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il piacere dell’attesa, (di 3 anni…) per correre #Rockville, non è esso stesso un piacere?

partiamo con il dire che non ho ancora ben definita una risposta alla domanda qui sopra… però a ben vedere tutto il percorso che mi ha  portato fino alla stupenda giornata di venerdì scorso merita di esser messo bene in fila…

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E’ da quando sono entrato a piene mani in contatto con il sorprendente mondo del ciclocross amatoriale che Rockville si è fissato nella mia mente come uno degli obiettivi più importanti da assaporare nella stagione cx. Per chi vive un po’ al di fuori del ciclismo alternativo (lo so che è un pessimo vocabolo, ma tanto per chiarire), dovete sapere che da ormai dieci anni esatti in una borgata di un minuscolo paesino alle porte di Cremona si celebra, ed è proprio il caso di dirlo, la passione per il ciclocross, coniugato però a mono rapporto. Come spesso capita, una sola corona ed un solo pignone semplicemente uniti dal più breve tratto di catena possibile.

 

Se ho già ben chiaro nella mia testa che con una marcia sola si possono fare cose abbastanza ardite, vi posso garantire che invece nel ciclocross quasi non si sente la mancanza di un ventaglio di rapporti a disposizione. I circuiti cx, se ben tracciati e Rockville è tracciato da maestri, sono selettivi al punto tale che un rapporto solo si riesce a gestire molto bene, nella classica proporzione di 2:1. Inoltre, il non avere l’assillo del cambio fa sì che ci si concentri molto di più sulla pedalata e sulla guida della bici che diventa, quindi, ancor più determinante.

Ritenevo quindi assolutamente corretto che la mia prima Rockville dovesse essere affrontata con una bici che “nativamente” potesse alloggiare un solo rapporto… bene, dopo mille peripezie e con gran soddisfazione la bici arrivò in garage nel luglio del 2015 e fu subito amore. Un malanno poco simpatico però mi mise fuori gioco nel gennaio 2016, per cui l’appuntamento fu irrimediabilmente rimandato di 365 giorni esatti, perchè da tradizione rockville è sempre il giorno dell’epifania.

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Il bello di tutta la serie di gare di ciclocross singlespeed (abbreviato SCIS) è che ciò che davvero conta non è l’agonismo in se ma il divertirsi pedalando. Viene premiato solo il vincitore e tutti gli altri atleti classificati in un bonario 2° pari merito, tanto ognuno che ha gareggiato sa benissimo quanto è andato bene e dove invece ha sbagliato e può migliorare in vista del prossimo appuntamento sul fango.

Già, il fango. Solitamente la zona intorno a Villarocca di Pessina Cremonese (questo l’esatto nome del posto, ma non garantisco che google maps ne sia a conoscenza…) è estremamente umida e caratterizzata da un terreno piuttosto argilloso. Ne consegue che è un vero unico pantano, non a caso il sottotitolo della gara da qualche anno è: “where mud comes alive!” giusto per chiarire.

Ed infine arriva il giorno. Sveglia ben prima dell’alba e raduno della mini comitiva di tre torinesi alla volta di Rockville. Sono in compagnia di Andrea e Vittorio che già lo scorso anno si erano deliziati dell’evento, sfrutto quindi tutto il viaggio per chiedere consigli e sentire i loro racconti e gasarmi ancor di più.

Il tragitto scorre più veloce del previsto ed arriviamo tra i primi nel piccolo agriturismo che ci ospiterà anche a pranzo. Ritrovo molti amici di nuova e vecchia data e l’atmosfera è da subito super rilassata. Dopo il cambio d’abito in un accogliente (e ben riscaldato) stanzone, usciamo a perlustrare il tracciato.

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Primo verdetto: è tutto letteralmente pietrificato dal gelo! Mi ero fatto mille ipotesi sulle condizioni, ma questa mi spiazza e mi trova un po’ impreparato, sarà difficile tener anche a bada il mal di schiena che un po’ mi tormenta con tutto quello sconnesso, ma non mi perdo d’animo e nel tempo a disposizione inizio a provare qualche linea un po’ redditizia.

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Il gruppo partenti è quanto di più bello ed eterogeneo potessi immaginare: ci sono i tigers veneti al completo, una delegazione dal Belgio (che ci fa anche dono di una cassa di birre artigianali), i ragazzi di Milano, i romagnoli di supernova e tanti altri appassionati di ogni età tutti con bici molto personali, frutto della grande passione che ci va per allestire un mezzo a pedali così particolare come una ciclocross singlespeed.

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Ci aspettavamo la classica partenza alla Le Mans, con i corridori da un lato ed i mezzi a pedali dall’altro… ma qui gli organizzatori ci hanno voluto stupire, nonchè complicare un po’ la vita. Dalla piazzetta del via infatti, non si vedevano le bici da noi depositate sul prato. Dopo il, virtuale, colpo di cannone e conseguente corsetta a buon ritmo, ci ritroviamo davanti agli occhi due enormi cataste di bici ammassate l’una sull’altra! Passo i primi secondi a vagare con lo sguardo per cogliere quanto meno i colori della mia… nel frattempo attorno a me par di esser dentro un formicaio umano con un via vai di corridori e bici in ogni direzione. Trovo la mia e con una specie di danza rituale la districo dalle altre ancora senza padrone e via, a  tutta verso la tanto desiderata ora di gara!

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Nonostante il fondo durissimo, il percorso risulta essere stupendo, con tratti tecnici, allunghi furiosi, una contropendenza che mieterà molte vittime (me compreso) ed una pazzesca chiocciola concentrica da far venir il mal di mare anche al più smaliziato crossista. Genio nel genio, dopo la prima mezz’ora di gara che cerco di fare al meglio delle mie possibilità (leggi completamente fuori soglia cardiaca, come ogni gara cx impone) gli organizzatori pensano bene di posizionare altri nuovi ostacoli lungo il tracciato, così a sorpresa ed in modo del tutto casuale! Li vedo e sorrido e capisco ancora meglio come questa sia una gara veramente fuori dal comune, nella migliore accezione del termine!

Vengo doppiato dai primi due (fagiano e vara, per chi conosce) e resto letteralmente impressionato dalla loro capacità di guida. Ad allenar la gamba siamo tutti buoni, con un po’ di dedizione e tempo a disposizione, ma a guidare in quel modo ci va talento e basta. Andrea poi sembra aver le ruote poggiate su ottimo asfalto per come è equilibrato in sella,  un vero piacere da guardare, non fosse che anche io nel mio piccolo sto gareggiando ed è meglio non distrarsi troppo per non andar ad assaggiare l’erba di Villarocca, senza dubbio ricca di fibre, ma non il meglio per la dieta umana.

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A proposito di dieta e affini: come nella disciplina che fa della durezza (di campo e di gioco) la sua colonna portante, ovvero il rugby, anche qui il meglio del meglio è il terzo tempo dei ciclocrossisti. L’agriturismo ci offre un menù eccellente che profuma di casareccio, il tutto innaffiato da un ottimo vino!

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Passato il rito del lavaggio della bici, oggi piuttosto inutile, ci ritroviamo in una tavolata splendida, con amici vecchi e nuovi a parlare comunque ancora di bici, ma con tante sfumature diverse, come diverse sono i caratteri di ognuno di noi, e tutti con la stessa identica attitudine: pedalare per il puro piacere di farlo, in tutte le condizioni meteo e di fondo, in tutti i mesi dell’anno, con tutti i tipi di bici che offre il mercato e l’inventiva dei telaisti. Ecco, raramente come oggi ho ritrovato così forte il senso di comunità che lega questo gruppo di persone con vite “là fuori” così diverse tra loro, alla prossima Rockville!!

https://vimeo.com/112014654

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Vi racconto delle mie bici – puntata 6 di 7: c’era bisogno di un’altra cx? sì! Storm cx singlespeed

E’ ormai una storia che è lunga un anno. Un anno intero dall’idea iniziale, nata quasi per caso, ad oggi dove ho tra le mani (che scriver tra le gambe fa brutto) il frutto di lavoro, idee e soprattutto grande passione per far le cose fatte bene.

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Era una fredda e umidissima serata torinese quando quasi per gioco venne organizzata una di quelle garette matte in ciclocross sfruttando i mille angoli verdi che la città offre. Nulla di ufficiale, nulla di autorizzato, costo di iscrizione irrisorio, avversari che si chiamano amici, nessuno con una bici simile alle altre (dalle fisse senza freni alle fat bike in un unica gara…) e tanta voglia di divertirsi. Fatto sta che la gamba girava bene e la stagione ufficiale ciclocross mi aveva già strigliato a modo. Quella gara me la giocai sul filo con Andrea, vincendola di poco (lui però era in single speed io invece avevo il rocchetto da 10 al posteriore…)

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013Il premio per il vincitore era un buono sconto per una verniciatura custom su di un telaio da parte di Krokodil customs aka l’amico Dennis.

 

 

 

 

 

 

Proprio nel post gara parlando con Filippo (benchè tutti, credo anche i genitori, lo chiamino Choppah), appena imbarcatosi nel bellissimo ed ambizioso progetto di fondare un marchio ciclistico: STØRM Cycles. Per restare affini allo spirito del nuovo brand, salta fuori l’idea che sarebbe bello affiancare alla mia inseparabile Zino un’altra bici da ciclocross ma che parta da basi antitetiche per arrivare ad una soluzione simile. Ovvero la possibilità di realizzare un telaio da ciclocross single speed, in alluminio e con i freni a disco in totale contrapposizione alla Zino che è in classico acciaio, con marce e freni classici a cantilever.

La cosa dopo un paio di ipotesi inizia a prendere forma ed avuto la certezza che il telaio si farà inizio a dar sfogo al mio hobby preferito (no il ciclismo non è annoverabile tra i passatempi, trattasi di ossessione) ovvero la ricerca di componenti di pregio a poco prezzo sia sul web che presso amici e conoscenti.

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E così arrivano in garage delle ruote che stavano su di un CAADX Cannondale, un set Thomson (il reggisella per me rimane il migliore di tutti i tempi), una sella splendida della Prologo, un manubrio 3T in carbonio (asta ebay fortunosa), le pinze freno meccaniche che avevo dismesso dalla mtb quando ero passato agli idraulici (in mtb essenziali, in cx i meccanici vanno più che bene), la guarnitura Rotor (perchè alla fine siamo tutti dei vanitosi), ed un ingegnoso pignone singlespeed da 21 denti di brevetto Dodici cicli Milano.

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Il progetto grafico è a mia totale libertà, dato che Dennis ama le sfide. Allora libero la fantasia e mi faccio guidare dalle mani di Silvia Ileana Stella che ha fatto della ricerca dei colori il suo lavoro oltre che una delle sue passioni. Io metto le mie sensazioni e lei ne dà la forma… dai primi bozzetti al mock-up definitivo il passo è breve, con il botto finale di Dennis che dice. “è la cosa più complessa che abbia mai provato a fare, ma ci riuscirò!”.

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Nel frattempo il telaio ha preso forma ed è una piccola emozione averlo tra le mani: bello, solido e leggero come l’alluminio oversize sa essere. La primissima impressione è che sia devoto alla competizione pura e questa sensazione da ora in poi non andrà più via.

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La verniciatura ha preso un tempo commisurato alla sua complessità grafica, ma aspettare e desiderare ha comunque il suo lato positivo. La prima apparizione pubblica fu alla criterium di Ravenna dove già da solo, nudo in esposizione allo stand STØRM, riscosse un bel riscontro di gradimento. Non che cercassi approvazione a tutti i costi con qualcosa che stupisse, quel telaio in primis doveva piacere a me e rappresentare un mio lato della passione ciclistica, ma vedere quell’interesse da parte di ragazzi di fatto anche abbastanza lontani dal ciclocross nudo e crudo mi diede delle belle vibrazioni e la sensazione di essere sul sentiero giusto.

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Il montaggio fu piuttosto semplice e dopo con qualche accorgimento la bici era completa e nelle mie mani, prima sensazione: wow questa è una bici per correre “no-compromise”! Questa sensazione chiaramente non è più andata via, anzi con il passare del tempo si è perfezionata e mostrata in tutte le sue sfaccettature. Non è una bici da viaggio o da diporto, non è una bici da gravel (termine che inizia ad essere usato a sproposito…) è una bici per fare ciclocross ad un solo rapporto, nulla più ma di fatto è molto! L’avantreno è la cosa più sorprendente in assoluto: complice anche una prelibata forcella conica full carbon, il controllo è diretto ed immediato.

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La gestione dei cambi di direzione è fulminea tanto da ricordarmi le mie amate bici da pista e non per caso il marchio STØRM essenzialmente ha quel background.

3C6A8768Una delle cose che più sorprende è la possibilità di girarsi anche in spazi molto risicati che, di fatto, sono propri delle competizioni ciclocrossisitiche dove spesso i confini fettucciati sembrano messi ad arte per complicare la vita ai corridori o per farli smontar di sella e correre bici a spalla. Il rovescio della medaglia evidente è un certo nervosismo sulle asperità e un po’ di instabilità sui curvoni veloci, quest’ultimo aspetto però è stato mitigato al meglio dopo che ho messo il copertoncino (anzi open tubolar) Limus della Challenge Tires: davvero portentoso e performante non solo quando c’è fango ovunque ma anche quando la tenuta laterale sul veloce diventa essenziale.

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La frenata grazie ai dischi meccanici è ottima e quasi esuberante, la riserva di potenza è ben al di sopra delle necessità del ciclocross ma per contro lo sforzo alle leve è molto basso quindi si riesce a gestire tutta la fase di rallentamento con un solo dito per leva.

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030Per provare qualcosa di davvero folle ed insolito qualche settimana fa ho anche preso parte alla competizione più folle degli ultimi tempi, ovvero una gara di ciclocross ma riservata a bici con scatto fisso e nessun freno: ebbene grazie al geniale mozzo di Stefano aka mr. FixKin la mia solita ruota che uso sul vigorelli è diventata una “track cross wheel” ed il risultato è stato a dir poco sorprendente! grande tenuta e stabilità ed una prontezza di risposta fantastiche mi hanno entusiasmato per tutta la durata della corsa, ora però ne voglio ancora!

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020Infine un ringraziamento grande a Filippo che con tenacia e gran voglia di faticare, come ogni buon ciclista, sta mettendo anima e cuore in questo progetto e che ha voluto credere in me per avere un responso obiettivo su quello che sarà il modello cxss definitivo da porre sul mercato, in bocca al lupo Choppah!

 

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PS: le foto sono di quel matto di Emanuele Barbaro aka Sbà Sapu, grazie!!

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E’ tornato il ciclocross #cx #lifedeathcyclocross

per una volta un pezzo non mio ma talmente affine sia a come interpreto questa disciplina sia alle emozioni che mi sa dare che non posso non apporla sul mio spazio web, anche a futura memoria di chi passerà di qui per caso a leggere. Il pezzo è di Marco Pastonesi della Gazzetta dello sport.

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E’ ciclismo a piedi, è podismo in bicicletta. Con il rugby condivide la sfida nel fango, con la pallanuoto la sopravvivenza nell’acqua. Delle campestri ha sposato i teatri, dello sci di fondo i palcoscenici. E’ – a suo modo – biathlon, duathlon, triathlon e perfino pentathlon, ma in un colpo solo, in una botta unica, in una prova secca, secca sempre ammesso che non piova. Ha qualcosa di primitivo, se non di primordiale, ha molto di faticoso, a volte si ha la sensazione che sia una disciplina così antica da apparire futuribile, una specialità così tradizionale da proiettarsi all’avanguardia.

E’ tornato il ciclocross. Quello che non conosce l’impraticabilità dei campi, ma di cui anzi si nutre, quello che possiede una sua geografia di parchi comunali e di scalinate ecclesiastiche, una sua storia di ferrovieri a pedali e di maestri a due ruote, una sua religione silenziosa e una sua filosofia assiderata, quello che sembra fatto in proprio, in casa, in famiglia, in parrocchia, in comunità, quello che dovunque è una festa sui prati, ma che in Belgio è sempre una festa nazionale, quello che è pane e salame e vin brulè, data la temperatura, immune all’effetto serra e al rischio abbronzatura.

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E’ tornato il ciclocross dove perfino un guerriero come Nibali e un colosso come Cancellara potrebbero passare per atleti da sala e salotto, perché qui i corridori pedalano a falcate, sgambando e spalleggiando, saltando e scorrendo, scalando e scendendo, infine sprintando. Schizzano, sprizzano, svirgolano e a volte scivolano, schiattano, sorvolano, s’inseguono, si spremono, si sfiniscono. Un’ora al massimo, una crono in linea e a circuito in cui si parte tutti insieme, appassionatamente e pericolosamente, con l’obiettivo di trovare quel giusto equilibrio fra leggerezza e forza, fra acrobazia e sicurezza, e poi tradurlo in una danza, che per tutti è rumba e per chi vince è – a dispetto dei luoghi e del meteo – mambo.

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I vecchi sostengono che quella del ciclocross sia la scuola dell’obbligo, perché qui s’impara a tenere duro, stringere i denti, non mollare mai, e sospirando aggiungono che ci sono troppi ragazzi che invece entrano all’università senza aver fatto neanche le elementari. Finché un giorno il ciclocross tornerà in voga e di moda, come lo scatto fisso, come le bici d’epoca, come le maglie di lana. Voglia di fango e pioggia, di rumba e mambo, di semplicità e allegria. Voglia di una festa sui prati.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 1 di 7: la Zino #cx #001 per le gare nel fango e non solo…

Un po’ per fare ordine, ora che il numero ed il tipo di bici si è stabilizzato all’interno del mio garage ed un po’ per condividere e far sapere, come e soprattutto in questo caso, quanto lavoro e dedizione ci sia dietro un semplice telaio, inizio oggi la mini serie di articoletti riguardanti le bici che mi tengono compagnia e che vengono tutte (ci tengo) regolarmente pedalate.

004 (2)Così dopo quasi un anno di corteggiamento alla disciplina capitano di quelle occasioni che non si possono lasciar scappare. Il mio amico Zino dei 10Cento si è messo a far telai, ovviamente ha iniziato con i pista/scattofisso ma ha l’impressione di starci stretto in questa definizione, giustamente. Così in un inizio inverno del 2012 se ne esce con una frase del tipo: “riky, se mi trovi una buona forcella da cross il telaio mi ci metto e lo facciamo, così vediamo come va!”. Detto fatto, neanche a farlo apposta il mio amico Giovanni Fausto vince qualche settimana prima una forca Columbus da cx in una gara in Romagna, il prezzo è ottimo, il progetto prende vita.

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Fortuna vuole anche che, dopo un cambio del gruppo sulla bici da corsa, mi ritrovi in garage fermo un ottimo Campagnolo Veloce, di quelli ancora belli, con guarnitura ultra torque e tanto solido alluminio ovunque. Le ruote ci son pure loro e per le gomme una ottima occasione su fixedforum mi fa accaparrare una golosa coppia di Challenge Grifo in versione open tubolar, il top in pratica.

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columbus zonaZino si mette al lavoro, lui tratta solo acciaio ed io amo quel materiale, così carico di storia ma anche dal grande potenziale in chiave moderna. Optiamo per la serie di tubazioni Columbus Zona cx, perfetto per lo scopo.

 

 

 

 

 

004Il lavoro non è comunque semplice, anche se dall’esterno sembrano solo “otto tubi saldati” (cit.) c’è dietro tanto lavoro, dato che a saldare son capaci (quasi) tutti, a fare un buon telaio molti molti meno.

 

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014_1Infine il telaio vede la luce, splendido, solido, nato per correre. Ma soprattutto seguito e conosciuto passo per passo da me che poi lo andrò ad utilizzare e questo credetemi fa davvero molto la differenza, diventa per sempre la tua bici e non un telaio comprato e basta, per quanto competitivo sia, c’è un qualcosa di più che rende fieri il possederla ed ancor meglio il pedalarla.

 

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Anche se il metallo a vista è bello da far paura, visto l’impiego in ambiente umido e fangoso ci voleva una verniciatura…e allora via al toto-colore:

nero: sai cheppalle

bianco: elegante, ma un po’ banalotta, e con il fango stacca troppo 😉

blu: non si può, che a torino il telaista che usa il blu già c’è

marrone: nein, poi si confonde col fango e sempra sempre pulita (o sempre sporca)

verde: troppo british e non mi piace

arancione: mica è una KTM?

rosso: non mi piace

…..

giallo, mi garbava, con i componenti neri ci prende bene, fa anche da base per la bandiera delle Fiandre, patria del ciclocross… e poi una bici nera e gialla fu la mia prima bici…. sicchè  giallo segnale sia RAL 1003 (ottimo il 3 finale).

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Poi un capitoletto va speso a quanta energia e professionalità ci hanno messo i ragazzi di M2 ad allestire la corona da 44 specifica. La campagnolo stessa non la produce, ha in catalogo solo la 46, ma la mia gamba e la mia propensione all’agilità non mi permette una dentatura così alta. Così dopo tanto studio, lavoro al CAD e prototipi, Michele e Morgan hanno tirato fuori questo capolavoro, che dopo un’intera stagione di duro lavoro si conferma perfetta in tutto, e pensare che era la loro prima esperienza con una corona non singlespeed/pista, quindi se il buon giorno si vede dal mattino la officina Mquadro avrà ancora moltissimo da dare in tutti i campi del ciclismo!

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Qui di seguito la lista degli attuali componenti ed un po’ di foto statiche del buon neo-australiano Matteo Zolt, e dinamiche in qualche garetta.

Ci si vede domenica!

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Gruppo: Campagnolo (e cosa sennò) Veloce 10v del 2008

Freni: kore cross con pattini da v-brake del decathlon (perfetti)

Ruote: mavic cosmos (ma le alterno con delle ksyryum SSL strepitose)

Gomme: challenge grifo ot (ma anche schwalbe cx pro quando c’è molto fango oppure dei semplici michelin transword quando il fondo è molto duro e scorrevole come nelle gare gravel)

Reggisella: crank brothers iodine 2

Sella: fizik arione kium (strepitosa nel cx ma anche su strada ottima)

Pedali: crank brothers egg beater SL (un must nel cx, provare per credere)

Serie sterzo: crank broters cobalt xc

Stem: crank brothers iodine 3 (sciccheria, ma sono un fan della casa)

Manubrio: deda rhm01 (semplice e perfetto)

Nastro: fizik (ottimo anche dopo tante infangate e lavaggi)

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“che ci faccio qui?” il mio punto di vista sul #cx per @cykeln_mag n.8

metto anche per mia raccolta personale l’articolo apparso sul recente numero di CYKELN Magazine che vi invito chiaramente a scaricare e leggere per intero!

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La domanda potrebbe all’inizio sembrare banale, ovvero un classico domandone del ciclismo, spesso visto dal di fuori, del tipo “ma chi ve lo fa fare?”. La differenza tra le due domande è però sostanziale e molto più ampia di quanto si possa pensare.

Su strada c’è la fatica, le salite interminabili, il sudore, i fondovalle infiniti senza nessuno che ti dia il cambio e a cui stare a ruota. Ma anche le discese, il tornare un po’ bambini, i chilometri che scorrono veloci sotto le gommine da ventitre millimetri. E allora è vero che spesso ti chiedi il canonico “chi me lo fa fare”, ma poi le emozioni della strada si alternano e passa tutto con una buona discesa, o un falsopiano in cui far mulinare le gambe ad alta cadenza e sentirsi bene con se stessi.

Il ciclocross non è niente di tutto questo. Fondamentalmente il ciclocross è una disciplina sbagliata, fatta con la bici sbagliata, nei posti sbagliati e soprattutto nel periodo dell’anno peggiore possibile.

Bene, ora se non avete già cambiato pagina vi racconto perché, nonostante queste pessime premesse, questa disciplina esiste ancora e, in aggiunta, sta vivendo una nuova primavera (il gioco di parole è involontario, ma tant’è).

roger_aldoLa scintilla nacque circa un secolo fa, subito a ridosso del ciclismo dei pionieri del primo giro d’Italia e del primo tour. Proprio nella Francia del nord, dove l’inverno è tangibile e dove i monti su cui sciare o simili eran per l’epoca troppo lontani per pensare di eleggere lo sci a sport invernale, qualche scriteriato provò ugualmente ad usare la stessa bici che usava in estate (sapete meglio di me che allora le bici da corsa erano ben carrozzate, mica i 6,8kg di tecnologia aeronautica di oggi) nei prati, tanto per mantenere la gamba. E se c’era un ostacolo da superare? Niente paura, si scendeva e si portava la bici a spalle per qualche tratto. Si giocava, in fondo, per il tempo lasciato libero anche dai lavori nelle campagne, quindi l’unione di noia e curiosità amalgamate insieme ancora una volta portò a risultati sorprendenti.

A proposito, sono convinto che tutta la vera arte nasca dal connubio di ozio e curiosità, ma non è questa la sede in cui dilungarmi, e anche per la storia della disciplina ormai esistono google e wikipedia, quindi cerco di raccontarvi qualcosa che, forse, ancora non sapete.

 

Si arriva senza nemmeno troppe varianti a quello che è oggi il ciclocross, con una stagione fittissima di gare ad ogni livello, da ottobre a febbraio, si corre con ogni condizione climatica a meno che arrivi proprio la protezione civile a sradicare i paletti del percorso. Il percorso (quello è il vero fulcro) è in genere dai 2 ai 4 chilometri, ma la lunghezza in sé non rappresenta molto quello che si ritrova in gara. Si parla di curve, tante curve, la maggior parte a 180° e (ovviamente) sull’erba o su terra, strette che sembrano non adatte alla bici, salite e discese, spesso le prime estreme in cui se non si arriva decisi e con il rapporto giusto è meglio scendere e andar su con la bici in spalla, tratti in sabbia che esaltano le doti di guida, ostacoli e, magari, anche qualche scalinata da salire. Tutte cose che non dovrebbero aver a che fare col ciclismo ma che invece riescono ad esaltarne il gesto atletico, a renderlo nobile come nobile è una mischia nel rugby, dove i tacchetti delle scarpe affondano nell’erba e nel fango per cercare di avanzare. Fa freddo quasi sempre e poi, appunto, fango, tanto fango, un mare di fango, dove a volte anche percorrere un rettilineo significa dover tirare fuori tutte le doti di guida che si possiedono per non cadere, dove le stesse biciclette dopo poco iniziano a pesare il doppio e a chiedere pietà ai propri padroni per quel trattamento ingrato, in fondo loro sono delle cugine delle nobili e scintillanti bici da corsa, perché umiliarle a quel modo?

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Tutto quanto descritto si svolge grossomodo nell’arco di un’ora, una sola interminabile ora: una delle poche certezze del ciclocross è proprio che bene o male ad un certo punto la gara finisce, poco importa quanta strada si è fatta in quel lasso di tempo. La corsa termina inesorabilmente e senza pietà. Un po’ come disse uno di quelli vincenti: “nel ciclocross (come in salita) non ti puoi nascondere”, se non sei all’altezza vieni inesorabilmente punito, se tiri i remi in barca da metà gara in poi idem. Non ci sono le tattiche e le strategie delle gare su strada, non ci sono ruote buone da seguire, non si lima, non si cura, si mena e basta. Il fuorisoglia cardiaco è costante, il tutto complicato dal dover mantenere altissima l’attenzione nella guida, altrimenti nella migliore delle ipotesi si ruzzola nell’erba, momenti per abbassare la guardia non ce ne sono mai, nemmeno negli sporadici tratti d’asfalto, spesso resi viscidi dal fango scaricato dai tasselli delle ruote, giro dopo giro. Di fatto la differenza tra un buon piazzamento ed un ultimo posto od un ritiro è sottilissima, appesa ad un filo più sottile delle fettucce che delimitano il percorso.

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Accade però qualcosa di strano in tutto questo maelström di curve, fango e fatica: spesso si dice che siano le condizioni estreme a rendere le imprese straordinarie e finire bene una gara di ciclocross è una cosa che rende talmente orgogliosi, che il sottile gioco di sfidarsi ancora e ancora prende il sopravvento.

Ci si trova così, costantemente in bilico tra il sentirsi dei reduci con onore ed avere dentro la voglia di ripartire verso la prossima battaglia, per fare ancora meglio, imparando dagli errori passati e costruire qualcosa di buono, che non è rappresentato dal vedere il proprio nome in classifica, basta una pacca sulla spalla dell’amico che ha corso con te a gratificarti ed a invogliarti ancora una volta a sfidare te stesso, in fondo basta poco: un bosco o un prato, paletti e fettuccia, la bici adatta e degli appassionati veri.

Ci vediamo là fuori il prossimo weekend…

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Sven Nys at Loenhout 2012

non è famoso come Contador, come Wiggins, come Crhis Hoy, e per un’assurda combinazione non pratica nemmeno uno sport olimpico (questa mi devo ricordare di continuarla…) ma è una vera leggenda vivente: belga e cannibale come sua maestà eddie merckx, solo che sven ha scelto di soffrire anche il freddo ed il fango oltre alla fatica! Si vede che è nato in una buon annata….

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