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BE A WOLF. Di notte con il solo rumore della catena a farti compagnia…

Ci sono fin troppe cose che ritenevo assurde prima di cambiare radicalmente atteggiamento nei confronti del ciclismo ed uscire dai soliti clichè: ogni bici fa un solo mestiere, non si va sullo sterrato se non in mtb, la bici da pista serve solo in velodromo, se hanno inventato i deragliatori è sempre opportuno usarli, ma dove vai che non hai nemmeno un freno montato…ecc…ecc…

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Mi mancava una barriera da infrangere nel mio personale curriculum, ovvero il classico detto per cui: “la notte è fatta per riposare, mica per pedalare”.

Ci voleva una piccola spinta, da chi aveva già provato la cosa, una sera giusta, in settimana per non trovare il traffico della movida, in estate per avere una temperatura perfetta e costante. La bici non può a questo punto essere una “normale” bici da corsa e quindi, così come chi sarà con me, decido di usare la scatto fisso. Questa scelta minimale, nonostante ci sarà molto da salire e da scendere, è dettata dal non dover pensare a nulla che non sia il far girare le gambe: niente considerazioni su rapporti, cadenze, sforzo, velocità media o di ascesa, nulla di nulla. Anche il mio Garmin lo lascio in modalità diurna senza retro illuminazione, di modo da non farmi distrarre e potermi concentrare solo su quello che mi circonderà stanotte. Siamo un gruppo non troppo numeroso, perché questa non è una gita, ma un qualcosa che per ognuno può trasformarsi in esperienza da ricordare, uno sguardo a quello che ancora il ciclismo è in grado di dare se interpretato fuori dagli schemi classici.

La partenza ha già di per sé un sapore tutto suo, quel misto di tensione ed aspettativa per un qualcosa che è sul punto di accadere, il tutto condito da euforia ed una serie di prove tecniche su quale e quanta illuminazione adoperare per ciascuna delle nostre bici (guarda caso tutte nere, per amplificare l’effetto notte).

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Dopo le prime rampe il già poco traffico si quieta del tutto, restiamo sono noi tre, il rumore delle catene e delle gomme che rotolano lentamente sull’asfalto con quel tipico accento che hanno quando si pedala da in piedi, cosa che faremo per la maggior parte del tempo trascorso in salita. Salita che, tra l’altro, conosco come le mie tasche ma che questa notte sembra mostrarmi un volto diverso. Il veder meno cose diventa ora un vantaggio. Decidiamo di comune accordo di spegnere i fari più potenti e lascare solo i led. Ed entriamo ancora di più nella notte, in silenzio. Accade, come conseguenza sensoriale, che con meno informazioni visive si acuiscono le sensazioni uditive ed olfattive. La fatica, pur ben presente, passa del tutto in secondo piano: non siamo qui per far prestazione, ma per far esperienza. Ed allora ecco che l’odore del bosco è intenso come quando in mtb sei dentro i sentieri, ma non è necessaria la stessa perizia di guida della bici, c’è ora tutto il tempo per assaporare le sfumature man mano che si sale.. dagli aceri e castagni per passare poi alle prime note al naso delle varie essenze di conifera che attraversiamo quando la quota inizia ad avvicinarsi ai mille metri.

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La parte uditiva non è così rassicurante come quella olfattiva, oltre al fascino del vento tra le fronde ed a qualche piccolo rapace, ogni tanto si avverte provenire dalla boscaglia qualche fruscio di troppo che fa subito pensare a qualcosa di grosso ed imponente come una famigliola di cinghiali, ma non si va oltre questa sensazione, per fortuna, benchè amplificata dai pensieri nel buio della notte. Diciamo che se fossi in solitaria sarebbe ancora diverso e meno rassicurante.

Continuiamo a salire e ad arrampicarci, letteralmente, sulle pendici della montagna. La fatica che si avverte è però molto diversa da quella classica del ciclismo, è più incisiva, colpisce più in profondità le fibre muscolari come a volerle stirare fino al loro limite. Nel salire in scatto fisso si devono per forza coinvolgere tutti i reparti della muscolatura delle gambe e, come ausilio, anche il resto del corpo nel pedalare in piedi deve muoversi in sincrono per accompagnare il ritmico spingere e tirare delle gambe. Benchè lento oltre ogni limite, il movimento non risulta mai goffo ma, come una danza rituale, segue un ritmo dettato dal respiro che rende sempre unica un’esperienza del genere. Ultima sensazione, quella del percepire distintamente se un tratto era esposto al sole o meno, durante la giornata. Nel primo caso si sente chiaramente il calore di queste giornate arrivare dal basso, nel secondo invece il fresco del bosco arriva sulla pelle come un balsamo, spingendoci avanti nel nostro percorso.

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Abbiamo anche la fortuna di esser accompagnati da una luna che si avvia ad esser piena, ed è uno dei migliori fari possibili. Riesce anche a restituire luce tramite il riflesso sull’asfalto dove questo è più usurato e di quel grigio chiaro che ben si intona con i pochi colori intorno a noi. Con questa pallida illuminazione si vedono anche i contorni netti delle montagne di fronte a noi e ci fanno capire con esattezza quando lo scollinamento è vicino.

Una volta in cima, ci prendiamo un po’ di tempo. Riusciamo a trovare un paio di punti panoramici che tolgono letteralmente il fiato dalla bellezza. Il contrasto delle luci, il movimento di auto e treni da qui sembra lentissimo e far parte di un plastico che pare costruito solo per il nostro piacere visivo.

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Le strade sembrano incise sulla terra con un coltello tanto sono precise e geometriche, le luci della bassa valle si diradano via via sui versanti delle montagne fino alla linea in chiaro-scuro delle creste. D’un tratto anche le nostre chiacchiere si riducono fino ad ammutolirci per far salire alle nostre orecchie i sommessi rumori che arrivano fin qui dalla civiltà sotto di noi. La sensazione è talmente nuova che faccio fatica a catalogarla e descriverla, come fossimo dei cosmonauti e sotto di noi avessimo scoperto un nuovo pianeta abitato da una sconosciuta civiltà, distantissima da noi.

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Dopo questi lunghi attimi, ci dirigiamo alla fontana e per radunare le forze e la concentrazione in vista della discesa. Qui ora siamo all’esatto rovescio della medaglia. Se la salita è concentrazione, fatica, intensità e lento avanzare (cosa che di fatto è già da sempre in bici ma in fissa il tutto è amplificato dieci volte), la discesa è pura adrenalina, attenzione totale, controllo, ricerca del limite ed esplosività nei momenti di skid per affrontare le curve. Per meglio godermi il tutto oggi ho montato, al posto del classico manubrio da corsa, un enorme manubrio da mtb, con un po’ di rise e un solido attacco di modo da render la bici un qualcosa di molto vicino alle supermotard in campo motociclistico. Oltre ad esser stato molto utile con il suo enorme braccio di leva ad assecondare la fase di salita, ora nello scendere ho un controllo millimetrico dell’avantreno della bici. Un minimo movimento impresso diventa una grande correzione alla ruota. Il tutto, con la sicurezza e precisione dello sterzo conico e con una ottima aderenza della gomma anteriore, mi dà una sicurezza che raramente ho avuto con le altre bici da pista quando affrontavo lunghe discese tecniche. Sento di poter osare di più e, complice anche un ottimo asfalto, riesco a gestire molto bene tutta la fase di skid prima delle curve, quando la bici tende ad intraversarsi lo fa sempre trasmettendo dai suoi tubi in acciaio una grande confidenza. La miscela del tutto mi riesce a divertire come non mai. Per qualche minuto riesco a mettere in stand-by la parte razionale del cervello e scendere d’istinto su di una discesa che conosco alla perfezione ma che raramente mi ha dato così tanta emozione.

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Arriviamo tutti in fondo, ci ricompattiamo. Da qui le strade si dividono per ciascuno di noi, ci salutiamo con sguardi di divertita soddisfazione per aver condiviso un’esperienza forte e nuova per tutti. Consapevoli che, anche se tutto questo ci costerà i canonici tre giorni interi di male alle gambe, ne è di nuovo valsa la pena ed i pensieri verso nuove idee arriveranno sicuramente ben prima che tutto l’acido lattico sia smaltito dalle nostre fibre.

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Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

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La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

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In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

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Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

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Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

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Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

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Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

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Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

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Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

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Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

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Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

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Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

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Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

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Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

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Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

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L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

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Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

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Contro se stessi e la natura, da Milano a Torino senza mai smettere di pedalare, di nuovo.

mi-to-2015-300x300Come ho sentito commentare da qualche amico che la sa lunga, probabilmente in tutto il panorama ciclistico mondiale non esiste una cosa come questa. Una gara non gara (ricordatelo bene) che va da A a B (come quelle vere, non ad anello come le granfondo…) con delle bici nate per correre in pista che invece per un giorno collegano idealmente proprio due tra i velodromi più celebri della storia. Dal Vigorelli di Milano ad Coppi di Torino, senza poter mai smettere di pedalare.

 

Sapevo benissimo che avrebbe piovuto, lo mettevo in conto già da qualche giorno prima dove con più minuziosità del solito mi ero dedicato ad ottimizzare posizione ed accessori sul Vigorelli per fare in modo che la bici fosse perfetta per fare quei dannati/meravigliosi 150km. Con questa sarà la quarta volta che prendo parte alla Milano-Torino, qualcosa me l’ha già insegnato questa gara, anzi molto, ma come dice il patron (mente ed organizzatore) ogni volta la MiTo è qualcosa di diverso, compresa la strada che fai per entrare in Torino. e Marcello non sbaglia, nemmeno questa volta.

Arrivo puntuale e vedo già tante facce conosciute ed amiche e qualche faccia nuova assolutamente ben venuta dato che ha fatto molti  più chilometri di me per esser alla partenza stamane e ne farà ancora moltissimi in più per tornare poi a casa.

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Dopo qualche istante arrivano gli ultimi ritardatari, chi un po’ raffazzonato ma con il sorriso a 32 denti per il solo fatto di esser qui, chi serio e determinato a fare “la gara” dando tutto se stesso dopo mesi di allenamento finalizzati anche all’appuntamento di oggi.

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Partiamo, pioviggina appena. Siamo pochi, meno di sessanta contando che ci sono state edizioni con partecipanti doppi (questa è l’ottava, per la cronaca). Ma si respira quel frizzantino nell’aria che solo chi parte per una vera avventura riesce a percepire. L’uscire da Milano verso la grande Pianura mi emoziona. Là fuori non ci saranno le schiere di palazzi a proteggerci dal vento, saremo soli con noi stessi e nessuno sa quello che si troverà ad affrontare e nemmeno chi avrà al suo fianco per supporto e se invece sarà da solo in mezzo al nulla. Battute, scherzi, commenti sulla bici e sul rapporto scelto per oggi riempiono l’aria. Come sempre ho il mio fido 49-15 ed una catena nuova e bella che fa emettere solo un fruscìo dalla trasmissione. Il bello dello scatto fisso è anche questo, una bici semplice e solida, dove udire uno sferragliare non è sinonimo di qualcosa di imperfetto ma di una rottura imminente. Arriva il primo paese, Abbiategrasso, dove la regola ferrea e non scritta vuole che si dia il via alle danze, ovvero si conceda totale libertà sul come interpretare la gara, chi si dà battaglia, chi corre, chi va al piccolo trotto e chi passeggia… Ognuno con la stessa dignità e rispetto da parte di tutti.

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Vedo avanti a me un primo gruppo iniziare a prendere vantaggio. Inizia a sentirsi un vento di traverso freddo e un po’ più di pioggia. Non ho le gambe (credo) ma soprattutto non ho la testa per andare a fare subito una scannata e tentare di agganciarmi a quel primo gruppo, non oggi, non ora che mancano 130km al traguardo. Accelero comunque ed in breve mi trovo nel gruppo di Marcello menthos ed altre gambette buone. Sarà questo il mio plotone, mi sento a mio agio e vedo da subito una buona collaborazione e veleggiamo, è proprio il caso di dirlo, ad una velocità attorno ai 36 orari.

Poi come in ogni buon film, un piccolo grande colpo di scena. Banale quanto inevitabile, la mia vescica mi ordina di fermarmi, subito! Ogni minimo scossone dell’asfalto è come un pugno nella pancia. Raduno le idee e le forze, avviso la testa del gruppo, e faccio una tirata di un minuto per poi potermi fermare per quattro lunghissimi minuti, a loro modo piacevoli.

Riparto, sono da solo, ma da lassù probabilmente qualcuno mi vuol bene: nella successiva mezz’ora non pioverà ed avrò un leggero vento di 3/4 posteriore. Mi spiano sulle prolunghe da crono e sento le gambe girare bene. Ogni tanto lancio un occhiata al garmin e leggo sempre un 4 come cifra iniziale della velocità istantanea, mi piace. Trovo un solitario e lo invito a seguirmi ma durerà poco alla mia ruota ma nemmeno me ne accorgo, purtroppo. Senza strappi e senza sentirmi al limite dopo un tempo che mi pare lunghissimo inizio ad intravedere delle giacche fluo sulla linea dell’orizzonte, sono loro. Accelero.

Poco prima di riagguantare il gruppetto vedo altri tre fermarsi proprio per le medesime necessità idrauliche, io non vedo l’ora di arrivare in scia e riposarmi un po’ nonostante le gambe continuino a girare. Rientro.

Il riposo è brevissimo ma riesco ad alimentarmi bene e a bere qualcosa nonostante non abbia gli stimoli di fame e sete so che non si possono fare scherzi e se avvertirò “il classico buco allo stomaco” sarà già troppo tardi, un po’ di (dolorosa) esperienza insegna più di mille manuali. Il tempo ora peggiora pesantemente, il freddo aumenta, la pioggia ed il vento anche che ora è puro di traverso a sferzarci. Siamo poco oltre la metà gara e ora si instaura tra noi un consapevole silenzio, di quelli che uniscono anzichè dividere.

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cerchiamo per quanto possibile di evitare buche, pozzanghere ed ormaie che sono un ulteriore freno alla nostra avanzata. Ogni pedalata ora è dosata per non fare sforzi più del necessario e sprecare energia. La nostra media si abbassa sensibilmente. Stare a ruota è tanto difficile quanto necessario; solo ogni tanto quando son dietro a Lorenzo aka Benza ed il suo ferriveloci con un antiestetico ma efficace parafango riesco a respirare a bocca socchiusa, altrimenti ben serrato per non bersi i veleni tirati su dall’asfalto con l’acqua.

Non ce ne rendiamo conto ma, nonostante tutto, i chilometri passano via uno dopo l’altro, come mattonelle di un domino lungo da Milano a Torino. Inizio ad avere i piedi zuppi e a sentire la sensibilità sparire da mani ed avambracci ma non devo fargli prendere il sopravvento. Inizio a muovermi il più possibile per riattivare la circolazione a modo, cambio posizione sul manubrio e sulla sella e sento il mio corpo rispondere ed è una bella iniezione di fiducia. Soprattutto le gambe ci sono ancora e tanto vale sacrificarsi ora per il gruppo che non verso la fine quando magari non ne avrò più. Mi metto davanti, braccia sulle prolunghe, posizione comoda ma efficace e senza strappi mi porto di nuovo ai 35-36 orari con ogni tanto qualche sparuta occhiata al farmi star a ruota da tutti gli altri.

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Vado avanti fino a che mi sento un lieve bruciore nei quadricipiti, credo sian passati  dieci minuto o forse qualcosina di più. Mi allargo e mi alzo rallentando, mi volto e ho una sorpresa: siamo rimasti in cinque. Non era una selezione voluta, ma di fatto nemmeno la selezione naturale lo è, anzi spesso mi son trovato io ad essere il selezionato anzichè selezionatore quindi va bene così. Le scritte stradali con l’indicazione Torino si fanno più frequenti e questo fa tanto morale nel nostro piccolo plotone. A Chivasso faccio strada io per il viale centrale in pavè, certo non troppo piacevole ma accorcia un po’ la strada  e tutti lo riteniamo un ottimo scambio: strada per fatica. Brandizzo vola via veloce e ci ritroviamo al cospetto di Settimo Torinese dove a mio parere è necessario onorare questa corsa dando il tutto per tutto perchè è qui che si è sempre decisa ed è qui che se ne si ha la possibilità si deve fare la differenza.

Vedo il buon severinodigiovanni della CCSC (che sta per Ciclo Club Scappati di Casa – geniale) un po’ insofferente sulla poca voglia rimasta a tutti di tirare. Mi par evidente che ne ha e non voglio fare l’egoista quindi mi affianco a lui e gli chiedo se ha voglia di fare una cavalcata finale come si deve. Acconsente, credo non vedesse l’ora nonostante i 135km già sulla schiena per entrambi: “aspetta, non questa rotonda, la prossima si va”. Mi fa un cenno, ed all’uscita della rotonda designata diamo tutto quello che abbiamo. Ci segue un terzo ma poco male. Settimo è come un videogame fatto di zone pedonali e sensi unici in verso opposto. L’unico vantaggio è che il meteo e l’ora di pranzo ci tolgono una buona fetta di traffico ed in men che non si dica leggiamo l’enorme scritta: TORINO!

resta in pratica solo più una svolta decisiva, quella che porta verso la “via del cimitero” che avevo anche provato un po’ di tempo prima. Non so se è la più redditizia ma di sicuro è la più corta ed ora c’è solo voglia di arrivare. Il terzo con noi compie l’inspiegabile errore di allungare di fronte a noi, ben sapendo che solo io conosco la strada. Svoltiamo compatti io e severino con un classico gesto di chi è avvezzo a girare in bici in città. Ora tutto dritto fino al ponte pedonale sul Po che con il suo bianco è quasi come uno stendardo dell’arrivo. Manca solo più la rampetta sterrata di discesa dal ponte, fatta con il solo terrore di bucare e poi la svolta per gli ultimi duecento metri fino all’arrivo!

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In quell’attimo in cui sento di aver superato anche l’ultimo metro di corsa mi sento così bene, appagato e fortunato che sento le gambe girare da sole e portarmi ancora avanti, rallento ma non esito e, incredibile a dirsi, alzo la testa verso l’altro provando quasi piacere a sentire quelle sottili gocce di pioggia sulla pelle come fossero le prime a solcarmi il volto in una giornata in cui in fondo non mi importa di quanto è stata dura, ma ben di più mi rende felice aver conosciuto una parte in più di me stesso e di aver condiviso la strada con persone che meritano il più alto rispetto. Al prossimo anno, per la nostra unica ed irripetibile classicissima di primavera.

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PS: la mia traccia su Strava qui (con tutti i paesi toccati…) ed un po’ di belle foto qui grazie a Vittorio Chingò

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Vi racconto delle mie bici – puntata 4 di 7: il mio primo anno con il Vigorelli

Questo articolo più che una presentazione vorrei fosse letto come un viaggio, perchè alla fine è una storia di amicizia, di persone, di fiducia reciproca e di un ottima bici.

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La storia la sapete quasi tutti ormai, ma ne faccio un riassunto anche per mia memoria futura. Dopo i primi anni passati a correre e fare esperienza nelle criterium a scatto fisso prima con il mio glorioso e primo telaio da pista (un classico acciaio proveniente dal velodromo di Cento) poi con lo storico Bianchi D2 (quando ancora la casa faceva tutto qui in Italia), nasce la voglia e la scintilla per creare una squadra di quelle vere ed unite prima di tutto dall’amicizia, questa squadra era il CYKELN racing team e in breve tempo finimmo sotto gli occhi di tutti, grazie a risultati sportivi eccellenti delle migliori gambe della squadra, ma anche grazie (soprattutto direi) ad un’attitudine volta prima di tutto all’amore per il ciclismo in tutte le sue sfaccettature, alla voglia di gareggiare per il puro spirito della competizione innata in ciascuno di noi e, non ultimo, per la voglia di stare insieme e condividere dei bei momenti insieme.

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Questa bellissima storia fu da incipit per una storia ancora più grande, fatta di una collaborazione mia diretta con Cinelli e in parallelo con la nascita del team Cinelli-Chrome che non credo abbia bisogno di presentazioni.

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Sia io che gli atleti del team ufficiale abbiamo ricevuto in uso un telaio Cinelli Vigorelli. Il mio vantaggio, da affiliato, è quello di aver completa libertà sia su quali gare correre, sia, soprattutto, sul montaggio della bicicletta e questo per me è un vero invito a nozze giacchè mi piace testare e sperimentare la bicicletta a scatto fisso in tanti e differenti contesti, ma andiamo con ordine.

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Il giorno della consegna dei telai e l’avvio della collaborazione fu un qualcosa di straordinario. Partito in sordina ed in (quasi) assoluto segreto, mi ritrovai ai cancelli dell’headquarter della casa dalla grande “C”. Con mia sorpresa il timore reverenziale cessò in un istante e la sensazione di trovarmi tra persone che conoscevo da sempre ha avuto la meglio. Belle vibrazioni e sorrisi veri da parte di tutti, con la consapevolezza di star iniziando qualcosa di grande e bello, il resto della storia principale già la conoscete.

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Da una stagione pedalo, corro, mi alleno, mi sposto in città e tento qualche folle impresa con quello che a ragion veduta è ancora oggi il telaio chiave di casa Cinelli, che ne ha svecchiato l’immagine, che ha avvicinato centinaia di persone al ciclismo facendole passare dalla porta di servizio ma dando a ciascun possessore una grande opportunità di capire e conoscere cosa può fare una semplice (semplicissima, in questo caso…) bicicletta e facendo da ponte per altre mille discipline ciclistiche.

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Il mio primo montaggio e la prima prova è stata al velodromo e non uno qualsiasi ma il Fassa-Bortolo di Montichiari (BS) attualmente l’unico velodromo coperto ed a standard olimpico presente in Italia. Dopo dieci pedalate il feeling fu tale da spazzare via tutti i luoghi comuni sul Vigo: questo è a tutti gli effetti un telaio da pista, mi ha fatto subito trovare a mio agio sulle paraboliche in legno e la prontezza e reattività sono da primo della classe.

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Le cose irrinunciabili nel mio set up sono la sella San Marco Zoncolan (ogni fondoschiena ha la sua, chi  pedala lo sa), il reggisella Thomson (chiunque ne abbia mai montato  anche uno solo sa il perchè) ma soprattutto la guarnitura delle officine Mquadro che sono in primis due grandi amici con la mia stessa passione, ma con il talento, la conoscenza e l’impegno che li ha portati da essere due ragazzi che smanettano in un garage (questa scena da qualche parte l’ho già vista…) a diventare una realtà solida e conosciuta in tutto il nostro mondo, fino ad essere uno dei principali sponsor tecnici della RedHookCrit.

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Oltre questi capisaldi ho avuto il piacere di divertirmi con un valzer di ruote abbastanza disparato: dal classico assetto da alta velocità con le Miche supertype pista, ad una posteriore basso profilo con un eccellente mozzo Dura-Ace per i tracciati tortuosi delle crit e per i lunghi allenamenti in extraurbano, per finire con la classica ruota del cosiddetto “hillbomber” ovvero una ruota a prova di proiettile (leggi: sfilettamento pignone) con il classico mozzo da MTB anteriore convertito e pignone avvitato ai 6 fori del supporto disco per le uscite con dislivello e per l’avventura montana di cui già sapere tutto.

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Beh, in sintesi dopo 1.485km fatti nelle più disparate condizioni e contesti ho capito il perchè il Vigorelli rimane un caposaldo della produzione Cinelli. E’ il telaio a scattofisso più versatile ed efficace che abbia mai pedalato. Con un semplice cambio di ruote e rapporto sa trasformarsi da bici da velodromo a commuter veloce per la città, da bici per le imprese in montagna a strumento per le competizioni nelle criterium dove, oltre la gamba, conta (e non poco) saper guidare al limite la bicicletta: spesso senza la possibilità di correggere le traiettorie dato che si hanno solo le gambe per gestire i rallentamenti e la classica pizzicata del freno posteriore per aggiustare il tiro non può esser fatta per definizione di criterium a scattofisso.

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E’ proprio il feeling con l’avantreno che ritengo sia ad oggi il migliore con cui abbia avuto a che fare: preciso, sensibile, pronto e sicuro. Mi ha aiutato in molte situazioni e spesso è stato un vero vantaggio nei confronti di avversari con bici molto più blasonate e costose.

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2567Anche in montagna ed in giri oltre le quattro ore ha saputo essere sia sincero nelle reazioni (lo so che di per se non ha senso andare in montagna con una bici da pista, ma ormai è peggio di una droga, tanto che fixedforum gli ha ora dedicato una intera sezione) sia tutto sommato anche confortevole a dispetto di tutti i luoghi comuni sui telai in alluminio, fatto vero forse negli anni 90, ma ora i progettisti sanno esattamente come fare un buon telaio in alluminio, basti pensare al fantastico (e vendutissimo) CAAD10.

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Ora la nuova stagione è alle porte, l’allenamento dopo una breve battuta d’arresto è ripartito, ed io sono ansioso di provare ancora una “valigiata” di emozioni e di divertirmi come un bambino alla guida di questo bel prodotto dell’ingegneria nostrana.

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Ndt: le belle foto sono di Silvia Galliani, Miriam Terruzzi, Emanuele Barbaro, Rosario Liberti, Andrea Schilirò.

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come se fosse il GP di Monaco, ma sono su di una bici, ed i freni non ci sono. #critdeiponti

Oramai nel bene e nel male son considerato il “vècio” delle criterium dato che ho avuto la fortuna di esser dentro questo mondo sin dal primo giorno. Questa volta sono stati proprio gli amici di sempre a sorprendermi e ad organizzare una gara che mi è rimasta dentro, ora ve la racconto.

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Le cose cambiano, come si dice, ma le persone restano. Qui e oggi questa frase si rende ancora più profonda nel suo significato e si associa ad una delle cose che più mi piace fare in sella ad una bici: le criterium a scatto fisso.

Eh sì, perchè le menti dietro alla criterium dei ponti, sono i ragazzi della Brianza, quelli che dalla preistoria di questa disciplina di nicchia sono sempre stati attivi a correre e ad organizzare una marea di eventi, sempre belli, genuini e divertenti come dovrebbero essere sempre queste gare (o garette, che è meglio). E allora dopo i km violenti, le Milano-Pavia, le alleycat anche loro hanno avuto la voglia, l’ambizione e la capacità di organizzare una criterium in grande stile prendendo a prestito, diciamo così, le strade centrali di un intero paesino del milanese, Pogliano.

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Come sempre non arrivo con grande anticipo, le strade sono già giustamente tutte chiuse al traffico con un notevole ed encomiabile sforzo organizzativo, di fatto senza precedenti a mia memoria eccetto la redhook, ma con un budget di meno di un ventesimo, occhio e croce… Ai gazebo ritrovo gli amici di sempre questa volta siamo ancora più mischiati e variopinti il che ci tiene a distanza siderale dagli eventi del ciclismo ufficiale dove ogni squadra ha il suo “recinto”, qui invece i confini non ci sono, ci si riconosce a naso e dall’esterno capiscono l’appartenenza solo per le maglie indossate prima di entrare nel circuito, bello bellissimo, non abbiamo bisogno d’altro se non di noi stessi per correre, facciamo la differenza anche agli occhi curiosi degli abitanti del posto a cui per oggi togliamo un po’ di libertà di movimento ma doniamo i nostri colori.

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Il percorso è subito pronto per esser testato, mi muovo con un po’ di circospezione insieme ad altri compagni di corsa. Devo essere onesto, la prima sensazione è pessima: zero vie di fuga nelle curve, tracciato veloce e tutto tra muretti, tratti in pavè, cordoli rialzati ovunque… Siamo in un dedalo di vie in un piccolo paesino, avendo in mente quali saranno le velocità in gara non riesco a star tranquillo e ad avere una buona concentrazione per la prima batteria di qualifica che da lì a qualche minuto mi vedrà impegnato. L’organizzazione ha fatto di tutto per mettere in sicurezza il tracciato, ma è la sua morfologia che lo rende estremamente tecnico e delicato.

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Nonostante tutto mi schiero al via della batteria, ho un vantaggio però, conosco praticamente tutti quelli con cui correrò, e sono tutti ragazzi di esperienza che sanno come si guida una bici da pista pura dentro un circuito del genere. So già fin da subito che non giocheranno brutti scherzi nell’impostare curve e traiettorie durante i 10 giri a venire. Non mi sbagliavo.

Appena dato il via dal direttore di gara ci sgraniamo subito al meglio, le curve scivolano via sotto alle nostre ruote, una dopo l’altra e man mano che i giri scorrono capiamo esattamente fin dove poter osare, fino a dove poter mettere millimetricamente le nostre esili impronte dei battistrada delle gomme e fare vere e proprie “barbe” a cordoli e muretti. Dieci giri scorrono veloci e conservo sufficiente lucidità per contare quanti siamo ed esser certo della mia qualificazione in finale, provo anche a risparmiare un po’ di gamba che poi la gara avrà di sicuro un altro passo imposto dai funamboli dello scattofisso.

Dopo la gara podistica sul medesimo tracciato (non ci si fa mancare nulla noi) ecco che, al solito, inizia a salire la vera tensione pre gara, quella che chiude lo stomaco, tende i muscoli “a vuoto” e dà quell’impressione di muoversi al rallentatore, come dentro quei sogni fastidiosi dove si cerca di correre fuggendo e non ci si riesce a muovere. Ma infondo è una delle cose che fanno delle corse quella strana cosa che crea dipendenza una volta che le si prova ed anche qui il copione si ripete, sempre uguale eppure sempre diverso.

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La partenza è subito a tutta, il gruppo benchè piuttosto numeroso (siamo in quaranta) si sgrana subito bene e dopo pochi giri si delineano gli inevitabili tronconi che faranno ognuno la sua gara: i ragazzi davanti, quelli che seguono ma a buon ritmo, chi arranca e chi prova comunque la sensazione di essere dentro una corsa vera. Io mi ritrovo con amici vecchi e nuovi a battagliare nel secondo gruppo di inseguitori, siamo in 6 ed il ritmo è comunque elevato e non ci si risparmia, anzi si aumenta progressivamente che le gambe entrano in temperatura e man mano che le traiettorie vengono interiorizzate da ciascuno di noi, ognuno la sua ma tutte armonicamente insieme.

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Ed è qui che mi viene inevitabile la sensazione di trovarmi dentro il più folle, insensato, anacronistico e storico circuito della Formula1, in quel Montecarlo, dove a farla da padrona non è la pura velocità ma il coraggio e la perizia dei piloti nel pennellare i muri ed i cordoli, curva dopo curva, giro dopo giro. Il tratto prima dell’ultima curva poi è davvero perfetto, interamente attorno alle case, con l’asfalto che termina esattamente contro i muri, dando la possibilità di stare ad un soffio dagli ostacoli per fare meno spazio possibile ed arrivare all’ultima curva in posizione ideale.

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La gara scorre veloce, la trance agonistica fa in modo che nessuno sia lì a risparmiarsi ma tutti a loro modo collaborino per tenere il ritmo il più alto possibile, senza tatticismi dato che qui tutti stiamo inseguendo il gruppo che ci precede, ma ancora di più stiamo inseguendo la nostra voglia di andare sempre più veloce, sempre più vicino al limite di piega che gomme e pedali ci consentono. Verremo “destati” a due giri dalla fine dalla moto di sicurezza che ci segnalerà l’arrivo del gruppo di testa che si approssima a doppiarci. Poco conta, leggo in tutti gli occhi che incrocio l’emozione e la soddisfazione per aver fatto ancora una vota una gara al meglio delle proprie possibilità, ognuno a suo modo.

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Oggi non ci sono stati come nel circus della Formula1 i rombi di motore, è stato tutto silenzioso e rispettoso dei timpani degli spettatori, ma non meno emozionante e carico di adrenalina. Questo è quello che traspare anche sentendo post gara i commenti di quelli capitati lì per caso a vedere questi ciclisti così diversi dal solito. Corridori con bici che oltre a non avere i freni devono essere senza qualche rotella nella testolina, probabilmente devono essere gli ingranaggi interni che trasmettono timore e cautela alle gambe, quell’informazione lì proprio non riesce a propagarsi nè in me nè in quelli che mi ritrovo accanto, sul filo dei 45 orari tra i muretti di un sonnolento paesino milanese che oggi ha visto questo strano circo approdare sulle sue piccole strade.

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PS: le bellissime foto sono di Silvia Galliani ed Emanuele Barbaro

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the day when Izoard became #isoHard. un’avventura nelle alpi a #scattofisso

ok, ammetto che ultimamente il blog sta prendendo una piega un po’ autocelebrativa, ma questa è da raccontare dato che proprio un anno fa davo del folle a chi tentava cose simili, quindi vi racconto anche di come si può cambiare idea senza passare (troppo) per opportunisti.

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L’inizio della storia è semplice e parte da una convinzione in me piuttosto radicata in ambito ciclistico: “ogni bici fa il suo mestiere”. E di fatto ancora la applico, altrimenti non mi troverei sette biciclette piuttosto differenti nel mio garage: la bici da cx per il cx, quella da strada per la strada e quella da pista per la pista

Poi si sa che una delle mie fortune ciclistico/sociali e far parte sin dal primo giorno o quasi dell’amato/odiato fixedforum, dove ci si incontra e si discute di ciclismo alternativo, urbano, sempre sopra le righe ma portando anche tante esperienze diverse e tanti modi di intendere la bicicletta senza preconcetti e preclusioni dove alla fine ci si stupisce della diversità di interpretazione di una cosa così semplice come una bici.

“Se non provi non puoi capire” (cit.)

 

005Questo più delle volte fa la differenza, come a chi è titubante ad usar la bici per andare al lavoro: la vera differenza lo fa uscire di casa e provarci. Così tra una discussione e l’altra (anzi, scusate, nel forum si chiamano thread…) ci si ritrova a parlare di far salite pedalando una scatto fisso. Ed intendo salite vere, non cavalcavia ma Alpi, quelle vere e sopra i duemila metri di altitudine.

 

TBMAl giorno d’oggi raramente ci si arriva per primi alle cose, a maggior ragione in un ambiente così frastagliato e vario come il ciclsimo mi trovo a vedere chi già ha tentato cose simili, impensabili ed agli occhi dei più (ciclisti compresi) del tutto prive di fondamento logico. Parlo del gruppo di Track Bike Militia che nel cuore della svizzera sviluppa un’attitudine ed un approccio del tutto particolare alla montagna in biciletta, affrontandola proprio con una bici da pista, con nulla se non lo strettissimo indispensabile: catena-corona-pignone. Il loro risalto mediatico è subito forte e genera in me anche qualche sospetto di una loro caccia alla visibilità. Poi conosco di persona Larz e tutto cambia. Personaggio schivo, essenzialmente un tatuatore, con però un profondo rispetto verso le montagne essendo lui un americano trasferitosi in Svizzera. Princìpi ed attitudine che vanno in positiva collisione con il mio modo di pensare e allora piano piano si insinua il dubbio che forse davvero si riesca a trovar qualcosa anche in questo lato così estremo del pedalare.

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Complice una bici versatile e tuttofare oltre le mie aspettative come il Vigorelli ed una ruota messa a punto per essere un vero “carrarmato della strada”, mi trovo a pedalare un rapporto adatto a strade non del tutto pianeggianti come quelle intorno a casa. Da lì a provare una salita il passo è brevissimo. D’altronde sono nato e cresciuto in montagna ed ho iniziato andare in bici perchè c’erano le salite e la continua sfida con se stessi nell’affrontarle e trovarne si sempre più alte ed ardue da scalare. Il primo impatto è stato forte, fin troppo, benchè breve. C’era ancora da alleggerire il rapporto fino a giungere a quella combinazione quasi magica: 47-17 devo ricordarmi di approfondire questa accoppiata dal punto di vista numerologico, potrei avere altre interessanti sorprese.

Il dubbio diventa voglia di provare, ancora e ancora. Il buon Michele di Mquadro mi fa arrivare proprio quella corona da 47 denti che mancava ed è quello l’ultimo tassello a completare l’intero puzzle. Non si può più andar per piccoli passi, ora si deve fare il salto ed affrontare le montagne vere, con una bici sulla carta (di nuovo…) sbagliata ma che ha nella sua essenzialità la capacità di fare affiorare conoscenze che altrimenti resterebbero lì, sepolte sotto la brace della passione per il ciclismo.

Ne nasce innanzitutto una bella discussione sul forum, per confrontarmi con chi ha già fatto propria questa (non esagero) filosofia e cercare di capirne qualcosa di più e nel contempo organizzare un giro vero su strade vere e, guarda caso, cariche di gloria.

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Si andrà l’ultimo giorno di un luglio troppo isterico dal punto di vista meteo, speriamo di imbroccare la giornata giusta. Cerco qualche compagno di strada, ne troverò solo uno alla fine, ma che vale per dieci visto quanto ha saputo darmi sia umanamente sia dal punto di vista squisitamente tecnico. Viene da lontano, con un sacco di cose da raccontare e con quella luce che vedo accendersi negli occhi quando, ancora in auto, arriviamo a vedere la vallata di Briançon dove scaricheremo le bici ed inizieremo quello che per me è stato un piccolo viaggio di meno di cento chilometri sulla strada, ma anche un vero viaggio interiore a scoprire il sapore di sfidare un colle da 2360metri sul livello del mare con la bici non sbagliata, sbagliatissima proprio.

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Il percorso è il classico giro dell’Izoard, affrontando la salita dal versante storico, quello a sud. Il vantaggio è di avere i primi 50 chilometri molto abbordabili in un cosiddetto “mangia e bevi” ovvero una bella altimetria ondulata unita a dei panorami assolutamente mozza fiato per chi ama la montagna, con gole, rocce e laghi degni ognuno di una sosta e di qualche foto. Partiamo a metà mattina carichi di speranza nei cuori e di zuccheri nel sangue.

 

009Ma non c’è troppo tempo da perdere in foto e soste, dopo un inizio dove sento le gambe un po’ rugginose via via la strada mi dona energia. Sento sensazioni sempre migliori ma fino ad ora non ci sono grandi differenze rispetto ad esser con una bici da strada. Certo, ho mulinato nelle discesine ed mi son alzato sui pedali per superare qualche dislivello, ma questo pedalare a scatto fisso fino ad ora mi è del tutto familiare, gestisco con le gambe e apprezzo l’inerzia del fisso come sempre, come nel tutti-i-giorni cittadino da ormai qualche anno. Mano a mano che ci avviciniamo all’inizio della salita vera sento sia la smania di iniziare a scalare sia la paura di non farcela e dover per qualche motivo desistere e darla vinta alla montagna. Vedo Stefano molto più sereno e questo mi trasmette una piccola dose di tranquillità, lui ha già scalato sua maestà lo Stelvio ha una chiara percezione di cosa vorrà dire passare le prossime due ore in salita con una bici da pista con la consapevolezza che solo l’esperienza diretta può dare.

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Iniziamo, c’è ancora qualche breve tratto pianeggiante che ci fa respirare, la cadenza rallenta ma con qualche sforzo arriviamo in quel paesino da cartolina che è Arvieux. Da lì in poi sarà solo montagna con sopra di se una lingua d’asfalto che l’attraversa.

 

Dopo la breve pausa la salita si fa inesorabile e la strada nel primo tratto è caratterizzata da un unico lungo rettilineo in pendenza attorno all’8,5%. Far girare le pedivelle diventa una questione non più solo di gambe, tutto il corpo è convolto nel movimento e nel frattempo la mente è occupata a convincere il resto di me che si può fare, che non è così dura come temevo ma che non bisogna abbassare la concentrazione perchè ogni movimento superfluo è energia sprecata ed ogni spreco ha un prezzo da pagare. La cadenza è bassa (attorno alle 25-30rpm, per i tecnici) ma costante, la danza che così tante volte ho visto magistralmente eseguita dagli scalatori celebri del ciclismo di ieri e di oggi io la devo ripetere, ma in slow-motion, studiando attentamente ogni singolo istante della continua rivoluzione delle pedivelle. Tutto il corpo si muove in piedi sui pedali ma non c’è affanno, il cardiofrequenzimetro mi conferma che non c’è foga nei miei gesti e che cercare di accelerare equivarrebbe a far saltare l’equilibrio precario su cui si regge il mio avanzare. Non si tratta di fare una buona prestazione si tratta di ripetere quasi all’infinito una serie ben precisa di movimenti codificati, come in un’arte marziale dove al combattimento si affiancano anni di studio del portamento di ogni singolo colpo, fino a destrutturarne del tutto la loro complessità e ad interiorizzarne fino in fondo l’essenza. Ecco questo mi sta accadendo, sto prendendo a poco a poco una nuova, inaspettata e sorprendente consapevolezza di quello che il  mio corpo è in grado di fare, di come sia possibile trasporre il canonico gesto della pedalata su di un nuovo e più profondo piano. Non penso più a quanto manca alla vetta o a quanto dislivello ho superato, tengo il mio ritmo costante, necessariamente differente da quello di Stefano perchè nessuno è uguale all’altro e qui, oggi, non cerchiamo di competere, oggi cerchiamo un nuovo pezzo di noi.

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La salita è completamente silenziosa, i rumori della natura intorno diventano ovattati e ascolto in primo piano il rumore che emette la bici ad ogni pedalata, ogni volta che carico il mio peso per far affondare il pedale e nel contempo tiro con la gamba opposta per favorirne il movimento, il rumore è come uno “swoosh” flebile, gentile, seguito da un altro e poi un altro, monocorde a meno di impercettibili variazioni armoniche. Poco a poco mi rendo conto che io da qualche parte questo suono l’ho già sentito ma in un altro posto, in altre condizioni, ma è proprio quel suono lì. Ad un tratto capisco, non è una stupidaggine, quello lì è proprio il rumore del mare: continuo, inesorabile, noncurante di chi o cosa lo sta a sentire lui suona il suo invisibile spartito perchè così è deciso, quella è la sua natura. Oggi il mare lo sento quassù dove ora non crescono nemmeno più gli alberi data l’altezza e noi abbiamo ancora l’ambizione di salire più in alto. Sono come un violinista, l’archetto è quella sottile striscia di gomma della mia ruota posteriore, le corde sono quell’asfalto che ha visto migliaia di storie differenti su di se e che oggi ne racconta un’altra, probabilmente per la prima volta.

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Passa una mole di tempo che non saprei sul momento quantificare e quasi mi dispiace veder spezzato questo piccolo incantesimo, benchè a risvegliarmi sia il lunare e maestoso paesaggio della Casse Desertes, anzi a ben vedere ciò che ora vedo è del tutto simile ad un fondale oceanico riemerso e allora mi convinco ancor di più che per una volta ho sentito il suono del mare nel cuore delle Alpi, ne sono del tutto certo.

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025A questa incredibile fase ne seguono poi altre, molto meno interiori e (lo scrivo, perdonatemelo) Zen, dove la fatica e la concentrazione lasciano spazio alla gioia e alla soddisfazione di poter condividere con un amico l’esserci riusciti ed aver portato due bici da pista dove non erano mai state, ci sentiamo un po’ degli astronauti a pedali ed il paesaggio alieno aiuta parecchio. Veniamo poi anche avvicinati da un gruppo di motociclisti tedeschi incuriositi da quelle bici così spoglie ma che sanno dare così tanto ha chi ha la perizia di far di loro non solo un attrezzo sportivo, ma uno strumento per capire meglio il proprio corpo e quindi capire più a fondo anche se stessi.

 

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PS: ovviamente c’è stata anche la discesa come parte del giro. Stefano era brakeless, io no ma ho cercato di interpretarla come lo fossi. La differenza sta che lui l’ha affrontata con una sicurezza che mi ha quasi disorientato, io ora ho le braccia a pezzi, le vesciche ovunque sulle mani ed ho spolpato un Vittoria randonneur da 28mm che era nuovo di pacca…

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when you go through the hell, keep going! my #MiTo2014 in #fixedgear @vostokmilano

Come ho anche sentito dire, sono le condizioni peggiori a rendere grande un gesto, alla fine si trattava “solo” di fare 150 chilometri senza mai smettere di pedalare…ma andiamo con ordine.

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016Milano, domenica mattina ore 7:25, vialoni deserti, cielo grigio cemento e odore di pioggia. Atmosfera incantevole e cornice ideale per il mio inizio di giornata. Sto andando al velodromo Vigorelli per uno degli appuntamenti più prestigiosi dell’anno per il movimento del ciclismo urbano a scatto fisso: la Milano – Torino per bici fisse. Non è la mia prima volta, ma senza esser banale è un po’ sempre una prima volta. Parto dal vantaggio di aver dormito in Milano, sono riposato è ho fatto una buona colazione, ho con me un buon abbigliamento tecnico e la bici è in perfetto ordine dato che giusto una settimana prima ho potuto fare un buon test su una distanza paragonabile.

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Arrivo al Vigorelli e faccio l’ultimo tratto di strada con il buon “Rido” che trovo anche lui in bici verso il velodromo. Non va solo a fotografare la partenza, quest’anno infatti è una “prima volta” perchè non partiamo dai cancelli, ma partiamo (anche se solo simbolicamente) da dentro il velodromo. Entrare in quella pista è un’emozione che mi sorprende. Conosco la storia del Vigorelli, ma vederlo fa un effetto completamente nuovo: è maestoso, elegante, un silente gigante addormentato, mi colpisce nel profondo ed ho un certo timore a metter le ruote su quel legno. Non siamo molti, ma siamo i più coraggiosi che vogliono sfidare meteo e strade disastrate nello spazio che collega Milano a Torino. C’è anche la concomitanza con una classica monumento come la Milano-Sanremo e come ho letto sul forum in merito al fatto che chi fa del ciclismo una professione è pagato per correre a differenza nostra che lo facciamo per quell’ineffabile spirito di competizione: “loro sono prò, noi siamo eroi”, capirò solo a Torino la forza di questa espressione.

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Pariamo che ancora non piove, facce sorridenti ovunque, mi ricorda la partenza del bus alle gite delle scuole medie dove quasi mai importa l’esatta destinazione, ma c’è la gioia del fatto stesso di partire insieme e così è oggi.

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I primi chilometri passano lenti di andatura ma veloci come sensazione, siamo compatti e motivati tutti, ognuno con le sue di motivazioni (chi semplicemente arrivare chi vuol “fare la corsa”) ma tutte estremamente nobili. In questa gara non c’è nulla in palio, se non la consapevolezza di come la si conduce e la si porta a termine. Fin quasi al 60°km (e due ore di pedalata) tutto scorre bene anche se la pioggia è arrivata e si fa sentire, ma soprattutto inizia ad alzarsi un vento gelido che spira da nord-ovest e non fa ben presagire.

Come in un copione già scritto i ragazzi di Vostok si portano davanti e l’accelerazione è netta e precisa come una scure che separa in due il gruppo, quelli che in qualche modo arriveranno a Torino e quelli che hanno loro malgrado l’agonismo nel sangue per il puro piacere di combattere in sella a delle bici che tecnicamente dovrebbero restare confinate nei velodromi. Seguiranno 40 infiniti chilometri di pura sofferenza sui pedali. Il vento aumenta sempre di più, improvvisiamo dei ventagli per cercare di stare coperti ma non siamo più di 18 corridori, le buche sono un insidia costante e purtroppo mieteranno troppe vittime anche nel gruppo di testa. La pioggia non molla anzi si mescola al vento rendendo la percezione del freddo acutissima. Le mani iniziano a formicolare, gli avambracci, più delle stesse gambe, si tramutano in pezzi di legno dallo sforzo di tener a bada la bici dalle folate e contemporaneamente evitare i crateri nell’asfalto. E’ dura, non si parla più, ci si intente a piccoli gesti codificati nel ciclismo di tutto il mondo si stringono i denti fino a sentir male alle mascelle. Ormai siamo qui, al centro dell’inferno, non ci resta che andare avanti. Il mio amico Alan mi chiede di sfilargli una confezione di gel dalle sue tasche perchè ha perso la sensibilità alle mani, lo vedo in crisi, provo in tutti modi a svolgere quel compito sulla carta così semplice ed ora così complesso. Ci riesco… la pioggia si fa meno intensa, siamo a 110km fatti e 40 ancora da fare, siamo in pochi e ci guardiamo in faccia come dei sopravvissuti.

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Nonostante tutto le gambe ci sono ancora (dei piedi ho vaghe notizie) qualche piccola scaramuccia mi fa capire che arriveremo a Torino ma non sarà banale piazzarsi bene. Siamo alle porte di Chivasso, che conosco bene, ma tutti il nostro plotone decide di fare la circonvallazione del paese, io sarei andato dritto per il centro, malinteso ad una rotonda con un altro corridore, nemmeno il tempo di realizzare e son per terra a scivolare con i gomiti sull’asfalto ancora bagnato.

Una stagione di ciclocross mi ha insegnato a rialzarmi al volo e probabilmente questo gesto mi è entrato in profondità, nelle ossa. Come se avessi ancora la Zino mi rialzo, un occhiata che non mi sia caduto nulla dalle tasche e risalto in sella. Qualcuno ha anche pensato di allungare ma siamo tutti stanchi, rientrare mi costa ma il grande Marcello mi dà una mano e siamo di nuovo tutti compatti.

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Arriviamo a Settimo T.se, la vera chiave della gara. Sapevo che la dinamica sarebbe stata identica allo scorso anno: io e Marcello marchiamo Cronoman-Ferdi, lui taglia dritto, gli altri fanno il giro, lo seguiamo solo io lui ed Alan con la consapevolezza che la mossa è quella giusta. Qualcun altro passato il paese si ricongiungerà ma spendendo troppo. Siamo in sei. L’ultima svolta decisiva è quella da Via Torino a Lungo Stura Lazio, l’unica cosa da fare è marcare a uomo Ferdi e così faccio. Lui taglia “dritto per dritto” io con lui, mi segue solo Alan. Siamo in tre, il podio è questo qui, ora c’è solo da capire in che ordine.

Provo a rilanciare per portarmi sotto, mi alzo sui pedali ma le gambe non accettano più questo tipo di sforzo. Ferdi è ormai a 30 metri e con una bici a scatto fisso un buco del genere non lo chiudi a meno di chiamarti Eddy Merckx. Alan mi raggiunge, mi rifugio sulla sua ruota e gli grido le ultime due svolte che conosco a memoria… manca un solo chilometro. Scatta qualcosa nella mia testa, non mi posso alzare per rilanciare perchè i crampi mi farebbero risedere all’istante, ma d’istinto mi rannicchio sulle prolunghe da crono ed in quella posizione esco di ruota e butto fuori tutto quello che mi rimane, scopro che è anche di più di quanto immaginassi ed una rapida occhiata al Garmin mi fa leggere i 43km/h, non mi volto, continuo. Tiro su la testa a 50 metri dall’arrivo, intuisco figure amiche, ho ancora paura di cadere a causa di una buca o di un tombino ma riesco ad alzare almeno un braccio (due braccia le può alzare solo chi vince) e caccio fuori un urlo di liberazione per avercela fatta, sono secondo dietro ad un vero campione come Ferdi vincitore per il terzo anno di fila.

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Fatico anche a rallentare, mi ci vanno 200 metri buoni, si ferma vicino a me Alan, non riesco a capire se quello che vedo sui suoi occhi sono residui di pioggia o sono lacrime, probabilmente un misto delle due, tremiamo entrambe, siamo a Torino, siamo arrivati.

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