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Vi racconto delle mie bici – puntata 3 di 7: +ferriveloci+ modello B road #menridesteel

Come si suol dire, passione chiama passione… ed alla fine quello che per due ragazzi dinamici ed intelligenti era solo una passione poi diventa un lavoro.

Come al solito le cose non succedono mai per caso. Lo spazio web di fixedforum, in mezzo a ritrovi, opinioni e risate ha anche l’immenso pregio di far crescere le persone. Da quella comunità nasce il progetto ferriveloci: dalla volontà di Paolo e Gianmaria di creare un qualcosa di fresco e dinamico, seppur legato alla grandissima tradizione telaistica italiana. Uno dei loro pregi è quello di aver iniziato con umiltà, seguendo orme ed insegnamenti del maestro Mario Camillotto, ma nello stesso tempo il loro obiettivo è non solo quello di essere i custodi di tale arte, ma di rinnovarla, di osare  e di dare vita ad un nuovo marchio che faccia guardare a se non solo i conoscitori della bici classica in acciaio ma anche, anzi soprattutto, chi cerca sia una bici performante, sia un oggetto personale, unico e dal valore che va al di là del puro prezzo commerciale.

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Così inizia la loro avventura, partendo dalle bici da pista. Poi accade che, parlandosi e confrontandosi, la voglia di fare un telaio da corsa è tanta. Loro non si tirano certo indietro per questa nuova sfida, ma come è logico le incognite non sono poche e si fa strada da subito la necessità di passare per un prototipo da poter testare, stressare e porre come base per le prime produzioni.

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Ed ecco che entro in gioco io. Una delle mie fortune, oltre ad essere di fatto nel posto giusto al momento gusto, è andare in bici da molto ma anche l’esser andato tanto in moto, che mi ha fatto sviluppare un po’ di sensibilità in più della media rispetto alla sensibilità di guida e, di riflesso, di riuscire a portare abbastanza vicino al limite (parlando di amatori) una bici in discesa, di modo da capirne ed interpretarne le caratteristiche proprie.

All’atto pratico, inoltre, mi ritrovavo con un telaio da corsa un po’ datato, pur essendo un buon Dedacciai di quelli ancora costruiti in Italia, ma con una buona componentistica come gruppo strada (un immancabile Campagnolo, nella fattispecie un Centaur carbon) e con un discreto parco ruote, di modo da aver la possibilità di capire anche se ci fossero dei cambi di comportamento a seconda del set utilizzato.

2279La mia unica richiesta ai ragazzi di ferriveloci fu ovviamente la misura, una classica 54 quadra, stante la mia corporatura media. Detto fatto e si misero subito al lavoro. Base di partenza la serie di tubi Columbus EL che era ancora in loro mani benchè la produzione di tale set fosse da tempo cessata. Io chiaramente non stavo nella pelle per avere anticipazioni, anteprime e tutto quello che potesse alimentare la mia fantasia e le mia voglia di averlo, montarlo e provarlo.

 

Il risultato è stato strabiliante. Nasceva un telaio da corsa, ma aggressivo come un telaio da pista, con gli storici angoli da 74° sia sul tubo sterzo sia sul verticale, con il movimento centrale alto 1.5cm in più del normale ed una distribuzione dei pesi unica, per una bici unica.

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Il bello di collaborare con un telaista (in questo caso una coppia) è che non solo conosce le tue misure antropometriche ma conosce le tue caratteristiche come ciclista (non oso scrivere corridore, quelli sono altri) e fa sì che si faccia interprete dello stile di pedalata e crei, nel vero senso della parola, un vero e proprio prolungamento del tuo corpo, esaltando le tue caratteristiche fisiche ed appianando i difetti. Personalmente mi piacciono i giri corti e tirati, i cambi di ritmo e i rilanci proprio come nelle criterium a scatto fisso. In più amo alla follia la salita, in ogni sua forma e dimensione: dalla montagna over2000 affrontata con rispetto in lunghe ascese a ritmo costante, fino agli strappi collinari: brevi, intensi e da affrontare al meglio per non finire con le gambe in crisi ancora prima di arrivare alla meta. Questo è stato magistralmente tradotto in un telaio non solo bello (a mio parere, ma anche secondo persone più autorevoli come mr. CycleExif) ma soprattutto agile, pronto, nervoso e da domare ma che una volta capito sa dare emozioni a chi lo pedala.

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Ho sperimentato il più possibile di situazioni e percorsi con tutte le ruote a mia disposizione: dalle alto profilo in carbonio, passando per le medio profilo rigide e con pochi raggi, fino al bassissimo profilo leggero ed improntato alle scalate. Devo dire che ad ogni cambio ruote si rivela un carattere molto diverso della bicicletta, come una donna che puoi incrociare al parco con le sue scarpe da running e poi rivedere la sera in tacco 12, è sempre la stessa ma cambiano tante cose in lei, nel suo portamento e nel suo stile.

2431Così questa ferriveloci modello B sa essere gentile e perdonare qualche errore di traiettoria con le basso profilo, oppure farti viaggiare sul filo del rasoio alla media dei 40 orari sfidando i tuoi compagni di allenamento, che sì sa che ogni allenamento è una gara, ma ogni gara è un allenamento.

Nelle discese tecniche e nei cambi di direzione è fulminea come una supermotard; l’anteriore resta granitico e fedele alla traiettoria impostata, per contro bisogna saperla impostare a modo per avere il suo pieno appoggio: le incertezze non piacciono nemmeno a lei. In salita sa farsi amare, è reattiva ed accompagna la scalata come non pensavo fosse possibile per un telaio in acciaio, materiale che ancora oggi si rivela con delle potenzialità incredibili in campo ciclistico.

Ho ancora molto da sperimentare e provare con lei, mi mancano uscite oltre le 5 ore e gare in linea di quelle da “coltello tra i denti”, ma sono sicuro che ci sarà da divertirsi, d’altronde ci conosciamo da nemmeno un anno e di strada da fare ne abbiamo entrambe molta!

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Vi lascio con le belle foto che il mio amico Matteo Zolt ha fatto nella splendida cornice della strada panoramica di Superga qui a Torino.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 2 di 7: la Colnago super del ‘78, solo per passione…

Questa è, numeri alla mano, la bici che pedalo meno nel corso dell’anno, e nasce prima di tutto dal mio amore per la storia e la tradizione ciclistica italiana e per tutto quanto prodotto da Campagnolo, infatti è una bici nata alla rovescia…

Sì perchè solitamente le persone dotate di senno prima acquistano, o per lo meno identificano,  il telaio. Poi man mano arrivano i componenti da abbinarci. Invece no, qui la scintilla iniziale fu scoccata da un annuncio su di un mercatino online che recitava semplicemente: “gruppo super record completo” e da lì a non resistere, visto anche l’ottimo prezzo, il passo fu brevissimo!

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!ByHoCrw!mk~$(KGrHqYOKkIEwQNZwOpIBMQcJ8di0w~~_3Appena arrivato a casa il sospirato pacco, mi soffermai diversi giorni a rimirare la bellezza meccanica di quegli oggetti, una vera sintesi di ingegneria meccanica. Ogni componente è la perfetta unione dei concetti base di forma e funzione, senza fronzoli, concepiti ancora da Tullio in persona, che non credo badasse alle sciccherie quanto più al supportare con prodotti eccellenti i corridori di mezzo mondo e a quell’epoca obiettivamente Campagnolo non aveva rivali.

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Iniziai quindi a ricercare un telaio di pari epoca e soprattutto che fosse in buone condizioni e della mia misura. Tutto subito pensa ad un Olmo, nobile telaista e corridore in quel di Celle Ligure. Il tutto era anche un bel dejavù visto che da piccolo andavo al mare proprio in quella cittadina della riviera e mio nonno, lungimirante, spesso mi portava a vedere le vetrine del loro negozio (oggi dovremmo chiamarlo flagship store, ma ci siamo capiti..).

_MG_0480Poi d’improvviso una folgorazione: su quel mercatino del tanto chiacchierato fixedforum e preciso che non sono solito passare il rassegna quella sezione, ne preferisco l’aspetto di comunità e di incontri agli eventi. Ma fattostà che sembrava aspettarmi, taglia perfetta, condizioni perfette, un Colnago super di razza e su tutte quel colore strepitoso, riassumibile nel classico “carta da zucchero” ma con una tonalità ancor più particolare che in un attimo mi fece dire: “sì, sei tu!”. Qualche malpensante utente del forum stesso potrebbe anche dire che forse ho salvato quel telaio dall’esser sabbiato, riverniciato fluo, amputato dei passacavi e riassemblato come bici a scatto fisso modaiola, giusto per andare agli aperitivi. Beh, non lo sapremo mai, ma pochi giorni dopo il telaio era insieme al gruppo, mancavano solo qualche dettaglio e poi il quadro sarebbe stato completo e pronto per il montaggio finale.

Per alcuni dettagli mi venne in aiuto il buon Pietro detto “pogliaghi” e non a torto vista la usa infinita conoscenza nel campo del ciclismo d’epoca unita ad un garage che per me è stato come quando ho visto Gardaland la prima volta… quindi dissigillammo insieme un paio di cerchi Nisi bruniti a 36 fori, perfetti per i mozzi record, in più trovo pipa e piega manubrio pantografati Colnago, in modo da rendere tutto davvero perfetto.

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Una menzione la merita la sella, è una Brooks B77 ma non è frutto di commercio, mi fu regalata da mio zio Paolo, il primo ad instillarmi la passione del ciclismo e quella stessa sella fu da lui usata per anni e migliaia di chilometri, quindi non solo è una sella bella, comodissima e perfettamente rodata, ma è anche un ricordo ed un omaggio a chi per primo mi ha fatto conoscere la bellezza della bicicletta.

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Assemblato il tutto, la prima impressione è stata da subito splendida: è insospettabilmente leggera per essere in acciaio, molto stabile nella guida, specialmente in discesa e soprattutto, anche in raffronto alle bici moderne, è silenziosissima: senti solo un lieve fruscìo e lei scorre che è una meraviglia nonostante sia una bici di quasi quarant’anni! La prova del nove è stata usarla sia nel tragitto quotidiano per andare al lavoro dove si dimostra molto fruibile, sia (soprattutto) nel suo ambiente naturale ovvero in quella Eroica che per tre volte mi ha dato emozioni incredibili e sempre diverse di anno in anno.

_MG_0479Una piccola menzione anche ai tanto sottovalutati tubolari. In primis una delle classiche fonti di foratura, la cosiddetta “pizzicata” è scongiurata alla fonte, poi nonostante abbia montato (anzi, imparato a montare) dei semplici Vittoria rally si sono dimostrati assolutamente eccellenti, sia in scorrevolezza e tenuta, sia, soprattutto, in una eccellente resistenza alle forature, quindi mi permetto comunque di consigliarne l’uso anche per una bici da tutti i giorni.

Vi lascio con le splendide foto che il mio amico,anche lui grande appassionato di ciclismo, Angelo Ferrillo ha fatto di questa Colnago super.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 1 di 7: la Zino #cx #001 per le gare nel fango e non solo…

Un po’ per fare ordine, ora che il numero ed il tipo di bici si è stabilizzato all’interno del mio garage ed un po’ per condividere e far sapere, come e soprattutto in questo caso, quanto lavoro e dedizione ci sia dietro un semplice telaio, inizio oggi la mini serie di articoletti riguardanti le bici che mi tengono compagnia e che vengono tutte (ci tengo) regolarmente pedalate.

004 (2)Così dopo quasi un anno di corteggiamento alla disciplina capitano di quelle occasioni che non si possono lasciar scappare. Il mio amico Zino dei 10Cento si è messo a far telai, ovviamente ha iniziato con i pista/scattofisso ma ha l’impressione di starci stretto in questa definizione, giustamente. Così in un inizio inverno del 2012 se ne esce con una frase del tipo: “riky, se mi trovi una buona forcella da cross il telaio mi ci metto e lo facciamo, così vediamo come va!”. Detto fatto, neanche a farlo apposta il mio amico Giovanni Fausto vince qualche settimana prima una forca Columbus da cx in una gara in Romagna, il prezzo è ottimo, il progetto prende vita.

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Fortuna vuole anche che, dopo un cambio del gruppo sulla bici da corsa, mi ritrovi in garage fermo un ottimo Campagnolo Veloce, di quelli ancora belli, con guarnitura ultra torque e tanto solido alluminio ovunque. Le ruote ci son pure loro e per le gomme una ottima occasione su fixedforum mi fa accaparrare una golosa coppia di Challenge Grifo in versione open tubolar, il top in pratica.

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columbus zonaZino si mette al lavoro, lui tratta solo acciaio ed io amo quel materiale, così carico di storia ma anche dal grande potenziale in chiave moderna. Optiamo per la serie di tubazioni Columbus Zona cx, perfetto per lo scopo.

 

 

 

 

 

004Il lavoro non è comunque semplice, anche se dall’esterno sembrano solo “otto tubi saldati” (cit.) c’è dietro tanto lavoro, dato che a saldare son capaci (quasi) tutti, a fare un buon telaio molti molti meno.

 

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014_1Infine il telaio vede la luce, splendido, solido, nato per correre. Ma soprattutto seguito e conosciuto passo per passo da me che poi lo andrò ad utilizzare e questo credetemi fa davvero molto la differenza, diventa per sempre la tua bici e non un telaio comprato e basta, per quanto competitivo sia, c’è un qualcosa di più che rende fieri il possederla ed ancor meglio il pedalarla.

 

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Anche se il metallo a vista è bello da far paura, visto l’impiego in ambiente umido e fangoso ci voleva una verniciatura…e allora via al toto-colore:

nero: sai cheppalle

bianco: elegante, ma un po’ banalotta, e con il fango stacca troppo 😉

blu: non si può, che a torino il telaista che usa il blu già c’è

marrone: nein, poi si confonde col fango e sempra sempre pulita (o sempre sporca)

verde: troppo british e non mi piace

arancione: mica è una KTM?

rosso: non mi piace

…..

giallo, mi garbava, con i componenti neri ci prende bene, fa anche da base per la bandiera delle Fiandre, patria del ciclocross… e poi una bici nera e gialla fu la mia prima bici…. sicchè  giallo segnale sia RAL 1003 (ottimo il 3 finale).

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Poi un capitoletto va speso a quanta energia e professionalità ci hanno messo i ragazzi di M2 ad allestire la corona da 44 specifica. La campagnolo stessa non la produce, ha in catalogo solo la 46, ma la mia gamba e la mia propensione all’agilità non mi permette una dentatura così alta. Così dopo tanto studio, lavoro al CAD e prototipi, Michele e Morgan hanno tirato fuori questo capolavoro, che dopo un’intera stagione di duro lavoro si conferma perfetta in tutto, e pensare che era la loro prima esperienza con una corona non singlespeed/pista, quindi se il buon giorno si vede dal mattino la officina Mquadro avrà ancora moltissimo da dare in tutti i campi del ciclismo!

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Qui di seguito la lista degli attuali componenti ed un po’ di foto statiche del buon neo-australiano Matteo Zolt, e dinamiche in qualche garetta.

Ci si vede domenica!

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Gruppo: Campagnolo (e cosa sennò) Veloce 10v del 2008

Freni: kore cross con pattini da v-brake del decathlon (perfetti)

Ruote: mavic cosmos (ma le alterno con delle ksyryum SSL strepitose)

Gomme: challenge grifo ot (ma anche schwalbe cx pro quando c’è molto fango oppure dei semplici michelin transword quando il fondo è molto duro e scorrevole come nelle gare gravel)

Reggisella: crank brothers iodine 2

Sella: fizik arione kium (strepitosa nel cx ma anche su strada ottima)

Pedali: crank brothers egg beater SL (un must nel cx, provare per credere)

Serie sterzo: crank broters cobalt xc

Stem: crank brothers iodine 3 (sciccheria, ma sono un fan della casa)

Manubrio: deda rhm01 (semplice e perfetto)

Nastro: fizik (ottimo anche dopo tante infangate e lavaggi)

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Dovrei raccontare di #Eroica ma mi serve più tempo…

Ancora una volta di ritorno da quel paradiso che è il Chianti, ancora un volta con la mente e l’anima carichi di ricordi ed emozioni per aver percorso quelle colline, sempre uguali eppure sempre diverse… L’urgenza di fissare le immagini mentali ed i ricordi di tutti e cinque i sensi si scontrano con l’esigenza di dare una veste più organica a tutto quello che è l’Eroica. Con qualche nube all’orizzonte ma anche molte speranze, sto iniziando a scrivere sulla lunga distanza, non più un semplice articolo qui. C’è così tanto nell’Eroica che, a differenza degli anni passati, non riesco più a contenerlo in un racconto da pausa caffè. Ci spostiamo allora sul divano, magari con un bicchiere di vin santo, e del tempo da dedicare all’approfondire l’universo del ciclismo.

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Man mano pubblicherò qualche estratto, qualche bozza a tinte colorante, tanto per anticiparvi quale direzione sta prendendo… che sia un libro vero e proprio o una serie di puntate di un racconto più ampio ancora non lo so dire, ma come si dice, l’importante alla fine non è la meta raggiunta, ma il viaggio percorso.

Parto ora, vi scriverò strada (bianca) facendo…

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quando ti dicono: “è impossibile farcela in #singlespeed” la mia @AssiettaLegend #MTB #marathon

Non sono un biker, vado poco in MTB, ma nel 2009 restai folgorato dalle singlespeed, così affini come attitudine al minimalismo delle scatto fisso, in più da usare in montagna, che è il mio vero primo amore. Ora dopo 5 anni e qualche modifica alla mia KHS, acquistata proprio in quell’anno, mi lancio nella folle impresa di fare una gara marathon senza l’ausilio del cambio e delle sospensioni, da molti ritenuti imprescindibili su di una mtb moderna. Più o meno è andata così…

 

Capita, a me molto spesso, di conoscere nuovi amici su instagram, quasi per caso… e combinazione loro sono belli presi con le mtb; poi te la buttano lì: “dai dai iscriviti alla gara del 6 luglio all’Assietta che la facciamo insieme”. Penso, perchè no, infondo in MTB ci vado da tanto, pedalare pedalo (si sa…) e che sarà mai, anche con la mia singlespeed sarà di sicuro fattibile. Poi si avvicina la data della gara, vedo che hanno un sito ufficiale ed inizio a spulciare percorso e profilo altimetrico… cavoli: è durissima e lunghissima! Ottantacinque chilometri in mtb sono un’enormità, non a caso la gara è classificata marathon, quindi roba tosta. Inizio a parlarne un po’ con i cicloamici di sempre ed è lì che accade il “fattaccio”. Uno di loro, esperto stradista ma poco avvezzo alla mtb ed ancor meno a bici che non abbiano il cambio, esce con la classica battuta “no, non ce la puoi fare, è impossibile”. Come una detonazione nel cervello, appare la scritta luminosa nella mia testa <la-devi-fare>, nessuna scusa, nessuna scorciatoia, la sfida è lanciata.

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Mi concedo una sola modifica sostanziale su quella mtb acquistata quasi per gioco, passo da freni a disco meccanici ad idraulici. Dopo un paio di chilometri nel classico giretto test nei boschi dietro casa la risposta è subito lampante: sembra di avere un’altra bici. Precisi sicuri, modulabilità assoluta e controllo totale. Ma soprattutto la possibilità di usare un solo dito per frenare e conservare quindi un’ottima presa sul manubrio, dato che la forcella rigida non permette distrazioni in discesa.

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Arriva il weekend della gara, la forma fisica tutto sommato c’è, soprattutto nei confronti delle salite lunghe e costanti che in questa gara la fanno da padrone, ma un po’ di timore su quanto sto per andare ad affrontare è ancora lì ad occupare un angolino della mia testa e l’obiettivo è scacciarlo quanto prima. Son fortunato però, non sarò il solo con una ss, mi farà compagnia un biker di grande talento e soprattutto sempre disponibile a consigliare ed aiutare: Ambrogio è della partita e conoscendo le sue doti ne vedrò delle belle! Lui opta per un 33-22 come rapporto io resterò leggermente più lungo (1,6 contro 1,5) con il mio solito 32-20 anche per affrontare con un po’ di brio tutti i tratti di falsopiano  in salita ma soprattutto in lieve discesa.

Arrivo a Sestriere che il meteo è buono, temperature accettabili ma la certezza ormai che in quota ci saranno nubi dense e temperature molto distanti dal potersi considerare estive. Sempre su consiglio di “Ambro” decido di viaggiare leggero, quindi niente zainetto/camelback ma la dotazione classica con antivento smanicato, manicotti e guanti a dita intere, più il mio immancabile cappellino da ciclista (su strada) che ormai è un mio vezzo e della quale ho già a casa una bella collezione…. a seguire le classiche cibarie indispensabili come barrette e gel di zuccheri, anche se conto di fermarmi ai ristori senza guardare più di tanto il cronometro.

Ci schieriamo in griglia dopo il classico caffè benaugurale. Accade qui un piccolo fatto che mi caricherà come una molla. Lo speaker della gara si aggira per il gruppo facendo domande qua e là. Ad un certo punto adocchia una splendida  Ritchie in colorazione classica USA, bici un po’ datata ma dal fascino enorme e che ha fatto la storia della mtb. Lo speaker gli chiede (in inglese) come mai una bici del genere per una gara così dura e non una bella mtb ammortizzata magari in carbonio. La risposta è immediata quanto fulminante: “first of all, because men ride steel!”. BUM! deflagrazione mentale, vorrei gridargli qualcosa tipo “cazzo sì!!” ma mi tengo tutto per me e le mie folli convinzioni, gli uomini cavalcano l’acciaio, il resto è per altre categorie. Si parte, ora ci credo  al 100%.

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Dopo un primo (inutile?) giretto intorno al paese inizia la gara vera, si parte subito con un strappetto bello feroce, per me insalibile, ma gioco d’anticipo, scendo e inizio a corricchiare (e dico corricchaire, non come nelle gare di ciclocross dove si è sempre a tutta), morale: mi trovo a sorpassare un bel po’ di riders! Ok che c’è la soddisfazione di non mettere il piede a terra mai, ma se a piedi vai più veloce forse c’è da farsi qualche domanda… Dopo di che inizia una lunghissima discesa intervallata da qualche variante nei boschi ma è tutto persino piacevole, i chilometri scorrono veloci ed è chiaro che la gara/sfida inizierà sulle prime rampe del colle delle Finestre. Ci arrivo abbastanza bene e ancora fresco. Con mia piacevole sorpresa il tratto in asfalto (l’unico, giustamente) è molto godibile e “gentile” con il mio singolo rapporto, salgo di passo senza particolari problemi. Unica nota negativa mi trovo di fronte il mio neo-amico Ricky (lui ha la “C” nel nome, io no) che sta scendendo, causa caduta iniziale la gamba destra non spinge come si deve e continuare sarebbe controproducente. Un vero peccato dato che lui è stata una prima scintilla per me e so quanto ci tenesse alla gara, ma si rifarà presto.

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Finisce poi l’asfalto ed è qui che non si scherza più. La salita è ora lunghissima, costante ma con pendenze molto più accentuate e soprattutto senza la trazione garantita dall’asfalto. Il primo tratto fa subito male, devo cambiare il modo di pedalare e adattarmi alla salita in singlespeed. Spingere sui pedali e basta vuol dire fermarsi con i crampi tra due chilometri. Si cambia tutto quindi, la rotondità e l’efficienza nel pedalare diventano essenziali, la fase di tiro (da 180° a 360° nella rivoluzione del giro pedali) è quella che ti fa salire su, fortuna che qualche anno di scatto fisso mi hanno letteralmente stravolto, in senso buono, il mio modo di stare in bici e questo oggi depone tutto a mio favore.

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La salita è interminabile, qualche piccolo strappo mi convince  a scendere e camminare di tanto in tanto, ma per tratti brevi. Intanto il meteo cambia sostanzialmente, siamo dentro alle nuvole, il panorama è annullato e attorno c’è la sensazione di essere lì a disturbare la pace e la maestosità delle montagne anche se i nostri motori sono le nostre gambe (nel mio caso anche le marce son tutte lì, dentro le mie gambe…).

Si arriva a scollinare, il ristoro in quota è già di per se epico: stufa a legna a scaldare un pentolone di the caldo, credo che la temperatura sia attorno ai 7-8°C e la sensazione di essere a buon punto inizia a farsi avanti. Inizio a capire di aver dato per scontato la discesa, qui non siamo su strada dove la discesa è un momento di riposo, qui si deve guidare, stare attenti, scegliere le linee più pulite per non trovarsi  nelle pietraie e mandare in crisi le gomme, affrontare le curve con cautela dato che al di là c’è sempre un precipizio che aspetta. Il fatto di non aver le sospensioni svela le sue due facce: la prima è una fantastica precisione di guida, anche nei cambi di direzione veloce, quello che imposto con il corpo ed il manubrio viene eseguito al millimetro dalla bici, sensazione stupenda; ma per contro spalle-braccia-mani sono costrette ad un superlavoro e non avendo alcun allenamento per questo ed essendo piuttosto magrino da quelle parti dopo qualche tempo inizio ad andare un po’ in crisi e dover tenere molte più cautele dei miei compagni di discesa. Il bello è che molti di quelli che mi sorpassano a tutta riesco poi a riprenderli nelle successive rampe di salita, e sono in singlespeed…

Ultima picchiata giù dal Col Basset, sterrato molto bello e guidabile, veloce. Mi sono tornate tutte le movenze messe a punto molti anni fa nel mio periodo di amore folle per le moto da enduro/cross. Uso molto più il corpo e meno le braccia, passa anche l’indolenzimento generale e, soprattutto, mi diverto davvero a guidare! Inizia l’unico “single track” di giornata, fatto da una prima parte dal famoso sentiero G.Bordin. Non lo conoscevo ma è assolutamente bellissimo da pedalare, tecnico ma non troppo, senza strappi che mi facciano scendere a parte due piccole rampe e mi trovo a prendere un buon vantaggio da chi mi stava seguendo in quel momento. Ho percorso 80km, è quasi fatta, ma ancora non me la sento di cantar vittoria. Faccio bene, dopo una breve ed ampia discesa inizia l’ultimo sentiero, tracciato solo pochi giorni prima. Questo è stato l’unico tratto che ho veramente sofferto: estremamente tecnico ed impegnativo, con passaggi per me seriamente difficili soprattutto con tutti quei chilometri e dislivello nelle gambe. Restare lucidi è necessario quanto impegnativo, ma sono veramente un po’ seccato da questa ultima difficoltà che poco ha a che fare con il tipo di gara che è stata impostata dagli organizzatori e saprò dopo che non sono l’unico a pensarla così.

Finisce lo sterrato, solo 800 metri mi separano dall’arrivo, c’è ancora una salitella in asfalto che nemmeno mi accorgo di percorrere, ci sono, la mia piccola impresa è compiuta, sono arrivato in fondo all’Assietta Legend con una singlespeed rigida ed in acciaio.  Il mio amore per la montagna ne esce rafforzato e soprattutto, ancora una volta, sono qui a trovare tutto in una bici senza niente, contro i classici pronostici e i saggi consigli. Ci voleva un piccolo folle per poter cambiare le convinzioni di molti e così è stato, fino alla prossima volta che sentirò dire “è impossibile…”.

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Bici collezionate e #bici pedalate…

prendo spunto da una bella discussione nata su fixedforum per raccontare a chi ha la pazienza di leggere le mie personali impressioni e sensazioni pedalando bici d’epoca e bici attuali, per cercare di dare con un po’ di obiettività un giudizio complessivo su quali siano pregi e difetti di telai concepiti in epoche differenti e con materiali differenti.

La domanda è semplice: per un amatore medio, che si dedica a qualche gara qua e là con risultati altalenanti e che magari conosce e pratica i tanti aspetti del ciclismo (strada, pista, cross, mtb), sono davvero così superate e relegabili al puro collezionismo le classiche bici di 30 e più anni fa con i telai a tubi tondi e componenti dell’epoca?

Per il mio, ad oggi, limitato panorama faccio un esame per disciplina partendo ovviamente dal mio grande amore per la… Pista!

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In pista si è nell’ambiente ideale per concentrarci sulle sensazioni che ci dona la bicicletta. Non ci sono curve (sembra, ma guidando spariscono…) non ci sono buche (parzialmente vero, se consideriamo la media dei velodromi italiani…) non si frena, ma si rallenta con le gambe e soprattutto si rilancia, si fanno volate, siano esse in gruppo o siano quelle con il classico e bellissimo gesto tecnico della discesa dalle paraboliche per i 200 metri lanciati.

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4776409217_9c3591ff6f_bIl mio percorso in pista nasce, come per molti, attraverso i primi esperimenti con una bici convertita: telaio stradale anni 70/80, forcellini orizzontali, pignone fisso e via a sperimentare. Fino a che quella bici la usai in strada, per allenamenti in agilità essa si confermo un ottima bici (era pur sempre una GIOS torino) ma alla prova del velodromo fu vera difficoltà. Lì percepivo tutti i movimenti del telaio, necessari su strada ad assecondare le asperità del fondo, ma assolutamente dispersive in pista, dove ogni grammo di forza deve necessariamente esser tramutata in spinta a terra, minimizzando le dispersioni. Ed ecco percepire la cedevolezza del carro (che ti evita i mal di schiena dopo ore ed ore in sella su strada…) ecco la forcella troppo rilassata per stare sulle paraboliche e tante altre cose che mi fecero capire che se volevo davvero intraprendere la disciplina della pista (eccome se lo volevo) allora la via obbligata era un telaio da pista vero. Arrivò in soccorso il buon FabioK1 vendendomi a prezzo da amico un classico telaio in acciaio, anni 80, di quelli commissionati dalle scuole di ciclismo dei velodromi per le scuole di avviamento alla pista. E quella bici fu enormemente propedeutica anche per me. Telaio rigido per davvero, il carro mi pareva di granito, una forcella fatta apposta per correre in pista, tutto estremamente funzionale e senza mezze misure. Avevo conosciuto una bici da pista. Non avevo metri di paragone se non nel passato con la convertita, sicchè fu una vera rivoluzione e con quella bici mi affacciai anche alle prime gare amatoriali nonchè alla prima ed indimenticabile Red Hook crit italiana.

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Poi qualcosa cambiò. La voglia di nuovo e di provare un telaio moderno ebbero la meglio ed ecco arrivare da me il mio primo telaio da pista moderno: alluminio, tubi oversize, e soprattutto forcella in carbonio e serie sterzo da 1-1/8”. E si aprì un mondo. Guidare quella bici era essere un tutt’uno con lei, la sensibilità e la precisione millimetrica dell’avantreno sia in volata sia nella guida, percepire di avere le mai direttamente sul mozzo anteriore. Ecco una volta trovato questo, non credo che farà mai un passo indietro, se non per una rievocazione storica o simile. Resta il fatto che il peso del telaio in una bici da pista sia un fattore del tutto secondario e che ci siano telaisti oggi in grado, per lo meno nel nuovo ambito delle criterium a scatto fisso, di creare dei veri capolavori in acciaio, guarda caso anche vincenti!

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Passiamo alle bici da strada, anzi, da corsa.

Anche qui ho fatto tutti i classici passaggi, da bici con telaio in acciaio, pedali a gabbiette e cambi al telaio mano a mano son passato alla bici moderna di oggi: cambi integrati, pedali a sgancio rapido (ritengo questa un’innovazione davvero epocale e al giorno d’oggi imprescindibile) e telaio in carbonio (beh, il mio per la verità è ancora un misto alu-carbon della Deda, ma regge ancora con i rivali migliori, peso a parte). Nonostante questo in garage c’è anche un piccolo gioiello del passato, anzi dell’epoca d’oro del ciclismo. La mia Colnago del 1978. Con quest’ultima ho fatto già tre eroiche, di cui l’ultima (era il 2012)  nel percorso lungo da 205km. Qui le considerazioni da fare sono più articolate. Una bici da strada deve in un certo senso saper “accogliere” chi la pedala. Deve essere anche se possibile capace di perdonare gli errori in discesa e alleviare tutte le vibrazioni che la strada trasmette. Tutto questo però senza essere impacciata o pesante nei cambi di direzione repentini e nelle salite. Ebbene, tolta la scomodità dei cambi al telaio, dei pochi rapporti a disposizione (sono sei ma credo che se fossero 8-9 non percepirei differenze), dei pedali a gabbietta e dei freni efficaci ma duri da azionare, ecco che un telaio del genere conserva dopo 35 anni tutta la bontà della concezione originaria, telai fatti per correre ovunque, dalle stradine liguri al pavè del nord, dalle coste sull’oceano alle alpi. Guidare quella bici è ancora un vero piacere e riesce ad assecondarmi sempre, regalando belle sensazioni, anche uditive. E’ una bicicletta silenziosissima, complici anche i tubolari, essa scorre producendo solo un soffio leggero e riesce a non far rimpiangere le tre decadi di grande evoluzioni tecniche che le sono seguiti.

_front

Ammetto di non usarla spesso, ma sono più che convinto che un buon telaio in acciaio, concepito in maniera attuale, con le soluzioni meccaniche odierne abbia tutte, ma proprio tutte le carte in regola per rivaleggiare alla pari con l’ormai arcinoto telaio in fibra di carbonio di costruzione industriale. Basterebbe avere un telaista giovane, senza preconcetti, convinto della bontà ed attualità dell’acciaio e con la voglia di trovare una nuova via per costruire biciclette al di fuori degli standard di omologazione industriali, cucirla di nuovo sulla pelle del cliente e fare per lui la bici da tenere una vita intera… ecco a tal proposito un paio di nomi a riguardo già li ho in mente e se tutto va bene questo potrebbe essere l’anno in cui avrò qualche bella sorpresa…

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aver poco da fare e uno zio fabbro #ciclismi

e capita così, che in un giorno qualunque nel classico girovagare alla cerca di “pezzi rari” sul reparto ciclistico di ebay, mi capita di vedere questo telaietto, un Coppi da strada, fine anni ‘70 probabilmente, di un bel blu come piace a me, ma pesantemente incidentato, con qualche tocco di ruggine qua è là… soprattutto al prezzo simbolico di un solo euro… e ti chiedi, ma perchè no? qualcosa da farci mi verrà in mente prima o poi no?

coppi_piegato

e così infatti accade, fonte di ispirazione come sempre il blog che oltre a parlar di bici fisse (eccheppalle) ha anche stile da vendere e sto parlando ovviamente di milanofixed , gestito dai mitici roy77 e danka.

 

Mi arriva dopo poco tempo in ufficio ed infondo le condizioni son quasi meglio di come lo ricordavo nell’inserzione!

foto4Dopo un po’ di sana giacenza nel garage la cui entropia si avvia verso il caos completo sento finalmente il mitico “ziu mimmo” uno che ha fatto del maneggio del flex un’arte nobile quanto quella del fioretto olimpico…

ed allora eccolo lo zio, alle prese con il telaio del passato per dargli comunque una qualche vita nuova, salvandolo dalla fonderia, dove nella migliore delle ipotesi sarebbe giunto a breve per essere sciolto e colato insieme ad qualche altra tonnellata di ghisa liquida e diventare chissà, forse una rotaia o la trave di un ponte…

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qualche sapiente rifinitura ed eccoli qua, tre portapenne, ovviamente con una certa arroganza alla radical-hipster-chic-snob, ma in fondo meglio così che non in discarica, no?

 

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ci saltano fuori anche due portachiavi non proprio minimal, ma ancora gestibili (forse)

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Ah, non contattatemi, a meno di occasioni del genere non ne faccio su commissione e quelli che vedete saranno tutti regalati (a chi se li merita, ovviamente…)

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