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Vi racconto delle mie bici – puntata 6bis di 7: far la #BMX al figliolo, con buon anticipo!

Prima della bici da corsa, prima della prima mtb c’era lei nei miei sogni: la BMX! eravamo in pieni anni ‘80 ed era il fenomeno nuovo che arrivava dritto dal miraggio USA, la volevo, arrivò e ci passai anni lì sopra…

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Poi persi traccia di quella bmx blu, ma il tarlo di averne una era sempre lì e complice i figli che crescono ed amici super, mi arriva un giorno un messaggio da messer PELT che mi dice, in dialetto fiorentino scritto: “o i se tu voi l’ho qui una biemmeiccse da sistemare ma l’è bona vera anche se non recentissima”.

Detto fatto, il pacco dopo un breve e sicuro viaggio era in ufficio da me. Oltre alla gioia di avere una bici nuova e totalmente diversa da quelle in garagge (n.d.t.: la doppia g è voluta), c’era l’ancor più intrigante sfida dello smontare, pulire ingrassare, sostituire e rimontare, di modo da avere un pezzo sì del 2005 ma del tutto attualizzato agli standard odierni ed anche se non con la progressione delle mtb, constato subito che i passi in avanti dalla gloriosa epoca “Atala gold” ad oggi sono stati molti ed importanti!

La bmx in questione è una WeThePeolpe primate, modello Dave Osato, grande rider dei primi anni 2000, questa la foto ed i dati da catalogo:

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Innanzitutto il telaio è davvero compatto e granitico, tubi giapponesi Sanko al cromo-molibdeno di sezione davvero importante, ovviamente acciaio. La situazione della bici così “out of the box” era questa:

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Inizio subito ad incuriosirmi nell’osservare la guarnitura: siamo distanti anni luce dalla ricerca del rigido/leggero/scorrevole che caratterizza le bici da strada, qui tutto deve essere a prova di bomba!

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A differenza di strada e mtb qui il perno (poderoso acciaio da 19mm) è del tutto indipendente ed a 48 scanalature dove incastrano le pedivelle, due travi in acciaio praticamente, con l’attacco per la corona indifferente sia a destra che a sinistra (i bene informati mi dicono che sia funzionale per alcuni trick avere la trasmissione a sinistra…). Il tutto su di un movimento centrale che gira su due coppie di cuscinetti industriali da 19mm… anzi pensavo fossero 19mm ma in realtà qui siamo in campo imperiale e quindi si parla di tre quarti di pollice! Ne consegue che mi risulta praticamente impossibile trovare i cuscinetti industriali equivalenti e mi affido al super negozio, il riferimento nel nord Italia, di Front Ocean dove trovo ragazzi molto disponibili e super competenti in ambito BMX!

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Inizio poi una ricerca di pezzi e pezzettini per attualizzare e sistemare al meglio la bici, scoprendo che uno dei miei canali preferiti, ovvero ebay.it, è praticamente sguarnito del tutto di ricambi da bmx seria, mentre il classico CRC ha un catalogo vastissimo ed a prezzi eccellenti! Così arrivano ruote, corona, manubrio, sella e reggisella nuovi che portano la bici da residuato 2005 a ottimo pezzo del 2016.

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Scopro infine anche un bel punto di contatto. La serie sterzo è esattamente identica a quella montata sul mio Vigorelli, classico standard Campagnolo per le serie integrate! Ne avevo giusto una presa per scorta che calza alla perfezione.

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La bici così come è montata ora mi piace tantissimo nonostante sia un po’ una arlecchinata di colori, ma è molto pratica e divertente da usare anche per un newbie totale come me e dà l’impressione di essere una bicicletta a prova di bomba: la buttassi giù da un balcone al limite ci sarebbe solo qualche graffio in più, granitica!

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Il mio piccolo matto già la guarda con enorme interesse e sa che sarà la bici con la quale si farà le ossa (sperando di non rompersele…). Io non vedo l’ora di vederlo felice lì sopra ma nel frattempo, ovviamente, la WTP Osato la curo io!!

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nulla accade mai per caso, la mia #MiTo2016 a #scattofisso by @vostokmilano #milanotorino

Che cos’è un sogno? Spesso gli scienziati dicono sia una nostra proiezione mentale o un metodo che ha il nostro cervello per scaricare i dati superflui immagazzinati nella memoria durante la giornata. Ma non è tutto, non può essere tutto. C’è ancora quell’alone di mistero, oltre la scienza, che fa sì che immaginando e spingendo oltre i nostri desideri, focalizzandoci su di essi ogni giorno, coltivandoli, possa far avverare i sogni, un giorno…

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… ed è il caso della passata domenica, dove, nel primissimo mattino, sotto un grigio cielo milanese, mi ritrovavo in un deserto corso Buenos Aires

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Che poi, corso Buenos Aires a Milano può davvero definirsi un piccolo pezzo di New York catapultato in Italia, solitamente caotico e trafficatissimo, mentre ora mi sembra di esser dentro una puntata di “the walking dead”, silenzio surreale. Per fortuna, però, non sbucano zombie affamati a ostacolare il mio cammino, ma qua e là qualche sparuto pedone si intravede, lasciandomi il dubbio se si sia svegliato presto come me o stia rientrando da una intensa nottata tra i locali della metropoli meneghina…

Questa situazione quasi surreale, gioca tutto a mio favore, riesco infatti ad avere il mio momento di concentrazione massima proprio ora, quando, con una certa ridondanza linguistica, sto andando come l’anno scorso al Vigorelli in sella alla mia (Cinelli) Vigorelli. Oggi si corre da Milano a Torino con la scatto fisso. La bici scorre silenziosissima, fin troppo. Mi trasmette la giusta fiducia facendomi comprendere che si digerirà tutti i 150km dato che anche il pavè di porta Garibaldi scorre via senza che lei si scomponga troppo, nonostante il pieno carico delle due borracce a bordo.

Arrivo al Vigorelli e vedo già tanti volti amici e tante bici, tutte tra loro estremamente diverse, accomunate solamente dalla trasmissione a scatto fisso. C’è di tutto: acciaio (tanto), alluminio, carbonio (poco), alto/basso profilo e manubri di tutte le fogge. Io, come gli altri anni, mi affido all’assetto da crono, reso solo un minimo più comodo da uno spessore da 5 mm sotto lo stem: non mi ha mai tradito e c’è sempre stato un momento, breve o lungo, dove mettermi giù sulle appendici è stato determinante.

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Non siamo moltissimi a partire, circa 65. Le ultime due edizioni funestate dal maltempo, e l’esplosione del fenomeno criterium, hanno un po’ messo in secondo piano quello che era l’appuntamento principale della stagione per gli amanti del fisso a pedali. Iscrizione rapida, il tempo di mettermi nelle tasche gli attrezzi, telefono e qualcosa da mangiare e via che si parte, ci vediamo a Torino!

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L’uscita da Milano è sempre festosa, siamo corridori sì ma anche una sorta di massa critica che afferma la voglia di riprendersi le strade, almeno alla domenica mattina, dove salvo rare eccezioni nessuno può veramente dire di aver fretta in auto, per andar dove poi? al lago o in montagna? Vige ancora, per fortuna, la regola di non belligeranza fino ad Abbiategrasso, tra i nuovi della MiTo ci sono anche le migliori gambe del panorama, ad esempio il mio amico Torinese Luca C. con il suo STØRM, Fabio A. di Cykeln, il grandissimo “Guanda” che sprizza entusiasmo da tutti i pori ed il suo amico Michel Chocol, vero atleta di alto livello, vincitore di svariate granfondo e dal fisico perfetto. C’è poco da fare, i corridori veri li riconosci già da quando scaricano la bici dall’auto per schierarsi in griglia, e lui non fa eccezione, armonioso nella pedalata e sicuro di potersi giocare le sue carte. Prima della partenza mi chiede anche qualche indicazione sulla strada da seguire una volta arrivati a Settimo, e gli mostro sul suo cellulare dallo schermo enorme (saranno 6” minimo) quella che è una via chiara e facile da riconoscere per arrivare in corso Casale a Torino.

Passati i primi 50km si inizia a far sul serio, come era naturale aspettarsi. Nessun “break away”, come si usa dire in gergo, ma tutta una serie di allunghi che decimano il gruppo (a Morano perdiamo ad esempio Matteo RR e Paolo tZE alla loro prima partecipazione) . Michel C è risulta quasi affascinante da vederlo pedalare, sembra non far fatica, ha una progressione che fa male agli avversari, e rimane impassibile in volto: non fa capire se quello è il suo limite oppure con noi sta solo giocando come il gatto con i topi…

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Il vento è presente ma soffia di traverso, qualche volta di 3/4 a favore. Mi metto anche io di buona lena e faccio qualche volenteroso turno davanti, a tirare. Mi trovo sempre comodo a star sulle prolunghe, anche per tempi piuttosto lunghi, e riesco a far veleggiare i miei compagni d’avventura attorno ad una velocità di crociera di 38-40km/h. A Borgo Revel (paesino dal nome che ho sempre trovato affascinante) anche Roby D’Anna e Luca A. decidono di averne abbastanza delle “specorate” e passano, giustamente, in modalità gita sociale.

I chilometri scorrono, non sembra vero di averne fatti già più di 100, quando in allenamento già solo la metà si fanno sentire così brucianti nelle gambe: potere del gruppo, della capacità di “limar le ruote” e stare coperti dal vento, Fabio, Luca, Alberto e gli altri ovviamente lo sanno, e tutti abbiamo ancora qualche cartuccia da sparare, tutto sta nel farlo al momento giusto. Per quello le gare sono così affascinanti, perchè a saperle leggere sono estremamente complesse pur nell’ estrema semplicità di andare da A a B.

Ci approcciamo all’abitato di Chivasso esattamente a mezzogiorno, ancora non lo sappiamo, ma sarà un vero mezzogiorno di fuoco! Siamo tutti convinti (ormai siamo una quindicina) di percorrere la via centrale, pavimentata in pavè e pedonale, ma che accorcia di molto l’itinerario… sappiamo che sarà chiaramente trafficata dai pedoni domenicali, quello che non sappiamo è che oggi c’è anche la fiera di paese! Apro un varco tra la folla come Mosè di fronte alle acque del Mar Rosso (passatemi l’irrispettoso paragone), la differenza è che invece dello scrosciar delle onde ci lasciamo alle spalle uno scrosciare di leciti insulti nei nostri confronti, stante l’assetto da orda di barbari con la quale svicoliamo tra folla e bancarelle. La buona notizia è che nessuno si è fatto male.

Poco prima di Brandizzo, Michel decide che è tempo di chiudere i conti e parte con uno scatto da “hors catégorie”. Come due leoni Fabio e Luca si lanciano al suo inseguimento, noi pochi superstiti (otto) li vediamo in lontananza. Fabio pare essergli in scia, ma Luca, in realtà  è più staccato. Il loro progetto dura il tempo di arrivare a Settimo: saltano entrambe, nulla si può contro l’uomo bionico! Sparisce anche dalla visuale, favorito annunciato, che credo centrerà il pronostico fatto da tutti.

Per Settimo, da sempre punto cruciale della corsa, ho in mente di mettere in scena lo stesso “show” dello scorso anno, ovvero, via pedonale (di nuovo) poi 300 metri di contromano e poi giù fino in piazza Sofia a Torino, attuando la famosa variante del cimitero. Attimo di brivido vero quando, finita la via pedonale, non mi accorgo della presenza di una catena tra due paletti che mi si para davanti: freno con pinza sull’anteriore e gambe sul posteriore, e questo basta per fortuna a non farmi fare un carpiato in avanti ma a pizzicarmi solo le dita. Sono incolume, niente paura, i battiti aumentano ma solo per colpa dell’intramuscolo di adrenalina inflitta dal momento di panico. Riesco a spostare la bici e ripartire, per il viale in contromano siamo solo io e Dario, ma gli altri, che stanno facendo il giro più lungo, si ricongiungeranno alla solita rotonda, che risulterà essere decisiva per lasciare Settimo e dirigersi verso la direzione più conveniente. 

Da qui in poi la corsa si tramuta in una velocity urbana (se non sapete cos’è, qui un prezioso link di storia…) ed emergono le capacità, mie e di alcuni compagni di avventura, di saper spingere forte sui pedali anche in presenza di traffico, semafori, rotonde e tutto il panorama di ostacoli cittadini. Non sono tecniche che si possono improvvisare, ne va soprattutto dell’incolumità di chi gareggia. Come dice Lucas Brunelle, uno che di corse urbane un po’ se ne intende, noi siamo la categoria di ciclisti che esiste negli interstizi del traffico, in quegli spazi che i più nemmeno ne immaginano l’esistenza. Negli anni di alleycat, e competizioni cittadine, abbiamo imparato invece a riconoscere quei varchi e a renderli dei posti sicuri dove stare, a concepire traiettorie sulla carta sbagliate ma nella pratica redditizie, ed è quello che fa la differenza alla MiTo, da sempre.

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L’ultimo ostacolo prima del ponte ciclopedonale del lungo Po Antonelli è l’incrocio con corso Belgio: semaforo rosso! Qui il flusso di traffico è davvero troppo veloce e voluminoso per poterlo sfidare, ci fermiamo tutti. Nel ripartire però non riesco ad agganciare il pedale, provo una volta…. due… tre, nulla! I ragazzi mi sfilano anche se siamo tutti a pochi metri di distanza, arranco, per poi finalmente sentire il “clack!” risolutivo che mi permette, finalmente, di alzarmi subito sulla sella per spingere fino all’ultimo incrocio.

Do per scontato che Luca, torinese, sappia che si deve svoltare leggermente a sinistra, invece vedo che si butta a destra, e rilancia pure! Gli altri lo seguono e trovo la voce per gridargli: “ragazzi, è di qua!!”. Mi butto al volo sul ponte, mi serve un po’ di lucidità alla fine di esso per non andar dritto giù per le scale, ma imboccare il sentiero (sì avete capito bene, sentiero sterrato in discesa lungo circa 6-7 metri) che percorro con la ruota dietro bloccata, anche per la tensione che mi sta assalendo e dalla paura di finire a terra a 150 metri dal traguardo.

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Dovrei star morbido, ma non mi riesce. Finalmente ritrovo il rassicurante asfalto di corso Casale (messo non poi così meglio del mini tratto sterrato che ho appena percorso) ed il tempo di un ultimo rilancio, e vedo che c’è solo il mio amico Filippo a presidiare il traguardo! Cerco ovunque con lo sguardo la sagoma di Michel, ma non lo vedo, non c’è, anzi non c’è ancora. Vuoi vedere che ho vinto?!

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Passano secondi interminabili prima che io realizzi che, sì, è andata proprio nel modo più sorprendente possibile. E’ andata che per arrivare primi in questa corsa non basta avere tanta gamba ed intelligenza tattica, ma anche aver pianificato un itinerario redditizio ed averlo percorso al massimo possibile, fino dentro la città, quella città che mi ha dato i natali, e che ora ammetto mi sta regalando la mia gioia sportiva più grande. Albo d’oro, e dati alla mano, sono il primo torinese ad aver vinto questa splendida classica del ciclismo alternativo e, ciliegina sulla torta, segno anche il record assoluto della gara con 4ore e 8 minuti, 5 minuti meno dell’edizione del 2013, l’ultima asciutta dopo le funeste 2014 e 2015.

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Aspetto con sguardo tra il sognante e il divertito l’arrivo di tutti i ragazzi che hanno partecipato, li vedo tutti sorridenti, così come mi conferma l’organizzatore Marcello. Per il prossimo anno, che sarà il decennale della MiTo, come della redhookcrit, guarda caso, tutti ci impegneremo a far sì che si parta da sopra il  legno del velodromo Vigorelli per giungere, “scorrendo”, sul cemento del Motovelodromo Coppi e poter così celebrare questi due monumenti, e dar merito a chi anche negli anni bui non ha mai permesso che andassero definitivamente perduti.

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La #gravel race più bella e faticosa dell’anno rinnova la sua magia: #LodiLeccoLodi 2015

Anche se è un po’ una frase fatta, sono convinto che questa gara, nonostante sia solo alla terza edizione, si possa ormai annoverare tra le grandi classiche del panorama ciclistico-alternativo italiano e direi quasi europeo.

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La giornata promette subito bene, ho avuto modo di dormire a casa di Andrea a Milano e partiamo alla volta di Lodi tutto sommato riposati e con una bella provvista di barrette e zuccheri per la giornata che si prevede intensa sia dal punto di vista fisico che mentale.

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Andremo infatti ad affrontare 163km di strada quasi tutta sterrata, a partire da Lodi, risalendo le alzaie dell’Adda e su fino a Lecco per fare il giro del lago di Garlate e poi giù in picchiata di nuovo fino a Lodi, con l’ultimo tratto che costeggia il canale Muzza.

Lo scorso anno mi ha conquistato questo percorso e lo spirito con cui 40 ciclisti ognuno a suo modo hanno interpretato la gara. Andrea è alla sua prima esperienza in una gravel ed è super entusiasta gambe comprese che vengono da un’esaltante avventura per l’intero percorso del giro delle Fiandre,  quindi sarà un osso duro per tutti quelli che hanno ambizione a “fare la corsa”.

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Al ritrovo noto subito tante facce amiche alcune delle quali non vedo proprio dalla scorsa edizione… ma soprattutto siamo tanti, tantissimi di più! L’organizzatore mi confermerà poi addirittura di 115 partecipanti che è davvero tantissimo e segnalano la vera esplosione sia di questa gara sia del fenomeno “gravel race” in generale in quanto capace di avvicinare tanti appassionati dato che il tipo di bici quasi non conta. Questo è anche uno degli aspetti unici della gravel: alla partenza c’è di tutto, la maggioranza sono bici da ciclocross con i rapporti, ma è un fiorire di singlespeed, mtb sia da 29” che a 26”, bici da viaggio, vecchie bici da corsa con gommature generose e addirittura anche una bici da pista a scattofisso che si rivelerà una delle sorprese della giornata.

Partiamo abbastanza puntuali ed i primi chilometri sono piacevoli e sereni: siamo all’inizio di una avventura e si respira nell’aria la voglia di stare bene e di divertirsi pedalando. Dopo pochi chilometri già il paesaggio è del tutto agreste, con il fiume placido alla nostra sinistra e gradualmente ma inesorabilmente il gruppo che inizia ad allungarsi in fila indiana, sia per percorrere al meglio la stradina sterrata, sia per il fatto che l’andatura si sta alzando decisamente in anticipo rispetto allo scorso anno. Ma ogni gara è una storia scritta in un differente capitolo dello stesso libro del ciclismo  e quindi inutile lamentarsi o recriminare, testa bassa e anche io mi dirigo quanto più possibile verso la testa del gruppo.

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Ritmo alto, ma sostenibile e sento sassi e polvere della strada scorrere via veloci sotto le mi e ruote: una bella sensazione, come se risalissimo l’acqua del fiume al nostro fianco invece di spingere sui pedali delle nostre bici. Al momento tutto mi pare leggero, l’attenzione la riservo tutta per guidare al meglio, le gambe invece fanno il loro lavoro come se avessi inserito il pilota automatico.

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Cambia il paesaggio. Dopo la classica incursione all’interno della stazione di Cassano d’Adda, dove mi resterà impressa la sinfonia di ticchettii delle scarpe da ciclismo all’interno del sottopasso sotto gli sguardi stupidi dei passanti, siamo ora nella gola del fiume. Questa è la parte più emozionante del percorso, tra chiuse leonardesche e centrali idroelettriche dei primi del ‘900 attraversiamo paesaggi incantevoli, incorniciati anche da ponti in ferro dell’epoca d’oro delle costruzioni, che ci sovrastano con la loro maestosità, come archi di passaggio verso terre da esplorare.

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I chilometri passano veloci, tutti riusciamo comunque ad alimentarci bene e a incamerare la nostra benzina a forma di zuccheri. Facciamo una prima sosta per riempir le borracce e svuotare le vesciche.  Un altro aspetto insuperabile delle “nostre” garette è che in questi frangenti a nessuno passa nemmeno per la testa di provare a scattare o allungare su chi si è fermato, non avrebbe senso, non sarebbe etico e rispettoso del ciclismo stesso e questo nobilita ancora di più quello che siamo qui oggi a fare con spirito cavalleresco e di amicizia, dove competizione non fa rima con sopraffazione.

Mi balza in mente un pensiero: “cavoli, ma siamo già al giro di boa?!”. In effetti l’andata è volata via ed il ritorno promette emozioni ancora maggiori dato che tecnicamente saremo in leggera discesa e sicuramente qualcuno si inventerà qualcosa per animare la gara. Siamo ora un plotoncino di 11 corridori, piuttosto omogenei e conosco praticamente tutti. Mi sento al sicuro in un certo senso.

Arriviamo a superare il centesimo chilometro. Già di per se questa distanza è un simbolo: fare centomila metri tutti in fila in sella non è cosa banale, su queste strade ed a questa andatura ancora meno. Ma ora mente e corpo sono settati (lo so che è una brutta parola, perdonatemela) sulle 100 … miglia… quindi gioco un po’ di rimessa, cerco di stare il più possibile a ruota ed a tratti di godermi anche un po’ la pedalata che rimane bella da togliere il fiato.

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Nemmeno il tempo di elaborare tutto questo che accade l’episodio clou della giornata. Con una eleganza che da sempre gli appartiene il buon Jacopo del team Legor si alza sui pedali ed esce a palla di cannone dal gruppo. Primo pensiero (di molti, me compreso): “dai, è uno scherzo, ora si volta e vede se ridiamo o meno e poi si prosegue così, insieme”. Nient’affatto. Questa è una di quelle azioni che farebbe saltare sui divani gli appassionati se fosse una gara pro tour. La testa, le gambe e la follia di provare una fuga a sessanta chilometri dal traguardo e un qualcosa che letteralmente annichilisce il nostro gruppo. Dopo qualche istante di esitazione che a me pare eterno vedo Andrea lanciarsi all’inseguimento, con lo stile che gli è proprio: niente scatto secco ma una progressione micidiale da seduto in sella, in un attimo prende distanza dal gruppo e via via accelera ancora fino a candidarsi come primo inseguitore. A questo punto, con un abile ma leale gioco di squadra,  Marcello (il Lolly) si mette davanti ai restanti e fa ragionevolmente calare l’andatura, permettendo la creazione di un buon margine di terreno per i primi due. Ci guardiamo tra noi: dobbiam decidere il da farsi. Siamo in bilico tra il restare passivi o rischiare lanciandoci all’inseguimento; potrebbe andare bene come male, stiamo tirando i dadi della corsa. Ci pensa proprio il buon Marcello a scacciare i pensieri per passare all’azione. Parte anche lui, pedalata fluida e potente. La mia posizione è congeniale, non dò retta alla mia parte razionale e mi lancio al suo inseguimento tentando il tutto per tutto. Non mi volto, spremo le mie energie per portarmi il più possibile alla sua ruota. Ma Marcello è più forte, porta la sua bici (una slpendida Legor, che di fatto vuol dire lepre…) ad accarezzare leggera e veloce quelle che dovrebbero essere stradine fatte per passeggiarci. Rimane avanti a me di qualcosa come trenta metri, ma pian piano questo gap aumenta, mentre diminuisce il suo su Andrea e Jacopo.

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Sono rimasto da solo. Anzi no. Arriva a darmi manforte, reale e psicologica, un ragazzo che per ora non conosco, su di una Cinelli Zydeco che sembra avere una condizione ed una lucidità migliore della mia al momento. Basta un’occhiata per capire che collaboreremo, ognuno per la sua parte. Ora l’obiettivo è provare a rientrare sui primi tre. Ce la metto tutta, ma dopo interminabili minuti a tutto gas le mie gambe gridano alla parte irrazionale del mio cervello di darmi una calmata, ora! Il classico “shut up legs!” mi funziona non troppo bene e devo per forza calare il ritmo. Mi si para di fronte il monolite dei –50km all’arrivo, sono tantissimi cinquanta chilometri, ora si deve giocoforza passare al piano B: arrivare interi al traguardo. Mentre ragioniamo di questo sbuca come dal nulla il mio amico Paolo, il più pazzo dell’intero parco ciclistico di oggi. Lui oggi corre con la stessa bici che usa quando ci sfidiamo nelle criterium a scatto fisso: ha una bici da pista, scatto fisso, freno anteriore e gomme da 28mm stradali. Un pazzo, attitudine fantastica con un unico credo: “l’importante è pedalare forte!”.

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Ora che siamo un trio mi sento molto meglio, ho la sensazione che tutto filerà liscio ed arriveremo a Lodi nel migliore dei modi. Nonostante i nostri GPS facciano un lavoro egregio e determinante, ogni tanto incappiamo in qualche piccolo errore di percorso, ma ci aspettiamo, collaboriamo, ormai più con le parole che con le scie dato che l’andatura è sensibilmente calata. Ma la mente sta meglio del corpo è questa è da annoverare comunque tra le notizie positive.

L’ultima crisi mi colpisce duro ai meno venti dalla fine, dove lo sterrato è il più difficile, molto sassoso, pieno di buche e non concede nemmeno una tregua per poter bere dalla borraccia. Passo il mio momento peggiore, ogni minima variazione del ritmo dei miei due compagni mi fa sentire al limite come un elastico teso, pronto a saltare da un momento all’altro. L’unica cosa da fare è stringere i denti e far comandare la testa, in qualche modo il resto mi ubbidirà.

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Cerco di concentrarmi sulla bellezza del canale Muzza e non pensare a quanto mi senta allo stremo delle forze. Finalmente l’agonia finisce ed arriviamo al tratto in asfalto che attraversa Paullo, quell’asfalto mi pare liscio come il velluto e mi godo il riposo di braccia e mani, nel frattempo Paolo con la sua fissa balza avanti a tirare con la sicurezza del suo navigatore che ci traccia la rotta, mi riprendo un po’. La ripresa definitiva accade quando leggo 9.5km all’arrivo: vedere quel numero ad una sola cifra ha un effetto migliore dell’ultimo gel di zuccheri che ho appena trangugiato. Riprendo coraggio e fiducia nelle mie possibilità, le gambe sembrano aver captato  i miei pensieri e oso anche fare l’andatura per qualche tratto. A Casolta abbandoniamo definitivamente la vicinanza delle vie d’acqua che ci hanno tenuto compagnia per l’intera giornata, entriamo nell’ultimo tratto che è un divertente singletrack tutto da guidare in presa alta che sembra quasi di essere in sella ad una mtb.

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E’ fatta, ci guardiamo negli occhi in tre e conveniamo che non abbia senso fare la volata per il quarto posto, sapremo poi che anche i primi tre non hanno sprintato e va più che bene così. Il valore di ciascuno dei corridori nelle nostre gare si misura per tutto l’arco della corsa e non in base ad un elenco stampato su di un foglio A4, probabilmente una delle magie della Lodi Lecco Lodi è anche questa, applaudire tutti quelli che tornano sorridenti alla cascina dove erano partiti al mattino per questa splendida avventura. Al prossimo anno!

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Contro se stessi e la natura, da Milano a Torino senza mai smettere di pedalare, di nuovo.

mi-to-2015-300x300Come ho sentito commentare da qualche amico che la sa lunga, probabilmente in tutto il panorama ciclistico mondiale non esiste una cosa come questa. Una gara non gara (ricordatelo bene) che va da A a B (come quelle vere, non ad anello come le granfondo…) con delle bici nate per correre in pista che invece per un giorno collegano idealmente proprio due tra i velodromi più celebri della storia. Dal Vigorelli di Milano ad Coppi di Torino, senza poter mai smettere di pedalare.

 

Sapevo benissimo che avrebbe piovuto, lo mettevo in conto già da qualche giorno prima dove con più minuziosità del solito mi ero dedicato ad ottimizzare posizione ed accessori sul Vigorelli per fare in modo che la bici fosse perfetta per fare quei dannati/meravigliosi 150km. Con questa sarà la quarta volta che prendo parte alla Milano-Torino, qualcosa me l’ha già insegnato questa gara, anzi molto, ma come dice il patron (mente ed organizzatore) ogni volta la MiTo è qualcosa di diverso, compresa la strada che fai per entrare in Torino. e Marcello non sbaglia, nemmeno questa volta.

Arrivo puntuale e vedo già tante facce conosciute ed amiche e qualche faccia nuova assolutamente ben venuta dato che ha fatto molti  più chilometri di me per esser alla partenza stamane e ne farà ancora moltissimi in più per tornare poi a casa.

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Dopo qualche istante arrivano gli ultimi ritardatari, chi un po’ raffazzonato ma con il sorriso a 32 denti per il solo fatto di esser qui, chi serio e determinato a fare “la gara” dando tutto se stesso dopo mesi di allenamento finalizzati anche all’appuntamento di oggi.

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Partiamo, pioviggina appena. Siamo pochi, meno di sessanta contando che ci sono state edizioni con partecipanti doppi (questa è l’ottava, per la cronaca). Ma si respira quel frizzantino nell’aria che solo chi parte per una vera avventura riesce a percepire. L’uscire da Milano verso la grande Pianura mi emoziona. Là fuori non ci saranno le schiere di palazzi a proteggerci dal vento, saremo soli con noi stessi e nessuno sa quello che si troverà ad affrontare e nemmeno chi avrà al suo fianco per supporto e se invece sarà da solo in mezzo al nulla. Battute, scherzi, commenti sulla bici e sul rapporto scelto per oggi riempiono l’aria. Come sempre ho il mio fido 49-15 ed una catena nuova e bella che fa emettere solo un fruscìo dalla trasmissione. Il bello dello scatto fisso è anche questo, una bici semplice e solida, dove udire uno sferragliare non è sinonimo di qualcosa di imperfetto ma di una rottura imminente. Arriva il primo paese, Abbiategrasso, dove la regola ferrea e non scritta vuole che si dia il via alle danze, ovvero si conceda totale libertà sul come interpretare la gara, chi si dà battaglia, chi corre, chi va al piccolo trotto e chi passeggia… Ognuno con la stessa dignità e rispetto da parte di tutti.

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Vedo avanti a me un primo gruppo iniziare a prendere vantaggio. Inizia a sentirsi un vento di traverso freddo e un po’ più di pioggia. Non ho le gambe (credo) ma soprattutto non ho la testa per andare a fare subito una scannata e tentare di agganciarmi a quel primo gruppo, non oggi, non ora che mancano 130km al traguardo. Accelero comunque ed in breve mi trovo nel gruppo di Marcello menthos ed altre gambette buone. Sarà questo il mio plotone, mi sento a mio agio e vedo da subito una buona collaborazione e veleggiamo, è proprio il caso di dirlo, ad una velocità attorno ai 36 orari.

Poi come in ogni buon film, un piccolo grande colpo di scena. Banale quanto inevitabile, la mia vescica mi ordina di fermarmi, subito! Ogni minimo scossone dell’asfalto è come un pugno nella pancia. Raduno le idee e le forze, avviso la testa del gruppo, e faccio una tirata di un minuto per poi potermi fermare per quattro lunghissimi minuti, a loro modo piacevoli.

Riparto, sono da solo, ma da lassù probabilmente qualcuno mi vuol bene: nella successiva mezz’ora non pioverà ed avrò un leggero vento di 3/4 posteriore. Mi spiano sulle prolunghe da crono e sento le gambe girare bene. Ogni tanto lancio un occhiata al garmin e leggo sempre un 4 come cifra iniziale della velocità istantanea, mi piace. Trovo un solitario e lo invito a seguirmi ma durerà poco alla mia ruota ma nemmeno me ne accorgo, purtroppo. Senza strappi e senza sentirmi al limite dopo un tempo che mi pare lunghissimo inizio ad intravedere delle giacche fluo sulla linea dell’orizzonte, sono loro. Accelero.

Poco prima di riagguantare il gruppetto vedo altri tre fermarsi proprio per le medesime necessità idrauliche, io non vedo l’ora di arrivare in scia e riposarmi un po’ nonostante le gambe continuino a girare. Rientro.

Il riposo è brevissimo ma riesco ad alimentarmi bene e a bere qualcosa nonostante non abbia gli stimoli di fame e sete so che non si possono fare scherzi e se avvertirò “il classico buco allo stomaco” sarà già troppo tardi, un po’ di (dolorosa) esperienza insegna più di mille manuali. Il tempo ora peggiora pesantemente, il freddo aumenta, la pioggia ed il vento anche che ora è puro di traverso a sferzarci. Siamo poco oltre la metà gara e ora si instaura tra noi un consapevole silenzio, di quelli che uniscono anzichè dividere.

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cerchiamo per quanto possibile di evitare buche, pozzanghere ed ormaie che sono un ulteriore freno alla nostra avanzata. Ogni pedalata ora è dosata per non fare sforzi più del necessario e sprecare energia. La nostra media si abbassa sensibilmente. Stare a ruota è tanto difficile quanto necessario; solo ogni tanto quando son dietro a Lorenzo aka Benza ed il suo ferriveloci con un antiestetico ma efficace parafango riesco a respirare a bocca socchiusa, altrimenti ben serrato per non bersi i veleni tirati su dall’asfalto con l’acqua.

Non ce ne rendiamo conto ma, nonostante tutto, i chilometri passano via uno dopo l’altro, come mattonelle di un domino lungo da Milano a Torino. Inizio ad avere i piedi zuppi e a sentire la sensibilità sparire da mani ed avambracci ma non devo fargli prendere il sopravvento. Inizio a muovermi il più possibile per riattivare la circolazione a modo, cambio posizione sul manubrio e sulla sella e sento il mio corpo rispondere ed è una bella iniezione di fiducia. Soprattutto le gambe ci sono ancora e tanto vale sacrificarsi ora per il gruppo che non verso la fine quando magari non ne avrò più. Mi metto davanti, braccia sulle prolunghe, posizione comoda ma efficace e senza strappi mi porto di nuovo ai 35-36 orari con ogni tanto qualche sparuta occhiata al farmi star a ruota da tutti gli altri.

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Vado avanti fino a che mi sento un lieve bruciore nei quadricipiti, credo sian passati  dieci minuto o forse qualcosina di più. Mi allargo e mi alzo rallentando, mi volto e ho una sorpresa: siamo rimasti in cinque. Non era una selezione voluta, ma di fatto nemmeno la selezione naturale lo è, anzi spesso mi son trovato io ad essere il selezionato anzichè selezionatore quindi va bene così. Le scritte stradali con l’indicazione Torino si fanno più frequenti e questo fa tanto morale nel nostro piccolo plotone. A Chivasso faccio strada io per il viale centrale in pavè, certo non troppo piacevole ma accorcia un po’ la strada  e tutti lo riteniamo un ottimo scambio: strada per fatica. Brandizzo vola via veloce e ci ritroviamo al cospetto di Settimo Torinese dove a mio parere è necessario onorare questa corsa dando il tutto per tutto perchè è qui che si è sempre decisa ed è qui che se ne si ha la possibilità si deve fare la differenza.

Vedo il buon severinodigiovanni della CCSC (che sta per Ciclo Club Scappati di Casa – geniale) un po’ insofferente sulla poca voglia rimasta a tutti di tirare. Mi par evidente che ne ha e non voglio fare l’egoista quindi mi affianco a lui e gli chiedo se ha voglia di fare una cavalcata finale come si deve. Acconsente, credo non vedesse l’ora nonostante i 135km già sulla schiena per entrambi: “aspetta, non questa rotonda, la prossima si va”. Mi fa un cenno, ed all’uscita della rotonda designata diamo tutto quello che abbiamo. Ci segue un terzo ma poco male. Settimo è come un videogame fatto di zone pedonali e sensi unici in verso opposto. L’unico vantaggio è che il meteo e l’ora di pranzo ci tolgono una buona fetta di traffico ed in men che non si dica leggiamo l’enorme scritta: TORINO!

resta in pratica solo più una svolta decisiva, quella che porta verso la “via del cimitero” che avevo anche provato un po’ di tempo prima. Non so se è la più redditizia ma di sicuro è la più corta ed ora c’è solo voglia di arrivare. Il terzo con noi compie l’inspiegabile errore di allungare di fronte a noi, ben sapendo che solo io conosco la strada. Svoltiamo compatti io e severino con un classico gesto di chi è avvezzo a girare in bici in città. Ora tutto dritto fino al ponte pedonale sul Po che con il suo bianco è quasi come uno stendardo dell’arrivo. Manca solo più la rampetta sterrata di discesa dal ponte, fatta con il solo terrore di bucare e poi la svolta per gli ultimi duecento metri fino all’arrivo!

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In quell’attimo in cui sento di aver superato anche l’ultimo metro di corsa mi sento così bene, appagato e fortunato che sento le gambe girare da sole e portarmi ancora avanti, rallento ma non esito e, incredibile a dirsi, alzo la testa verso l’altro provando quasi piacere a sentire quelle sottili gocce di pioggia sulla pelle come fossero le prime a solcarmi il volto in una giornata in cui in fondo non mi importa di quanto è stata dura, ma ben di più mi rende felice aver conosciuto una parte in più di me stesso e di aver condiviso la strada con persone che meritano il più alto rispetto. Al prossimo anno, per la nostra unica ed irripetibile classicissima di primavera.

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PS: la mia traccia su Strava qui (con tutti i paesi toccati…) ed un po’ di belle foto qui grazie a Vittorio Chingò

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Vi racconto delle mie bici – puntata 4 di 7: il mio primo anno con il Vigorelli

Questo articolo più che una presentazione vorrei fosse letto come un viaggio, perchè alla fine è una storia di amicizia, di persone, di fiducia reciproca e di un ottima bici.

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La storia la sapete quasi tutti ormai, ma ne faccio un riassunto anche per mia memoria futura. Dopo i primi anni passati a correre e fare esperienza nelle criterium a scatto fisso prima con il mio glorioso e primo telaio da pista (un classico acciaio proveniente dal velodromo di Cento) poi con lo storico Bianchi D2 (quando ancora la casa faceva tutto qui in Italia), nasce la voglia e la scintilla per creare una squadra di quelle vere ed unite prima di tutto dall’amicizia, questa squadra era il CYKELN racing team e in breve tempo finimmo sotto gli occhi di tutti, grazie a risultati sportivi eccellenti delle migliori gambe della squadra, ma anche grazie (soprattutto direi) ad un’attitudine volta prima di tutto all’amore per il ciclismo in tutte le sue sfaccettature, alla voglia di gareggiare per il puro spirito della competizione innata in ciascuno di noi e, non ultimo, per la voglia di stare insieme e condividere dei bei momenti insieme.

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Questa bellissima storia fu da incipit per una storia ancora più grande, fatta di una collaborazione mia diretta con Cinelli e in parallelo con la nascita del team Cinelli-Chrome che non credo abbia bisogno di presentazioni.

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Sia io che gli atleti del team ufficiale abbiamo ricevuto in uso un telaio Cinelli Vigorelli. Il mio vantaggio, da affiliato, è quello di aver completa libertà sia su quali gare correre, sia, soprattutto, sul montaggio della bicicletta e questo per me è un vero invito a nozze giacchè mi piace testare e sperimentare la bicicletta a scatto fisso in tanti e differenti contesti, ma andiamo con ordine.

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Il giorno della consegna dei telai e l’avvio della collaborazione fu un qualcosa di straordinario. Partito in sordina ed in (quasi) assoluto segreto, mi ritrovai ai cancelli dell’headquarter della casa dalla grande “C”. Con mia sorpresa il timore reverenziale cessò in un istante e la sensazione di trovarmi tra persone che conoscevo da sempre ha avuto la meglio. Belle vibrazioni e sorrisi veri da parte di tutti, con la consapevolezza di star iniziando qualcosa di grande e bello, il resto della storia principale già la conoscete.

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Da una stagione pedalo, corro, mi alleno, mi sposto in città e tento qualche folle impresa con quello che a ragion veduta è ancora oggi il telaio chiave di casa Cinelli, che ne ha svecchiato l’immagine, che ha avvicinato centinaia di persone al ciclismo facendole passare dalla porta di servizio ma dando a ciascun possessore una grande opportunità di capire e conoscere cosa può fare una semplice (semplicissima, in questo caso…) bicicletta e facendo da ponte per altre mille discipline ciclistiche.

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Il mio primo montaggio e la prima prova è stata al velodromo e non uno qualsiasi ma il Fassa-Bortolo di Montichiari (BS) attualmente l’unico velodromo coperto ed a standard olimpico presente in Italia. Dopo dieci pedalate il feeling fu tale da spazzare via tutti i luoghi comuni sul Vigo: questo è a tutti gli effetti un telaio da pista, mi ha fatto subito trovare a mio agio sulle paraboliche in legno e la prontezza e reattività sono da primo della classe.

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Le cose irrinunciabili nel mio set up sono la sella San Marco Zoncolan (ogni fondoschiena ha la sua, chi  pedala lo sa), il reggisella Thomson (chiunque ne abbia mai montato  anche uno solo sa il perchè) ma soprattutto la guarnitura delle officine Mquadro che sono in primis due grandi amici con la mia stessa passione, ma con il talento, la conoscenza e l’impegno che li ha portati da essere due ragazzi che smanettano in un garage (questa scena da qualche parte l’ho già vista…) a diventare una realtà solida e conosciuta in tutto il nostro mondo, fino ad essere uno dei principali sponsor tecnici della RedHookCrit.

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Oltre questi capisaldi ho avuto il piacere di divertirmi con un valzer di ruote abbastanza disparato: dal classico assetto da alta velocità con le Miche supertype pista, ad una posteriore basso profilo con un eccellente mozzo Dura-Ace per i tracciati tortuosi delle crit e per i lunghi allenamenti in extraurbano, per finire con la classica ruota del cosiddetto “hillbomber” ovvero una ruota a prova di proiettile (leggi: sfilettamento pignone) con il classico mozzo da MTB anteriore convertito e pignone avvitato ai 6 fori del supporto disco per le uscite con dislivello e per l’avventura montana di cui già sapere tutto.

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Beh, in sintesi dopo 1.485km fatti nelle più disparate condizioni e contesti ho capito il perchè il Vigorelli rimane un caposaldo della produzione Cinelli. E’ il telaio a scattofisso più versatile ed efficace che abbia mai pedalato. Con un semplice cambio di ruote e rapporto sa trasformarsi da bici da velodromo a commuter veloce per la città, da bici per le imprese in montagna a strumento per le competizioni nelle criterium dove, oltre la gamba, conta (e non poco) saper guidare al limite la bicicletta: spesso senza la possibilità di correggere le traiettorie dato che si hanno solo le gambe per gestire i rallentamenti e la classica pizzicata del freno posteriore per aggiustare il tiro non può esser fatta per definizione di criterium a scattofisso.

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E’ proprio il feeling con l’avantreno che ritengo sia ad oggi il migliore con cui abbia avuto a che fare: preciso, sensibile, pronto e sicuro. Mi ha aiutato in molte situazioni e spesso è stato un vero vantaggio nei confronti di avversari con bici molto più blasonate e costose.

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2567Anche in montagna ed in giri oltre le quattro ore ha saputo essere sia sincero nelle reazioni (lo so che di per se non ha senso andare in montagna con una bici da pista, ma ormai è peggio di una droga, tanto che fixedforum gli ha ora dedicato una intera sezione) sia tutto sommato anche confortevole a dispetto di tutti i luoghi comuni sui telai in alluminio, fatto vero forse negli anni 90, ma ora i progettisti sanno esattamente come fare un buon telaio in alluminio, basti pensare al fantastico (e vendutissimo) CAAD10.

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Ora la nuova stagione è alle porte, l’allenamento dopo una breve battuta d’arresto è ripartito, ed io sono ansioso di provare ancora una “valigiata” di emozioni e di divertirmi come un bambino alla guida di questo bel prodotto dell’ingegneria nostrana.

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Ndt: le belle foto sono di Silvia Galliani, Miriam Terruzzi, Emanuele Barbaro, Rosario Liberti, Andrea Schilirò.

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Dovrei raccontare di #Eroica ma mi serve più tempo…

Ancora una volta di ritorno da quel paradiso che è il Chianti, ancora un volta con la mente e l’anima carichi di ricordi ed emozioni per aver percorso quelle colline, sempre uguali eppure sempre diverse… L’urgenza di fissare le immagini mentali ed i ricordi di tutti e cinque i sensi si scontrano con l’esigenza di dare una veste più organica a tutto quello che è l’Eroica. Con qualche nube all’orizzonte ma anche molte speranze, sto iniziando a scrivere sulla lunga distanza, non più un semplice articolo qui. C’è così tanto nell’Eroica che, a differenza degli anni passati, non riesco più a contenerlo in un racconto da pausa caffè. Ci spostiamo allora sul divano, magari con un bicchiere di vin santo, e del tempo da dedicare all’approfondire l’universo del ciclismo.

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Man mano pubblicherò qualche estratto, qualche bozza a tinte colorante, tanto per anticiparvi quale direzione sta prendendo… che sia un libro vero e proprio o una serie di puntate di un racconto più ampio ancora non lo so dire, ma come si dice, l’importante alla fine non è la meta raggiunta, ma il viaggio percorso.

Parto ora, vi scriverò strada (bianca) facendo…

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la #MiTo in fissa sta alla Sanremo come la #LodiLeccoLodi sta alla #Roubaix–la mia prima gravel race

Hey c’è una gara nuova, una bici adatta ce l’ho e allora perchè non provare? Bando alla noia e mi imbarco nella mia prima gravel race, che nemmeno a farlo apposta è la più dura e (diventerà) prestigiosa del panorama ciclistico amatorial /alternativo italiano: Lodi Lecco Lodi o più semplicemente LLL.

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La sfida è di quelle toste già sulla carta, sono 165km già lunghi al solo pronunciarlo, ma il cuore della gara sta nel fatto che di questi circa 140 sono su sterrati, alzaie, sentieri… in una parola gravel. Detto così suona strano ma gravel fa rima con libertà, sia nella scelta della bici sia nel modo in cui si può interpretare il percorso, dalla gita alla gara senza esclusione di colpi… sceglierò quest’ultima ma non mi reputo certo migliore di chi ha fatto una splendida gita di 8-9 ore in mezzo a paesaggi stupendi.

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L’acqua caratterizza il percorso, dal lungo Adda, al naviglio della Martesana, al lago di Garlate e ritorno. La stessa acqua che è proprio il simbolo del progresso della civiltà umana, dalle vie di navigazione, ai mulini fino alle centrali idroelettriche il percorso è anche di una portata storica fuori dal comune, oggi ancora dolorante ma felice mi rimane la voglia di approfondire su tutto quanto quel territorio è capace di raccontare. Per il momento provo io a raccontarvi la mia gara.

Mi ritrovo puntuale al parcheggio indicato da Damiano, l’immenso organizzatore che nulla ma proprio nulla ha lasciato al caso. Iniziano ad arrivare le prime auto e mi parcheggio di fianco ad un ragazzo che sta scaricando la sua bici da ciclocross come la mia; di lì a pochissimo scende da un camper un signore un po’ più in età di noi ma a veder le gambe si direbbe molto tonico. Senza saperlo (combinazione davvero incredibile) ho già davanti il podio, ma andiamo con ordine.

014Apre il luogo del ritrovo, un locale all’aperto davvero gradevole di quelli dove respiri aria di famiglia appena ne varchi la soglia. Le procedure di iscrizione sono la cosa più semplice e lineare del mondo, si registra il tuo nome su di un foglio, fine. Aspettiamo qualche ritardatario, rimiriamo bici di tutti i tipi, dalla ciclocross agonistica alla monster cross, alla mtb anche in declinazione fat-bike, a bici da corsa d’epoca belle e semplici a qualche folle (peggio di me) con bici a scatto fisso, qualcuna anche senza freni in bilico tra il puro hardcore e l’assetto da armata Brancaleone.

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Ribadisco, e ne avrò altre mille conferme, che l’organizzazione non ha lasciato nulla al caso: oltre al blog dove si racconta che tipo di gara è una gravel, si chiarisce nei minimi particolari il regolamento, si fornisce un completissimo road book ed una traccia gps da caricare sui cicloPC moderni, tutti i partecipanti hanno ugual importanza, si aspetta qualche ritardatario e in classico stile MiTo i primi chilometri sono una passeggiata dove ci si sacalda, si chiacchiera, si ascolta la bici per capire se anche per lei è una giornata buona. Questa prima parte di gara è splendida anche perchè, al  pari della MiTo, ti fa prendere consapevolezza della bella esperienza che si sta per affrontare, in tanti, tutti differenti e tutti contraddistinti da una incrollabile passione. Nessuno lo fa perchè ha ordini di squadra, nessuno si aspetta ricompense o premi, il prestigio è già nell’essere lì con il sorriso sulle labbra consci di essere capaci di affrontare a proprio modo una gara sulla carta massacrante su strade bianche e sterrate.

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Dopo poco, infatti, la gara si fa Gara: chi vuole interpretarla al massimo delle sue possibilità è pregato di farsi avanti ora o restare nel gruppo dei festosi. Decido di provarci. Mi aggrego a due ragazzi in mtb che menano come dei dannati, in qualche occhiata repentina al garmin leggo 31-33km/h e penso “hey, è un ritmo insostenibile anche per solo 50km, figuriamoci i 145 che ancora mancano!”. Ma siamo in ballo, inutile lanciar la sfida e mollare subito… mano a mano vedo il gruppo di testa avvicinarsi, altri 3 allunghi e siamo dentro. Mi affianca il ragazzo che aveva parcheggiato di fianco a me, Jacopo, lo vedo pedalare e capisco subito che è un di quelli “buoni”, mi guarda e mi dice semplicemente: “benvenuto”. Questo mi resterà in testa per tutta la gara ed è qui anche oggi a farmi compagnia. Quel “benvenuto” detto così in quel momento è stato più efficace di una dozzina di barrette energetiche, sta a dire benvenuto nella corsa vera, benvenuto al massacro, benvenuto ad altri 140km di polvere buche e sofferenza, benvenuto tra chi vive per la bici in tutte le sue forme, benvenuto in una gara non comune, benvenuto in un oceano di insidie, ti potrai concedere una distrazione solo tra 5 ore abbondanti, quando avrai superato la linea d’arrivo. Sarà esattamente così.

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Si arriva ben presto ad un primo ostacolo: il ponte bailey che consentiva l’attraversamento dell’Adda dopo 5 anni di servizio è avviato alla demolizione, iniziata 3 giorni prima! Niente panico, qualcuno del posto conosce bene la zona, ci dirigiamo attraverso i campi navigando a vista, fino alla ferrovia, la attraversiamo e proseguiamo lungo questa fino alla stazione di Cassano passandoci proprio dentro, sottopasso pedonale incluso. In questa fase nemmeno mi accorgo che tre tra i più esperti corridori ne hanno approfittato per fuggire solitari verso Lecco. Rientrati sullo sterrato il mio neo amico non ci sta, provare a riprendere i fuggitivi è un obbligo morale e inizia a dettare un ritmo altissimo. Dove il fondo e buono viaggiamo con una velocità di crociera attorno ai 35km/h, non sono ammessi cali di attenzione, anche solo bere dalla borraccia va pianificato con cura.

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Dopo diverso tempo si unisce a noi Emanuele, mi sembra sbucato da dietro un albero, fresco come una rosa, con la sua singlespeed ed un colpo di pedale efficacissimo, sembra non far fatica, anzi ci incita dicendo che i fuggitivi non son poi così lontani, si alterna davanti a tirare tenendo un passo altissimo e si concede anche il lusso di farci le foto: un vero manico!

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Cinquanta chilometri di assalto all’arma bianca attraverso paesaggi via via diversi e sempre incantevoli dove si alterna il fascino della natura ad altrettante suggestive tracce tangibili dell’ingegno umano, dall’altissimo Leonardo da Vinci, a mirabili ponti alle prime centrali idroelettriche d’Italia, belle da sembrare castelli medioevali. Mi imprimo immagini stupende nella memoria insieme ad una cantilena del tipo: “qui ci devo tornare, qui ci devo assolutamente tornare, magari con più calma…”

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Come un miraggio che si materializza rientriamo sui tre fuggitivi, loro non la prendono benissimo, ma tant’è. Ora siamo in otto ed il lago di Garlate è oramai in vista.

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Il giro del lago è tutto su pista ciclabile, certo scorrevole ma di fatto il tratto più carico di insidie, come tutte le piste ciclabili della nostra piccola italia: gente che passeggia a piedi, che fa zig zag in bici, cani a zonzo, podisti con le cuffie nelle orecchie che li isolano dal mondo esterno… insomma, cento occhi ma tutto fila (quasi) liscio… Il quasi è perchè senza cause esterne due corridori si toccano tra loro e finiscono inevitabilmente a terra. E’ una gara ma siamo anche appassionati che conoscono cosa significhi assaggiare la durezza di una caduta, ci fermiamo tutti. Chi ha avuto la peggio nel volo ha un po’ di escoriazioni e botte ma non avverte segnali peggiori, anche la sua bici è ok. Dopo qualche minuto dove approfitto per la classica sosta “idrica” è lui stesso a dirci di proseguire perchè lo farà anche lui fino a Lodi, solo con un ritmo più blando (e sarà effettivamente così, davvero eroico).

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Si inizia a ridiscendere verso sud, son riuscito a bene e ad alimentarmi, la stanchezza compare ma accompagnata da buone sensazioni, siamo in 5 dopo un po’. Emanuele mi dice: “ormai se sei arrivato fin qui vai con loro fino all’arrivo” non gli dò troppo peso perchè una foratura od una scivolata son sempre dietro l’angolo, ma quella frase unita al “benvenuto” iniziale mi dona una carica pazzesca, mi sento dannatamente bene.

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Poco dopo aver pensato che una foratura potrebbe farmi perdere la testa della corsa e proprio Emanuele vede l’anteriore perdere di pressione progressivamente, sapeva che non avrebbe potuto arrivare fino a Lodi per impegni personali, ma così presto proprio no. Quasi ci ordina di proseguire e di scannare fino alla fine, lo ascoltiamo. Siamo in quattro e siamo quelli che si giocheranno la vittoria finale.

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Non avverto la lieve pendenza favorevole che ci fa pedalare nella stessa direzione dello scorrere delle acque ma ciononostante i chilometri passano veloci, il ritmo è sempre notevole ma non più indemoniato come la risalita della corrente, c’è anche negli altri la consapevolezza di avere nelle gambe una buona prestazione.

Il percorso per fortuna prevede gli ultimi 30km diversi da quelli (tecnici e complessi) dell’andata: si deve costeggiare il canale Muzza fin quasi dentro Lodi, semplice… a parole.

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Ci troviamo a centellinare l’acqua e a scambiarci la borraccia, come fossimo compagni di squadra. Io ne ho ancora un paio di sorsi ma alla domanda di Jacopo non ci penso nemmeno un istante e gli sporgo la mia acqua in uno dei gesti più classici e popolari del ciclismo, di quello che ancora piace a tutti.

I tratti lungo il canale non sono scorrevolissimi. Ora ogni buca è una frustata sulla schiena. Ad un tratto compare l’argine in calcestruzzo con un cordolo a bordo canale di nemmeno 30cm, ci saliamo su tutti, la cautela è sempre al massimo e mantenere l’attenzione sempre più difficile, ma per contro la scorrevolezza di quella superficie è una manna. Il canale negli attraversamenti delle strade ha la classica sbarra che impedisce l’intrusione delle auto ma consente il passaggio di pedoni e bici. Questo diventa un’arma nelle mani, anzi nelle gambe, di Jacopo che parte con degli allunghi per fare ancora una ulteriore selezione da corridore vero qual è. Uno…due….tre, alla terza accelerazione resto attaccato solo per forza di volontà, con le unghie e con i denti. Mi volto e Matteo, il quarto, non c’è più. Il podio è già tutto qui.

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L’ultimo tratto di sterrato nel bosco corre via facile, meno sassoso e superficie dura e veloce, in un attimo siamo sull’asfalto e mancano due soli chilometri. A nostro modo iniziano i giochi di sguardi per capire chi ha ancora l’ultima cartuccia e chi no, chi vuol fare la volata e chi no. Il bello è che non ci si guarda in cagnesco, ci si studia certo ma si avverte il puro piacere della competizione del gioco assurdo di voler fare uno sprint conclusivo perchè 163 chilometri di fatica povere e sudore non sono stati ancora capaci di selezionarne uno solo. La gioia di avercela fatta si alterna alla voglia di mettere anche la ciliegina su una torta dal sapore unico e dolcissimo. L’esperienza di Marcello Lolli salta fuori in tutta la sua classe: nemmeno il tempo di realizzare  e ci ha preso sei metri buoni, proviamo ma abbiamo l’evidenza che ci dice che il vincitore quest’anno ha una maglia rossa e una gamba stellare unita ad una testa fredda e lucida nonostante le sei ore di fatica!

Io studio Jacopo, ormai voglio tener fede al trend dell’anno dei miei compagni di squadra e stampare un altro 2 sul ruolino di marcia. Un po’ di gare in pista qualcosa mi hanno insegnato, non mollo la ruota e sul viale d’arrivo provo la volata con il suo punto d’appoggio. Via, non mi volto fino al cortile dell’arrivo, ma lo scatto va in porto e sono secondo e felice!

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Mi resterà dentro questa gara come tutte quelle che sono nate così, dalla fantasia e dalla curiosità di chi fa della bici uno stile di vita e ha voglia di condividerlo nella maniera più semplice  e antica attraverso la pura e sana competizione.

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