Lo scorso anno non scrissi nulla sulla mia #redhookcrit in BCN, ora però…

… è tempo di farlo, soprattutto perchè nonostante non compaia nemmeno lontanamente nelle classifiche questa volta non ho nulla da recriminare ed è stato un (lungo) weekend pieno di cose belle!

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Ma partiamo dall’inizio: trovo i voli aerei a pochissimo, vinco la mia annosa ritrosia nel dover poi smontare tutta la bici, impacchettarla e volare con essa (per la modica cifra addizionale di 90€, ‘tacci loro!), la mia amica Paola ha ancora a disposizione la stanza degli ospiti nella vicina (‘nzomma…) La Floresta…ed allora bando agli indugi, si va!

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Ero alla mia prima esperienza nel preparare una bici per un volo aereo ma devo dire che tutto è andato per il meglio, complici soprattutto le precise dritte di Paolo aka Bludado che ormai è un vero traveller, predispongo tutto a modo, imbarco il maxi scatolone, non senza una certa ansia, e via, si vola! Mi piace volare e anche questa volta, nonostante qualche scossone, tutto fila sereno e arrivo a Barcellona nel tempo che ci avrei impiegato a far una capatina sul mar Ligure. Proprio le vacanze liguri moltissimi anni fa mi fecero conoscere la mia amica Paola, persona di grande ospitalità che anche questo anno sacrifica la stanza dei giochi dei bambini per accomodare un materassino sul pavimento per i miei giorni spagnoli. Scoprirò a fine vacanza che quella soluzione per dormire mi ha anche fatto passare il mal di schiena… non male!

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La prima giornata (giovedì) è dedicata alla pista! Lo scorso anno non ne ebbi occasione, inoltre nell’inverno è stato completamente rifatto il legname del velodromo d’Horta che ospitò le olimpiadi del 1992. Complice anche il mio nuovo fiammante mozzo FixKin a due pignoni: l’idea è di andarci direttamente in bici testando subito le salite e discese della collina del parco Tibidabo. Nella notte aveva piovuto quindi massima cautela ad affrontare le curve ma subito l’asfalto si rivela perfetto e grazie anche ad una buona visibilità mi trovo a godere di un primo giro in bici subito abbastanza impegnativo quanto divertente, con l’aggiunta di panorami strepitosi sulla città.

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Arrivo al velodromo che siamo ancora in pochi ed il cielo molto grigio mi fa un po’ preoccupare. Non perdo tempo; giro la ruota passando dal 17ISO al 15Miche e cambio i pedali mettendo quello da strada: via! Il legno è sempre una superficie incredibile su cui pedalare, liscissimo, con quelle sonorità e finanche profumi assolutamente unici. In aggiunta permette di raggiungere velocità impensabili su qualsiasi altra superficie quindi cerco di sfruttare al massimo ogni attimo che ci viene concesso.

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Alla fine saranno per me un totale di sei sessioni per 56 chilometri complessivi, stupendi dal primo all’ultimo metro, senza mai troppa confusione in pista e con attorno amici, corridori e tanto entusiasmo! Per qualche giro anche David, l’organizzatore, nonostante l’abbigliamento casual si lancia in pista per qualche giro cavalcando proprio il Vigorelli con colorazione speciale che tra due giorni verrà dato in mano al vincitore della Redhook, devo dire molto bello, anche se per me rimane inarrivabile la livrea che venne fatta per l’edizione di Brooklyn nel 2014, ma son gusti come si dice.

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Verso fine sessione riesco anche a fare un paio di lanci sui 200 metri, assolutamente emozionanti e sapere che in quell’arena si sono sfidati grandi campioni tra cui il nostro Giovanni Lombardi oro nella corsa a punti (quando ancora era disciplina olimpica a se) rende tutto più intenso, con la sensazione di essere dentro l’evento e non un semplice osservatore. La giornata poi prosegue in modo molto più scanzonato con gli amici di sempre a fare i turisti per la città (anche se sembriamo di più una scolaresca in gita, eccezion fatta per l’essere in sella a bici da pista…) ed infine a ritirare il mio dorsale di gara con relativa capatina in spiaggia.

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Venerdì inizia con una debole pioggerella sulla città, ma con una bellissima nuova conoscenza. Dopo settimane di contatto solo su web finalmente mi incontro con Marco, di Padova ma che vie e lavora in Barcellona da ormai più di quattro anni. Subito mi porta ad esplorare il suo quartiere (Vila de Gràcia) così ricco di storia e di angoli che solitamente sfuggono al turismo piuttosto superficiale che affolla i viali della città. Ci prendiamo anche un caffè davvero buono e mi racconta la sua esperienza di espatriato, non certo per far soldi, ma per avere per lo meno una prospettiva, cosa che da noi ormai sembra essere un’utopia o peggio una chimera.

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Nel tardo pomeriggio si chiude con il tradizionale party al quartier generale di Dosnoventa dove incontro un sacco di gente, amici e corridori che non vedo da tempo ma come sempre per fortuna il senso di comunità è ancora percepibile, forte. Speriamo resti così ancora per un po’ almeno. Con l’occasione incontro anche Mauro di Bike Channel e dopo una serie di chiacchiere amichevoli se ne esce con: “hey, ma allora facciamo una intervista direttamente a te!” Cavoli… onorato, ma anche imbarazzato, mi dirigo con loro sul tetto dell’edificio e con tanto di microfono e camera su treppiede. Alla fine dopo anni di corse e usando un po’ della faccia da schiaffi delle occasioni migliori, riesco a mettere su un discorso di qualche minuto che riesce (spero) a raccontare un po’ di questa disciplina, delle sue difficoltà e dei fiumi di adrenalina che percorrono le vene degli atleti ad ogni corsa, grande o piccola che sia. Prossimamente su questi schermi, se non mi censurano!

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042Sabato = Race day. Il primo sguardo dalla mia finestra mi dà subito una buona notizia: sole! Rende tutto più semplice e divertente, sarà una bella giornata. Il rito di mettere il numero di corsa sulla maglia e sulla bici lo scandisco come sempre lentamente, gustandomi ogni movimento delle mani. Scendo in città sul trenino sub urbano ed emergo dal sottosuolo direttamente in Plaça de Catalunya. Da lì mi aspettano 7km di città fino al Parc del Fòrum dove si svolgerà la gara. L’aria è fresca ed il traffico è scarso, riesco a gustarmi ogni singola pedalata e a respirare l’aria che sale dal mare. Mi sento bene, sia fisicamente ma soprattutto mentalmente. Senza quell’ansia che caratterizzò tutto il weekend dell’anno passato, legato alle mille incertezze legate al fatto di fare la prima gara fuori dall’Italia. La bici scorre silenziosa ed in un attimo sono al circuito. Non ho moltissimo tempo prima della mia qualifica, per cui inizio subito a allestire la bici per la gara: pedali da strada e rapporto da gara.

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Lo scorso anno feci l’errore madornale di provare ad affrontare il circuito, per me assolutamente inedito, con un mastodontico 49-14 e conseguente inchiodamento delle gambe nel momento cruciale della qualifica. Ora il circuito è stato velocizzato e studiato in maniera molto più accurata, ma rimane un immancabile tornantino e son consapevole che le mie capacità di rilancio unite al fatto che sarò sempre in gruppo con qualche corridore mi consigliano di restare su di un prudenziale 49-15 e tale scelta, in effetti, si rivelerà finalmente azzeccata.

Scambio qualche battuta con Ale che mi suggerisce un po’ di tattiche per affrontare al meglio le qualifiche, si riveleranno consigli molto preziosi, e mi dirigo alle postazioni di riscaldamento con la batteria di rulli liberi schierati per noi. Mi piace stare sui rulli e oggi devo ammettere che scaldare le gambe è quasi secondari. Sui rulli liberi serve un po’ di concentrazione per star in equilibrio ed impegnare quella parte di testa fa sì che la restante parte riesca a sintonizzarsi su un livello di concentrazione molto alto. Dapprima inizia salire il suono delle ruote che girano e contemporaneamente avverto tutti i rumori di fondo calare. Poi, a mano a mano che le gambe iniziano ad andar da sole ed il corpo aggiusta l’equilibrio con una risultante di tanti piccoli movimenti semi volontari, ecco che quasi tutto intorno inizia ad esserci silenzio. Si resta da soli con il proprio respiro ed i propri pensieri. Inizi a focalizzare al massimo l’attenzione su te stesso e la tua bici, mai come ora parte integrante del tuo essere. Guardi quei pochi centimetri di gomma rotolare e chiedi a loro di esser generosi con te e di sostenerti nelle curve che affronterai al massimo della velocità possibile, seguendo la traiettoria migliore e cercando di farmi rilanciare la pedalata il meno possibile.

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Passa un tempo difficilmente quantificabile ed è subito ora di entrare nel parco chiuso, da qui in poi conterà solo più la capacità di fare al limite un giro intero del circuito, cogliendo l’attimo migliore per avere qualche aiuto con le scie in rettilineo ma anche di non aver ostacoli rappresentati da corridori lenti sul tracciato. Da quest’edizione dei canonici 25 minuti disponibili a sessione i primi 10 sono liberi e dedicati a memorizzare le curve. Nemmeno il tempo di veder la bandiera verde dell’inizio prova cronometrata e subito un incidente alla prima curva i fa rallentare e fermare, succederà anche una seconda volta. A differenza dei corridori attorno a me questo non riesce nè a farmi calar la concentrazione nè ad innervosirmi. Sono qui per fare questo e voglio farlo nel migliore dei modi possibili. Ripartiamo e sento la gamba girare bene ma soprattutto trovo da subito grande confidenza nei curvoni veloci. Non è banale riuscire a spingere sui pedali su di una bici da pista quando questa è in piega in una curva ma è proprio lì che risiede l’essenza di una gara come la RedHook, ovvero mettere una bici da pista a fare una cosa per la quale non è espressamente pensata ma che dona a chi la guida una sensazione unica e del tutto nuova. Di fatto è (o meglio sarà) la MotoGP del ciclismo e questo correndo lo avverto ma riesco anche a divertirmi nello stesso momento in cui la concentrazione è al massimo.

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Quindici minuti volano via in fretta e dopo un paio di tentativi abbastanza ben condotti passo gli ultimi tre giri cercando ancora un po’ di velocità residua nella gambe per godermi in pieno il tracciato, molto bel ideato, e spingere bene nelle curve che, complice anche il buon grip della superficie a terra, mi appagano di tutta la fatica fatta per arrivare fin qui.

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I numeri diranno che guarderò dalle transenne sia la finale che la “last chance race” ma va bene così, non ho nulla da recriminarmi questa volta e tutto è stato a me favorevole. Il mio livello è quello, forse si poteva limar qualche centesimo ma a costo di rischi troppo alti per questa che per me rimane una festa ed una celebrazione di un modo un po’ diverso di intendere il ciclismo. Vista da fuori la finale è entusiasmante con velocità che sono davvero da atleti di primissimo livello, contando che ci sono ragazzi che hanno un lavoro canonico 8 ore al giorno a poi sfruttano ogni altro minuto al di fuori di questo per potersi allenare c’è da fare un grosso applauso a tutto il gruppo degli ”amatori evoluti” come mi piace chiamarli.

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La domenica la passo in piacevole solitudine a fare il turista per Barcellona ma in sella alla mia bici.

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Scopro sia le enormi potenzialità che ha la bici per far conoscere in un lasso molto breve di tempo una intera città come questa, sia quanto Barcellona sia avanti anni luce rispetto alla mobilità delle nostre città italiane.

057Mi oriento molto bene, i vialoni a senso unico non spaventano chi è in bici, le (molte) piste ciclabili sono attentamente studiate e congeniate in modo da proteggere i ciclisti e non esporli ad ulteriore pericolo. Le auto, praticamente tutte, mantengono il canonico metro e mezzo di distanza nel sorpassare i ciclisti, gli incroci godono tutti di ottima visibilità e si avverte una sensazione di agio che in Italia ce lo sognamo. In più con la bici entro in tutti i quartieri antichi come El barri Gotic o El Raval che sono di fatto città nella città, con i loro angoli suggestivi e la loro unicità che probabilmente sfugge a tutti quei turisti che vedo assiepati sui bus a due piani mentre fanno il giro a pagamento della città.

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In definitiva è stato un ottimo weekend, un grazie particolare a chi mi ha ospitato in casa sua e a chi mi ha fatto sentire come a casa. Un piccolo plauso anche al personale aeroportuale che ha trattato a modo l’imballo della mia bici la quale, con semplici aggiustamenti, si è trasformata di volta in volta in commuter urbano, bici con cui affrontare percorsi extraurbani e collinosi, bici da velodromo, bici da gara e mezzo da diporto per un turismo un po’ più consapevole.

 

Le foto in questo articolo son tutte mie, ma le tre più belle sono una di Silvia Galliani, una di Tito Capovilla ed una di Quique Bueno

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