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Il listone del martedì: DIECI TATUAGGI CHE NON DOVRESTE

e in effetti già solo andare al mare una settimana ti mostra tutto il campionario di cosa mai farsi tatuare

BASTONATE

Sarà abbastanza lunga, passiamo subito al punto. Stesse regole di sempre e un nuovo acquisto che credo chiameremo Bellycat.

 

IL NOME DI TUO FIGLIO DI TUA MAMMA E DI QUALCUN ALTRO INSOMMA

nel grande circo dell’esistenza solo di una cosa non ci si può fidare: le persone. Di tutto il resto bene o male sì, tanto che oggi potremmo pure tatuarci le previsioni meteo (“venerdì pioggia, niente mare”) con più certezze rispetto allo scrivere “Gino ti amo” o “Pinuccia sei la mia luce”. Ora, la parabola di Winona Forever che diventa un inno all’alcolismo la conoscete tutti, ed infatti ogni qualvolta uno decide d’incidersi le carni con il nome di un’altra persona, c’è un dermatologo che guarda in cielo un segnale luminoso e sorride, sapendo che di lì a poco potrà imbarcarsi in una missione che gli frutterà parerecchi dindini e la possibilità di snocciolare superiorità…

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tutto ha inizio più o meno da qui….(contiene Paul’s boutique dei BB)

…e ancora mi ricordo quando entrai nel mega negozio di torino  (maschio, per gli indigeni, ora al posto c’è una boutique, manco a farlo apposta) con l’annoiata commessa che manco capiva che disco gli chiedevo (anzi, ma che disco, parliamo di musicassetta!), dopo la terza mia ripetizione, con mio padre che mi guardava quasi spazientito, pensando che avrei senza dubbio fatto meglio a comprarmi un album di vasco come tutti i miei coetanei.

Ed invece no, io volevo proprio quello, volevo sapere, volevo qualcosa di talmente diverso da panorama da sembrarmi tutto subito come una spada laser in mano ad un aborigeno australiano, questo è più o meno l’inizio della storia della mia passione/devozione totale alla dea musica in tutte le sue mille sfaccettature, come un immenso frattale, infinitamente grande, infinitamente piccolo.

Già la copertina dice (quasi) tutto, con quella foto mal esposta di un disordinato e apparentemente anonimo negozietto di un polveroso angolo di brooklin, che per me era come dire new york era come dire il centro musicale del mondo (e forse scava scava è ancora proprio così). In negozi come quelli, spesso a saper cercare c’è il pezzo chicca, il capo d’abbigliamento che sembra cucito addosso a noi, così per analogia, dopo un primo diosrientante ascolto, iniziai a farlo passare ancora e ancora attraverso li mio walknan-iimitazione, fino a conoscerne ogni sfumatura…via via che il nastro si deteriorava (fino a doverlo buttare, ma ho conservato ancora la micro copertina) il mio cervello ab-norme si arricchiva di stanze, cassetti e ripiani, che sarebbero stati utili anzi fondamentali per riporre tutta ma proprio tutta la musica di cui mi ciberò negli anni a venire, dal post-punk dei fugazi all’elettronica di aphex twin…

Un album di svolta, un calderone di suoni che avvolge e trasporta da brooklin allo spazio aperto ed inesplorato. Da qui basta solo mettere il pilota automatico e farsi trasportare, la rotta in ogni caso è quella giusta.

Senza gli scaffali della boutique di paolo, probabilmente non avrei compreso tutta la musica che mi son trovato ad ascoltare, magari sarei stato un maggiore conoscitore di metal o di jazz…ma ai beastie boys ed a questo disco in particolare va il mio devoto riconoscimento per avermi fatto diventare un buon fruitore di musica, e direi che questo basta e avanza.

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della mia allergia ai “best of”

Molto probabilmente è un problema tutto mio, ma non riesco a digerire i best of, le raccolte di…il meglio del meglio…

Nonostante iTunes e tutto il sottobosco che c’è in rete, dove a primeggiare sono le canzoni, i tre minuti e qualche cosa che devono per forza colpirti, altrimenti il fallimento è irrinunciabile, sono profondamente legato alla forma-album. L’album è un libro scritto in musica, un racconto con una serie di capitoli, conseguenza naturale è che tale racconto ha senso solo se letto dall’inizio alla fine, tutto di un fiato, possibilmente. 

Certo, capita di trovare il brano più noioso e la tentazione di premere quell’amato/odiato tastino con i due triangolini è sempre più forte…personalmente aggiro il problema preferendo il vinile (aridaje…) e il telecomando del lettore cd non ce l’ho, quindi limito in senso buono la mia libertà di scelta e cerco di tenere viva l’attenzione anche nelle parti “transitorie” di ogni disco.

Molto spesso queste parti musicali secondarie ad un secondo ascolto restano ancora più impresse nella mente dei canonici ritornelli e inizio a trovarle assolutamente funzionali all’insieme del disco, che diventa ancora più interessante proprio per la sua complessità non ostentata.

Per non parlare dell’ascolto mischiato (leggi: shuffle-mode per che ne sa…), sovvertendo con inutile anarchia l’ordine dei brani, alla quale l’autore (dovrei dire l’artista, ma è troppo abusato il termine…) ha dato criterio, ha speso tempo ed energie per stabilire il corretto ordine ed equilibrio nella delicata architettura dell’album.

Ogni tessera del mosaico è arte solo in quanto parte del mosaico stesso, altrimenti è solo un sasso colorato, per quanto gradevole.

Quindi smettetela di guardare le pietroline, trovate il tempo necessario, anche se in questa epoca il tempo è il vero bene rifugio, e cibate la vostra mente di opere di senso compiuto. Vi avvicinerete molto di più alle menti (e forse ai cuori) di vostri musicisti preferiti.

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Che Guevara ha fatto più niente di nuovo?

la fatica di avere un negozio di musica…un po’ particolare, e che poi ti arrivano queste richieste. Il negozio è il mitico backdoor di Torino, in via Pinelli, chi scrive è maurizio blatto…che di musica ci piglia…abbastanza 😉

Tutto quanto sotto riportato è assolutamente vero e annotato con cura nel corso degli anni.

1) (imbattibile, resterà per sempre la numero uno)
San Valentino. Entrano due ragazze giovani con figli, borse della spesa e sguardo risoluto. “Ce l’ha l’ultimo di Ramazzotti? “No, guardi, mi spiace, noi siamo un negozio particolare, non teniamo musica commerciale e abbiamo pochi dischi italiani da classifica” “Ah, ho capito. Quindi non ha nemmeno quello della Pausini” “Eeeh, no” “Senta, ma Che Guevara ha fatto più niente di nuovo?”. Panico. Ancora panico. Panico ovunque. “Mah, a dirla tutta è un po’ che non fa più uscire niente” “Vabbè. Non importa” Interviene l’altra amica “Ma chi è ’sto Che Guevara. L’ho già sentito” “Boh, è uno che ci piace a mio marito. Sai lui si ascolta le canzoni dei partigiani” “Partigiani! Io e mio marito ci ascoltiamo Renato Zero, Baglioni, quelli lì.!”. “Allora niente. Arrivederci” “Arrivederci a voi e grazie”

2) Qualche Natale fa. Signore anziano, evidentemente stremato dalle richieste dei nipoti “L’ha … lì ad’cul piciu d’la mostra?” (per i non piemontesi: “Ce l’ha quella lì di quell’idiota dell’orologio?”). Dopo fatiche degne di Ercole ce l’abbiamo fatta. Cercava Breathe di Midge Ure, all’epoca utilizzata per lo spot della Swatch. Ovviamente, non ce l’avevamo.

3) “Mi scusi, avete qualcosa di polifonia zulù?”

4) Faccia incazzata, tono sdegnoso, completo di fustagno con cappello con piuma: probabile direttrice didattica. “Volevo la discografia completa, in vinile, delle prose di Alberto Lupo. Mi raccomando, completa”. “No, spiacente, non ne abbiamo (non sarebbe stato male anche “Oh, completa. Peccato, ne abbiamo soltanto setto o otto”)”. Sguardo di disprezzo che vaga sulle tonnellate di vinile “Ah, ho capito. Qui ci sono soltanto canzonette“. Gira i tacchi e porta il suo sdegno altrove.

5)”Avete qualcosa degli Pooh e tipo Baglioni?” “No, degli Pooh niente” “Ah, e che avete allora?” “Punk (tanto per tagliare le curve)” “Ah, ho capito roba da esportazione. Fa niente, arrivederci” “Arrivederci a lei”

6)”Avete solo, come dire, genere musicale, o anche audiocassette a carattere Bibbia, stile religioso?”

7)”A livello di Spagna, come siamo messi?”. Si gira verso l’amica e le dice “Intendo comprarmi una giacca nera lunga, come quelle che portava Spagna un tempo”. Ovviamente, a livello di Spagna stiamo a zero

8) “Cercavo, su cassetta, qualcosa di musica hawaiana. Ma non le solite cose” “Mi spiace, abbiamo le solite cose”

9)”Mi servivano i richiami degli uccelli, tipo la poiana, le anatre, quella roba lì. Sa, sono un cacciatore. Prima li avevo su vinile, ma poi si sono rovinati i dischi e adesso, gli uccelli, non mi arrivano più”

10) “Ad afro punk come stiamo? “Scusi, ma cosa intende per afro punk ?” “Mah, tipo quello lì, Jack Morriso, quello dei The Doors. E’ morto no?”

Fonte:

» Le prime 10 richieste bizzarre.

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la vita scorre a 33 ⅓ rpm

è incredibile quanto faccia bene al mio equilibrio mentale il movimento circolare…il vederlo o il compierlo per un tempo sufficientemente lungo ha di per se la capacità di placare le ansie della vita di tutti giorni, per lasciar spazio ad un luogo-non-luogo, tutto mentale, dove vanno a sedimentare i ricordi che più mi restano impressi.

E se per quanto riguarda il pedalare e affini temo di avervi già tediato a sufficienza (o forse no…) oggi volevo parlare di quel meraviglioso strumento di riproduzione musicale che è il vinile.

Un cerchio di plastica nera, che è figlio del genio di Edison, ma che soprattutto parla di umano e non di macchina-automatica, parla a tutti i 5 sensi, con il piacere (che davvero sa renderti una giornata migliore) di guardare una copertina che è un piccolo quadro, scartare dal cellophane un album e sentirne il profumo di carta, cera, colla e pensare alle mani che l’hanno confezionato, per poi soffermarsi sui microsolchi, infinitesime ondulazioni custodi della musica stessa.

Sarebbe già un magnifico oggetto fin qui, invece ha anche la facoltà di suonare. Adoro le gestualità rituali che ormai il mio subconscio pone in atto con precisione chirurgica: estrarlo senza metterci le dita sopra, avviare il pesante piatto in metallo e metterlo sopra, aderente al sughero che separa i due freddi materiali, infine far cadere quel frammento di diamante che asseconderà in tutto e per tutto il volere della musica, andando a parlare direttamente al mio cervello in una lingua che non si insegna, si conosce e basta.

Nota tecnica: lo sbriciolare un’onda continua di per se come la musica, andando a sezionarla per 44.100 volte ogni secondo e per ogni punto rilevato assegnargli un numero binario, per quanto accurato sia il metodo e per quanto bene inganni il nostro orecchio, non me la sento di chiamarla musica…diciamo una rappresentazione quantica di essa, al limite.

PS: un vero dj deve saper usare i vinili, altrimenti è solo un intrattenitore da cocktail…

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le promesse mancate (contiene bloc party)

Recensione che scrissi un po’ di tempo fa, per un gruppo il cui primo album a sputo fare breccia nella mia corazza…a seguire poi una carrellata di delusioni, credo si siamo sciolti (parliamo del bloc party…appena dopo il fulminante silent alarm)

questo sì che è un disco...

Anzitutto la prima cosa che mi ha quasi sconvolto (giuro)…non ho mai visto tante ragazze ad un concerto…ok, non ho neanche mai visto un concerto di Tozzi/Masini/Ramazzotti/Backstreetboys….ma nella mia (quasi) quindicinale carriera concertistica, stavolta il gentilsesso era quasi al 40%….a vedere gli Hermano la scorsa settimana c’erano in totale…circa 6 ragazze…ieri sera tutto diverso, e tanti ragazzi giovani, oltre le solite facce dei “torinesi da concerto” (mi sembra qusi di conoscervi tutti, ragazzi)…quindi è questa la nuova forma del rock che piace ai giovani giovani, e ben venga, almeno si alza di una buona spanna dal piattume che ci circonda, e non scomoda i soliti dinosauri rock…che ormai stento a digerire…

i migliori concerti sono al chiuso

Una mini nota sul….vergognoso gruppo di spalla…di cui perfortuna sono già riuscito a dimenticare il nome…in pratica un trio che fa una bieca imitazione degli Stereolab (che adoro…)…e pensano di essere i nuovi Kraftwerk…fastidiosi è ancora un complimento….qualche ragazza ballava…boh….la cosa migliore di sti 3 era la maglietta con la lampadina…che di danto in tanto si divertivano ad accendede (quasi) a tempo con le loro boiate…fine della spalla.

I nostri entrano carichi, e con tutti gli (enormi) limiti dell’acustica del Teatro della concordia (alle porte di Torino), se la cavano molto egregiamente…fanno tutti un misto di tenerezza/simpatia… pure il batterista, simile ad un classico nerds, con una canotta che manco bossi porta più…ma risluta lui la spina dorsale del gruppo con una buona tecnica ed na precisione/potenza davvero invidiabile…il bassista gli va dietro come si deve ad un tale talento… il chitarrista fa quello che deve, molto più attento al look che gli altri, ma lo si può capire…cazzarola fossi io il chitarrista di una band famosa, minimo mi tatuo le braccia a mo’ di maglietta..e via di conseguenza, più che la sua tecnica mi piaceva il suono…piuttosto personale…così come il nostro Kele Oreke (ma che nome è?)…cantante dalla voce molto particolare che ben si integra con il suono del gruppo…. comunque non c’è storia…il primo album è anni luce distante dal secondo….Silent alarm è una micidiale raccolta di 14 canzoni, ciascuna (nessuna esclusa) più che degna di essere un vero singolo spacca-tutto..un album senza una sbavatura od una minima caduta di tono, talmente bello e compatto che rivaleggia ad armi pari con ii miei dischi del cuore….

….tutto questo dal vivo si sente eccome….quando attacca una qualsiasi canzone di Silent, la folla esplode…le teste si muovono, la gente balla e snte le vibrazione della loro musica, con una grande capacità di far salire in ogi pezzo la tensione alle stelle per poi risolverla con talento da maestri…tutto questo si perde nelle canzoni nuove di Weekend in the city…tutte rifugiate nel torpore “strofa-ritornello-strofa” senza una precisa direzione…fini a se stesse con a volte qualche sprazzo della vitalità che sembra persa…

bp

…spero in loro per un futuro con tanta buona musica…ma son preoccupato… in definitiva, comunque, ottimo concerto, meritava di esserci!!

 

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adesso ho capito….

 

… ho capito perchè mi ostino a fare un sacco di chilometri in macchina, magari

con la nebbia, come adesso…

… a stare al freddo fuori, aspettando gli amici e messaggiandomi con quello

che inevitabilmente ti tira il pacco e non viene…

… a lasciare a casa la morosa (o la moglie), che ti dice che tanto a lei di quel

genere lì non è proprio appassionata e invece un po’ di calore di casa ti

avrebbe fatto bene…

… ad aspettare buono buono che mi servano la birra annacquata e di pessima

qualità, a 4 euro la media, manco fosse fatta dai monaci trappisti…

… ad ostinarmi a cercare tra la gente i volti noti di quelli che alla fine vedi

sempre a questi appuntamenti, per capire che anche se sembra grande la parte

migliore della tua città può stare tutta in una stanza…

 

E poi inizia il concerto, si abbassano le luci e finisce la musica del solito cd per le

attese (c’è sempre un pezzo reggae ed uno che ti piace davvero in ‘sti cd d’attesa, dovrebbero regalarli a fine serata). Sale sul palco una figura, e poi una

seconda… Ma sono due ragazzini! E chi è la star, ah, ok, quello con la

chitarra… Ovvio! Dire nerds è dire poco, e poi dai, la chitarra sotto l’ascella così

non fa un cazzo rocker, anche i Beatels avevano subito abbassato le tracolle! E

l’altro che fa… Il banjo!!! Ma dai?!? E alla batteria: non c’è nessuno? Ah no, è

sempre lo stesso del banjo… Mah… Ora inizia, dai…

 

E poi passi un’ora e mezza tra le migliori della tua vita.

E pensare che a 30 anni ero quasi stufo di andare per concerti ed invece un

ragazzo più giovane di te, lì a pochi metri, è capace di sventrare il suo animo lì

davanti a te e farti entrare dentro il suo labirinto, fatto di motel di bassa lega, di

strade infinite, di sigarette bruciate e di narcotici per tenere a bada l’istinto di

farsi furi subito, con una fucilata. La tecnica comunque c’è, ma passa subito in

secondo piano per lasciare spazio all’emozione pura.

 

E ti chiedi come possa un ragazzo che non noteresti mai avere così tante cose

da dire proprio a te, ed avere così tanta passione che nemmeno le corde rotte

per tre volte di fila riescono ad arginare.

 

… E allora torneremo di nuovo, a fare chilometri nella nebbia e bere birra di

serie Z, perchè questo, alla fine di tutto, è un mondo fantastico.

(scritto qualche giorno dopo un concerto di Micah P. Hinsion qui a torino…diversi anni fa ormai…)

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