che, in un outlet online, io sia riuscito a trovare l’occasione dell’anno e a far mia una mtb da 29 pollici singlespeed nativa, ne parlerò a breve. Questo relegò di nuovo la bianchina in un angolo, la cosa certa è che, nonostante la sua evidente vetustà e ancorchè del tutto senza mercato, mi era/è comunque impossibile venderla, prestarla, regalarla ecc… non si può, non si fa.

La aggiornai, pensando di darle una ulteriore svecchiata, passando alle 8 velocità posteriori abbinate ad una guarnitura con tripla corona e comandi al manubrio. Non male ma aveva perso, forse per sempre, l’indole ad essere una bici per i boschi e le montagne, stante le mie parallele esperienze con l’altra mtb del garage.

Faccio un piccolo inciso. Se nel campo delle bici da corsa le innovazioni davvero determinanti negli ultimi 20 anni si contano sulle dita della mano (comandi cambio integrati ai freni, pedali automatici, sterzo maggiorato e…), sulle mtb i passi evolutivi sono stati enormi e tutti imprescindibili.  Una bici da corsa di 20-30 anni fa è elegante, si fa ammirare e pedalare con gusto. Una mtb di 20-25 anni fa intenerisce un po’, forse, ma attira pochi sguardi e non scatena alcuna voglia di lanciarsi con essa giù per i pendii. Finì dunque che la mia bianchina mise su un portapacchi, un seggiolino per bambini e nonostante tutto per sei lunghi anni divenne la gioia dei miei figli dove assaporarono per la prima volta le gioie di correre con il loro papà e sentire il vento sul viso, conoscendo la dea della libertà a forma di bicicletta.

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Passata anche questa era tornò in un angolo del garage. I componenti funzionavano bene, ma aveva nuovamente perso la sua ragion d’essere e rimase lì ferma per ben due anni, i copertoncini si screpolarono, polvere e ragnatele giocavano tra loro a rimpiattino sui tubi del telaio.

Poi per caso, ma nulla accade mai per caso, nel mio periodico consultare lo splendido blog di cycleExif, che per inciso ospita anche una mia bici, mi imbatto in un progetto in grado di folgorarmi a prima vista: la cosiddetta “urban cruiser”. In questo caso veniva messa sotto i ferri una vecchia mtb Moser e ne usciva un mezzo strepitoso quanto insolito.

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Nel mio piccolo volevo, anzi dovevo, provare a replicare l’esperimento e vedere cosa ne poteva uscir fuori. Primo passo: smontare tutto!

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Un paio di componenti restavano colonne portanti, ma nel frattempo mi trovavo nella mia piccola officina degli orrori mi ritrovavo un gruppo Campagnolo ad 8 velocità che era perfetto per dare il via alle danze.

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Altra cosa: non poteva restar così verniciata e con addosso i segni del tempo, il bianco non è un colore adatto alle bici e lo spessore di questa era anche esagerato. Portai il telaio a sabbiare ed il risultato fu per me a dir poco sorprendente!

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004Quello che ho da sempre tra le mani è un ottimo e robustissimo telaio in tubazioni Tange, realizzato da sapienti mani artigiane con congiunzioni e saldature ad ottone davvero ammirevoli! La cosa mi diete l’ultima spallata motivatrice per affrettare i tempi e mettere a punto gli ultimi dettagli per finalizzare il progetto. La mia metà Laura, che sarà anche lei utilizzatrice di questa bici, scelse il viola elettrico e, dopo qualche settimana, il telaio era pronto per il montaggio!

130Affidai il tutto al mio amico Enry che, oltre ad essere un ottimo meccanico, per questi esperimenti qui, degni del miglior Sheldon Brown, ci va proprio a nozze.  Nel giro di pochi giorni e risolvendo una serie di problemi che avrebbero fatto gettar la spugna a molti, mi scrisse il messaggio della vittoria: “la tua bici è pronta”. MI precipitai da lui e fu subito, ancora una volta, amore a prima vista. Sotto una nuova veste, camuffata da cruiser urbana la mia vecchia mtb torna oggi a vita nuova, andando a riempire quel piccolo ma fastidioso vuoto che c’era tra le mie bici. Una splendida via di mezzo tra la scattofisso da città e la bici da ciclocross, il tutto rimiscelato per essere insensibile al pavè ed alle condizioni disperate di certe nostre vie cittadine.

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024Le prime pedalate sono confortanti, lei è comodissima ed asseconda le manovre con grazia, non si lascia mai scomporre da buche e tombini, viaggia sicura e restituisce tranquillità a chi la pedala. La piega da corsa offre un buon numero di prese per le mani a seconda della situazione ed è stretta quanto serve per incunearsi tra le onnipresenti file di macchine agli incroci. Mi piace, mi diverte e mi fa felice sapere che, anche se sono solo oggetti, avere una storia legata ad essi li fa sembrare parte del nostro viaggio e non dei semplici strumenti con cui viaggiare.

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Quando un corridore organizza una corsa non può che venir su una gran gara: #NOVARENBERG – 9/10/’16

…se poi quel corridore è anche un amico da anni, ecco che la cosa assume i contorni dell’evento dell’anno ed in pratica così è stato!

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L’idea è semplice quanto ambiziosa, portare un pezzo di Belgio nella pianura piemontese e coniugare il tutto a tema ciclistico con una spruzzatina di scatto fisso. Partendo da questo embrione, Paolo aka bludado ha messo in piedi una gara dal sapore di patatine e birra trappista posata su asfalto ma soprattutto ciottoli e terra battuta! Essendo lui un corridore eclettico, che dà sempre il meglio sia su strada che nel ciclocross ed è famoso per essere l’alfiere del team Cinelli Chrome per le criterium a scatto fisso, ha unito con maestria, come uno chef dei pedali, tutti gli ingredienti qui sopra menzionati, per tirare fuori una gara di fatto nuova nel panorama delle corse non ufficiali (anzi, unsanctioned come direbbe un certo Trimble…), per giunta collocandola in un periodo perfetto. Siamo, infatti, in bilico tra la fine della lunghissima stagione di criterium e corse su strada e nell’imminenza dell’avvio della tanto attesa stagione di ciclocross, la quale ha un calendario fittissimo per i piemontesi appassionati della disciplina, con gare praticamente ogni singolo weekend dalla metà di ottobre agli inizi di febbraio, senza soluzione di continuità.

E così il risultato si chiama Novarenberg, ovvero l’unione di Novara, sede di partenza nonchè casa di Paolo, ed Arenberg, una stradina nel nord della Francia così famosa che non mi dilungo oltre. Siamo alla seconda domenica di ottobre e il meteo prevede il canonico freddo, umido e vento che fa molto clima belga, soprattutto quest’ultimo è ingrediente essenziale, che separa i corridori duri da chi si fa intimorire dal dio Eolo (ndt: vedasi prodezza proprio della nazionale belga ai recentissimi mondiali di ciclismo a Doha). Il piatto di giornata prevede 115km non certo ondulati, ma caratterizzati da una decina di settori in strada bianca, insomma, sterrati qui chiamati in semi-dialetto “ribinoù”! Altra specifica prevista della gara è l’uso di biciclette con trasmissione a scatto fisso, il che presuppone un minimo di ragionamento pre gara su quale miglior combinazione corona/pignone scegliere, ovvero il classico toto rapporto.

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Di mio ho la fortuna di avere in garage quella che praticamente si dimostra essere la bici ideale per affrontare questa gara: la Storm cx singlespeed con freni a disco. La modifica da fare per portarla a scatto fisso è semplicissima dato che la mia ruota posteriore che solitamente uso sulla Vigorelli da pista, ha già la predisposizione per esser montata su un telaio con battuta a 135mm come la Storm, tramite due semplici spessori che si incastrano nel perno del mozzo. Rapporto scelto 50-18, parente stretto di quel 47-17 che già così in alto mi ha portato pochi mesi orsono.

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Siamo un plotoncino di circa quaranta corridori, di questi però in pochi siamo con la scatto fisso ed in lizza per la classifica finale, gli altri semplicemente si faranno una bella galoppata godendo delle tante variazioni che promette in percorso. Dalla sommità del cavalcavia ferroviario, dopo un breve countdown in cerimoniere e patron Paolo fa partire la gara!

Pronti via, siamo subito a tutto gas e vedo che subito Fabio e Giorgio prendono qualche decina di metri di vantaggio! Sono già al limite, anche perchè più vado avanti con gli anni e meno le partenze al fulmicotone mi si addicono, ma qui passa la differenza tra il subire e il fare la corsa ed oggi io la corsa la voglio fare.

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Non demordo, siamo già sul primo settore di strada bianca ed io sono ovviamente fuori soglia cardiaca, come se la gara finisse tra 15 minuti, ma complici un paio di svolte e l’arrivo puntuale del vento contrario, la coppia di testa diventa per (mia) fortuna un plotoncino da una decina di unità.

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Il gruppo è splendidamente eterogeneo: ci sono delle vecchie volpi delle gravel race, un paio di bravi ciclocrossisti, stradisti, triatleti, cultori dello scatto fisso… niente male come assortimento per una gara quasi definibile “tra amici”.  Menzione d’onore per Claudio, il papà di Paolo che nonostante gli anni ci dà del filo da torcere, e per Marco e Fabio che sono con una bici da pista pura, brakeless e con geometrie le meno adatte possibili a lanciarle sopra il 30 di media negli sterrati, ma son qui a dimostrazione (se ancora ce ne fosse bisogno) che testa e manico superano di molto le finezze da farmacista sull’attrezzatura con la quale si pedala!

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Iniziamo a risalire il Ticino e il ritmo si va più tranquillo, ne approfittiamo tutti per mangiare e bere qualcosa dato che la prima ora di gara è già alle spalle. Il panorama del Ticino è bellissimo, un piccolo tesoro per chi sa apprezzare i nostri fiumi. Ma è poco dopo il cinquantesimo chilometro che c’è la prima bomba pronta a far deflagrare il gruppo. Una apparente piccola ed innocua salita, cosa rara da queste parti, fatta di tre tornanti, settecento metri di lunghezza per trentacinque di elevazione. Tanto basta. Una pendenza crescente dal 5 all’8% fa si che la selezione naturale si compia. Io mi trovo a spinger abbastanza bene il mio rapporto, ma altri vanno in crisi, non potendosi nemmeno alzare sui pedali dato che altrimenti la ruota posteriore slitterebbe sul terreno. La grande scuola dell’eroica anche qui dà ottimi frutti…. dopo un tempo che a tutti è parso interminabile, in realtà poco meno di tre minuti, ci troviamo solo in tre al comando della gara: io, Fabio e Giorgio. Aumenta il vento, cade qualche goccia di pioggia e siamo solo a metà gara.

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Ricominciamo la (formale) discesa lungo il Ticino dopo una breve ma tecnica discesa, Fabio che non ha nemmeno i freni è messo in difficoltà anche dall’asfalto umido, ma non molla e dopo poco rientra nel trio. Siamo amici prima di esser corridori e tutti e tre iniziamo a darci cambi regolari per condurre al meglio questa seconda parte di gara. Il vento aumenta, qualche volta è a favore, spesso di 3/4. Verso il 64° chilometro arriva uno dei punti più difficili e belli della gara, l’Arenberg novarese: si tratta di poco più di un chilometro pavimentato a ciottoli, sostanzialmente rettilineo ma che sa fare la differenza, ed oggi è pure un po’ umido. Nessuno si tira indietro anzi, se nel tratto prima si veleggiava attorno ai 30km/h l’ingresso nel segmento è ai 35! Inizia tutto a tremare, cerco di tener salda la presa sul manubrio in qualche modo mentre tutta la bici è messa a dura prova. Fabio, che aveva meticolosamente studiato il tracciato, trova un esiguo canaletto a lato che, proprio come nelle leggendarie strade della Parigi-Roubaix, non ha i ciottoli e ci supera di slancio! Noi non molliamo e alla fine del tratto ci ricompattiamo. E’ stato come fare un giro dentro al tagadà delle fiere di paese ed involontariamente a tutti si dipinge sul volto un sorriso di soddisfazione.

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Segue poi il lungo sterrato della sponda ovest del Ticino dove nuovamente Fabio (con di fatto la stessa bici con cui il sabato prima era con me a sfidarsi alla Redhookcrit di Milano) spinge il suo granitico rapporto 49-16 con una potenza davvero notevole, io tengo il passo ma sono sempre sul chi va là nel cercare la linea migliore sullo sterrato e Giorgio dall’alto della sua esperienza di corridore ci lascia fare amministrando qualche metro dietro di noi. Arriviamo in breve all’ultima salita di giornata, anche qui è una semplice rampetta di 300 metri al 7% ma sufficiente a mettere alla corda le gambe già stanche dai primi 80km di gara. Giorgio chiaramente adotta un rapporto congruo, noi che non ne abbiamo modo fatichiamo come se fosse l’ultima rampa dello Zoncolan, ma ne veniamo comunque a capo. Al novantesimo chilometro, piccolo colpo di scena: Giorgio fora il tubolare posteriore ed è costretto a fermarsi, purtroppo nemmeno il gonfia-e-ripara riuscirà a risolvere il danno e sarà costretto al ritiro, un vero peccato.

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Restiamo in due al comando della corsa e nemmeno a combinare la cosa siamo entrambe con lo scatto fisso, che entrambe conosciamo ed amiamo da anni. Al centesimo chilometro esatto ci ritroviamo di fronte al lunghissimo rettilineo della SS11, siamo quasi controvento e Fabio fa l’andatura. Ma è un andatura che non riesco a sostenere, mulino i pedali molto agilmente mentre lui di forza riesce ad aumentare via via il ritmo, in progressione, fino a staccarmi di una manciata di metri. Poi, come l’inesorabile stillicidio di un rubinetto mal chiuso, i metri iniziano ad aumentare. Uno ad uno, prima fino ad impedirmi di leggere le scritte sul suo jersey, poi vedo mescolarsi le tonalità di blu della bici e della sua divisa fino a farle diventare un’unica sagoma lontana, troppo lontana. Sembra non sentire nemmeno il forte vento laterale e lo vedo svoltare verso sud un’ultima volta.

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Resto solo, per la prima volta mi giro a vedere se qualcuno ci segue. No, sono proprio da solo, manca poco al traguardo. Gli ultimi due settori di strada bianca sono però durissimi, vento perfettamente contrario, gambe e testa sfiniti dalla stanchezza e la sagoma del Duomo di Novara troppo lontana per considerarsi già arrivati in fondo. Mi alzo spesso in piedi sui pedali nel gesto di rilanciare l’andatura, ma la velocità non aumenta, lo prendo come un modo per sgranchirmi le gambe e far lavorare qualche altra fibra muscolare. Il cuore è in soglia, non vado oltre i 25 orari, penso di essere in salita anche se non è vero, ma psicologicamente mi aiuta di più che combattere contro l’invisibile forza del vento, non sono un corridore dal fisico belga, anzi, non sono proprio un corridore ma tuti questi anni sui pedali mi hanno insegnato che la soddisfazione maggiore è nel ricordo di quando si stava per mollare e non gliela si è data vinta, restando in sella e con gli scarpini agganciati ai pedali e poi mi aspetta la birra al traguardo, perchè oggi siamo in Belgio, mica in Piemonte!

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Vedo il cavalcavia, sento le grida dei ragazzi dell’organizzazione ed è fatta, l’ultima salitella del cavalcavia è quasi impercettibile e il traguardo ha sempre la sua dura dolcezza. Secondo assoluto all’edizione zero della Novarenberg, nulla di meglio per finire la stagione delle corse in linea, si dia il via al ciclocross!

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Il seguito del pomerigigo è vera festa, chiacchiere e battute e parlare sempre e solo di bici, bici, bici con chi, come me, non ne ha proprio mai mai abbastanza.

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ndt: le foto sono del bravissimo Chris Leustein

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Trovi 50 persone in bicicletta sulla strada e ti lamenti? Forse perché non hai riflettuto.

io una riflessione la farei dopo aver letto questo, da automobilista eh…

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Amatori, dilettanti, professionisti o semi-professionisti? Comunque, quelle che si vedono nella foto sono quattordici persone in bicicletta. E nessuno ha scritto che, su una strada come questa, in auto hai diritto a sorpassarli in modo automatico e senza neanche rallentare.

Qui la lettera di un automobilista che, scrivendo all’Eco di Bergamo, lamenta la presenza di gruppi di ciclisti sportivi sulle strade delle valli bergamasche. In particolare, incontrando un gruppo di “non meno” di cinquanta ciclisti, ha suonato il clacson per sorpassare più rapidamente possibile e sarebbe stato “ricoperto di insulti”, dimostrazione evidente della generale indegnità della categoria dei ciclisti sportivi. Grande solidarietà da numerosi moralisti fra i commenti all’articolo.

Qui come si superano le persone in bicicletta (da sole o in gruppo) secondo il codice della strada inglese.

protesta-ciclisti-riga-1 Ma forse bisognerebbe circolare così.

Ma il ragionamento dell’automobilista, e dei moralisti solidarizzatori, è limitato e carente:

  1. Ok, i…

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“l’ostinata fatica vince ogni cosa” [F.P.] ascesa (e discesa) al #Ventoux con le sole gambe a far da marce (e freno)

Ne parlavamo in pratica dal giorno dopo dell’ascesa al Galibier, sempre in due, sempre con le bici da pista, che la prossima avventura sarebbe necessariamente stata sulle pendici di quel monte che fin dai tempi del Petrarca fa sognare imprese al di sopra delle proprie possibilità o quasi…

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Arriva finalmente il giorno, questa volta il monte è troppo lontano per partire da casa il giorno stesso, di conseguenza nel caldo pomeriggio di venerdì partiamo alla volta della Provenza, io ed il mio “brother in madness” Stefano.

Il viaggio di avvicinamento, benchè in auto (con una moto sarebbe stato davvero strepitoso), è molto bello e ci regala panorami sempre diversi, dalle familiari Alpi del Monginevro, giù fino al placido lago di Embrun e poi via dentro i canyon du Lèoux dove sembra di stare in qualche parco nazionale degli stati uniti d’america  data la bellezza selvaggia delle zone che si vanno ad attraversare: formazioni di roccia imponenti e acque limpide del fiume in fondovalle. Usciti dal canyon, anzi dalle “gorges”, si apre davanti a noi la Provenza. Non fosse per alcuni dettagli stradali e per le auto sarei certo di trovarmi in Toscana, dove ritrovo le stesse sfumature di colori con il verde acceso delle vigne e dei fichi, frapposto al marrone chiaro della terra e delle case nei borghi. In poche parole il paesaggio è nuovo ma sa di familiare, il che rende tutto ancora più intenso. E per finire, dopo una svolta ad una rotonda appare lui, il Mont Ventoux. E’ ormai sera, ma la punta è ancora assolata e rende quel bianco ancora più bianco ed è notevole come si distingua chiaramente l’osservatorio meteorologico posto in cima. Viaggiamo ancora ma faccio fatica a tenere lo sguardo sulla strada, il monte ci guarda e sembra dirci: “benvenuti, vi aspettavo”. Nel bagagliaio i nostri due zaini e (per la prima volta) due bici uguali, ma proprio uguali uguali, di quelle che si vedono nelle foto della redhook criterium o in qualche video di ragazzi che usano bici da pista al di fuori del loro contesto naturale del velodromo… ecco, la nostra idea domani è quella di scalare il versante più duro del Ventoux e ridiscendere dal lato opposto con due Cinelli Vigorelli: bici da pista, un solo rapporto (47/17) e nessun freno. Ma andiamo con ordine.

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Il paesino che ci ospita per la notte è Mazan, un piccolo borgo medioevale che conserva anche la perfetta urbanistica dell’epoca: un unica strada che la cinge e piccole viuzze al suo interno che convergono alla piazza della chiesa romanica. E’ la sera ideale per parlare di mille argomenti e confrontarci su come intendiamo noi lo stare sui pedali, in un certo senso liberi dai condizionamenti del mercato ma prendendo da esso il meglio che può offrire per reinterpretarlo a nostro modo. La bici da pista è vecchia come il ciclismo, ma vive una nuova giovinezza sia per gli straordinari risultati sportivi di questi ultimi tempi, sia per quello voglia di provare ad essere su di un mezzo talmente essenziale da sconfinare quasi nel filosofico, se lo si interpreta in modo personale. Ecco questa è una delle nostre vie di intendere il ciclismo, lontano dalle competizioni, davanti ad una buona birra in uno sperduto paesino della Francia.

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La mattina partiamo di buon ora per evitare le ore più calde. Le prime pedalate sono di riscaldamento su di un tratto poco trafficato lungo una decina di chilometri che ci permette di far girare le gambe a modo ed ascoltare le prime sensazioni in bici. Dopo poco arriviamo al paese di partenza, Bedoin, e da lì inizia l’ascesa. Siamo cauti ma entusiasti, ogni tanto un’occhiata al cardio per tener a bada l’entusiasmo e sin da subito vediamo di fronte a noi una lenta processione di altri gruppi di ciclisti che salgono. E’ un sabato qualunque d’estate, non ci sono manifestazioni particolari, ma non ho mai visto così tanta gente in bici come oggi, giunta da ogni parte del mondo per sfidarsi sul grande monte. Il sorpassare qualche gruppetto ci fa entusiasmare e pian piano il ritmo (anche cardiaco) sale… ma, come nei migliori film, arriva il primo colpo di scena.

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Superate le ultime case, si arriva ad un tornante e si entra nel bosco. Avrebbero quasi potuto metter una stele in pietra con su scritto “lasciate ogni speranza o voi che entrate” magari in occitano, dato che siamo nel cuore di questa antica regione ora transnazionale. Dopo le prime rampe il dialogo tra me e Stefano diventa sempre più rarefatto fino a sparire del tutto. La strada ha una pendenza che non molla mai e si mantiene attorno ai 9-11% sempre… il contapedalate del mio Garmin sotto le 25rpm si rifiuta di darmi indicazioni precise ma qui ora tutto va a rilento, tranne il respiro.  Abbiamo saggiamente montato entrambe dei manubri da mtb per avere più braccio di leva in fase di spinta e questo ci aiuta, ma pare non bastare. Il pensiero che si fa largo è: “ma è tutta così questa salita?”.

DCIM\100GOPRONon molliamo. Incontriamo una coppia di ragazzi (lui-lei) che salgono anch’essi cautamente, il ragazzo ci vede e dice alla sua compagna: “if they do it on a fixed gear, you can do it on a road bike!”. Sorridiamo a mezza bocca, ma è un grande stimolo a non mollare, ogni pedalata fatta lascia dietro un pezzo di strada per il momento da dimenticare, focalizzandoci su quello che si pone di fronte a noi.

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Dopo un tempo che ci è parso interminabile, in realtà poco più di un’ore e un quarto, arriviamo allo chalet posto al bivio tra la salita del versante Bedoin e quella da Sault. E’ quasi come un’oasi in mezzo al deserto, meta e rifugio per i viandanti che qui sono praticamente tutti con un mezzo a due ruote. All’hotel ci avevano detto che quello era l’ultimo posto in cui rifornirsi di acqua e da lì fino alla cima non avremmo trovato altro. Il ristoro ci ridà forza anche morale e lo scenario che ora abbiamo di fronte è diametralmente opposto a quello fin d’ora attraversato. Stiamo per entrare nel tratto lunare, stiamo per percorrere gli ultimi sei chilometri che ci separano dall’osservatorio.

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Da qui in poi, complici sia pendenze più umane sia l’avere sempre a vista la cima, cambia il nostro modo di pedalare. Siamo più sereni ma soprattutto più consapevoli di farcela, in qualche modo, ad arrivar fin su. Il collegamento occhi-cervello è saturo di traffico di informazioni: c’è il blu perfetto del cielo di oggi, il grigio scuro del nastro d’asfalto che taglia come una ferita il bianco dell’immensa pietraia davanti a noi, la vastità del panorama al di sotto della strada che costringe l’occhio a cercare quale sia il puntino di case da dove si era partiti al mattino, perso nella campagna provenzale che sembra ora così distante da noi e poi, letteralmente come ciliegina sulla torta, c’è quel pennacchio rosso sulla punta dell’osservatorio che si incastra nel blu del cielo come dipinta con una spatola.

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Ci fermiamo qualche attimo al monumento di Tommy Simpson e poi via, gli ultimi 1200 metri di strada che facciamo in apnea, con la testa siamo già su, ora facciamo solo in modo che bici e gambe le raggiungano sotto il leggendario cartello pieno zeppo di stickers.

 

 

 

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In vetta è una festa, ci sono ciclisti che si congratulano con noi, altri che avevano scommesso sulla nostra nazionalità vedendoci salire, altri ancora che ci guardano come alieni, senza sapere che in realtà siamo esattamente come loro, solo che abbiamo voluto fare un qualcosa di diverso affinchè la semplicità disarmante delle nostre bici ci facesse spostare il pensiero su altro che non fosse quale rapporto scegliere o con che cadenza procedere.

 

Ancora una volta questa salita è stato un tramite per poterci conoscere meglio e capire in profondità la bellezza nello stabilire un contatto tra terra e cielo attraverso di noi.

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Rivediamo i ragazzi che avevamo incontrato nel tratto boscoso. Lui è un ragazzo di Tel Aviv in Francia per studi, ed è incredulo dal vedere due bici da pista quassù, ci vuole perfino fotografare! Gli spieghiamo che non siamo dei pro o super atleti, lo facciamo perchè abbiamo voglia e curiosità di sperimentare qualcosa di nuovo e sfidare noi stessi riuscendo anche a divertirci. Continuiamo la piacevole chiacchierata nel bar pochi metri sotto l’osservatorio. Poi arriva il tempo della discesa.

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Partiamo molto carichi, ma scopriamo in breve che anche il lato verso Malaucene non è affatto banale. Sono, come per la salita, circa 20km con un tratto centrale al 10% costante. Quello che i profili altimetrici reperibili in rete non ci avevano raccontato è che proprio quel tratto centrale è asfaltato con una mescola bituminosa molto abrasiva e scura che rende difficile la tecnica di skid per far scivolare la ruota posteriore e gestire la derapata rallentando la bici. I muscoli iniziano a far male e ci vuole una bella dose di sangue freddo e tecnica per mantenere tutto nei ranghi della sicurezza. In fondo siamo due quarantenni con famiglia, non dei giovani supereroi.  Per fortuna passata metà discesa tutto diventa più gestibile e da quel punto in poi, nonostante la fatica accumulata, ci si trova più a nostro agio a fare quello che sappiamo fare, scendere in controllo con la bici a scatto fisso, considerato che una discesa del genere fatta tutta a suon di skid ci avrebbe fatto distruggere i copertoncini posteriori e di certo non avevamo l’ammiraglia al seguito per un rapido cambio ruote.

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Dei numerosi ciclisti che ci hanno sorpassato nella discesa, con nostra sorpresa, ne troviamo un gruppetto di 7-8 che ci aspettava al fondo, sia per complimentarsi sia per farci un bel po’ di domande tecniche in merito a rapporti, velocità di discesa, cadenze e gomme usate. Siamo lieti di far quattro chiacchiere con loro, in un misto anglo-francese gesticolato, e di sapere che ora da qui manca solo qualche dolce chilometro all’arrivo in hotel dove ci aspettano una doccia ed un pasto rigeneranti.

 

 https://www.relive.cc/view/690580683 

Gli ultimi tratti di strada scorrono via veloci in mezzo al paesaggio che ora mi colpisce per i profumi che ci arrivano: uva, fichi, lavanda e resina di pino. Tutto mescolato dal vento (che comunque oggi è stato molto clemente) e con la temperatura che ora inizia a farsi importante, sopra i 30°.

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Il viaggio di ritorno in auto passa veloce, intervallato solo da qualche crampo che mi costringe a chiedere il cambio alla guida, ma tutte cose messe ampiamente in conto, compresi i tre giorni successivi con qualche difficoltà motoria… ne valeva la pena? assolutamente sì! Torniamo da questi due giorni anche un po’ cambiati, come se il bianco di quella montagna ci avesse ripulito dal superfluo e lasciato solo in noi l’essenziale: l’amicizia e la voglia di pedalare.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 6bis di 7: far la #BMX al figliolo, con buon anticipo!

Prima della bici da corsa, prima della prima mtb c’era lei nei miei sogni: la BMX! eravamo in pieni anni ‘80 ed era il fenomeno nuovo che arrivava dritto dal miraggio USA, la volevo, arrivò e ci passai anni lì sopra…

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Poi persi traccia di quella bmx blu, ma il tarlo di averne una era sempre lì e complice i figli che crescono ed amici super, mi arriva un giorno un messaggio da messer PELT che mi dice, in dialetto fiorentino scritto: “o i se tu voi l’ho qui una biemmeiccse da sistemare ma l’è bona vera anche se non recentissima”.

Detto fatto, il pacco dopo un breve e sicuro viaggio era in ufficio da me. Oltre alla gioia di avere una bici nuova e totalmente diversa da quelle in garagge (n.d.t.: la doppia g è voluta), c’era l’ancor più intrigante sfida dello smontare, pulire ingrassare, sostituire e rimontare, di modo da avere un pezzo sì del 2005 ma del tutto attualizzato agli standard odierni ed anche se non con la progressione delle mtb, constato subito che i passi in avanti dalla gloriosa epoca “Atala gold” ad oggi sono stati molti ed importanti!

La bmx in questione è una WeThePeolpe primate, modello Dave Osato, grande rider dei primi anni 2000, questa la foto ed i dati da catalogo:

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Innanzitutto il telaio è davvero compatto e granitico, tubi giapponesi Sanko al cromo-molibdeno di sezione davvero importante, ovviamente acciaio. La situazione della bici così “out of the box” era questa:

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Inizio subito ad incuriosirmi nell’osservare la guarnitura: siamo distanti anni luce dalla ricerca del rigido/leggero/scorrevole che caratterizza le bici da strada, qui tutto deve essere a prova di bomba!

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A differenza di strada e mtb qui il perno (poderoso acciaio da 19mm) è del tutto indipendente ed a 48 scanalature dove incastrano le pedivelle, due travi in acciaio praticamente, con l’attacco per la corona indifferente sia a destra che a sinistra (i bene informati mi dicono che sia funzionale per alcuni trick avere la trasmissione a sinistra…). Il tutto su di un movimento centrale che gira su due coppie di cuscinetti industriali da 19mm… anzi pensavo fossero 19mm ma in realtà qui siamo in campo imperiale e quindi si parla di tre quarti di pollice! Ne consegue che mi risulta praticamente impossibile trovare i cuscinetti industriali equivalenti e mi affido al super negozio, il riferimento nel nord Italia, di Front Ocean dove trovo ragazzi molto disponibili e super competenti in ambito BMX!

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Inizio poi una ricerca di pezzi e pezzettini per attualizzare e sistemare al meglio la bici, scoprendo che uno dei miei canali preferiti, ovvero ebay.it, è praticamente sguarnito del tutto di ricambi da bmx seria, mentre il classico CRC ha un catalogo vastissimo ed a prezzi eccellenti! Così arrivano ruote, corona, manubrio, sella e reggisella nuovi che portano la bici da residuato 2005 a ottimo pezzo del 2016.

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Scopro infine anche un bel punto di contatto. La serie sterzo è esattamente identica a quella montata sul mio Vigorelli, classico standard Campagnolo per le serie integrate! Ne avevo giusto una presa per scorta che calza alla perfezione.

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La bici così come è montata ora mi piace tantissimo nonostante sia un po’ una arlecchinata di colori, ma è molto pratica e divertente da usare anche per un newbie totale come me e dà l’impressione di essere una bicicletta a prova di bomba: la buttassi giù da un balcone al limite ci sarebbe solo qualche graffio in più, granitica!

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Il mio piccolo matto già la guarda con enorme interesse e sa che sarà la bici con la quale si farà le ossa (sperando di non rompersele…). Io non vedo l’ora di vederlo felice lì sopra ma nel frattempo, ovviamente, la WTP Osato la curo io!!

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l’acciaio per il ciclisti del XXI secolo. Bike test: @TredDesign callithrix #bikeporn #steelisreal #Tred

Occasione di quelle ghiotte, dopo esserci conosciuti (e piaciuti) qualche mese fa al loro debutto nel campo delle bici da criterium a scatto fisso, ieri ritrovo l’intero (o quasi) catalogo bici della T-red bike in prova vicino a casa mia, da Mangone bike.  Ecco come è andata.

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Arrivo al parcheggio vicino al negozio, ammetto che non lo conoscevo prima di questa occasione, guardo all’insù e vedo un po’ dio nubi minacciose addensarsi sopra di me. Niente paura, oggi si testa una bici quindi più diverse e “meno ideali” sono le condizione e meglio è, da un certo punto di vista. Entro e ritrovo Erica e i ragazzi della T-red Design che stanno armeggiando sulle loro bici, tutte esposte di fuori dal negozio. Mi aggiro attorno a loro, c’è tutto il campionario dei quattro materiali dedicati al ciclismo (acciaio, alluminio, titanio e carbonio) ma vengo subito fulminato dalla bellezza delle saldature ad ottone (fillet brazed per i più tecnici) e non posso far altro che dire: “voglio questa”. Mia per un paio d’ore e pronta a farsi strapazzare, per quanto la mia mediocre gamba conceda, nelle strade che più conosco.

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Pochi attimi per montare i miei pedali e regolare la sella e via che si va. Da subito interviene la classica maledizione di ogni ciclista praticante, ovvero l’immancabile vento contro. Se poi uno, come nel mio caso, è nato e cresciuto in una valle non può far altro che adattarsi e gioire le rare volte in cui magicamente il vento è a favore. Non è il caso di oggi, anzi per magia sarà contrario anche al ritorno, ma non corriamo troppo.

L’adattamento alla bici, nonostante ci siano cose nuovissime per me e distanti dai miei canoni di bdc come il gruppo Shimano ed i freni a disco idraulici, è decisamente rapido. Mi sento da subito ben “dentro” il mezzo e non semplicemente “sopra” a pedalarci. Le proporzioni e le geometrie sono dichiaratamente pensate per le lunghe distanze e la massima versatilità e questo carattere viene fuori subito senza velleità diverse che non siano quelle per cui questa bici è nata.

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La forcella ha un’inclinazione piuttosto marcata ed è di tipo conico, questo mette in evidenza una grande stabilità e precisione di guida all’avantreno. Me ne accorgo subito provando a fare qualche rilancio in pianura: l’avvio del rilancio è molto rapido, si avverte la ottima rigidezza del nodo delle pedivelle e una grande efficienza del carro posteriore nel riportare tutto alla ruota. Questa prima sensazione molto sincera, con il crescere della velocità viene come leggermente attenuata dal lavoro dell’anteriore che tende a stabilizzare la bici sacrificando inevitabilmente quello che è l’effetto di un lancio in volata. Ma è comprensibile è giusto in questo caso, questa volutamente non è una bici da dare in mano ad uno sprinter!

La sicurezza con cui si affrontano le svolte o i curvoni veloci è eccellente, complici anche ruote al di sopra di ogni sospetto (full carbon a profilo differenziato 60-35mm) e tubolari top di gamma da 25mm.

Ma per me non può esistere test senza l’inscindibile binomio salita/discesa ed ecco che attacco le prime rampe del col del Lys per capire il comportamento in salita. Il primo approccio non è dei migliori, ma solo successivamente mi renderò conto che in realtà ero io a sbagliare, ora vi spiego. Per chi conosce la strada, l’avvio del Lys da Almese non ha rampe dalle pendenze proibitive e soprattutto non è costante, sicchè il classico gioco è quello di forzare sulle pendenze maggiori e rifiatare nei tratti a minor pendenza. Provo quindi ad agire nello stesso modo, cercando il classico rilancio da in piedi dove le pendenze aumentano. Se, come mostrato poco prima in pianura, la prima sensazione è di buona rigidezza del comparto posteriore  e di positiva resa generale, le geometrie fanno sì che questa non sia una bici da “attaccanti” sullo stile reso celebre da Pantani, tutto nervosismo e rilanci. Questa è una bici per lo stile (permettetemi il paragone) alla Ivan Basso, ovvero per chi riesce ad affrontare le salite con un ritmo via via crescente ma sempre progressivo.

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Per fortuna che la seconda parte della salita è conformata in modo da fare emergere alla grande questo aspetto. Svolto infatti per la frazione di Celle dove, a meno del primissimo tratto dove ancora arranco, le pendenze di fanno più costanti e progressive. A questo punto innesto un rapporto che mi garantisca una pedalata agile e inizio a fare ritmo, come si dice in gergo. Ecco, è come se il telaio mi avesse sorriso e detto: “oh, hai capito finalmente da che verso prendermi, visto!?”. La bici quasi si trasforma, la posizione in sella data dalle geometrie è tale per cui sento tutte le fibre muscolari delle gambe collaborare insieme per dare trazione. Non si lavora di quadricipiti qui, ma tutta la muscolatura delle gambe è agevolata nel dare il suo contributo ed il risultato è ora un’ottima velocità nel salire sulle rampe! Le corone semi compatte 52-36 ed il vasto pacco pignoni danno un’ampia scelta di rapporti e trovo sempre quello adatto fino alla cima. La bici scorre benissimo e sento di avere ancora una buona riserva di potenza per forzare l’andatura, cosa che faccio nel tratto finale ma sempre da seduto e sempre con una buona agilità, il telaio mi asseconda alla grande.

 

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La seconda parte, non meno importante, è la discesa e qui parliamo di discesa tecnica, stretta e con asfalto in mediocri condizioni. La callithrix è dotata di impianto frenante a disco idraulico con rotori da 140mm di diametro, soluzione già ben orientata ad una bici da corsa stradale a differenza di quanto da me testato lo scorso anno. Permangono però alcune mie perplessità anche dettate dal mio personale modo di interpretare le discese. La frenata prima di un tornante o di una curva cieca è chiaramente molto pronta e avverto la grande riserva di potenza frenante, ma il feeling con il freno posteriore non arriva ed è difficile capire quando si è prossimi al bloccaggio. Oltre a questo, la mia classica abitudine (derivata dai tanti anni passati sulle moto) di entrare in curva con il freno posteriore ancora “pizzicato” per dare stabilità al mezzo qui ha un effetto quasi opposto e mi rendo conto dopo qualche tornata che la bici è molto più stabile e docile alla discesa in piega se i freni proprio non li tocco a bici inclinata. Chiaramente, non fraintendete quanto fin qui scritto, la bici è eccellente in discesa, tanto che poi il cronometro dirà che ho fatto uno dei migliori miei tempi su questa discesa, senza nemmeno forzare o prender rischi anzi, restando sempre molto “morbido” nella condotta.

Un punto a grandissimo favore è l’assorbimento delle asperità, sotto due diversi aspetti per altro. Il primo è il ridurre e di molto, complici anche piega e reggisella in carbonio di alto livello, tutte le vibrazioni trasmesse dall’asfalto che in questo caso è molto sgranato e provato da anni di bassa manutenzione; il grosso del lavoro però lo fa il telaio, progettualmente  perfetto per le nostre strade. Anche la scelta delle saldature ad ottone rende ancora più versatile la bicicletta, in grado di digerire letteralmente tutto quando gli viene proposto in termini di fondo stradale. Il secondo aspetto è l’ottimo assorbimento anche delle asperità secche come buche o stacchi di asfalto netti, questo emerge in modo ancora più netto in fase di frenata ad avantreno caricato, dove l’eventuale buca (e ne ho prese un tot mi o malgrado) non fa minimamente scomporre la bici e questo dona grande sicurezza e tranquillità a chi la conduce.

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L’ultima parte è il mio rientro a Rivoli, facendo tesoro di quanto imparato nei tratti precedenti, mi metto a pedalare di ritmo agile e costante, sentendo da subito la bici portarsi ad un’ottima velocità di crociera e, altra nota importante, non mi faccio mai impensierire anche dalle numerose folate di vento laterale, l’insieme dei profili differenziati dei cerchi e del telaio non rendono mai la bici troppo nervosa o instabile ed il controllo e semplice e preciso, un grande aiuto a chi vorrà fare molti chilometri in sella a questo acciaione di alto livello.

Arrivo infine al negozio senza essermi accorto di aver un po’ sforato i tempi concessi, ma mi perdonano subito e il resto della serata si svolge parlando di progetti futuri e degli incredibili episodi appena accaduti al tour de France. Rientro a casa ancora più convinto, se mai ce ne fosse stato bisogno, che anche in questi tempi moderni l’acciaio è ancora un nobile materiale per realizzare bici di altissimo livello. buone pedalate!

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