come se fosse il GP di Monaco, ma sono su di una bici, ed i freni non ci sono. #critdeiponti

Oramai nel bene e nel male son considerato il “vècio” delle criterium dato che ho avuto la fortuna di esser dentro questo mondo sin dal primo giorno. Questa volta sono stati proprio gli amici di sempre a sorprendermi e ad organizzare una gara che mi è rimasta dentro, ora ve la racconto.

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Le cose cambiano, come si dice, ma le persone restano. Qui e oggi questa frase si rende ancora più profonda nel suo significato e si associa ad una delle cose che più mi piace fare in sella ad una bici: le criterium a scatto fisso.

Eh sì, perchè le menti dietro alla criterium dei ponti, sono i ragazzi della Brianza, quelli che dalla preistoria di questa disciplina di nicchia sono sempre stati attivi a correre e ad organizzare una marea di eventi, sempre belli, genuini e divertenti come dovrebbero essere sempre queste gare (o garette, che è meglio). E allora dopo i km violenti, le Milano-Pavia, le alleycat anche loro hanno avuto la voglia, l’ambizione e la capacità di organizzare una criterium in grande stile prendendo a prestito, diciamo così, le strade centrali di un intero paesino del milanese, Pogliano.

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Come sempre non arrivo con grande anticipo, le strade sono già giustamente tutte chiuse al traffico con un notevole ed encomiabile sforzo organizzativo, di fatto senza precedenti a mia memoria eccetto la redhook, ma con un budget di meno di un ventesimo, occhio e croce… Ai gazebo ritrovo gli amici di sempre questa volta siamo ancora più mischiati e variopinti il che ci tiene a distanza siderale dagli eventi del ciclismo ufficiale dove ogni squadra ha il suo “recinto”, qui invece i confini non ci sono, ci si riconosce a naso e dall’esterno capiscono l’appartenenza solo per le maglie indossate prima di entrare nel circuito, bello bellissimo, non abbiamo bisogno d’altro se non di noi stessi per correre, facciamo la differenza anche agli occhi curiosi degli abitanti del posto a cui per oggi togliamo un po’ di libertà di movimento ma doniamo i nostri colori.

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Il percorso è subito pronto per esser testato, mi muovo con un po’ di circospezione insieme ad altri compagni di corsa. Devo essere onesto, la prima sensazione è pessima: zero vie di fuga nelle curve, tracciato veloce e tutto tra muretti, tratti in pavè, cordoli rialzati ovunque… Siamo in un dedalo di vie in un piccolo paesino, avendo in mente quali saranno le velocità in gara non riesco a star tranquillo e ad avere una buona concentrazione per la prima batteria di qualifica che da lì a qualche minuto mi vedrà impegnato. L’organizzazione ha fatto di tutto per mettere in sicurezza il tracciato, ma è la sua morfologia che lo rende estremamente tecnico e delicato.

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Nonostante tutto mi schiero al via della batteria, ho un vantaggio però, conosco praticamente tutti quelli con cui correrò, e sono tutti ragazzi di esperienza che sanno come si guida una bici da pista pura dentro un circuito del genere. So già fin da subito che non giocheranno brutti scherzi nell’impostare curve e traiettorie durante i 10 giri a venire. Non mi sbagliavo.

Appena dato il via dal direttore di gara ci sgraniamo subito al meglio, le curve scivolano via sotto alle nostre ruote, una dopo l’altra e man mano che i giri scorrono capiamo esattamente fin dove poter osare, fino a dove poter mettere millimetricamente le nostre esili impronte dei battistrada delle gomme e fare vere e proprie “barbe” a cordoli e muretti. Dieci giri scorrono veloci e conservo sufficiente lucidità per contare quanti siamo ed esser certo della mia qualificazione in finale, provo anche a risparmiare un po’ di gamba che poi la gara avrà di sicuro un altro passo imposto dai funamboli dello scattofisso.

Dopo la gara podistica sul medesimo tracciato (non ci si fa mancare nulla noi) ecco che, al solito, inizia a salire la vera tensione pre gara, quella che chiude lo stomaco, tende i muscoli “a vuoto” e dà quell’impressione di muoversi al rallentatore, come dentro quei sogni fastidiosi dove si cerca di correre fuggendo e non ci si riesce a muovere. Ma infondo è una delle cose che fanno delle corse quella strana cosa che crea dipendenza una volta che le si prova ed anche qui il copione si ripete, sempre uguale eppure sempre diverso.

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La partenza è subito a tutta, il gruppo benchè piuttosto numeroso (siamo in quaranta) si sgrana subito bene e dopo pochi giri si delineano gli inevitabili tronconi che faranno ognuno la sua gara: i ragazzi davanti, quelli che seguono ma a buon ritmo, chi arranca e chi prova comunque la sensazione di essere dentro una corsa vera. Io mi ritrovo con amici vecchi e nuovi a battagliare nel secondo gruppo di inseguitori, siamo in 6 ed il ritmo è comunque elevato e non ci si risparmia, anzi si aumenta progressivamente che le gambe entrano in temperatura e man mano che le traiettorie vengono interiorizzate da ciascuno di noi, ognuno la sua ma tutte armonicamente insieme.

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Ed è qui che mi viene inevitabile la sensazione di trovarmi dentro il più folle, insensato, anacronistico e storico circuito della Formula1, in quel Montecarlo, dove a farla da padrona non è la pura velocità ma il coraggio e la perizia dei piloti nel pennellare i muri ed i cordoli, curva dopo curva, giro dopo giro. Il tratto prima dell’ultima curva poi è davvero perfetto, interamente attorno alle case, con l’asfalto che termina esattamente contro i muri, dando la possibilità di stare ad un soffio dagli ostacoli per fare meno spazio possibile ed arrivare all’ultima curva in posizione ideale.

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La gara scorre veloce, la trance agonistica fa in modo che nessuno sia lì a risparmiarsi ma tutti a loro modo collaborino per tenere il ritmo il più alto possibile, senza tatticismi dato che qui tutti stiamo inseguendo il gruppo che ci precede, ma ancora di più stiamo inseguendo la nostra voglia di andare sempre più veloce, sempre più vicino al limite di piega che gomme e pedali ci consentono. Verremo “destati” a due giri dalla fine dalla moto di sicurezza che ci segnalerà l’arrivo del gruppo di testa che si approssima a doppiarci. Poco conta, leggo in tutti gli occhi che incrocio l’emozione e la soddisfazione per aver fatto ancora una vota una gara al meglio delle proprie possibilità, ognuno a suo modo.

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Oggi non ci sono stati come nel circus della Formula1 i rombi di motore, è stato tutto silenzioso e rispettoso dei timpani degli spettatori, ma non meno emozionante e carico di adrenalina. Questo è quello che traspare anche sentendo post gara i commenti di quelli capitati lì per caso a vedere questi ciclisti così diversi dal solito. Corridori con bici che oltre a non avere i freni devono essere senza qualche rotella nella testolina, probabilmente devono essere gli ingranaggi interni che trasmettono timore e cautela alle gambe, quell’informazione lì proprio non riesce a propagarsi nè in me nè in quelli che mi ritrovo accanto, sul filo dei 45 orari tra i muretti di un sonnolento paesino milanese che oggi ha visto questo strano circo approdare sulle sue piccole strade.

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PS: le bellissime foto sono di Silvia Galliani ed Emanuele Barbaro

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1 Commento

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Una risposta a “come se fosse il GP di Monaco, ma sono su di una bici, ed i freni non ci sono. #critdeiponti

  1. Bello!! Mi piace molto il paragone con Montecarlo. Forse perchè ho sempre amato i parallelismi tra ciclismo e F1. Stessa fissa per la velocità, di portarsi all’estremo. Scritto bene, come al solito. Sembra di sentirti parlare, raccontare 🙂

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