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il piacere dell’attesa, (di 3 anni…) per correre #Rockville, non è esso stesso un piacere?

partiamo con il dire che non ho ancora ben definita una risposta alla domanda qui sopra… però a ben vedere tutto il percorso che mi ha  portato fino alla stupenda giornata di venerdì scorso merita di esser messo bene in fila…

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E’ da quando sono entrato a piene mani in contatto con il sorprendente mondo del ciclocross amatoriale che Rockville si è fissato nella mia mente come uno degli obiettivi più importanti da assaporare nella stagione cx. Per chi vive un po’ al di fuori del ciclismo alternativo (lo so che è un pessimo vocabolo, ma tanto per chiarire), dovete sapere che da ormai dieci anni esatti in una borgata di un minuscolo paesino alle porte di Cremona si celebra, ed è proprio il caso di dirlo, la passione per il ciclocross, coniugato però a mono rapporto. Come spesso capita, una sola corona ed un solo pignone semplicemente uniti dal più breve tratto di catena possibile.

 

Se ho già ben chiaro nella mia testa che con una marcia sola si possono fare cose abbastanza ardite, vi posso garantire che invece nel ciclocross quasi non si sente la mancanza di un ventaglio di rapporti a disposizione. I circuiti cx, se ben tracciati e Rockville è tracciato da maestri, sono selettivi al punto tale che un rapporto solo si riesce a gestire molto bene, nella classica proporzione di 2:1. Inoltre, il non avere l’assillo del cambio fa sì che ci si concentri molto di più sulla pedalata e sulla guida della bici che diventa, quindi, ancor più determinante.

Ritenevo quindi assolutamente corretto che la mia prima Rockville dovesse essere affrontata con una bici che “nativamente” potesse alloggiare un solo rapporto… bene, dopo mille peripezie e con gran soddisfazione la bici arrivò in garage nel luglio del 2015 e fu subito amore. Un malanno poco simpatico però mi mise fuori gioco nel gennaio 2016, per cui l’appuntamento fu irrimediabilmente rimandato di 365 giorni esatti, perchè da tradizione rockville è sempre il giorno dell’epifania.

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Il bello di tutta la serie di gare di ciclocross singlespeed (abbreviato SCIS) è che ciò che davvero conta non è l’agonismo in se ma il divertirsi pedalando. Viene premiato solo il vincitore e tutti gli altri atleti classificati in un bonario 2° pari merito, tanto ognuno che ha gareggiato sa benissimo quanto è andato bene e dove invece ha sbagliato e può migliorare in vista del prossimo appuntamento sul fango.

Già, il fango. Solitamente la zona intorno a Villarocca di Pessina Cremonese (questo l’esatto nome del posto, ma non garantisco che google maps ne sia a conoscenza…) è estremamente umida e caratterizzata da un terreno piuttosto argilloso. Ne consegue che è un vero unico pantano, non a caso il sottotitolo della gara da qualche anno è: “where mud comes alive!” giusto per chiarire.

Ed infine arriva il giorno. Sveglia ben prima dell’alba e raduno della mini comitiva di tre torinesi alla volta di Rockville. Sono in compagnia di Andrea e Vittorio che già lo scorso anno si erano deliziati dell’evento, sfrutto quindi tutto il viaggio per chiedere consigli e sentire i loro racconti e gasarmi ancor di più.

Il tragitto scorre più veloce del previsto ed arriviamo tra i primi nel piccolo agriturismo che ci ospiterà anche a pranzo. Ritrovo molti amici di nuova e vecchia data e l’atmosfera è da subito super rilassata. Dopo il cambio d’abito in un accogliente (e ben riscaldato) stanzone, usciamo a perlustrare il tracciato.

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Primo verdetto: è tutto letteralmente pietrificato dal gelo! Mi ero fatto mille ipotesi sulle condizioni, ma questa mi spiazza e mi trova un po’ impreparato, sarà difficile tener anche a bada il mal di schiena che un po’ mi tormenta con tutto quello sconnesso, ma non mi perdo d’animo e nel tempo a disposizione inizio a provare qualche linea un po’ redditizia.

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Il gruppo partenti è quanto di più bello ed eterogeneo potessi immaginare: ci sono i tigers veneti al completo, una delegazione dal Belgio (che ci fa anche dono di una cassa di birre artigianali), i ragazzi di Milano, i romagnoli di supernova e tanti altri appassionati di ogni età tutti con bici molto personali, frutto della grande passione che ci va per allestire un mezzo a pedali così particolare come una ciclocross singlespeed.

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Ci aspettavamo la classica partenza alla Le Mans, con i corridori da un lato ed i mezzi a pedali dall’altro… ma qui gli organizzatori ci hanno voluto stupire, nonchè complicare un po’ la vita. Dalla piazzetta del via infatti, non si vedevano le bici da noi depositate sul prato. Dopo il, virtuale, colpo di cannone e conseguente corsetta a buon ritmo, ci ritroviamo davanti agli occhi due enormi cataste di bici ammassate l’una sull’altra! Passo i primi secondi a vagare con lo sguardo per cogliere quanto meno i colori della mia… nel frattempo attorno a me par di esser dentro un formicaio umano con un via vai di corridori e bici in ogni direzione. Trovo la mia e con una specie di danza rituale la districo dalle altre ancora senza padrone e via, a  tutta verso la tanto desiderata ora di gara!

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Nonostante il fondo durissimo, il percorso risulta essere stupendo, con tratti tecnici, allunghi furiosi, una contropendenza che mieterà molte vittime (me compreso) ed una pazzesca chiocciola concentrica da far venir il mal di mare anche al più smaliziato crossista. Genio nel genio, dopo la prima mezz’ora di gara che cerco di fare al meglio delle mie possibilità (leggi completamente fuori soglia cardiaca, come ogni gara cx impone) gli organizzatori pensano bene di posizionare altri nuovi ostacoli lungo il tracciato, così a sorpresa ed in modo del tutto casuale! Li vedo e sorrido e capisco ancora meglio come questa sia una gara veramente fuori dal comune, nella migliore accezione del termine!

Vengo doppiato dai primi due (fagiano e vara, per chi conosce) e resto letteralmente impressionato dalla loro capacità di guida. Ad allenar la gamba siamo tutti buoni, con un po’ di dedizione e tempo a disposizione, ma a guidare in quel modo ci va talento e basta. Andrea poi sembra aver le ruote poggiate su ottimo asfalto per come è equilibrato in sella,  un vero piacere da guardare, non fosse che anche io nel mio piccolo sto gareggiando ed è meglio non distrarsi troppo per non andar ad assaggiare l’erba di Villarocca, senza dubbio ricca di fibre, ma non il meglio per la dieta umana.

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A proposito di dieta e affini: come nella disciplina che fa della durezza (di campo e di gioco) la sua colonna portante, ovvero il rugby, anche qui il meglio del meglio è il terzo tempo dei ciclocrossisti. L’agriturismo ci offre un menù eccellente che profuma di casareccio, il tutto innaffiato da un ottimo vino!

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Passato il rito del lavaggio della bici, oggi piuttosto inutile, ci ritroviamo in una tavolata splendida, con amici vecchi e nuovi a parlare comunque ancora di bici, ma con tante sfumature diverse, come diverse sono i caratteri di ognuno di noi, e tutti con la stessa identica attitudine: pedalare per il puro piacere di farlo, in tutte le condizioni meteo e di fondo, in tutti i mesi dell’anno, con tutti i tipi di bici che offre il mercato e l’inventiva dei telaisti. Ecco, raramente come oggi ho ritrovato così forte il senso di comunità che lega questo gruppo di persone con vite “là fuori” così diverse tra loro, alla prossima Rockville!!

https://vimeo.com/112014654

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IL NUOVO CHE SA DI ANTICO: LE #GRAVELBIKE ED IL MONDO CHE STA NASCENDOGLI ATTORNO

Oggi visto l’approssimarsi della Tosca gravel race di questo weekend, posto qui un mio articolo già comparso sul portale endusport di mySdam che è attualmente in fase di ristrutturazione per tornare con molte novità in settembre. Nel frattempo le montagne e l’avventura vi aspetta!

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Come i più attenti avranno letto qua e là, il mondo ciclistico è in subbuglio, piccole e grandi novità si stanno affacciando sul mercato sempre avido di novità, ma questa volta, finalmente, non si parla di rincorsa alla prestazione, al più leggero, veloce, aerodinamico. Forse qualche esperto di marketing è vivaddio anche un ciclista e di conseguenza esce spesso sulle nostre strade, che sì sono ancora le più belle del mondo, ma la più parte versa in uno stato increscioso tale da minare proprio la sicurezza di chi le percorre, specie le se ruote non sono quelle di un camion ma in proporzione delicate come quelle di una bici da corsa.

Riflettendoci quelle descritte sono tutte condizioni alla quale si trovarono di fronte i pionieri del ciclismo agli inizi del ‘900, ma la fortuna è che oggi abbiamo una tecnica al servizio della bicicletta che attinge dalla meccanica di precisione, all’elettronica ed all’aeronautica, quindi oggi di fatto siamo nelle migliori condizioni possibili per avere a disposizione un prodotto pronto a tutte le evenienze. Inizio subito con l’escludere le mountain bikes e ne spiego il motivo. Pur amandole e trovandole assolutamente affascinanti per dove sanno portare chi ha gamba e tecnica sufficienti, le mtb sono caratterizzate da gommature troppo generose per una percorrenza fluida su asfalto. Inoltre, le sospensioni necessitano comunque qualche riguardo in più in termini di complessità manutentiva e soprattutto aggiungono molto peso il più delle volte superfluo (ricordiamoci che non dovremo mai scendere da una pietraia con queste “nuove” bici). Cito per ultimo, ma che in realtà a mio modo di vedere ha una rilevanza fondamentale, la postura di pedalata che nella mtb è molto eretta e con le braccia larghe: questo oltre ad essere chiaramente sinonimo di grande resistenza aerodinamica, da non sottovalutare anche a velocità classiche di crociera attorno ai 28-30km/h, fa sì che sulla schiena si ripercuota una grande parte delle vibrazioni e delle sollecitazioni della strada diminuendo di molto il confort e, soprattutto, rendendo molto gravosi i lunghi viaggi in sella. Ricordo sempre che, contrariamente al pensar comune, una corretta posizione sulla bici da corsa è risolutiva per la schiena molto di più delle posizioni di guida su di una bici da passeggio o, appunto, sulla mtb dove è bene ricordare che le discese si affrontano da in piedi sui pedali e quindi con una postura adatta al massimo controllo della bici stessa.

Ben Berden's Stoemper gravel bike. 2015 Lost and Found. © Cyclocross Magazine

La soluzione? Ideare una bici sì scattante e relativamente leggera, ma che sia anche robusta e molto affidabile, comoda ed in grado di ospitare parafanghi ed una gommatura adeguata ad affrontare una moltitudine di terreni, incluso anche lo sterrato quando esso non è così ostico come potrebbe essere un sentiero montano, ma ad esempio un argine di fiume o una mulattiera carrabile. Di fatto già il mercato (ex) di nicchia delle bici da ciclocross offriva mezzi assolutamente idonei allo scopo, benchè a volte con geometrie un po’ troppo tirate ed atte ad affrontare gare nei campi fangosi, ma da quella base all’ottenere bici dalla grande versatilità il passo è stato brevissimo. Sono bastate coperture adatte a tutti i terreni e dalle dimensioni tali da conservarne una buona scorrevolezza sull’asfalto, dei portaborraccia e tanta voglia di uscire dai confini asfaltati a far nascere quelle che oggi chiamiamo bici da gravel, ovvero cicli adatti a viaggi, strade accidentate, bianche, argini, sentieri battuti e (grande scoperta) giungla cittadina fatta di pavè e rotaie insidiosissime per le filanti bici da corsa ma non per una generosa gomma da 33 millimetri.

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Passando poi alla meccanica stiamo assistendo, per fortuna, ad un evoluzione verso la semplicità e la robustezza dei componenti senza porre sempre in primissimo piano la leggerezza ad ogni costo. Quindi ben vengano le soluzioni ad una sola corona anteriore con la possibilità di avere molta escursione di dentature sui pignoni e la conseguente grande versatilità della bici.

Altro aspetto, ma anche qui fondamentale, la grande diffusione dei navigatori GPS orientati al ciclismo, che rende enormemente più facile lo stabilire al pc nuovi itinerari per poi aprire il campo ad un’infinita possibilità di avventura nel vero senso della parola, che non significa affatto perdersi e cercare di cavarsela, ma piuttosto pianificare e gustarsi quanto di bello la natura può offrirci mentre la attraversiamo in silenzio e ad una velocità perfetta per essere vissuta e non sono guardata attraverso un vetro.

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Ultima cosa, ma importante, la possibilità di portare con noi tutta l’attrezzatura che ci serve per un piccolo o grande viaggio, senza il dover montare pesanti portapacchi in tubi d’acciaio e senza il dover pensare in fase di acquisti del telaio a tutte le predisposizioni su di esso atte ad installare borse e borsoni. In una sola parola anglosassone la nuova ventata si chiama “bike packing” ovvero tutta una serie di accessori che consentono il trasporto dell’attrezzatura collocandola in punti strategici senza il bisogno di strutture di supporto e di predisposizioni al telaio. Sono già molte le aziende, anche italiane, estremamente specializzate ed in grado di dare una soluzione a tutte le esigenze: dai due giorni per i colli alpini fino ad avventure già in aria di leggenda come la transcontinental race.

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Ora non vi resta che vendere la bici da corsa muletto (dai non fate i timidi, ce l’avete anche voi: datata, robusta, da usare un po’ sui rulli ed un po’ nella brutta stagione), scegliere in un mercato ormai ricchissimo di soluzioni e adatto a tutte le tasche ed iniziare a pianificare le avventure per questa estate, senza limiti, facendo viaggiare la fantasia quanto basta. La strategia dei social ha già coniato due hashtag  (in italiano “aggregatore tematico”) che calzano a pennello: #outsideisfree #liveyours. Ci vediamo là fuori!

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Vi racconto delle mie bici – puntata 6 di 7: c’era bisogno di un’altra cx? sì! Storm cx singlespeed

E’ ormai una storia che è lunga un anno. Un anno intero dall’idea iniziale, nata quasi per caso, ad oggi dove ho tra le mani (che scriver tra le gambe fa brutto) il frutto di lavoro, idee e soprattutto grande passione per far le cose fatte bene.

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Era una fredda e umidissima serata torinese quando quasi per gioco venne organizzata una di quelle garette matte in ciclocross sfruttando i mille angoli verdi che la città offre. Nulla di ufficiale, nulla di autorizzato, costo di iscrizione irrisorio, avversari che si chiamano amici, nessuno con una bici simile alle altre (dalle fisse senza freni alle fat bike in un unica gara…) e tanta voglia di divertirsi. Fatto sta che la gamba girava bene e la stagione ufficiale ciclocross mi aveva già strigliato a modo. Quella gara me la giocai sul filo con Andrea, vincendola di poco (lui però era in single speed io invece avevo il rocchetto da 10 al posteriore…)

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013Il premio per il vincitore era un buono sconto per una verniciatura custom su di un telaio da parte di Krokodil customs aka l’amico Dennis.

 

 

 

 

 

 

Proprio nel post gara parlando con Filippo (benchè tutti, credo anche i genitori, lo chiamino Choppah), appena imbarcatosi nel bellissimo ed ambizioso progetto di fondare un marchio ciclistico: STØRM Cycles. Per restare affini allo spirito del nuovo brand, salta fuori l’idea che sarebbe bello affiancare alla mia inseparabile Zino un’altra bici da ciclocross ma che parta da basi antitetiche per arrivare ad una soluzione simile. Ovvero la possibilità di realizzare un telaio da ciclocross single speed, in alluminio e con i freni a disco in totale contrapposizione alla Zino che è in classico acciaio, con marce e freni classici a cantilever.

La cosa dopo un paio di ipotesi inizia a prendere forma ed avuto la certezza che il telaio si farà inizio a dar sfogo al mio hobby preferito (no il ciclismo non è annoverabile tra i passatempi, trattasi di ossessione) ovvero la ricerca di componenti di pregio a poco prezzo sia sul web che presso amici e conoscenti.

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E così arrivano in garage delle ruote che stavano su di un CAADX Cannondale, un set Thomson (il reggisella per me rimane il migliore di tutti i tempi), una sella splendida della Prologo, un manubrio 3T in carbonio (asta ebay fortunosa), le pinze freno meccaniche che avevo dismesso dalla mtb quando ero passato agli idraulici (in mtb essenziali, in cx i meccanici vanno più che bene), la guarnitura Rotor (perchè alla fine siamo tutti dei vanitosi), ed un ingegnoso pignone singlespeed da 21 denti di brevetto Dodici cicli Milano.

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Il progetto grafico è a mia totale libertà, dato che Dennis ama le sfide. Allora libero la fantasia e mi faccio guidare dalle mani di Silvia Ileana Stella che ha fatto della ricerca dei colori il suo lavoro oltre che una delle sue passioni. Io metto le mie sensazioni e lei ne dà la forma… dai primi bozzetti al mock-up definitivo il passo è breve, con il botto finale di Dennis che dice. “è la cosa più complessa che abbia mai provato a fare, ma ci riuscirò!”.

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Nel frattempo il telaio ha preso forma ed è una piccola emozione averlo tra le mani: bello, solido e leggero come l’alluminio oversize sa essere. La primissima impressione è che sia devoto alla competizione pura e questa sensazione da ora in poi non andrà più via.

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La verniciatura ha preso un tempo commisurato alla sua complessità grafica, ma aspettare e desiderare ha comunque il suo lato positivo. La prima apparizione pubblica fu alla criterium di Ravenna dove già da solo, nudo in esposizione allo stand STØRM, riscosse un bel riscontro di gradimento. Non che cercassi approvazione a tutti i costi con qualcosa che stupisse, quel telaio in primis doveva piacere a me e rappresentare un mio lato della passione ciclistica, ma vedere quell’interesse da parte di ragazzi di fatto anche abbastanza lontani dal ciclocross nudo e crudo mi diede delle belle vibrazioni e la sensazione di essere sul sentiero giusto.

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Il montaggio fu piuttosto semplice e dopo con qualche accorgimento la bici era completa e nelle mie mani, prima sensazione: wow questa è una bici per correre “no-compromise”! Questa sensazione chiaramente non è più andata via, anzi con il passare del tempo si è perfezionata e mostrata in tutte le sue sfaccettature. Non è una bici da viaggio o da diporto, non è una bici da gravel (termine che inizia ad essere usato a sproposito…) è una bici per fare ciclocross ad un solo rapporto, nulla più ma di fatto è molto! L’avantreno è la cosa più sorprendente in assoluto: complice anche una prelibata forcella conica full carbon, il controllo è diretto ed immediato.

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La gestione dei cambi di direzione è fulminea tanto da ricordarmi le mie amate bici da pista e non per caso il marchio STØRM essenzialmente ha quel background.

3C6A8768Una delle cose che più sorprende è la possibilità di girarsi anche in spazi molto risicati che, di fatto, sono propri delle competizioni ciclocrossisitiche dove spesso i confini fettucciati sembrano messi ad arte per complicare la vita ai corridori o per farli smontar di sella e correre bici a spalla. Il rovescio della medaglia evidente è un certo nervosismo sulle asperità e un po’ di instabilità sui curvoni veloci, quest’ultimo aspetto però è stato mitigato al meglio dopo che ho messo il copertoncino (anzi open tubolar) Limus della Challenge Tires: davvero portentoso e performante non solo quando c’è fango ovunque ma anche quando la tenuta laterale sul veloce diventa essenziale.

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La frenata grazie ai dischi meccanici è ottima e quasi esuberante, la riserva di potenza è ben al di sopra delle necessità del ciclocross ma per contro lo sforzo alle leve è molto basso quindi si riesce a gestire tutta la fase di rallentamento con un solo dito per leva.

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030Per provare qualcosa di davvero folle ed insolito qualche settimana fa ho anche preso parte alla competizione più folle degli ultimi tempi, ovvero una gara di ciclocross ma riservata a bici con scatto fisso e nessun freno: ebbene grazie al geniale mozzo di Stefano aka mr. FixKin la mia solita ruota che uso sul vigorelli è diventata una “track cross wheel” ed il risultato è stato a dir poco sorprendente! grande tenuta e stabilità ed una prontezza di risposta fantastiche mi hanno entusiasmato per tutta la durata della corsa, ora però ne voglio ancora!

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020Infine un ringraziamento grande a Filippo che con tenacia e gran voglia di faticare, come ogni buon ciclista, sta mettendo anima e cuore in questo progetto e che ha voluto credere in me per avere un responso obiettivo su quello che sarà il modello cxss definitivo da porre sul mercato, in bocca al lupo Choppah!

 

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PS: le foto sono di quel matto di Emanuele Barbaro aka Sbà Sapu, grazie!!

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E’ tornato il ciclocross #cx #lifedeathcyclocross

per una volta un pezzo non mio ma talmente affine sia a come interpreto questa disciplina sia alle emozioni che mi sa dare che non posso non apporla sul mio spazio web, anche a futura memoria di chi passerà di qui per caso a leggere. Il pezzo è di Marco Pastonesi della Gazzetta dello sport.

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E’ ciclismo a piedi, è podismo in bicicletta. Con il rugby condivide la sfida nel fango, con la pallanuoto la sopravvivenza nell’acqua. Delle campestri ha sposato i teatri, dello sci di fondo i palcoscenici. E’ – a suo modo – biathlon, duathlon, triathlon e perfino pentathlon, ma in un colpo solo, in una botta unica, in una prova secca, secca sempre ammesso che non piova. Ha qualcosa di primitivo, se non di primordiale, ha molto di faticoso, a volte si ha la sensazione che sia una disciplina così antica da apparire futuribile, una specialità così tradizionale da proiettarsi all’avanguardia.

E’ tornato il ciclocross. Quello che non conosce l’impraticabilità dei campi, ma di cui anzi si nutre, quello che possiede una sua geografia di parchi comunali e di scalinate ecclesiastiche, una sua storia di ferrovieri a pedali e di maestri a due ruote, una sua religione silenziosa e una sua filosofia assiderata, quello che sembra fatto in proprio, in casa, in famiglia, in parrocchia, in comunità, quello che dovunque è una festa sui prati, ma che in Belgio è sempre una festa nazionale, quello che è pane e salame e vin brulè, data la temperatura, immune all’effetto serra e al rischio abbronzatura.

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E’ tornato il ciclocross dove perfino un guerriero come Nibali e un colosso come Cancellara potrebbero passare per atleti da sala e salotto, perché qui i corridori pedalano a falcate, sgambando e spalleggiando, saltando e scorrendo, scalando e scendendo, infine sprintando. Schizzano, sprizzano, svirgolano e a volte scivolano, schiattano, sorvolano, s’inseguono, si spremono, si sfiniscono. Un’ora al massimo, una crono in linea e a circuito in cui si parte tutti insieme, appassionatamente e pericolosamente, con l’obiettivo di trovare quel giusto equilibrio fra leggerezza e forza, fra acrobazia e sicurezza, e poi tradurlo in una danza, che per tutti è rumba e per chi vince è – a dispetto dei luoghi e del meteo – mambo.

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I vecchi sostengono che quella del ciclocross sia la scuola dell’obbligo, perché qui s’impara a tenere duro, stringere i denti, non mollare mai, e sospirando aggiungono che ci sono troppi ragazzi che invece entrano all’università senza aver fatto neanche le elementari. Finché un giorno il ciclocross tornerà in voga e di moda, come lo scatto fisso, come le bici d’epoca, come le maglie di lana. Voglia di fango e pioggia, di rumba e mambo, di semplicità e allegria. Voglia di una festa sui prati.

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La #gravel race più bella e faticosa dell’anno rinnova la sua magia: #LodiLeccoLodi 2015

Anche se è un po’ una frase fatta, sono convinto che questa gara, nonostante sia solo alla terza edizione, si possa ormai annoverare tra le grandi classiche del panorama ciclistico-alternativo italiano e direi quasi europeo.

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La giornata promette subito bene, ho avuto modo di dormire a casa di Andrea a Milano e partiamo alla volta di Lodi tutto sommato riposati e con una bella provvista di barrette e zuccheri per la giornata che si prevede intensa sia dal punto di vista fisico che mentale.

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Andremo infatti ad affrontare 163km di strada quasi tutta sterrata, a partire da Lodi, risalendo le alzaie dell’Adda e su fino a Lecco per fare il giro del lago di Garlate e poi giù in picchiata di nuovo fino a Lodi, con l’ultimo tratto che costeggia il canale Muzza.

Lo scorso anno mi ha conquistato questo percorso e lo spirito con cui 40 ciclisti ognuno a suo modo hanno interpretato la gara. Andrea è alla sua prima esperienza in una gravel ed è super entusiasta gambe comprese che vengono da un’esaltante avventura per l’intero percorso del giro delle Fiandre,  quindi sarà un osso duro per tutti quelli che hanno ambizione a “fare la corsa”.

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Al ritrovo noto subito tante facce amiche alcune delle quali non vedo proprio dalla scorsa edizione… ma soprattutto siamo tanti, tantissimi di più! L’organizzatore mi confermerà poi addirittura di 115 partecipanti che è davvero tantissimo e segnalano la vera esplosione sia di questa gara sia del fenomeno “gravel race” in generale in quanto capace di avvicinare tanti appassionati dato che il tipo di bici quasi non conta. Questo è anche uno degli aspetti unici della gravel: alla partenza c’è di tutto, la maggioranza sono bici da ciclocross con i rapporti, ma è un fiorire di singlespeed, mtb sia da 29” che a 26”, bici da viaggio, vecchie bici da corsa con gommature generose e addirittura anche una bici da pista a scattofisso che si rivelerà una delle sorprese della giornata.

Partiamo abbastanza puntuali ed i primi chilometri sono piacevoli e sereni: siamo all’inizio di una avventura e si respira nell’aria la voglia di stare bene e di divertirsi pedalando. Dopo pochi chilometri già il paesaggio è del tutto agreste, con il fiume placido alla nostra sinistra e gradualmente ma inesorabilmente il gruppo che inizia ad allungarsi in fila indiana, sia per percorrere al meglio la stradina sterrata, sia per il fatto che l’andatura si sta alzando decisamente in anticipo rispetto allo scorso anno. Ma ogni gara è una storia scritta in un differente capitolo dello stesso libro del ciclismo  e quindi inutile lamentarsi o recriminare, testa bassa e anche io mi dirigo quanto più possibile verso la testa del gruppo.

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Ritmo alto, ma sostenibile e sento sassi e polvere della strada scorrere via veloci sotto le mi e ruote: una bella sensazione, come se risalissimo l’acqua del fiume al nostro fianco invece di spingere sui pedali delle nostre bici. Al momento tutto mi pare leggero, l’attenzione la riservo tutta per guidare al meglio, le gambe invece fanno il loro lavoro come se avessi inserito il pilota automatico.

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Cambia il paesaggio. Dopo la classica incursione all’interno della stazione di Cassano d’Adda, dove mi resterà impressa la sinfonia di ticchettii delle scarpe da ciclismo all’interno del sottopasso sotto gli sguardi stupidi dei passanti, siamo ora nella gola del fiume. Questa è la parte più emozionante del percorso, tra chiuse leonardesche e centrali idroelettriche dei primi del ‘900 attraversiamo paesaggi incantevoli, incorniciati anche da ponti in ferro dell’epoca d’oro delle costruzioni, che ci sovrastano con la loro maestosità, come archi di passaggio verso terre da esplorare.

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I chilometri passano veloci, tutti riusciamo comunque ad alimentarci bene e a incamerare la nostra benzina a forma di zuccheri. Facciamo una prima sosta per riempir le borracce e svuotare le vesciche.  Un altro aspetto insuperabile delle “nostre” garette è che in questi frangenti a nessuno passa nemmeno per la testa di provare a scattare o allungare su chi si è fermato, non avrebbe senso, non sarebbe etico e rispettoso del ciclismo stesso e questo nobilita ancora di più quello che siamo qui oggi a fare con spirito cavalleresco e di amicizia, dove competizione non fa rima con sopraffazione.

Mi balza in mente un pensiero: “cavoli, ma siamo già al giro di boa?!”. In effetti l’andata è volata via ed il ritorno promette emozioni ancora maggiori dato che tecnicamente saremo in leggera discesa e sicuramente qualcuno si inventerà qualcosa per animare la gara. Siamo ora un plotoncino di 11 corridori, piuttosto omogenei e conosco praticamente tutti. Mi sento al sicuro in un certo senso.

Arriviamo a superare il centesimo chilometro. Già di per se questa distanza è un simbolo: fare centomila metri tutti in fila in sella non è cosa banale, su queste strade ed a questa andatura ancora meno. Ma ora mente e corpo sono settati (lo so che è una brutta parola, perdonatemela) sulle 100 … miglia… quindi gioco un po’ di rimessa, cerco di stare il più possibile a ruota ed a tratti di godermi anche un po’ la pedalata che rimane bella da togliere il fiato.

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Nemmeno il tempo di elaborare tutto questo che accade l’episodio clou della giornata. Con una eleganza che da sempre gli appartiene il buon Jacopo del team Legor si alza sui pedali ed esce a palla di cannone dal gruppo. Primo pensiero (di molti, me compreso): “dai, è uno scherzo, ora si volta e vede se ridiamo o meno e poi si prosegue così, insieme”. Nient’affatto. Questa è una di quelle azioni che farebbe saltare sui divani gli appassionati se fosse una gara pro tour. La testa, le gambe e la follia di provare una fuga a sessanta chilometri dal traguardo e un qualcosa che letteralmente annichilisce il nostro gruppo. Dopo qualche istante di esitazione che a me pare eterno vedo Andrea lanciarsi all’inseguimento, con lo stile che gli è proprio: niente scatto secco ma una progressione micidiale da seduto in sella, in un attimo prende distanza dal gruppo e via via accelera ancora fino a candidarsi come primo inseguitore. A questo punto, con un abile ma leale gioco di squadra,  Marcello (il Lolly) si mette davanti ai restanti e fa ragionevolmente calare l’andatura, permettendo la creazione di un buon margine di terreno per i primi due. Ci guardiamo tra noi: dobbiam decidere il da farsi. Siamo in bilico tra il restare passivi o rischiare lanciandoci all’inseguimento; potrebbe andare bene come male, stiamo tirando i dadi della corsa. Ci pensa proprio il buon Marcello a scacciare i pensieri per passare all’azione. Parte anche lui, pedalata fluida e potente. La mia posizione è congeniale, non dò retta alla mia parte razionale e mi lancio al suo inseguimento tentando il tutto per tutto. Non mi volto, spremo le mie energie per portarmi il più possibile alla sua ruota. Ma Marcello è più forte, porta la sua bici (una slpendida Legor, che di fatto vuol dire lepre…) ad accarezzare leggera e veloce quelle che dovrebbero essere stradine fatte per passeggiarci. Rimane avanti a me di qualcosa come trenta metri, ma pian piano questo gap aumenta, mentre diminuisce il suo su Andrea e Jacopo.

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Sono rimasto da solo. Anzi no. Arriva a darmi manforte, reale e psicologica, un ragazzo che per ora non conosco, su di una Cinelli Zydeco che sembra avere una condizione ed una lucidità migliore della mia al momento. Basta un’occhiata per capire che collaboreremo, ognuno per la sua parte. Ora l’obiettivo è provare a rientrare sui primi tre. Ce la metto tutta, ma dopo interminabili minuti a tutto gas le mie gambe gridano alla parte irrazionale del mio cervello di darmi una calmata, ora! Il classico “shut up legs!” mi funziona non troppo bene e devo per forza calare il ritmo. Mi si para di fronte il monolite dei –50km all’arrivo, sono tantissimi cinquanta chilometri, ora si deve giocoforza passare al piano B: arrivare interi al traguardo. Mentre ragioniamo di questo sbuca come dal nulla il mio amico Paolo, il più pazzo dell’intero parco ciclistico di oggi. Lui oggi corre con la stessa bici che usa quando ci sfidiamo nelle criterium a scatto fisso: ha una bici da pista, scatto fisso, freno anteriore e gomme da 28mm stradali. Un pazzo, attitudine fantastica con un unico credo: “l’importante è pedalare forte!”.

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Ora che siamo un trio mi sento molto meglio, ho la sensazione che tutto filerà liscio ed arriveremo a Lodi nel migliore dei modi. Nonostante i nostri GPS facciano un lavoro egregio e determinante, ogni tanto incappiamo in qualche piccolo errore di percorso, ma ci aspettiamo, collaboriamo, ormai più con le parole che con le scie dato che l’andatura è sensibilmente calata. Ma la mente sta meglio del corpo è questa è da annoverare comunque tra le notizie positive.

L’ultima crisi mi colpisce duro ai meno venti dalla fine, dove lo sterrato è il più difficile, molto sassoso, pieno di buche e non concede nemmeno una tregua per poter bere dalla borraccia. Passo il mio momento peggiore, ogni minima variazione del ritmo dei miei due compagni mi fa sentire al limite come un elastico teso, pronto a saltare da un momento all’altro. L’unica cosa da fare è stringere i denti e far comandare la testa, in qualche modo il resto mi ubbidirà.

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Cerco di concentrarmi sulla bellezza del canale Muzza e non pensare a quanto mi senta allo stremo delle forze. Finalmente l’agonia finisce ed arriviamo al tratto in asfalto che attraversa Paullo, quell’asfalto mi pare liscio come il velluto e mi godo il riposo di braccia e mani, nel frattempo Paolo con la sua fissa balza avanti a tirare con la sicurezza del suo navigatore che ci traccia la rotta, mi riprendo un po’. La ripresa definitiva accade quando leggo 9.5km all’arrivo: vedere quel numero ad una sola cifra ha un effetto migliore dell’ultimo gel di zuccheri che ho appena trangugiato. Riprendo coraggio e fiducia nelle mie possibilità, le gambe sembrano aver captato  i miei pensieri e oso anche fare l’andatura per qualche tratto. A Casolta abbandoniamo definitivamente la vicinanza delle vie d’acqua che ci hanno tenuto compagnia per l’intera giornata, entriamo nell’ultimo tratto che è un divertente singletrack tutto da guidare in presa alta che sembra quasi di essere in sella ad una mtb.

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E’ fatta, ci guardiamo negli occhi in tre e conveniamo che non abbia senso fare la volata per il quarto posto, sapremo poi che anche i primi tre non hanno sprintato e va più che bene così. Il valore di ciascuno dei corridori nelle nostre gare si misura per tutto l’arco della corsa e non in base ad un elenco stampato su di un foglio A4, probabilmente una delle magie della Lodi Lecco Lodi è anche questa, applaudire tutti quelli che tornano sorridenti alla cascina dove erano partiti al mattino per questa splendida avventura. Al prossimo anno!

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Vi racconto delle mie bici – puntata 1 di 7: la Zino #cx #001 per le gare nel fango e non solo…

Un po’ per fare ordine, ora che il numero ed il tipo di bici si è stabilizzato all’interno del mio garage ed un po’ per condividere e far sapere, come e soprattutto in questo caso, quanto lavoro e dedizione ci sia dietro un semplice telaio, inizio oggi la mini serie di articoletti riguardanti le bici che mi tengono compagnia e che vengono tutte (ci tengo) regolarmente pedalate.

004 (2)Così dopo quasi un anno di corteggiamento alla disciplina capitano di quelle occasioni che non si possono lasciar scappare. Il mio amico Zino dei 10Cento si è messo a far telai, ovviamente ha iniziato con i pista/scattofisso ma ha l’impressione di starci stretto in questa definizione, giustamente. Così in un inizio inverno del 2012 se ne esce con una frase del tipo: “riky, se mi trovi una buona forcella da cross il telaio mi ci metto e lo facciamo, così vediamo come va!”. Detto fatto, neanche a farlo apposta il mio amico Giovanni Fausto vince qualche settimana prima una forca Columbus da cx in una gara in Romagna, il prezzo è ottimo, il progetto prende vita.

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Fortuna vuole anche che, dopo un cambio del gruppo sulla bici da corsa, mi ritrovi in garage fermo un ottimo Campagnolo Veloce, di quelli ancora belli, con guarnitura ultra torque e tanto solido alluminio ovunque. Le ruote ci son pure loro e per le gomme una ottima occasione su fixedforum mi fa accaparrare una golosa coppia di Challenge Grifo in versione open tubolar, il top in pratica.

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columbus zonaZino si mette al lavoro, lui tratta solo acciaio ed io amo quel materiale, così carico di storia ma anche dal grande potenziale in chiave moderna. Optiamo per la serie di tubazioni Columbus Zona cx, perfetto per lo scopo.

 

 

 

 

 

004Il lavoro non è comunque semplice, anche se dall’esterno sembrano solo “otto tubi saldati” (cit.) c’è dietro tanto lavoro, dato che a saldare son capaci (quasi) tutti, a fare un buon telaio molti molti meno.

 

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014_1Infine il telaio vede la luce, splendido, solido, nato per correre. Ma soprattutto seguito e conosciuto passo per passo da me che poi lo andrò ad utilizzare e questo credetemi fa davvero molto la differenza, diventa per sempre la tua bici e non un telaio comprato e basta, per quanto competitivo sia, c’è un qualcosa di più che rende fieri il possederla ed ancor meglio il pedalarla.

 

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Anche se il metallo a vista è bello da far paura, visto l’impiego in ambiente umido e fangoso ci voleva una verniciatura…e allora via al toto-colore:

nero: sai cheppalle

bianco: elegante, ma un po’ banalotta, e con il fango stacca troppo 😉

blu: non si può, che a torino il telaista che usa il blu già c’è

marrone: nein, poi si confonde col fango e sempra sempre pulita (o sempre sporca)

verde: troppo british e non mi piace

arancione: mica è una KTM?

rosso: non mi piace

…..

giallo, mi garbava, con i componenti neri ci prende bene, fa anche da base per la bandiera delle Fiandre, patria del ciclocross… e poi una bici nera e gialla fu la mia prima bici…. sicchè  giallo segnale sia RAL 1003 (ottimo il 3 finale).

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Poi un capitoletto va speso a quanta energia e professionalità ci hanno messo i ragazzi di M2 ad allestire la corona da 44 specifica. La campagnolo stessa non la produce, ha in catalogo solo la 46, ma la mia gamba e la mia propensione all’agilità non mi permette una dentatura così alta. Così dopo tanto studio, lavoro al CAD e prototipi, Michele e Morgan hanno tirato fuori questo capolavoro, che dopo un’intera stagione di duro lavoro si conferma perfetta in tutto, e pensare che era la loro prima esperienza con una corona non singlespeed/pista, quindi se il buon giorno si vede dal mattino la officina Mquadro avrà ancora moltissimo da dare in tutti i campi del ciclismo!

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Qui di seguito la lista degli attuali componenti ed un po’ di foto statiche del buon neo-australiano Matteo Zolt, e dinamiche in qualche garetta.

Ci si vede domenica!

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Gruppo: Campagnolo (e cosa sennò) Veloce 10v del 2008

Freni: kore cross con pattini da v-brake del decathlon (perfetti)

Ruote: mavic cosmos (ma le alterno con delle ksyryum SSL strepitose)

Gomme: challenge grifo ot (ma anche schwalbe cx pro quando c’è molto fango oppure dei semplici michelin transword quando il fondo è molto duro e scorrevole come nelle gare gravel)

Reggisella: crank brothers iodine 2

Sella: fizik arione kium (strepitosa nel cx ma anche su strada ottima)

Pedali: crank brothers egg beater SL (un must nel cx, provare per credere)

Serie sterzo: crank broters cobalt xc

Stem: crank brothers iodine 3 (sciccheria, ma sono un fan della casa)

Manubrio: deda rhm01 (semplice e perfetto)

Nastro: fizik (ottimo anche dopo tante infangate e lavaggi)

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la #MiTo in fissa sta alla Sanremo come la #LodiLeccoLodi sta alla #Roubaix–la mia prima gravel race

Hey c’è una gara nuova, una bici adatta ce l’ho e allora perchè non provare? Bando alla noia e mi imbarco nella mia prima gravel race, che nemmeno a farlo apposta è la più dura e (diventerà) prestigiosa del panorama ciclistico amatorial /alternativo italiano: Lodi Lecco Lodi o più semplicemente LLL.

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La sfida è di quelle toste già sulla carta, sono 165km già lunghi al solo pronunciarlo, ma il cuore della gara sta nel fatto che di questi circa 140 sono su sterrati, alzaie, sentieri… in una parola gravel. Detto così suona strano ma gravel fa rima con libertà, sia nella scelta della bici sia nel modo in cui si può interpretare il percorso, dalla gita alla gara senza esclusione di colpi… sceglierò quest’ultima ma non mi reputo certo migliore di chi ha fatto una splendida gita di 8-9 ore in mezzo a paesaggi stupendi.

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L’acqua caratterizza il percorso, dal lungo Adda, al naviglio della Martesana, al lago di Garlate e ritorno. La stessa acqua che è proprio il simbolo del progresso della civiltà umana, dalle vie di navigazione, ai mulini fino alle centrali idroelettriche il percorso è anche di una portata storica fuori dal comune, oggi ancora dolorante ma felice mi rimane la voglia di approfondire su tutto quanto quel territorio è capace di raccontare. Per il momento provo io a raccontarvi la mia gara.

Mi ritrovo puntuale al parcheggio indicato da Damiano, l’immenso organizzatore che nulla ma proprio nulla ha lasciato al caso. Iniziano ad arrivare le prime auto e mi parcheggio di fianco ad un ragazzo che sta scaricando la sua bici da ciclocross come la mia; di lì a pochissimo scende da un camper un signore un po’ più in età di noi ma a veder le gambe si direbbe molto tonico. Senza saperlo (combinazione davvero incredibile) ho già davanti il podio, ma andiamo con ordine.

014Apre il luogo del ritrovo, un locale all’aperto davvero gradevole di quelli dove respiri aria di famiglia appena ne varchi la soglia. Le procedure di iscrizione sono la cosa più semplice e lineare del mondo, si registra il tuo nome su di un foglio, fine. Aspettiamo qualche ritardatario, rimiriamo bici di tutti i tipi, dalla ciclocross agonistica alla monster cross, alla mtb anche in declinazione fat-bike, a bici da corsa d’epoca belle e semplici a qualche folle (peggio di me) con bici a scatto fisso, qualcuna anche senza freni in bilico tra il puro hardcore e l’assetto da armata Brancaleone.

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Ribadisco, e ne avrò altre mille conferme, che l’organizzazione non ha lasciato nulla al caso: oltre al blog dove si racconta che tipo di gara è una gravel, si chiarisce nei minimi particolari il regolamento, si fornisce un completissimo road book ed una traccia gps da caricare sui cicloPC moderni, tutti i partecipanti hanno ugual importanza, si aspetta qualche ritardatario e in classico stile MiTo i primi chilometri sono una passeggiata dove ci si sacalda, si chiacchiera, si ascolta la bici per capire se anche per lei è una giornata buona. Questa prima parte di gara è splendida anche perchè, al  pari della MiTo, ti fa prendere consapevolezza della bella esperienza che si sta per affrontare, in tanti, tutti differenti e tutti contraddistinti da una incrollabile passione. Nessuno lo fa perchè ha ordini di squadra, nessuno si aspetta ricompense o premi, il prestigio è già nell’essere lì con il sorriso sulle labbra consci di essere capaci di affrontare a proprio modo una gara sulla carta massacrante su strade bianche e sterrate.

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Dopo poco, infatti, la gara si fa Gara: chi vuole interpretarla al massimo delle sue possibilità è pregato di farsi avanti ora o restare nel gruppo dei festosi. Decido di provarci. Mi aggrego a due ragazzi in mtb che menano come dei dannati, in qualche occhiata repentina al garmin leggo 31-33km/h e penso “hey, è un ritmo insostenibile anche per solo 50km, figuriamoci i 145 che ancora mancano!”. Ma siamo in ballo, inutile lanciar la sfida e mollare subito… mano a mano vedo il gruppo di testa avvicinarsi, altri 3 allunghi e siamo dentro. Mi affianca il ragazzo che aveva parcheggiato di fianco a me, Jacopo, lo vedo pedalare e capisco subito che è un di quelli “buoni”, mi guarda e mi dice semplicemente: “benvenuto”. Questo mi resterà in testa per tutta la gara ed è qui anche oggi a farmi compagnia. Quel “benvenuto” detto così in quel momento è stato più efficace di una dozzina di barrette energetiche, sta a dire benvenuto nella corsa vera, benvenuto al massacro, benvenuto ad altri 140km di polvere buche e sofferenza, benvenuto tra chi vive per la bici in tutte le sue forme, benvenuto in una gara non comune, benvenuto in un oceano di insidie, ti potrai concedere una distrazione solo tra 5 ore abbondanti, quando avrai superato la linea d’arrivo. Sarà esattamente così.

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Si arriva ben presto ad un primo ostacolo: il ponte bailey che consentiva l’attraversamento dell’Adda dopo 5 anni di servizio è avviato alla demolizione, iniziata 3 giorni prima! Niente panico, qualcuno del posto conosce bene la zona, ci dirigiamo attraverso i campi navigando a vista, fino alla ferrovia, la attraversiamo e proseguiamo lungo questa fino alla stazione di Cassano passandoci proprio dentro, sottopasso pedonale incluso. In questa fase nemmeno mi accorgo che tre tra i più esperti corridori ne hanno approfittato per fuggire solitari verso Lecco. Rientrati sullo sterrato il mio neo amico non ci sta, provare a riprendere i fuggitivi è un obbligo morale e inizia a dettare un ritmo altissimo. Dove il fondo e buono viaggiamo con una velocità di crociera attorno ai 35km/h, non sono ammessi cali di attenzione, anche solo bere dalla borraccia va pianificato con cura.

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Dopo diverso tempo si unisce a noi Emanuele, mi sembra sbucato da dietro un albero, fresco come una rosa, con la sua singlespeed ed un colpo di pedale efficacissimo, sembra non far fatica, anzi ci incita dicendo che i fuggitivi non son poi così lontani, si alterna davanti a tirare tenendo un passo altissimo e si concede anche il lusso di farci le foto: un vero manico!

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Cinquanta chilometri di assalto all’arma bianca attraverso paesaggi via via diversi e sempre incantevoli dove si alterna il fascino della natura ad altrettante suggestive tracce tangibili dell’ingegno umano, dall’altissimo Leonardo da Vinci, a mirabili ponti alle prime centrali idroelettriche d’Italia, belle da sembrare castelli medioevali. Mi imprimo immagini stupende nella memoria insieme ad una cantilena del tipo: “qui ci devo tornare, qui ci devo assolutamente tornare, magari con più calma…”

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Come un miraggio che si materializza rientriamo sui tre fuggitivi, loro non la prendono benissimo, ma tant’è. Ora siamo in otto ed il lago di Garlate è oramai in vista.

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Il giro del lago è tutto su pista ciclabile, certo scorrevole ma di fatto il tratto più carico di insidie, come tutte le piste ciclabili della nostra piccola italia: gente che passeggia a piedi, che fa zig zag in bici, cani a zonzo, podisti con le cuffie nelle orecchie che li isolano dal mondo esterno… insomma, cento occhi ma tutto fila (quasi) liscio… Il quasi è perchè senza cause esterne due corridori si toccano tra loro e finiscono inevitabilmente a terra. E’ una gara ma siamo anche appassionati che conoscono cosa significhi assaggiare la durezza di una caduta, ci fermiamo tutti. Chi ha avuto la peggio nel volo ha un po’ di escoriazioni e botte ma non avverte segnali peggiori, anche la sua bici è ok. Dopo qualche minuto dove approfitto per la classica sosta “idrica” è lui stesso a dirci di proseguire perchè lo farà anche lui fino a Lodi, solo con un ritmo più blando (e sarà effettivamente così, davvero eroico).

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Si inizia a ridiscendere verso sud, son riuscito a bene e ad alimentarmi, la stanchezza compare ma accompagnata da buone sensazioni, siamo in 5 dopo un po’. Emanuele mi dice: “ormai se sei arrivato fin qui vai con loro fino all’arrivo” non gli dò troppo peso perchè una foratura od una scivolata son sempre dietro l’angolo, ma quella frase unita al “benvenuto” iniziale mi dona una carica pazzesca, mi sento dannatamente bene.

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Poco dopo aver pensato che una foratura potrebbe farmi perdere la testa della corsa e proprio Emanuele vede l’anteriore perdere di pressione progressivamente, sapeva che non avrebbe potuto arrivare fino a Lodi per impegni personali, ma così presto proprio no. Quasi ci ordina di proseguire e di scannare fino alla fine, lo ascoltiamo. Siamo in quattro e siamo quelli che si giocheranno la vittoria finale.

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Non avverto la lieve pendenza favorevole che ci fa pedalare nella stessa direzione dello scorrere delle acque ma ciononostante i chilometri passano veloci, il ritmo è sempre notevole ma non più indemoniato come la risalita della corrente, c’è anche negli altri la consapevolezza di avere nelle gambe una buona prestazione.

Il percorso per fortuna prevede gli ultimi 30km diversi da quelli (tecnici e complessi) dell’andata: si deve costeggiare il canale Muzza fin quasi dentro Lodi, semplice… a parole.

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Ci troviamo a centellinare l’acqua e a scambiarci la borraccia, come fossimo compagni di squadra. Io ne ho ancora un paio di sorsi ma alla domanda di Jacopo non ci penso nemmeno un istante e gli sporgo la mia acqua in uno dei gesti più classici e popolari del ciclismo, di quello che ancora piace a tutti.

I tratti lungo il canale non sono scorrevolissimi. Ora ogni buca è una frustata sulla schiena. Ad un tratto compare l’argine in calcestruzzo con un cordolo a bordo canale di nemmeno 30cm, ci saliamo su tutti, la cautela è sempre al massimo e mantenere l’attenzione sempre più difficile, ma per contro la scorrevolezza di quella superficie è una manna. Il canale negli attraversamenti delle strade ha la classica sbarra che impedisce l’intrusione delle auto ma consente il passaggio di pedoni e bici. Questo diventa un’arma nelle mani, anzi nelle gambe, di Jacopo che parte con degli allunghi per fare ancora una ulteriore selezione da corridore vero qual è. Uno…due….tre, alla terza accelerazione resto attaccato solo per forza di volontà, con le unghie e con i denti. Mi volto e Matteo, il quarto, non c’è più. Il podio è già tutto qui.

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L’ultimo tratto di sterrato nel bosco corre via facile, meno sassoso e superficie dura e veloce, in un attimo siamo sull’asfalto e mancano due soli chilometri. A nostro modo iniziano i giochi di sguardi per capire chi ha ancora l’ultima cartuccia e chi no, chi vuol fare la volata e chi no. Il bello è che non ci si guarda in cagnesco, ci si studia certo ma si avverte il puro piacere della competizione del gioco assurdo di voler fare uno sprint conclusivo perchè 163 chilometri di fatica povere e sudore non sono stati ancora capaci di selezionarne uno solo. La gioia di avercela fatta si alterna alla voglia di mettere anche la ciliegina su una torta dal sapore unico e dolcissimo. L’esperienza di Marcello Lolli salta fuori in tutta la sua classe: nemmeno il tempo di realizzare  e ci ha preso sei metri buoni, proviamo ma abbiamo l’evidenza che ci dice che il vincitore quest’anno ha una maglia rossa e una gamba stellare unita ad una testa fredda e lucida nonostante le sei ore di fatica!

Io studio Jacopo, ormai voglio tener fede al trend dell’anno dei miei compagni di squadra e stampare un altro 2 sul ruolino di marcia. Un po’ di gare in pista qualcosa mi hanno insegnato, non mollo la ruota e sul viale d’arrivo provo la volata con il suo punto d’appoggio. Via, non mi volto fino al cortile dell’arrivo, ma lo scatto va in porto e sono secondo e felice!

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Mi resterà dentro questa gara come tutte quelle che sono nate così, dalla fantasia e dalla curiosità di chi fa della bici uno stile di vita e ha voglia di condividerlo nella maniera più semplice  e antica attraverso la pura e sana competizione.

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