la #MiTo in fissa sta alla Sanremo come la #LodiLeccoLodi sta alla #Roubaix–la mia prima gravel race

Hey c’è una gara nuova, una bici adatta ce l’ho e allora perchè non provare? Bando alla noia e mi imbarco nella mia prima gravel race, che nemmeno a farlo apposta è la più dura e (diventerà) prestigiosa del panorama ciclistico amatorial /alternativo italiano: Lodi Lecco Lodi o più semplicemente LLL.

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La sfida è di quelle toste già sulla carta, sono 165km già lunghi al solo pronunciarlo, ma il cuore della gara sta nel fatto che di questi circa 140 sono su sterrati, alzaie, sentieri… in una parola gravel. Detto così suona strano ma gravel fa rima con libertà, sia nella scelta della bici sia nel modo in cui si può interpretare il percorso, dalla gita alla gara senza esclusione di colpi… sceglierò quest’ultima ma non mi reputo certo migliore di chi ha fatto una splendida gita di 8-9 ore in mezzo a paesaggi stupendi.

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L’acqua caratterizza il percorso, dal lungo Adda, al naviglio della Martesana, al lago di Garlate e ritorno. La stessa acqua che è proprio il simbolo del progresso della civiltà umana, dalle vie di navigazione, ai mulini fino alle centrali idroelettriche il percorso è anche di una portata storica fuori dal comune, oggi ancora dolorante ma felice mi rimane la voglia di approfondire su tutto quanto quel territorio è capace di raccontare. Per il momento provo io a raccontarvi la mia gara.

Mi ritrovo puntuale al parcheggio indicato da Damiano, l’immenso organizzatore che nulla ma proprio nulla ha lasciato al caso. Iniziano ad arrivare le prime auto e mi parcheggio di fianco ad un ragazzo che sta scaricando la sua bici da ciclocross come la mia; di lì a pochissimo scende da un camper un signore un po’ più in età di noi ma a veder le gambe si direbbe molto tonico. Senza saperlo (combinazione davvero incredibile) ho già davanti il podio, ma andiamo con ordine.

014Apre il luogo del ritrovo, un locale all’aperto davvero gradevole di quelli dove respiri aria di famiglia appena ne varchi la soglia. Le procedure di iscrizione sono la cosa più semplice e lineare del mondo, si registra il tuo nome su di un foglio, fine. Aspettiamo qualche ritardatario, rimiriamo bici di tutti i tipi, dalla ciclocross agonistica alla monster cross, alla mtb anche in declinazione fat-bike, a bici da corsa d’epoca belle e semplici a qualche folle (peggio di me) con bici a scatto fisso, qualcuna anche senza freni in bilico tra il puro hardcore e l’assetto da armata Brancaleone.

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Ribadisco, e ne avrò altre mille conferme, che l’organizzazione non ha lasciato nulla al caso: oltre al blog dove si racconta che tipo di gara è una gravel, si chiarisce nei minimi particolari il regolamento, si fornisce un completissimo road book ed una traccia gps da caricare sui cicloPC moderni, tutti i partecipanti hanno ugual importanza, si aspetta qualche ritardatario e in classico stile MiTo i primi chilometri sono una passeggiata dove ci si sacalda, si chiacchiera, si ascolta la bici per capire se anche per lei è una giornata buona. Questa prima parte di gara è splendida anche perchè, al  pari della MiTo, ti fa prendere consapevolezza della bella esperienza che si sta per affrontare, in tanti, tutti differenti e tutti contraddistinti da una incrollabile passione. Nessuno lo fa perchè ha ordini di squadra, nessuno si aspetta ricompense o premi, il prestigio è già nell’essere lì con il sorriso sulle labbra consci di essere capaci di affrontare a proprio modo una gara sulla carta massacrante su strade bianche e sterrate.

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Dopo poco, infatti, la gara si fa Gara: chi vuole interpretarla al massimo delle sue possibilità è pregato di farsi avanti ora o restare nel gruppo dei festosi. Decido di provarci. Mi aggrego a due ragazzi in mtb che menano come dei dannati, in qualche occhiata repentina al garmin leggo 31-33km/h e penso “hey, è un ritmo insostenibile anche per solo 50km, figuriamoci i 145 che ancora mancano!”. Ma siamo in ballo, inutile lanciar la sfida e mollare subito… mano a mano vedo il gruppo di testa avvicinarsi, altri 3 allunghi e siamo dentro. Mi affianca il ragazzo che aveva parcheggiato di fianco a me, Jacopo, lo vedo pedalare e capisco subito che è un di quelli “buoni”, mi guarda e mi dice semplicemente: “benvenuto”. Questo mi resterà in testa per tutta la gara ed è qui anche oggi a farmi compagnia. Quel “benvenuto” detto così in quel momento è stato più efficace di una dozzina di barrette energetiche, sta a dire benvenuto nella corsa vera, benvenuto al massacro, benvenuto ad altri 140km di polvere buche e sofferenza, benvenuto tra chi vive per la bici in tutte le sue forme, benvenuto in una gara non comune, benvenuto in un oceano di insidie, ti potrai concedere una distrazione solo tra 5 ore abbondanti, quando avrai superato la linea d’arrivo. Sarà esattamente così.

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Si arriva ben presto ad un primo ostacolo: il ponte bailey che consentiva l’attraversamento dell’Adda dopo 5 anni di servizio è avviato alla demolizione, iniziata 3 giorni prima! Niente panico, qualcuno del posto conosce bene la zona, ci dirigiamo attraverso i campi navigando a vista, fino alla ferrovia, la attraversiamo e proseguiamo lungo questa fino alla stazione di Cassano passandoci proprio dentro, sottopasso pedonale incluso. In questa fase nemmeno mi accorgo che tre tra i più esperti corridori ne hanno approfittato per fuggire solitari verso Lecco. Rientrati sullo sterrato il mio neo amico non ci sta, provare a riprendere i fuggitivi è un obbligo morale e inizia a dettare un ritmo altissimo. Dove il fondo e buono viaggiamo con una velocità di crociera attorno ai 35km/h, non sono ammessi cali di attenzione, anche solo bere dalla borraccia va pianificato con cura.

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Dopo diverso tempo si unisce a noi Emanuele, mi sembra sbucato da dietro un albero, fresco come una rosa, con la sua singlespeed ed un colpo di pedale efficacissimo, sembra non far fatica, anzi ci incita dicendo che i fuggitivi non son poi così lontani, si alterna davanti a tirare tenendo un passo altissimo e si concede anche il lusso di farci le foto: un vero manico!

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Cinquanta chilometri di assalto all’arma bianca attraverso paesaggi via via diversi e sempre incantevoli dove si alterna il fascino della natura ad altrettante suggestive tracce tangibili dell’ingegno umano, dall’altissimo Leonardo da Vinci, a mirabili ponti alle prime centrali idroelettriche d’Italia, belle da sembrare castelli medioevali. Mi imprimo immagini stupende nella memoria insieme ad una cantilena del tipo: “qui ci devo tornare, qui ci devo assolutamente tornare, magari con più calma…”

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Come un miraggio che si materializza rientriamo sui tre fuggitivi, loro non la prendono benissimo, ma tant’è. Ora siamo in otto ed il lago di Garlate è oramai in vista.

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Il giro del lago è tutto su pista ciclabile, certo scorrevole ma di fatto il tratto più carico di insidie, come tutte le piste ciclabili della nostra piccola italia: gente che passeggia a piedi, che fa zig zag in bici, cani a zonzo, podisti con le cuffie nelle orecchie che li isolano dal mondo esterno… insomma, cento occhi ma tutto fila (quasi) liscio… Il quasi è perchè senza cause esterne due corridori si toccano tra loro e finiscono inevitabilmente a terra. E’ una gara ma siamo anche appassionati che conoscono cosa significhi assaggiare la durezza di una caduta, ci fermiamo tutti. Chi ha avuto la peggio nel volo ha un po’ di escoriazioni e botte ma non avverte segnali peggiori, anche la sua bici è ok. Dopo qualche minuto dove approfitto per la classica sosta “idrica” è lui stesso a dirci di proseguire perchè lo farà anche lui fino a Lodi, solo con un ritmo più blando (e sarà effettivamente così, davvero eroico).

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Si inizia a ridiscendere verso sud, son riuscito a bene e ad alimentarmi, la stanchezza compare ma accompagnata da buone sensazioni, siamo in 5 dopo un po’. Emanuele mi dice: “ormai se sei arrivato fin qui vai con loro fino all’arrivo” non gli dò troppo peso perchè una foratura od una scivolata son sempre dietro l’angolo, ma quella frase unita al “benvenuto” iniziale mi dona una carica pazzesca, mi sento dannatamente bene.

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Poco dopo aver pensato che una foratura potrebbe farmi perdere la testa della corsa e proprio Emanuele vede l’anteriore perdere di pressione progressivamente, sapeva che non avrebbe potuto arrivare fino a Lodi per impegni personali, ma così presto proprio no. Quasi ci ordina di proseguire e di scannare fino alla fine, lo ascoltiamo. Siamo in quattro e siamo quelli che si giocheranno la vittoria finale.

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Non avverto la lieve pendenza favorevole che ci fa pedalare nella stessa direzione dello scorrere delle acque ma ciononostante i chilometri passano veloci, il ritmo è sempre notevole ma non più indemoniato come la risalita della corrente, c’è anche negli altri la consapevolezza di avere nelle gambe una buona prestazione.

Il percorso per fortuna prevede gli ultimi 30km diversi da quelli (tecnici e complessi) dell’andata: si deve costeggiare il canale Muzza fin quasi dentro Lodi, semplice… a parole.

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Ci troviamo a centellinare l’acqua e a scambiarci la borraccia, come fossimo compagni di squadra. Io ne ho ancora un paio di sorsi ma alla domanda di Jacopo non ci penso nemmeno un istante e gli sporgo la mia acqua in uno dei gesti più classici e popolari del ciclismo, di quello che ancora piace a tutti.

I tratti lungo il canale non sono scorrevolissimi. Ora ogni buca è una frustata sulla schiena. Ad un tratto compare l’argine in calcestruzzo con un cordolo a bordo canale di nemmeno 30cm, ci saliamo su tutti, la cautela è sempre al massimo e mantenere l’attenzione sempre più difficile, ma per contro la scorrevolezza di quella superficie è una manna. Il canale negli attraversamenti delle strade ha la classica sbarra che impedisce l’intrusione delle auto ma consente il passaggio di pedoni e bici. Questo diventa un’arma nelle mani, anzi nelle gambe, di Jacopo che parte con degli allunghi per fare ancora una ulteriore selezione da corridore vero qual è. Uno…due….tre, alla terza accelerazione resto attaccato solo per forza di volontà, con le unghie e con i denti. Mi volto e Matteo, il quarto, non c’è più. Il podio è già tutto qui.

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L’ultimo tratto di sterrato nel bosco corre via facile, meno sassoso e superficie dura e veloce, in un attimo siamo sull’asfalto e mancano due soli chilometri. A nostro modo iniziano i giochi di sguardi per capire chi ha ancora l’ultima cartuccia e chi no, chi vuol fare la volata e chi no. Il bello è che non ci si guarda in cagnesco, ci si studia certo ma si avverte il puro piacere della competizione del gioco assurdo di voler fare uno sprint conclusivo perchè 163 chilometri di fatica povere e sudore non sono stati ancora capaci di selezionarne uno solo. La gioia di avercela fatta si alterna alla voglia di mettere anche la ciliegina su una torta dal sapore unico e dolcissimo. L’esperienza di Marcello Lolli salta fuori in tutta la sua classe: nemmeno il tempo di realizzare  e ci ha preso sei metri buoni, proviamo ma abbiamo l’evidenza che ci dice che il vincitore quest’anno ha una maglia rossa e una gamba stellare unita ad una testa fredda e lucida nonostante le sei ore di fatica!

Io studio Jacopo, ormai voglio tener fede al trend dell’anno dei miei compagni di squadra e stampare un altro 2 sul ruolino di marcia. Un po’ di gare in pista qualcosa mi hanno insegnato, non mollo la ruota e sul viale d’arrivo provo la volata con il suo punto d’appoggio. Via, non mi volto fino al cortile dell’arrivo, ma lo scatto va in porto e sono secondo e felice!

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Mi resterà dentro questa gara come tutte quelle che sono nate così, dalla fantasia e dalla curiosità di chi fa della bici uno stile di vita e ha voglia di condividerlo nella maniera più semplice  e antica attraverso la pura e sana competizione.

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14 commenti

Archiviato in bici

14 risposte a “la #MiTo in fissa sta alla Sanremo come la #LodiLeccoLodi sta alla #Roubaix–la mia prima gravel race

  1. Marcello Lolli

    Non ho parole!

  2. Complimenti, veramente bello.

  3. L’ha ribloggato su Augusta Riderse ha commentato:
    C’era ed ha fatto una gara da manuale.
    Poche palle: la Volpe sabauda quest’anno è scatenata!

  4. Grande Riky!! Un bellissimo racconto di una gara assolutamente “on the road”. “Gravel fa rima con libertà”: non hai sbagliato a paragonare questa gara alla Roubaix, ha lo stesso spirito, la stessa passione per la “strada” in tutte le sue forme. Complimenti, una bella avventura!!!! 🙂

  5. Pingback: Anima in fiamme. |

    • grazie mille Miriam! in realtà si è svolta il giorno prima (di sabato) proprio perchè così tutti, organizzatore in primis, han potuto gustarsi la roubaix da in piedi sul divano! 😉

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