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Scarpe da #ciclismo #urbano: @DZRShoes vs. @ChromeBagsSF

Dopo un po’ d’uso intenso mi sento abbastanza sicuro nello sbilanciarmi e tentare una comparativa chrome – dzr, spero di far cosa utile…

Pedalare in città è conveniente, si arriva a lavoro prima, più contenti ed all’uscita dalle inumane 8 ore è un attimo fare una capatina in centro, legare la bici di fronte al bar per una veloce birretta con un amico (impensabile farlo in auto). Se poi uno fa del ciclismo il proprio sport ecco che entrare in contatto con i pedali a sgancio rapido è una di quelle rivoluzioni copernicane che è anacronistico pensare di poterne fare a meno…ecco che proprio per noi una serie di aziende ha pensato di proporre delle scarpe “portabili” tutto il giorno, ufficio compreso, le quali siano anche predisposte e pensate per poter pedalare con i pedali da mountain bike (impensabili quelli da  strada, ma questo voi già lo sapete. Ecco allora la comparativa tra questi due “best seller”;

più in particolare le dzr ovis:

DZR Ovis urban spd shoe

e le chrome kursk:

Chrome Kurks pro – red sole

stesse condizioni d’uso, stessa bici, stesso pedale, il candy di crank brothers

candy3

 

Per comodità  di lettura divido nei due principali argomenti: 

Camminata e “giù dalla bici” in genere

Trovo le dzr decisamente più morbide e piacevoli da indossare, la pelle (o quello che è) della tomaia è davvero ottima, e benchè non siano un modello espressamente waterproof se la cavano bene anche nelle giornate piovose (senza esagerare). La tacchetta nella dzr è un filo più dentro, quindi tocca un po’ meno. Anche con le chrome non tocco, ma considerate che ho la tacchetta in ottone della crank che è leggermente più sottile della classica spd shimano.

La chrome un po’ più legnose nella camminata ed essendo anche basse noto qualche leggero sfilamento del piede dal tallone, questo indipendentemente da quando strette io le possa allacciare, non c’è verso, scappano un po’. Anche la tomaia benché telata (ed il vero test saranno i 30°C quest’estate) la trovo più rigida mentre le dzr vestono meglio il piede, dopo 9-10 ore con le scarpe addosso le dzr sembrano un po’ più accomodanti.

C’è da dire poi che i lacci delle dzr son molto molto lunghi. L’unico modo che ho trovato per gestirli dignitosamente è quello di fargli fare un giro attorno alla caviglia e poi legarli; con doppio nodo alla scarpa destra (meglio evitare rischi che entrino in contatto con catena e corona…). Hanno anche il classico elastico sulla linguetta per fissare i lacci una volta legati, ma senza il giro sulla caviglia son comunque ingestibili e con il giro fatto non arrivano al laccetto. Nelle chrome il laccetto funziona alla perfezione ed i lacci sono di lunghezza ideale e di buona tenuta. Resta pure vero che i lacci volendo si cambiano e si trovano quelli più consoni.

 

Aggancio e pedalata.

Qui la situazione un po’ si inverte, ma alla fine nemmeno troppo, ora vi racconto meglio.

Stante che, come precisato all’inizio, la prova è con stessa bici e (soprattutto) stessi pedali, una delle cose importanti è la velocità e confidenza nel agganciare (stante che no, non ho mai imparato come si deve a fare surplace e questo fa di me un ciclista “peggio”..). Bene, con le dzr lo si fa proprio ad occhi chiusi, c’è una maggiore sensibilità nel mettere il piede sul pedale e far scattare la molla del sistema di aggancio, viene proprio istintivo ed automatico mentre per le chrome qualche volta tocca ripetere o correggere il tiro.

Nella pedalata però le chrome sono fantastiche, quello sfilamento del tallone di cui parlavo nella camminata svanisce completamente (e non lo pensavo). La scarpa è un perfetto tutt’uno con il pedale e si avverte proprio una buona spinta, con tutta la suola che lavora assecondando il piede, davvero un gran feeling, a volte mi tocca controllare giù per vedere che non abbia messo per errore le scarpe da mtb e non quelle per la città, qui il voto è proprio 10 e lode, considerando anche qualche accelerazione tanto per divertirsi un po’ a sorpassare le macchine. Chiariamo comunque che le dzr non vanno certo male, anzi, avendole avute per prime (ormai da più di un anno) sono state una vera e propria rivelazione dopo anni di piedi nelle gabbiette. Il controllo è comunque buono ed ottima la sicurezza anche in fase di rallentamento/skid (ma al giorno d’oggi si skidda ancora?), quindi promuovo anche loro benchè in questo frangente siano lievemente sotto le chrome. Soprattutto si evidenzia in giri più lunghi dove dopo oltre un ora a spinger sui pedali la maggiore deformabilità di suola mostra il fianco ed il piede ne soffre un po’. Per concludere direi che con le dzr non ci correrei un alleycat (e infatti non l’ho mai fatto) mentre magari potrei tentarla con le chrome, in luogo delle mie solite scarpette da mtb che uso in quelle garette (sono delle vecchie axo, ma ormai in anni han preso la forma esatta del mio piede!).

Cosa comprare? Beh, dopo quello che avete letto la scelta sta a voi e spero vi sia tutto un po’ più chiaro. Di mio aggiungo che in entrambe i casi, l’avere una scarpa con l’attacco rapido il luogo delle classiche e diffusissime gabbiette (per lo meno in ambito dello scatto fisso), rende la pedalata in città estremamente più redditizia (vi stancate meno) e soprattutto più sicura (ad esempio sui tratti in pavè l’avere i piedi veramente ben agganciati ti fa sentire più sicuro e andar ben più veloce e questa dritta me l’hanno passata proprio gli omini verde/nero che solcano tutti i giorni il pavè meneghino!)

 

(un soldino a chi indovina chi è il famoso personaggio qui sopra che sta pedalando su di una “celebre” bici a scatto fisso…)

Buone pedalate!

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NO, non mi conosci…

(non è farina del mio sacco, ma mi rispecchia moltissimo e ci tengo a che sia anche qui su questo piccolo blog, a difesa e per mantenere la memoria di quanto su scritto, di modo che tutto ciò non vada perduto. L’autore è Ferdi aka cronoman, quando c’era un solo gruppo di ciclisti urbani e si chiamava chaingang, a Milano…)

…ma forse ci siamo gia’ incrociati per le vie di questa città.

Ti tolgo subito dal dubbio: non sono un rivoluzionario, non teorizzo la fine del trasporto motorizzato, non sono un ciclista dal cuore ecologista amante del verde e della vita all’aria aperta.

Citta’ perfettamente a misura d’uomo, tranquille, ordinate, con aria respirabile e strade che non siano le attuali terre di nessuno? No grazie, non e’ il mio film. Mi piacerebbe? Forse, ma ti confesso un oscuro segreto: ci sono poche cose che mi affascinano e che mi divertono tanto quanto sfrecciare in bici veloce e silenzioso per le vie inospitali e caotiche…

La strada è un luogo di mille sguardi, preziosi frammenti di vissuto cittadino che colgo con curiosità e piacere. Magari la prossima volta che ci incrociamo anche tu farai caso a me. Ricordati di salutare.

___________

La maschera al carbonio attivo e’ il mio fragile scafandro e da anni scandaglio affascinato gli insoliti fondali urbani dal riferimento accelerato di una bicicletta lanciata a forte velocità per le vie della città.

Potrà sembrati paradossale, ma penso che per i più lo spazio della mobilità urbana-sotto gli occhi di tutti, tutti i giorni-sia una sconosciuta dimensione parallela inesplorata quasi quanto un profondo e remoto fondale marino. Uno spazio che viene registrato nella corteccia cerebrale come poco più dell’incolore lasso di tempo sprecato tra A e B.

Forse corro il rischio di incuriosire qualcuno al punto di spingerlo alla sperimentazione diretta, il che non è esattamente il massimo dato che con troppi cowboy va a finire che il vecchio West scompare. Mi offre però sicurezza il fatto che le barriere d’accesso a queste moderne lande selvagge sono alte e difficilmente superabili, quindi non prevedo grossi problemi di sovraffolamento nell’immediato futuro.

110Ecco quindi qualche frammento d’emozione dall’arena della mobilità metropolitana, un luogo che considero il palcoscenico di uno dei più affascinanti spettacoli che offra la mia città. Ed il biglietto è pure gratis.

Sotto la fioca luce arancione si aprono spazi immensi, sembra un posto completamente diverso. Dove di giorno bisogna sgusciare via stretti tra pareti di lamiera e di pedoni compattati sui marciapiedi, di notte si vola su rettilinei larghi e sgombri.

In lontananza c’è qualche rumore di mezzo pubblico notturno, ma arriva chiaro il sibilo della ruota che fende sempre più velocemente l’aria. Aumento la cadenza di pedalata, la bici schizza via veloce e silenziosa….

 

NAVIGARE IN BICICLETTA

008nelle acque caotiche del traffico metropolitano e’ un’impresa di una difficoltà che forse neanche immagini. Richiede una destrezza ed una messa a fuoco non dissimile a quella necessaria per sopravvivere ad una discesa in kayak lungo delle rapide insidiose.

Stessa pericolosità, stessa necessità di totale presenza nel momento, stesso squilibrio di forze, stessa emozione elettrizzante, stessa percezione di un qualcosa che va al di là del semplice gesto atletico e della libertà di movimento. Unica differenza: per una dose di adrenalina basta uscire dal portone di casa.

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al poli presi solo un #30eLode ma qui è ora di ricominciare. #salvaiciclisti

Da sempre sono convinto che la sicurezza di chi si sposta in bici in città non si debba perseguire segregandoli in piste ciclabili spesso inadatte, poco sicure e ancor meno fruibili, ma facendo in modo che la strada diventi prima di tutto un luogo di convivenza e condivisione di uno spazio pubblico, in cui tutti hanno pari dignità nell’uso.

Neanche a farlo apposta da una delle migliori costole del movimento #salvaiciclisti nasce la proposta verso l’indroduzione del limite a 30km/h nelle aree urbane ad eccezione delle arterie veloci (i “corsi” diremmo qui a Torino).

Nonostante fossi un po’ scettico anche io, in questo documento ho trovato tanti argomenti di spunto e dibattito, in cui si chairiscono punto per punto tutti gli aspetti che questa soluzione urbanistica potrebbe dare (perchè questa è l’ottica in cui inquadrare il provvedimento). Vorrei, infatti, che questa idea non diventi la scusa numero 12893 per giustificare uno sciame di autovelox a rimpinguare le casse di qualsivoglia comune, con alcun effetto educativo, il sogno è che questo provvedimento vada verso una maggiore consapevolezza e civiltà nell’uso degli spazi urbani che circondano tutti noi.

Ne nasce anche una importante petizione, a cui invito tutti a leggere e firmare, proprio per la volontà di fare qualcosa di buono soprattutto per dare un futuro un po’ più roseo (e verde) a chi verrà dopo di noi.

trenta e lode

riporto di seguito il testo principale:

Un pedone può essere ucciso dall’imprudenza, dalla disattenzione, dalla non curanza, in ogni caso dall’eccessiva velocità. Per rendersene conto basta pensare che investire una persona a 50, a 75 o a 100 km/h equivale a spingerla giù dal balcone del terzo, del settimo o del tredicesimo piano di un palazzo. Le possibilità di sopravvivenza ad un impatto di questo tipo non serve neppure calcolarle.

7.625 pedoni e 2.665 ciclisti uccisi in 10 anni sulle strade italiane sono un tributo troppo alto da pagare per l’ebbrezza della velocità ed è per questo che chiediamo che venga immediatamente introdotto il limite di velocità massimo di 30 KM/H in tutte le aree residenziali d’Italia, con eccezione delle arterie a scorrimento veloce.

Si stima che ridurre di un solo chilometro orario la velocità media nel nostro Paese farebbe diminuire la mortalità stradale del quattro per cento. Ridurre la velocità media di 20 km/h significa dimezzare i decessi sulla strada. 
In cambio dovremo rinunciare alle brusche accelerazioni in città e a circa il 3% del nostro tempo di percorrenza.

Chiediamo solo di poter attraversare la strada ed essere sicuri di arrivare sani e salvi dall’altra parte. Non chiediamo troppo, vero?

 

Salva I Ciclisti

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Caro Sindaco @pierofassino, #salvaiciclisti

Caro Piero Fassino Sindaco della città di Torino,

Come avrà già avuto modo di apprendere dalle notizie degli ultimi giorni, l’Italia si posiziona al terzo posto in Europa per mortalità in bicicletta. Negli ultimi 10 anni, ben 2.556  ciclisti hanno perso la vita sulle nostre strade ed è per porre freno a questa situazione che due settimane or sono abbiamo lanciato in Italia la campagna #salvaiciclisti con cui abbiamo chiesto al Parlamento italiano l’applicazione degli 8 punti del Manifesto del Times.

In questi i giorni il Parlamento sta facendo la propria parte ed una proposta di legge sottoscritta da (quasi) tutte le forze politiche è pronta per la presentazione alla Camera e al Senato. Senza il suo preziosissimo contributo di amministratore locale, però, anche la migliore delle leggi rischia di restare lettera morta ed è per questo che siamo a chiedere la sua adesione alla campagna #salvaiciclisti per il miglioramento della sicurezza dei ciclisti nella sua città.

Aderendo a #salvaiciclisti si impegnerà quindi a:

1. Garantire l’applicazione a livello locale degli 8 punti del Manifesto del Times per le aree di competenza comunale,

2. Formulare le opportune strategie per incrementare almeno del 5% annuo gli spostamenti urbani in bicicletta nei giorni feriali,

3. Contrastare il fenomeno del parcheggio selvaggio (sulle strisce pedonali, in doppia fila, in prossimità di curve ed incroci, sulle piste ciclabili),

4. Far rispettare i limiti di velocità stabiliti per legge e istituire da subito delle “Zone 30” e “zone residenziali” nelle aree con alta concentrazione di pedoni e ciclisti,

5. Realizzare, qualora mancante, un Piano Quadro sulla Ciclabilità o Bici Plan,

6. Monitorare e ridisegnare i tratti più pericolosi della città per la viabilità ciclistica di comune accordo con le associazioni locali,

7. Redigere annualmente un documento pubblico sullo stato dell’arte nel proprio comune di competenza della viabilità ciclabile indicando i risultati dell’anno appena trascorso e gli obiettivi futuri,

8. Dotare ogni strada di nuova costruzione o sottoposta ad interventi straordinari di manutenzione straordinari con un percorso ciclabile che garantisca il pieno comfort del ciclista,

9. Promuovere una campagna di comunicazione per sensibilizzare tutti gli utenti della strada sulle tematiche della sicurezza,

10. Dare il buon esempio recandosi al lavoro in bicicletta per infondere fiducia nei cittadini e per monitorare personalmente lo stato della ciclabilità nella sua città

È perché riteniamo che la campagna #salvaiciclisti  sia dettata dal buon senso e da una forte dose di senso civico che chiediamo un suo contributo affinché anche in Italia il senso civico e il buon senso prendano finalmente il sopravvento.

Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questa lettera attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito, attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #salvaiciclisti e, ovviamente, inviandola via mail al sindaco della propria città e ai sindaci delle città capoluogo di regione.

Puoi scaricare da qui la lista degli indirizzi mail delle città capoluogo: lista.

Se non conosci l’indirizzo mail del tuo sindaco, puoi trovarlo a questo sito: link.

Il  gruppo su Facebook sta aspettando nuove idee per continuare la campagna.

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sale, sole, fatica e sudore–la mia #alleyfuck 2012 a #Torino

L’appuntamento cittadino dell’anno, quello da non mancare, quello che tutti si aspettano qualche cosa… provo a raccontarlo così come l’ho vissuto, anche se in maniera parziale e di parte, ma questo infondo a chi importa?

alleyfuck_sticker

E anche quest’anno ci ritroviamo a Torino, con l’ondata delle bici a scatto fisso che nonostante tutto cresce, con qualche grande vecchio che manca e tante facce nuove ancora animate sia dall’entusiasmo della novità sia anche (e per fortuna) dalla quella luce in fondo agli occhi che solo il ciclismo, “qualunque” ciclismo, sa donare a chi si butta senza riserve su di un sellino.

Il clima doveva essere propizio, salvo uno scherzetto dell’ultim’ora, che lascia Torino sotto una coltre di nubi/nebbie che non fanno passare il sole…e ci ritroviamo alla partenza, tra ancora tanti cumuli di neve stringendoci tra le braccia i miseri 3°C che ci sono rimasti … migliorerà, ma ora noi non lo sappiamo.

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Le facce amiche sono tante, tra incontri con chi non manca mai, con chi ha lo sguardo un po’ spaesato alla sua “prima alley”, ed incontri che aspettavo da anni (grande Fabio!). I minuti scorrono fin troppo veloci ed è ora di radunarci nel pratino misto neve (costellato di simpatici “bucaneve” marroni molto aromatici…) per le veloci istruzioni di rito…2 ore, poche sempre poche, per raggiungere 10 differenti checkpoint in città, uno da lasciare rigorosamente per ultimo, per finire con l’arrivo ai giardini reali…mi piace.

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3, 2, 1, via! subito a raccattare il foglietto con i checkpoint (manifest) e via con mappa distesa sulla panchina a iniziare a districarsi tra i nomi delle vie e imbastire l’itinerario… arrivano a salutarmi due cari amici che era un po’ che non vedevo (alex e raffaella) e da bravi torinesi loro mi danno una manina a mettere un po’ in fila tutti i punti da raggiungere. Noto subito che c’è un bel gruppo di punti in zona mirafiori, per poi lanciarsi ad est a finire i restanti punti…l’ultimo check in collina… nulla da temere, ma se sbagli la salita potrebbe non perdonare la gambe già affaticate (aka crampi a gogo).

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Mi sembra sia tutto ok, parto, e questa volta parto da solo (e mi scuso con quelli a cui ho declinato l’invito a farla con loro…) perchè la volevo vivere così: solo io, torino, un foglio A4 con i check marcati ed una mappa…. perchè alla fine il bello è correre contro se stessi e contro il tempo e mettersi ancora una volta in gioco e piuttosto sbagliare io ma non trascinare nessun altro in fallo, oppure gongolare nella remota ipotesi di trovare qualche bella scorciatoia all’interno della famigerata griglia urbana torinese….

Primi due check volano via in un lampo, ma nel puntare verso il terzo (de cristoforis) compio l’errore fatale… mi dimentico di via negarville che ancora un po’ è a Beinasco… e son già passati 45 minuti…poco male comunque, vado anche (aridaje) alla fontana liberty sotto Torino Esposizioni dato che era vicina..e lì Cisco mi fa prender coscienza della strada che mi aspetta…niente paura, parto che ancora la gamba tiene e in un tempo ragionevole arrivo in via negarville, dove finiscono i check ad ovest…

Il tragitto fino a via borsi si rivelerà bello e micidiale al tempo stesso: bello perchè per una sorta di “magia delle gare” la gamba dopo qualche km sembra risorgere, tengo un ritmo deciso, regolare, i panorami e le varie facce della città mi passano davanti, una dopo l’altra, senza soluzione di continuità, ed il mio personalissimo viaggio mentale mi fa pensare di essere quasi ad una di quelle crono semi cittadine che spesso condiscono i grandi eventi ciclistici come il Giro. Le gomme generose in più fanno anche digerire qualche tombino di troppo e in un tempo che mi è borsi1sembrato brevissimo mi trovo ad interrogarmi sul dove sia il numero 6 di via borsi… saprò dopo che ha mietuto parecchie vittime, la Dora che separa in due la via, unita ai lavori sul tratto ciclopedonale e condita dal generale inverno fa perdere a tanti minuti preziosi e mi accorgo che finirla in un tempo prossimo alle due ore è oramai un miraggio.

Mi tolgo però la soddisfazione di farmi il vialone di corso Regina nelle corsie centrali, rivaleggiando con le (poche, a dirla tutta) auto del pigro sabato pomeriggio. Passo anche davanti al mio ufficio e mi sfiora il pensiero del tipo : “chissà se mi vedessero i miei capi cosa penserebbero…” trapasso l’ancora affollato “suk” di piazza della Repubblica (dove anche lì poi saprò di gesta ciclistiche a zig-zag tra le bancarelle degne di un mix tra Blues Brothers e Indiana Jones e il tempio maledetto) e arrivo al check gestito dal buon Naos che mi passa di sottobanco l’info dell’ultimo check a casa di Gherli, non sapendo che ho già saltato via principi d’Acaja (presidiato da Fede e Cello, sorry guys) e che ormai il tempo è sostanzialmente scaduto.

mappa1

Opto per dirigermi verso l’arrivo, complice anche la sua vicinanza, con le gambe che vorrebbero ancora correre, ma la testa che ha tirato giù la saracinesca, non più capace di focalizzare altri obiettivi perchè comunque appagata dei kilometri fatti. E non tanto come sommatoria (alla fine saranno qualcosina meno di 50) ma per come sono stati portati, tutti tirati, senza rifiatare, con l’attenzione alta a passare gli incroci in qualunque condizione, ricalcolando gli itinerari per piegarli ai flussi del traffico e della semplicità di percorso dato che non sempre la via più breve è anche la più veloce, ma è anche vero il contrario che non sempre il grande vialone ti fa risparmiare sufficiente tempo e sufficiente gamba per chiudere un alleycat in giro per la città. (inserisco di seguito anche l’itinerario navigabile, così vi fate due risate)

All’arrivo di un alleycat poi non ci sono mai veri vincitori e veri sconfitti, ognuno si confronta con gli altri per poi fare i conti con se stesso. Ancora una volta in termini di rapporti umani, esperienza, adrenalina, e cibo mentale vario, il conto è decisamente in attivo. Alla prossima!

premiazione

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Salviamo i ciclisti

Gentili direttori del Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport, Il Messaggero, Il Resto del Carlino, il Sole 24 Ore, Tuttosport, La Nazione, Il Mattino, Il Gazzettino, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Giornale, Il Secolo XIX, Il Fatto quotidiano, Il Tirreno, Il giornale di Sicilia, Libero, La Sicilia, Avvenire.

La scorsa settimana il Times di Londra ha lanciato una campagna a sostegno delle sicurezza dei ciclisti che sta riscuotendo un notevole successo (oltre 20.000 adesioni in soli 5 giorni).

In Gran Bretagna hanno deciso di correre ai ripari e di chiedere un impegno alla politica per far fronte agli oltre 1.275 ciclisti uccisi sulle strade britanniche negli ultimi 10 anni. In 10 anni in Italia sono state 2.556 le vittime su due ruote, più del doppio di quelle del Regno Unito.

Questa è una cifra vergognosa per un paese che più di ogni altro ha storicamente dato allo sviluppo della bicicletta e del ciclismo ed è per questo motivo chiediamo che anche in Italia vengano adottati gli 8 punti del manifesto del Times:

  1. Gli autoarticolati che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.
  2. I 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati, ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.
  3. Dovrà essere condotta un’indagine nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Italia e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.
  4. Il 2% del budget dell’ANAS dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione.
  5. La formazione di ciclisti e autisti deve essere migliorata e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.
  6. 30 km/h deve essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.
  7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato dalla Barclays
  8. Ogni città deve nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme.

Cari direttori, il manifesto del Times è stato dettato dal buon senso e da una forte dose di senso civico. È proprio perché queste tematiche non hanno colore politico che chiediamo un contributo da tutti voi affinché anche in Italia il senso civico e il buon senso prendano finalmente il sopravvento.

Vi chiediamo di essere promotori di quel cambiamento di cui il paese ha bisogno e di aiutarci a salvare molte vite umane.

Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questa lettera attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito, attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #salvaiciclisti e, ovviamente, inviandola via mail ai principali quotidiani italiani.

Scarica qui la lista degli indirizzi mail.

Tutti gli aderenti all’iniziativa saranno visibili sulla pagina Facebook: salviamo i ciclisti

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I’m riding in the rain…and I’m happy…

…ovvero, come affrontare in bici la città e non solo uscirne indenne e sostanzialmente asciutto, ma anche divertito…

Accade anche che, a volte, quello che pensi sia privo di senso poi un senso ce l’ha. Ed accade anche che a volte la classica saggezza iper-prudente dei nonni (il classico “non farti sudare”) decade come un castello di carte, svelandoti che infondo affrontare le difficoltà ti fa sentire meglio che aggirarle per la via comoda.

E così come un classico “san Tommaso” volevo provare a fare il mio classico tragitto di commuting urbano anche in caso di pioggia, non torrenziale, ma sufficiente a farmi testare (uh, che brutta parola) l’equipaggiamento che ormai avevo tutto pronto e messo lì solo per le emergenze…ma partire di proposito in bici quando già piove era una cosa che fino ad oggi mi aveva sempre scoraggiato e fatto desistere (altro conto è partire che non piove e beccarla durante il giro, mentalmente è tutto un altro approccio)

Come diceva il fondatore degli scout: “non è questione di clima, è sempre questione di equipaggiamento”, e mai parole son state così vere per rappresentare l’importanza di avere con se le corrette attrezzature come ieri. Nello specifico si sono rivelati fondamentali:

parafanghi (antiestetici, ma chissene, veri ass-saver)

giacca ma soprattutto pantaloni impermeabili

– cappellino sotto casco (immancabile)

luci (per farsi vedere, non per vedere…)

gilet ad alta visibilità (lo abbiamo tutti in auto)

L’andata (parliamo di 6km) è stata piuttosto indolore, pioggerrellina debole ed è bastata la sola giacca. Il fatto che ci fosse anche la luce diurna ha giovato parecchio ed il tragitto è stato piacevole, complice anche il poco traffico… ma sapevo che la sera non  sarebbe stata la stessa cosa.

E difatti ore 18 mi avvio…questa volta piove seriamente….i pantaloni impermeabili si riveleranno fondamentali per tenere il tutto all’asciutto, caviglie e mezze scarpe comprese, consiglio a tutti di prenderne un paio da lasciare in borsa, il lavoro che fanno è ampiamente compensato dal loro ingombro. Nonostante le mie onnipresenti lucine  a led intermittenti, stasera opto anche per il gilet ad alta visibilità, dato che ho ben presente quanto poco si veda un ciclista nel buio ed attraverso un parabrezza bagnato e magari anche un po’ appannato….meglio non rischiare, non c’è nessuno a commentare la mia estetica e anche ci fosse va tutto in secondo piano rispetto al portare a casa la pellaccia.

La partenza non è delle più confortanti, con la temibile via Cibrario che si dipana davanti a me, nel suo temibile corridoio con da una parte le macchine in seconda fila e 4 frecce (a cui da sempre sto a minimo un metro di distanza, che prendere una sportellata è un attimo) e le rotaie a raso del tram dall’altra…fin troppo facile cadere, fin troppo facile trasformare il tragitto in tragedia

Man mano che avanzo però come al solito il freddo passa, l’attenzione mi aguzza i sensi e riesco a percepire la strada quasi meglio degli altri giorni, le gambi iniziano a girare leggere, ed in poco tempo, passate le rotaie, raggiungo ugualmente la mia solita velocità di crociera, con le auto che mi passano tenendo una buona distanza di sicurezza laterale, che non vanno poi molto più veloce di me, che infondo ed incredibilmente sembrano anche loro prestare una prudenza maggiore del solito. Sarà stata fortuna, sarà stato l’esser partito con il piede (la pedalata?) giusta, ma quando sono arrivato al mio solito parcheggio fuori città per riprendere l’auto e salire in autostrada per l’ultima parte del mio viaggio quotidiano, ho provato un senso non tanto di liberazione, quanto di consapevolezza per l’esser riuscito a sfidare con le giuste armi quello che di solito scoraggia ogni ciclista urbano o no: il buio e la pioggia.

Vedremo quando arriverà il “generale inverno” se sarò ancora della partita, confido abbastanza di poterlo sfidare a viso aperto Occhiolino

DIMENTICAVO: l’uso della bici a scatto fisso con il bagnato ha presentato un enorme vantaggio nella frenata! Frenando con le gambe (e con un minimo di sensibilità acquisita in tal senso) si ha un controllo del rallentamento come nessun freno a pattino sa dare Con il bagnato tutto ciò si amplifica e se da un lato con leva e ganascia il rischio di bloccare è alto, con conseguente perdita di aderenza e probabile caduta, con le gambe e la trasmissione fissa si ha a costo zero una sorta di ABS naturale davvero molto efficace…ragionateci quando vi diranno che la fissa in città è solo una moda passeggera.

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