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the day when Izoard became #isoHard. un’avventura nelle alpi a #scattofisso

ok, ammetto che ultimamente il blog sta prendendo una piega un po’ autocelebrativa, ma questa è da raccontare dato che proprio un anno fa davo del folle a chi tentava cose simili, quindi vi racconto anche di come si può cambiare idea senza passare (troppo) per opportunisti.

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L’inizio della storia è semplice e parte da una convinzione in me piuttosto radicata in ambito ciclistico: “ogni bici fa il suo mestiere”. E di fatto ancora la applico, altrimenti non mi troverei sette biciclette piuttosto differenti nel mio garage: la bici da cx per il cx, quella da strada per la strada e quella da pista per la pista

Poi si sa che una delle mie fortune ciclistico/sociali e far parte sin dal primo giorno o quasi dell’amato/odiato fixedforum, dove ci si incontra e si discute di ciclismo alternativo, urbano, sempre sopra le righe ma portando anche tante esperienze diverse e tanti modi di intendere la bicicletta senza preconcetti e preclusioni dove alla fine ci si stupisce della diversità di interpretazione di una cosa così semplice come una bici.

“Se non provi non puoi capire” (cit.)

 

005Questo più delle volte fa la differenza, come a chi è titubante ad usar la bici per andare al lavoro: la vera differenza lo fa uscire di casa e provarci. Così tra una discussione e l’altra (anzi, scusate, nel forum si chiamano thread…) ci si ritrova a parlare di far salite pedalando una scatto fisso. Ed intendo salite vere, non cavalcavia ma Alpi, quelle vere e sopra i duemila metri di altitudine.

 

TBMAl giorno d’oggi raramente ci si arriva per primi alle cose, a maggior ragione in un ambiente così frastagliato e vario come il ciclsimo mi trovo a vedere chi già ha tentato cose simili, impensabili ed agli occhi dei più (ciclisti compresi) del tutto prive di fondamento logico. Parlo del gruppo di Track Bike Militia che nel cuore della svizzera sviluppa un’attitudine ed un approccio del tutto particolare alla montagna in biciletta, affrontandola proprio con una bici da pista, con nulla se non lo strettissimo indispensabile: catena-corona-pignone. Il loro risalto mediatico è subito forte e genera in me anche qualche sospetto di una loro caccia alla visibilità. Poi conosco di persona Larz e tutto cambia. Personaggio schivo, essenzialmente un tatuatore, con però un profondo rispetto verso le montagne essendo lui un americano trasferitosi in Svizzera. Princìpi ed attitudine che vanno in positiva collisione con il mio modo di pensare e allora piano piano si insinua il dubbio che forse davvero si riesca a trovar qualcosa anche in questo lato così estremo del pedalare.

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Complice una bici versatile e tuttofare oltre le mie aspettative come il Vigorelli ed una ruota messa a punto per essere un vero “carrarmato della strada”, mi trovo a pedalare un rapporto adatto a strade non del tutto pianeggianti come quelle intorno a casa. Da lì a provare una salita il passo è brevissimo. D’altronde sono nato e cresciuto in montagna ed ho iniziato andare in bici perchè c’erano le salite e la continua sfida con se stessi nell’affrontarle e trovarne si sempre più alte ed ardue da scalare. Il primo impatto è stato forte, fin troppo, benchè breve. C’era ancora da alleggerire il rapporto fino a giungere a quella combinazione quasi magica: 47-17 devo ricordarmi di approfondire questa accoppiata dal punto di vista numerologico, potrei avere altre interessanti sorprese.

Il dubbio diventa voglia di provare, ancora e ancora. Il buon Michele di Mquadro mi fa arrivare proprio quella corona da 47 denti che mancava ed è quello l’ultimo tassello a completare l’intero puzzle. Non si può più andar per piccoli passi, ora si deve fare il salto ed affrontare le montagne vere, con una bici sulla carta (di nuovo…) sbagliata ma che ha nella sua essenzialità la capacità di fare affiorare conoscenze che altrimenti resterebbero lì, sepolte sotto la brace della passione per il ciclismo.

Ne nasce innanzitutto una bella discussione sul forum, per confrontarmi con chi ha già fatto propria questa (non esagero) filosofia e cercare di capirne qualcosa di più e nel contempo organizzare un giro vero su strade vere e, guarda caso, cariche di gloria.

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Si andrà l’ultimo giorno di un luglio troppo isterico dal punto di vista meteo, speriamo di imbroccare la giornata giusta. Cerco qualche compagno di strada, ne troverò solo uno alla fine, ma che vale per dieci visto quanto ha saputo darmi sia umanamente sia dal punto di vista squisitamente tecnico. Viene da lontano, con un sacco di cose da raccontare e con quella luce che vedo accendersi negli occhi quando, ancora in auto, arriviamo a vedere la vallata di Briançon dove scaricheremo le bici ed inizieremo quello che per me è stato un piccolo viaggio di meno di cento chilometri sulla strada, ma anche un vero viaggio interiore a scoprire il sapore di sfidare un colle da 2360metri sul livello del mare con la bici non sbagliata, sbagliatissima proprio.

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Il percorso è il classico giro dell’Izoard, affrontando la salita dal versante storico, quello a sud. Il vantaggio è di avere i primi 50 chilometri molto abbordabili in un cosiddetto “mangia e bevi” ovvero una bella altimetria ondulata unita a dei panorami assolutamente mozza fiato per chi ama la montagna, con gole, rocce e laghi degni ognuno di una sosta e di qualche foto. Partiamo a metà mattina carichi di speranza nei cuori e di zuccheri nel sangue.

 

009Ma non c’è troppo tempo da perdere in foto e soste, dopo un inizio dove sento le gambe un po’ rugginose via via la strada mi dona energia. Sento sensazioni sempre migliori ma fino ad ora non ci sono grandi differenze rispetto ad esser con una bici da strada. Certo, ho mulinato nelle discesine ed mi son alzato sui pedali per superare qualche dislivello, ma questo pedalare a scatto fisso fino ad ora mi è del tutto familiare, gestisco con le gambe e apprezzo l’inerzia del fisso come sempre, come nel tutti-i-giorni cittadino da ormai qualche anno. Mano a mano che ci avviciniamo all’inizio della salita vera sento sia la smania di iniziare a scalare sia la paura di non farcela e dover per qualche motivo desistere e darla vinta alla montagna. Vedo Stefano molto più sereno e questo mi trasmette una piccola dose di tranquillità, lui ha già scalato sua maestà lo Stelvio ha una chiara percezione di cosa vorrà dire passare le prossime due ore in salita con una bici da pista con la consapevolezza che solo l’esperienza diretta può dare.

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Iniziamo, c’è ancora qualche breve tratto pianeggiante che ci fa respirare, la cadenza rallenta ma con qualche sforzo arriviamo in quel paesino da cartolina che è Arvieux. Da lì in poi sarà solo montagna con sopra di se una lingua d’asfalto che l’attraversa.

 

Dopo la breve pausa la salita si fa inesorabile e la strada nel primo tratto è caratterizzata da un unico lungo rettilineo in pendenza attorno all’8,5%. Far girare le pedivelle diventa una questione non più solo di gambe, tutto il corpo è convolto nel movimento e nel frattempo la mente è occupata a convincere il resto di me che si può fare, che non è così dura come temevo ma che non bisogna abbassare la concentrazione perchè ogni movimento superfluo è energia sprecata ed ogni spreco ha un prezzo da pagare. La cadenza è bassa (attorno alle 25-30rpm, per i tecnici) ma costante, la danza che così tante volte ho visto magistralmente eseguita dagli scalatori celebri del ciclismo di ieri e di oggi io la devo ripetere, ma in slow-motion, studiando attentamente ogni singolo istante della continua rivoluzione delle pedivelle. Tutto il corpo si muove in piedi sui pedali ma non c’è affanno, il cardiofrequenzimetro mi conferma che non c’è foga nei miei gesti e che cercare di accelerare equivarrebbe a far saltare l’equilibrio precario su cui si regge il mio avanzare. Non si tratta di fare una buona prestazione si tratta di ripetere quasi all’infinito una serie ben precisa di movimenti codificati, come in un’arte marziale dove al combattimento si affiancano anni di studio del portamento di ogni singolo colpo, fino a destrutturarne del tutto la loro complessità e ad interiorizzarne fino in fondo l’essenza. Ecco questo mi sta accadendo, sto prendendo a poco a poco una nuova, inaspettata e sorprendente consapevolezza di quello che il  mio corpo è in grado di fare, di come sia possibile trasporre il canonico gesto della pedalata su di un nuovo e più profondo piano. Non penso più a quanto manca alla vetta o a quanto dislivello ho superato, tengo il mio ritmo costante, necessariamente differente da quello di Stefano perchè nessuno è uguale all’altro e qui, oggi, non cerchiamo di competere, oggi cerchiamo un nuovo pezzo di noi.

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La salita è completamente silenziosa, i rumori della natura intorno diventano ovattati e ascolto in primo piano il rumore che emette la bici ad ogni pedalata, ogni volta che carico il mio peso per far affondare il pedale e nel contempo tiro con la gamba opposta per favorirne il movimento, il rumore è come uno “swoosh” flebile, gentile, seguito da un altro e poi un altro, monocorde a meno di impercettibili variazioni armoniche. Poco a poco mi rendo conto che io da qualche parte questo suono l’ho già sentito ma in un altro posto, in altre condizioni, ma è proprio quel suono lì. Ad un tratto capisco, non è una stupidaggine, quello lì è proprio il rumore del mare: continuo, inesorabile, noncurante di chi o cosa lo sta a sentire lui suona il suo invisibile spartito perchè così è deciso, quella è la sua natura. Oggi il mare lo sento quassù dove ora non crescono nemmeno più gli alberi data l’altezza e noi abbiamo ancora l’ambizione di salire più in alto. Sono come un violinista, l’archetto è quella sottile striscia di gomma della mia ruota posteriore, le corde sono quell’asfalto che ha visto migliaia di storie differenti su di se e che oggi ne racconta un’altra, probabilmente per la prima volta.

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Passa una mole di tempo che non saprei sul momento quantificare e quasi mi dispiace veder spezzato questo piccolo incantesimo, benchè a risvegliarmi sia il lunare e maestoso paesaggio della Casse Desertes, anzi a ben vedere ciò che ora vedo è del tutto simile ad un fondale oceanico riemerso e allora mi convinco ancor di più che per una volta ho sentito il suono del mare nel cuore delle Alpi, ne sono del tutto certo.

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025A questa incredibile fase ne seguono poi altre, molto meno interiori e (lo scrivo, perdonatemelo) Zen, dove la fatica e la concentrazione lasciano spazio alla gioia e alla soddisfazione di poter condividere con un amico l’esserci riusciti ed aver portato due bici da pista dove non erano mai state, ci sentiamo un po’ degli astronauti a pedali ed il paesaggio alieno aiuta parecchio. Veniamo poi anche avvicinati da un gruppo di motociclisti tedeschi incuriositi da quelle bici così spoglie ma che sanno dare così tanto ha chi ha la perizia di far di loro non solo un attrezzo sportivo, ma uno strumento per capire meglio il proprio corpo e quindi capire più a fondo anche se stessi.

 

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PS: ovviamente c’è stata anche la discesa come parte del giro. Stefano era brakeless, io no ma ho cercato di interpretarla come lo fossi. La differenza sta che lui l’ha affrontata con una sicurezza che mi ha quasi disorientato, io ora ho le braccia a pezzi, le vesciche ovunque sulle mani ed ho spolpato un Vittoria randonneur da 28mm che era nuovo di pacca…

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trova le differenze: il mio test del @cinelliusa @mashsf #parallax alla #Lambrocrit @columbustubi

Le cose sembrano sempre accadere per caso, ma a vederle con un altro occhio e soprattutto volgendosi in dietro a guardare “i puntini che si son tra loro collegati” tutto acquista un senso ed una logica.

Accade così che di punto in bianco mi arriva il messaggio di un ragazzo di Torino, lo conosco per tramite del solito “giro delle fisse” ma dire che siamo molto amici sarebbe una piccola bugia, per ora. Mi contatta e mi fa una proposta a me nuova, particolare e che di fatto mi inorgoglisce un tot. Il messaggio era di questo tenore qui: “ciao, ho preso da poco un Cinelli mash parallax, è una bici stupenda, ma alla fine io ci faccio solo piccoli percorsi in ambito cittadino, mi piacerebbe capire come reagisce agli stimoli di una corsa e capire quale sia la resa e la bontà di questo telaio così improntato all’agonismo”.

Ora, non sono certo nè il Cavendish nel il sir Chris Hoy di turno, ma ormai qualche gara con quelle bici “strane e senza i freni” ormai l’ho fatta, sicchè mi fa piacere la proposta e soprattutto lo vedo anche come un test su me stesso ovvero: sono capace di cogliere le differenze tra un telaio ed un altro? ho la necessaria sensibilità di guida e la capacità di spingere al limite una bicicletta? eh…. belle domande! Ma se non ci si prova non lo si saprà mai, e allora buttiamoci.

Ci vediamo sotto il mio ufficio e Federico arriva in sella alla sua bici. E’ già montata molto bene, le ruote sono identiche alle mie, l’allestimento è di alta gamma, chiaramente il rapporto è un classico 46-16 adatto all’uso cittadino e dintorni.

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Non resisto comunque più di mezzo pomeriggio. Ero già preparato, cambio i pedali con i miei, adatto altezza ed arretramento sella e via per un primo test. In primis trovo comunque una buona accoglienza. La bici non è ostica nè da guidare nè da rilanciare. Ha tutte le caratteristiche che hanno reso ormai lo standard dell’alluminio oversize come architettura ottimale per bici con questa destinazione d’uso: carro rigido e reattivo, sterzo preciso e solido, proprio come ho scritto poco tempo fa.

Viste le buone premesse allestisco la bici con tutto il mio materiale, di modo da avere pari condizioni con il mio telaio 8bar che mi tiene compagnia ormai da un anno tra gare ed allenamenti. Quindi trittico Deda elementi base per piega, attacco e reggisella, sella fizik arione, le mie ruote con l’ottimo vittoria evo cx all’anteriore (trattato, ma questo è un segreto…) e soprattutto il rapporto che uso in gara: 49-14 con corona Mquadro.

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La gara test è l’immancabile criterium del parco Lambro ormai classica come la Milano-Sanremo nel panorama delle criterium a scatto fisso. Conosco molto bene il tracciato, il tipo di gara ed ormai gli avversari di corsa sono tutti amici, anche se solo giù dalla sella… In quel tracciato ci sono solo 4 curve, di cui due piuttosto strette, da guidare, e due da percorrere in pieno con la manetta del gas tutta aperta.

Questa volta i giri sono 15 per un totale di circa 30km. La partenza, ancor più del solito, è al fulmicotone, si è tutti gomito a gomito fino alla prima curva ma ci si sgrana bene. La mia posizione classica è verso la coda del gruppo di testa, di fatto una delle più faticose perchè si rilancia molto all’uscita delle curve. La bici la sento solida, molto concreta sotto i pedali. I rilanci sono efficaci e il classico gesto di “chiudere il buco” viene piuttosto agevole, la sensazione di buon rendimento del carro posteriore (in particolare dei foderi bassi, veramente oversize) si percepisce molto molto bene. Discorso analogo per l’ergonomia di pedalata, sento la mia posizione in sella molto buona da seduto ed in scia al gruppo, nella curva veloce a 90° prima dell’arrivo riesco anche a non alzarmi sui pedali e accelerare da seduto in posizione molto più aerodinamica e redditizia. Ad essere onesto ci vorrebbero molti più watt nelle gambe per capire fino in fondo il comportamento del telaio in rilancio, diciamo che per il mio stato attuale di forma non intravedo il limite del telaio in quella fase, il che è già una buona notizia.

Veniamo al pezzo forte: le curve. Mi piace da matti guidare una bici da pista nelle curve,  mi ricorda gli anni passati sulle moto e sentire di essere alla corta con la trazione “in presa” è una sensazione che in bici da corsa raramente si riesce ad ottenere e mai così intensa. qui le curve vere sono due, diverse tra loro ed ugualmente insidiose anche se le conosco fin troppo bene (anche il mio zigomo destro le conosce, ma questa è un’altra storia…). Facciamola semplice: il parallax in curva si comporta divinamente, anche se l’impostazione è molto molto corsaiola. La traiettoria viene mantenuta sempre precisa, un vero binario e soprattutto con minimi gesti si riesce ad uscire dalla curva molto forte ed iniziare a rilanciare due/tre pedalate prima dell’avversario davanti, un bel vantaggio. La sensazione di solidità è eccellente, il mix di sterzo conico integrato e forcella con rake pista la rende una vera arma da combattimento. Chiaramente il rovescio della medaglia c’è. La bici non è molto generosa nel perdonare un errore di traiettoria, una sbagliata impostazione della curva è più difficile da recuperare che sulla mia bici con cui ho corso l’ultima red hook. Questo può significare che a volte l’essere in mezzo al gruppo è più delicato da gestire e ci va un po’ di perizia e mestiere. Per contro se ci si lancia in una fuga o si deve rientrare nel gruppo e si hanno le idee chiare di come guidare, il parallax asseconda alla grande i voleri del corridore.

Gran bel prodotto, si vede che è stato sviluppato e pensato non per un uso a 360° ma ben focalizzato su questo tipo di gare, dove di fatto le case concorrenti di Cinelli arrancano un po’, adattando i loro modelli pensati per la pista con risultati non sempre a questo livello.

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was hard, now even harder! la mia #redhookcrit #milano con @cykeln_mag racing team

frastornato, dopo quattro giorni sono frastornato e ancora mi riesce un po’ difficile mettere in fila tutte le emozioni in un ordine per lo meno cronologico, ma è meglio ci provi ora, di modo che alcuni dettagli importanti non svaniscano nella mia memoria…

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questa volta non è facile nemmeno scriverne, della Red Hook. Prima era una sfida quasi a se stante, estemporanea. Ora in un certo senso l’intero anno sui pedali è stato incentrato su questa gara. Quarantacinque minuti valgono una stagione? Probabilmente sì e credo che chi c’era, vecchia e nuova conoscenza di questo mondo, ha capito perfettamente il perchè. Aggiungiamoci anche che per la prima volta nella mia vita mi sono anche sentito parte ed al servizio di una squadra vera, non tanto per il prestigio o la visibilità, ma quanto per l’amicizia ed il legame fortissimo che si è venuto a creare in poco meno di sei mesi, intensi, pazzeschi, veloci, faticosi.

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Arrivo presto ed in buona compagnia, per una volta, sul campo di gara, in quella Bovisa che lo scorso anno per tanti motivi ha deciso di prendersi un anno sabbatico dalla redhook,ma che torna e di prepotenza per far capire a tutti, ma proprio a tutti, che queste sono corse nate in periferia e lì devono restare e prosperare. Il grande merito di aver acceso un quartiere dimenticato per quasi un anno, dove la sera tutti si chiudono in casa ed invece ora sono tutti per strada, i chioschetti aperti e tanti volti curiosi e sorridenti fanno da contorno.

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L’anticipo non è poi così grande, tempo di far ritirare il numero al mio amico Andrea ed è subito ora di cambiarsi e scaldarsi, perchè quest’anno c’è un’altra novità ed è bella grossa: non si arriva alla gara serale semplicemente con un’iscrizione fatta in fretta con click veloci sul web, no, questa volta la finale bisogna meritarla e la cosa non è affatto banale, anzi, mi mette una pressione addosso enorme, ne sento tutto il peso e percepisco i miei gesti quasi come fossero alla moviola. Passano gli 85 migliori tempi sul giro secco, indipendentemente dalla batteria, ce ne saranno quattro da 50 atleti per turno. I fattori in gioco sono tanti, e devono incastrarsi tutti perfettamente come in un mobile fatto a cesello: gamba buona, gomme ok, curve prese a tutta, scia giusta, compagni giusti e, soprattutto, un giro intero del tracciato senza trovare altri corridori lenti sul percorso. Siamo ormai tanto tanto vicino a quello che si vede in tele per la motoGP e l’adrenalina vi assicuro che non è meno, anzi.

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Il primo turno, quello di Andrea, è strano. In pochi si conoscono, in pochi si accordano per fare gruppi veloci sfruttando il gioco delle scie. Ne consegue che tante gambe ottime restano imbrigliate nel meccanismo stesso delle qualifiche e si trovano con tempi non alla loro altezza. Una mossa saggia fa il mio amico: prende e va tutto solo incontro al destino in un giro tirato a mille e con sempre il vento in faccia. La sua strategia lo ripagherà ampiamente e si ritroverà in finale, proprio lui che fino a pochi mesi fa sentiva i miei racconti sul mondo delle criterium con bici da pista come una cosa distante e fatta per ciclisti non del tutto assennati.

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Seguo poco il secondo turno, che poi tocca a me. nel mio terzo turno c’è il grosso della mia squadra: io, Paolo, Claudio, Chris e Filippo. In partenza il nostro capitano Alex ci carica come delle molle, il suo contributo non è solo nelle gare e nelle sue vittorie, il merito più grande è quello  di fare da collante e motivarci a dare sempre il massimo, ci riuscirà anche questa volta. Linea di partenza, siamo schierati, abbiamo preso un po’ di accordi con gli amici/avversari di sempre, l’obiettivo e di fare entrare quanti più italiani possibile. E allora via, tempo qualche minuto e parte il “primo treno”, lo perdo. Non mi perdo d’animo ma cerco di prendere un ritmo veloce e capire come interpretare al meglio tutte le veloci curve, qualcuna la ricordo bene ma qualcun’altra è del tutto inedita, va capita. Il secondo treno riesco a prenderlo, con fatica ma sono lì, gli spigoli dei cordoli cittadini passano veloci sotto il mio sguardo, uno dopo l’altro quasi li sfioro ed in un attimo che mi pare eterno rivedo il portale dell’arrivo, mi alzo sui pedali e spremo tutto quello che ho dentro. Saprò dopo che il tempo era buono, ottimo per il mio stato di forma, ma soprattutto sufficiente a raggiungere la finale, ovvero 3/4 del  mio obiettivo di giornata.

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C’è ancora tempo e vedo il mio compagno Filippo un po’ in difficoltà, voglio che si giochi la sua possibilità e ci accordiamo: si mette sulla mia scia e prova a tenermi a ruota fino in fondo per magari poi tentare di uscire allo scoperto e tirare fuori il giro buono. Io ho ancora energia da dare e la sacrifico più che volentieri, ne voglio vedere tanti di body coi fulmini in griglia questa sera. Dopo la metà del giro lanciato sento calare un po’ le forze, non mollo, sono ancora a tutta, spero che Filippo rompa gli indugi e mi passi a velocità ancora maggiore, ma già non è male il vederlo incollato alla mia ruota, arriviamo a tutta sotto il traguardo. Non basterà, ma almeno nessuno avrà rimorsi sull’averci provato al meglio delle proprie possibilità.

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Il lasso di tempo tra fine qualifiche e gara passa piuttosto in fretta, tra le tante chiacchierate con amici vecchi e nuovi, in italiano ed in inglese. Il bello è proprio questo: riuscire a scambiare due battute anche con persone lontanissime, seguite solo attraverso i social network, che oggi e solo per oggi sembrano amici di lunga data con cui raccontarsi e darsi consigli. Alla fine questo mondo è ancora abbastanza piccolo da considerarsi una comunità e questo per me conta tantissimo. Quando questa atmosfera sparirà allora inizierò a dubitare se iscrivermi ancora, ma questo oggi non lo percepisco affatto, anzi, siamo gli amici di sempre e per un giorno tutti siamo lì per dare il meglio di noi stessi.

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Arriva il momento che più aspetto, lo aspetto da un anno. Ci si va a schierare in griglia, lentamente, muovendo il rapporto a scatto fisso fatto per correre sempre sopra i 40km/h e come tutti mi muovo lento, sentendo ogni fibra dei miei muscoli intervenire sincrona per gestire il mio passare attraverso le transenne e raggiungere il mio posto, sono al numero 73 e sono alla finale della Red Hook criterium di Milano.

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gli attimi durano giorni…sento una voce lontana scandire con lentezza ….3…..2…..1…..GO! Non c’è lo sparo dello starter, c’è direttamente una iniezione di adrenalina nel cuore, sono in soglia ancora prima di fare il mio primo metro di gara e ci resterò fino alla fine. Non c’è riposo, non c’è respiro è una gara da correre tutta di un fiato. Se esiste una situazione che incarna la cosiddetta “trance agonistica” allora è proprio ora che si materializza alla perfezione. Lo sguardo rimbalza come un flipper a cercare la ruota migliore, le traiettoria ideale, a scartare quel tombino che il giro prima mi ha scosso il manubrio. Rilancio, una, due, tre volte ad ogni giro. Se fossi da solo le curve le farei meglio e più veloce, ma non raggiungerei di sicuro questa velocità in rettilineo ed allora è meglio restare qua. Sono in coda al gruppetto dei ragazzi che come me ha passato un’intera stagione a correre nelle zone industriali, solo per il gusto di correre veloce e sfidarsi di volta in volta sui differenti tracciati che l’urbanistica ci offre. Questa volta è simile ma differente, questa sera il valore aggiunto sono le centinaia di persone lungo il circuito, la loro energia, le campane, il tifo e il sentire ad ogni tratto voci amiche che ancora una volta gridano il tuo nome e ti fanno spingere ancora più forte sui pedali. Arriva anche un crampo che metto a tacere, le voci dalla strada sono molto più forti di lui, il sogno è qui ed io ci passo attraverso con tutta la forza che ho.

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Mi sveglierà il rombo di una moto, infondo mancano solo pochi giri ed ho dato tutto quello che avevo, va bene così. Anche quest’anno eravamo a correre con i migliori al mondo in questa disciplina di nicchia, dove serve una bici semplice, senza fronzoli, ma ci vuole tanta passione, forza e talento per farla correre veloce sull’asfalto cittadino, dove queste bici un tempo destinate agli ovali si son ritrovate quasi per caso a correre ancora ed a risvegliare una passione che per troppi anni è rimasta silenziosa ma che oggi rompe il muro e grida a tutti che è tornata ed è qui per restare.

PS: ricambio il favore lasciando il link alla giovane scrittrice e blogger che per la prima volta è venuta a contatto con questo mondo e ne ha scritto un pezzo sicuramente più lucido e coerente del mio: emialzosuipedali RHC Milano 2013

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molte cose successe, molte ne dovranno succedere… #ciclismi

tanto, troppo tempo che non scrivevo nulla qui…

…un po’ me ne scuso, alla fine il seguito che ha questo spazio è tale da sorprendere anche me quindi un po’ di cose ve le devo raccontare, anche se il divenire di molte cose è sotto gli occhi di molti (cari social amici e amici della – essenziale – vita vera).

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Da una piccola idea di aprile è nata una squadra: anomala, atipica, disorientante per molti, ma ci siamo e in poco tempo abbiamo avuto collaborazioni stupende dai nostri sponsor tecnici ma soprattutto abbiamo ottenuto grande stima e rispetto da parte di tutti, soprattutto da quelli che sono avversari quando siamo in sella, ma restano e resteranno amici quando siamo giù dalla bici. Questo è quello che era il nostro scopo, ora ci aspetta il gran finale e le tappe di avvicinamento stanno andando bene. Non è facile, non lo è mai, vai solo più veloce ma anche gli altri si allenano come e (spesso) meglio di te, ci va il solito mix di cuore testa e gambe, ma stiamo arrivando al gran finale e non si può sbagliare, ci giochiamo un’intera stagione in 45 minuti. A molti va persin peggio, immagino le finali olimpiche di tutti, dove ci si giocano quattro anni di preparazione i cinque secondi di tuffo, quindi va bene così, questo è quello che amiamo fare e lo faremo fino in fondo. Un paio di giorni fa mi son venute di getto queste parole che riporto per fissarle anche qui:

“non lo facciamo per la notorietà, non abbiamo nulla alle spalle, nessun costruttore di bici, nessun negozio, nessuno che ci dia dei soldi per le trasferte, nessuno che ci chieda conto di risultati o meno. Lo facciamo per una incrollabile passione, contro tutto e tutti e per la sete di gareggiare, quella che ti fa alzare sui pedali quando le gambe invece gridano di fermarti. Siamo il Cykeln racing team e siamo qui solo per correre.”

Come andrà è presto per dirlo, di sicuro saranno di nuovo emozioni di quelle che si scolpiscono nel profondo, come le volte precedenti o forse ancor di più.

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Dall’altro lato del pianeta bici quest’anno non sarò ad uno degli appuntamenti che porto nel cuore. L’autunno con il suo fascino merita anche qualche pedalata presa con la giusta calma, con una bici fatta sì per correre, ma come si faceva trent’anni fa, quando ancora qualche strada non era ricoperta dal nero manto di bitume, ma era bianca come la neve, fatta da una moltitudine di polvere e pietre di diversa grandezza ed accarezzarla con i tubolari riempiva di splendide immagini e ricordi la mia mente.

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Non sono stato estratto per l’Eroica, avrei potuto comunque partecipare e molti pettorali mi son stati proposti, ma ho interpretato tutto questo come un segno. Quest’anno mi serve di pausa, per riflettere su quanto così intenso vissuto negli anni scorsi e mettere in fila un po’ di cose, non basta un articolo qui sul blog, no ci vuole qualcosa di più organico ed importante, ancora una nuova sfida, quasi più difficile dei miei ultimi 205km sulle strade delle colline senesi. Spero di darvi notizia presto.

 

Infine, è anche ora di mettersi sul serio a lottare… lottare nel fango, freddo e scavalcare gli ostacoli del ciclocross. Sono già un paio d’anni che corteggio la disciplina, prima un timido assaggio, ma con bici sbagliata, poi arrivò la bici perfetta, ma la stagione era agli sgoccioli, e poi, ancora, un fantastico assaggio nelle sere d’estate dove nel giro di cinque gare e parecchie “sventole” prese ho capito che, benchè piuttosto alla moda oggi, il cross non è una cosa facile, non lo è affatto. Ci va gamba ma anche tanta tecnica e tantissima concentrazione per stare al 110% per tutta la durata della gara (sempre meno di un’ora, ma sembra non finire mai, altro che le granfondo….).

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ostacoli2Il fascino però è enorme, per il fatto stesso di aver voglia di allenarsi e correre quando qualunque ciclista sano di mente se ne starebbe a casa al caldo, quando gli stradisti pensano solo a fare palestra o rulli, quando anche molti biker mollano la presa, il cross ti porta ancora là fuori, quando piove o nevica, quando appoggi le ruote su di un fondo che ti farebbe arrancare anche a piedi, assurdo. Per di più su percorsi creati ad arte da veri e propri geni del male, con curve strettissime, ostacoli spigolosi, scale, sabbia… un inferno… ma di solito all’inferno, clima a parte, la compagnia è sempre ottima e credo che quest’inverno ne avrò di nuovo la riprova.

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