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Vi racconto delle mie bici – puntata 2 di 7: la Colnago super del ‘78, solo per passione…

Questa è, numeri alla mano, la bici che pedalo meno nel corso dell’anno, e nasce prima di tutto dal mio amore per la storia e la tradizione ciclistica italiana e per tutto quanto prodotto da Campagnolo, infatti è una bici nata alla rovescia…

Sì perchè solitamente le persone dotate di senno prima acquistano, o per lo meno identificano,  il telaio. Poi man mano arrivano i componenti da abbinarci. Invece no, qui la scintilla iniziale fu scoccata da un annuncio su di un mercatino online che recitava semplicemente: “gruppo super record completo” e da lì a non resistere, visto anche l’ottimo prezzo, il passo fu brevissimo!

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!ByHoCrw!mk~$(KGrHqYOKkIEwQNZwOpIBMQcJ8di0w~~_3Appena arrivato a casa il sospirato pacco, mi soffermai diversi giorni a rimirare la bellezza meccanica di quegli oggetti, una vera sintesi di ingegneria meccanica. Ogni componente è la perfetta unione dei concetti base di forma e funzione, senza fronzoli, concepiti ancora da Tullio in persona, che non credo badasse alle sciccherie quanto più al supportare con prodotti eccellenti i corridori di mezzo mondo e a quell’epoca obiettivamente Campagnolo non aveva rivali.

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Iniziai quindi a ricercare un telaio di pari epoca e soprattutto che fosse in buone condizioni e della mia misura. Tutto subito pensa ad un Olmo, nobile telaista e corridore in quel di Celle Ligure. Il tutto era anche un bel dejavù visto che da piccolo andavo al mare proprio in quella cittadina della riviera e mio nonno, lungimirante, spesso mi portava a vedere le vetrine del loro negozio (oggi dovremmo chiamarlo flagship store, ma ci siamo capiti..).

_MG_0480Poi d’improvviso una folgorazione: su quel mercatino del tanto chiacchierato fixedforum e preciso che non sono solito passare il rassegna quella sezione, ne preferisco l’aspetto di comunità e di incontri agli eventi. Ma fattostà che sembrava aspettarmi, taglia perfetta, condizioni perfette, un Colnago super di razza e su tutte quel colore strepitoso, riassumibile nel classico “carta da zucchero” ma con una tonalità ancor più particolare che in un attimo mi fece dire: “sì, sei tu!”. Qualche malpensante utente del forum stesso potrebbe anche dire che forse ho salvato quel telaio dall’esser sabbiato, riverniciato fluo, amputato dei passacavi e riassemblato come bici a scatto fisso modaiola, giusto per andare agli aperitivi. Beh, non lo sapremo mai, ma pochi giorni dopo il telaio era insieme al gruppo, mancavano solo qualche dettaglio e poi il quadro sarebbe stato completo e pronto per il montaggio finale.

Per alcuni dettagli mi venne in aiuto il buon Pietro detto “pogliaghi” e non a torto vista la usa infinita conoscenza nel campo del ciclismo d’epoca unita ad un garage che per me è stato come quando ho visto Gardaland la prima volta… quindi dissigillammo insieme un paio di cerchi Nisi bruniti a 36 fori, perfetti per i mozzi record, in più trovo pipa e piega manubrio pantografati Colnago, in modo da rendere tutto davvero perfetto.

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Una menzione la merita la sella, è una Brooks B77 ma non è frutto di commercio, mi fu regalata da mio zio Paolo, il primo ad instillarmi la passione del ciclismo e quella stessa sella fu da lui usata per anni e migliaia di chilometri, quindi non solo è una sella bella, comodissima e perfettamente rodata, ma è anche un ricordo ed un omaggio a chi per primo mi ha fatto conoscere la bellezza della bicicletta.

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Assemblato il tutto, la prima impressione è stata da subito splendida: è insospettabilmente leggera per essere in acciaio, molto stabile nella guida, specialmente in discesa e soprattutto, anche in raffronto alle bici moderne, è silenziosissima: senti solo un lieve fruscìo e lei scorre che è una meraviglia nonostante sia una bici di quasi quarant’anni! La prova del nove è stata usarla sia nel tragitto quotidiano per andare al lavoro dove si dimostra molto fruibile, sia (soprattutto) nel suo ambiente naturale ovvero in quella Eroica che per tre volte mi ha dato emozioni incredibili e sempre diverse di anno in anno.

_MG_0479Una piccola menzione anche ai tanto sottovalutati tubolari. In primis una delle classiche fonti di foratura, la cosiddetta “pizzicata” è scongiurata alla fonte, poi nonostante abbia montato (anzi, imparato a montare) dei semplici Vittoria rally si sono dimostrati assolutamente eccellenti, sia in scorrevolezza e tenuta, sia, soprattutto, in una eccellente resistenza alle forature, quindi mi permetto comunque di consigliarne l’uso anche per una bici da tutti i giorni.

Vi lascio con le splendide foto che il mio amico,anche lui grande appassionato di ciclismo, Angelo Ferrillo ha fatto di questa Colnago super.

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Dovrei raccontare di #Eroica ma mi serve più tempo…

Ancora una volta di ritorno da quel paradiso che è il Chianti, ancora un volta con la mente e l’anima carichi di ricordi ed emozioni per aver percorso quelle colline, sempre uguali eppure sempre diverse… L’urgenza di fissare le immagini mentali ed i ricordi di tutti e cinque i sensi si scontrano con l’esigenza di dare una veste più organica a tutto quello che è l’Eroica. Con qualche nube all’orizzonte ma anche molte speranze, sto iniziando a scrivere sulla lunga distanza, non più un semplice articolo qui. C’è così tanto nell’Eroica che, a differenza degli anni passati, non riesco più a contenerlo in un racconto da pausa caffè. Ci spostiamo allora sul divano, magari con un bicchiere di vin santo, e del tempo da dedicare all’approfondire l’universo del ciclismo.

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Man mano pubblicherò qualche estratto, qualche bozza a tinte colorante, tanto per anticiparvi quale direzione sta prendendo… che sia un libro vero e proprio o una serie di puntate di un racconto più ampio ancora non lo so dire, ma come si dice, l’importante alla fine non è la meta raggiunta, ma il viaggio percorso.

Parto ora, vi scriverò strada (bianca) facendo…

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non più naufragio, ma una infinita navigazione, nel mare della mia #eroica 2012

è possibile che lo stesso luogo, le stesse persone (all’incirca), e la stessa splendida manifestazione riesca a suscitare emozioni così diverse a distanza di un anno intero? beh, penso di sì, di mezzo ci sta la fatica, sempre uguale, ma sempre diversa….

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Inizia facile, con un appuntamento in cantiere al venerdì pomeriggio, in quel di Piacenza, il mio lungo viaggio, sia nella terra più bella d’Italia (ma è una mia personale e parziale opinione) sia anche un po’ dentro me stesso… la strada scorre veloce, facile sotto quattro buone ruote, l’idea comunque di spezzare in due parti il viaggio di andata si rivela estremamente azzeccata. Sabato mattina mi trovo già a parcheggiare nel limitare di quel piccolo capolavoro che è Gaiole in Chianti.

C’è fermento, quest’anno ci siamo davvero tutti qui, è il posto che “ci devi essere il primo weekend di ottobre” perchè anche se sotto ormai una spessa coltre di marketing virale e risalto mediatico fine a se stesso, riesci a respirare un’atmosfera che non ha pari. E inizi a salutare che sembra di essere quasi ad un matrimonio (il tuo); dove ora che hai fatto il giro a salutare tutti tocca ripartire quasi da capo per farci anche due parole… Dopo le formalità del ritiro pettorale per fortuna però resta spazio per assaggiare un buon bicchiere di Chianti e raccontarsi di bici con gli amici più cari, e fare un giretto di prova, tanto per “slegare la gamba” in vista del giorno dopo.

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Grazie ai ragazzi di Ravenna e Bologna ho trovato ospitalità in un grazioso albergo, ad una trentina di km da Gaiole, la sistemazione è più che ottima per il tempo che ci dovrò stare… La parte migliore al solito la cena, a base di carboidrati e risate, amabilmente mischiati tra loro.

029A tarda sera entra in scena uno dei riti per me più belli: attaccarsi il numero di corsa sulla maglia e sulla bici, momenti ogni volta carichi di significato, benchè sempre diversi. E poi un’ultima ispezione alla bici, passare la mano sui tubolari per controllare che non ci siano tagli o screpolature ed un po’ parlare a quei otto chili e mezzo di metallo e gomma, cuoio e stoffa, per chiedergli il favore di non far brutti scherzi domani, che già non sarà semplice di suo, senza guasti almeno ci si potrà concentrare solo sull’impresa.

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Ore 3:35, la sveglia suona, la sento (e di suo è già una notizia) poche cose da fare ma tutte importanti, mangiare, vestirsi, caricare tutto senza dimenticare qualche pezzo in stanza, e via: partire verso quello che è già un mini-traguardo… alle 5 meno qualcosa del mattino sono in piazzetta di Gaiole in attesa del mio turno al foglio firme, sorseggiando un provvidenziale tè caldo fornito dai ragazzi di le coq sportif (ah, grazie eh!). Incontro subito un veterano della manifestazione, quest’anno al foglio firme, ed inauguro quel foglietto a parte che raduna i partecipanti di fixedforum, può sembrare una stupidata, ma alle 5 del mattino no, resta una cosa importante e soprattutto motivante. Infatti gli prometto che se l’inizio è per il verso giusto questa volta si imbocca il bivio che porta al giro lungo, quello da 205km (e qualcosina in più ). Quello che ti dicono “se non fai quello almeno una volta non hai mai provato la vera <Eroica>” (e hanno ragione, tanto per dire…)

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E allora via, aiutato dall’unica attrezzatura moderna sulla bici, rappresentata dal led posteriore rosso e dal faro anteriore. Le prime pedalate su asfalto scorrono via come sul velluto, merito forse anche dei tubolari da 21mm che mi ritroverò ad elogiare più e più volte nel corso della giornata. Si arriva a quel castello di Brolio che lo scorso anno tanto mi emozionò e che ancora sa dare molto, ma la testa quest’anno ha un obiettivo ambizioso e forse un po’ più grande di me, dato che non sono uno di quelli che solitamente fa i classici giri lunghi e dislivelli himalayani, anzi, prediligo le sparate da un’oretta e qualcosa impostate come crono individuali, ma oggi tutto è diverso.

 

Anche per questo la voglia di provarci è tantissima, di farmi amministratore delegato di me stesso e far in modo di non bruciarmi nelle prime ore, dove la gamba gira bene e la voglia di pigiare un po’ a fondo è tanta. Invece no, tocca amministrarsi, tocca risparmiare ogni grammo di fatica perchè diventerà prezioso come l’oro quando arriverà il momento della verità, e arriverà di sicuro.

Continuo a pedalare e mi chiedo se per il 7 ottobre mattino sia ancora prevista l’alba sulla Toscana, dato che i km passano ma il buio resta sempre intorno. Passo intorno a Siena e se l’anno scorso l’avevo ben intravista, oggi è ancora tutta arrotolata come un gatto nel dormiveglia, che ha già aperto un occhio scintillante di luce, ma ancora sa che può permettersi qualche altro attimo di riposo.

Arriva l’alba e mi porta in dono il primo ristoro, che passa veloce. Cerco di dedicare un tempo sufficiente per mangiare qualcosa anche se non ho fame e sto attento a scegliere solo cose zuccherose e digeribili, lo so che lo spirito della manifestazione sarebbe quello di gozzovigliare un minimo, ma oggi il mio intento è nuovamente quello di sfidare me stesso. Abbassare la guardia già ora sarebbe come mettersi le scarpe nuove per giocare una partita di calcio importante… può andarti lo stesso bene, ma meglio non rischiare.

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Iniziano anche gli sterrati lunghi, quelli impegnativi che per fortuna ho imparato a conoscere lo scorso anno, che alla fine fanno dell’eroica quello che è ora noto in tutto il mondo, ed impari a guidarci dentro, a cercare sempre sempre la linea pulita, la traccia migliore già segnata dal passaggio di qualche centinaio di ruote, dove sai che i leggeri tubolari troveranno qualcosa che quasi li accarezza e che non li prende a schiaffi… che a furia di schiaffi il cedere e forare è un qualcosa da mettere in conto, ma meglio non prestare il fianco alla sfortuna (o all’incapacità di prevedere gli eventi come diceva un altro eroe, tal Enzo Ferrari). Anche le discese non sono un vero problema, fatto l’occhio alle temute “ondine” si trova anche qualche bella curva con un minimo di appoggio e mi ritornano nella mente tutte le lezioni imparate a suon di sdraioni durante il passato inverno a base di ciclocross, una vera palestra  a cielo aperto.

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I nomi dei paesi scorrono via come i ventiquattro fotogrammi al secondo di un film, Radi, Murlo, Piana, Bibbiano… via, come promesso al km 63+000 si arriva al bivio. Zero dubbi, si va su lungo… saranno quindici tratti di strada bianca in tutto, uno diverso dall’altro, ognuno con le sue insidie e con i suoi lati deboli su cui approfittarne e provare anche a divertirsi, talvolta superando altri e talvolta venendo superati da veri e propri talenti della bici, che poi si fa in fretta a riconoscerli, basta vedere quattro pedalate per distinguere chi la bici ce l’ha nel sangue e la sa portare come la dama in un tango, con delicatezza e decisione, con pugno di ferro racchiuso in un guanto di velluto.

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Senza troppe difficoltà ed affrontando alcune salite, lunghe e pedalabili come piacciono a me, si arriva al ristoro clou, quello di Asciano. Non è nemmeno l’una di pomeriggio e tutto mi fa ben sperare. La stanchezza già c’è  (siamo al km 143 su 205) ma le sensazioni sono ancora ottime e questa volta le famose salite del monte Sante Marie non  spaventano… semplicemente perchè decido di farle a piedi! La vocina del buon senso infatti suggerisce che è meglio evitare di farsi venire i crampi qui, dato che c’è ancora “del lavoro daffare” e ogni fatica risparmiata sarà una preziosa risorsa…poi la planata su asfalto fino a Pianelle mi regala attimi di puro piacere, con i tubolari che di nuovo grazie al loro profilo mi consentono di osare pieghe  che nemmeno con la bici da corsa buona e copertoncini dal costo più che doppio di solito oso.. e allora capisco che queste bici, vecchie di oltre trent’anni, son state pensate e costruite con una perizia ed una passione tali da renderle adatte ai più svariati utilizzi, contrapponendosi all’iper-specializzazione dei giorni d’oggi che, soprattutto la nostro livello di amatori, fa davvero sorridere (so di gente che ha una bici per le salite e una per le gare a circuito in pianura,  mentre su queste qui, fior di professionisti ci facevano stagioni intere di gare dal pavè ai grandi giri alle classiche autunnali…).

Dal controllo di Vagliagli in poi arriva il momento della verità. I freddi numeri dicono che mancan “solo” una trentina di chilometri, ma saranno ancora quasi tutti sterrati e con ancora tanta tanta salita da fare, di quella tira e molla (o mangia e bevi come dicono i ciclisti) fatta apposta per spezzarti le gambe peggio di un colle alpino a duemila metri, che lì almeno prendi il tuo ritmo e vai su, come in un blues a 4/4, qui invece sei dentro una jam session jazz in 7/8 tutta sincopata e con cambi di ritmo improvvisi, non si pianifica più nulla, si va usando quello che è  rimasto dentro, poco, ma te lo devi far bastare, qui non c’è l’aiuto da casa, alla fine ci sono solo le tue gambe; anche se per la mente un grande appoggio è arrivato nell’aver trovato un’ottimo compagno di fatiche in un ex-corridore valtellinese, con tanti capelli argentati ma con ancora quelle movenze sui pedali che lo qualificano come cavallo di razza. L’età conta poco, l’attitudine è tutto (e lui quest’oggi ci metterà un’ora in meno di me…).

Il mio compagno di strada è al suo terzo lungo qui in terra di chianti e ben sa che una volta arrivati a Radda sarà quasi un unica discesa verso il traguardo… non ha mentito, le nostre bici ormai di un colore inevitabilmente “marrone terra di Siena” iniziano l’ultimo tratto verso l’abitato di Gaiole, si arriva dall’alto oggi, e a questo punto capisci che è fatta, che le gambe e la testa han tenuto, che la bici ancora una volta ha grato meglio di un orologio svizzero (ma di quelli buoni, tipo un Patek&Philippe, mica un volgarotto rolex…) e che anche quei bistrattati tubolari trovati per pochi euro al decathlon han fatto ancora un egregio lavoro.

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Vedi la scritta rossa su quel drappo bianco lì a sussurrarti. nel frastuono del paese in festa, che tu, sì proprio tu ce l’hai fatta: hai trotterellato per più di 200km tra le meravigliose colline toscane quasi senza sosta, per un giorno intero, lo stesso che nella routine quotidiana scorre via come un ruscello oggi è stato interminabile, ogni minuto scandito dall’infinito gesto del mulinare dei pedali, dallo scorrere di quella piccola striscia di gomma che ci lega indissolubilmente al suolo e si fa garante del nostro precario equilibrio che, come ha detto qualche d’uno, la vita è come andare in bicicletta: per stare in equilibrio ti devi sempre muovere.

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Al prossimo anno…

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pedalare sui bordi della vasca da bagno

avrebbe dovuto scriverlo qualcun altro un pezzo del genere, diciamo che io al momento mi limito a condividere con voi la storia di questo grande campione, poco famoso, ma con una storia da raccontare di quelle che vorresti non finissero mai, parliamo di Ferdinando Terruzzi, il più grande seigiornista di tutti i tempi

qui le fonti:

corriere

vigorelli.org

e qui un paio di estratti, buona lettura

Portava il caschetto sulle ventitre’ e il naso fin sopra il tubolare . quando si sporgeva nelle volate . tanto da usarlo come un freno innaturale, arrotino di se stesso tra il raccapriccio e la stupita ammirazione della gente: “Lo facevo per lo spettacolo, dopo uno sprint di rimonta, quando ero sicuro d’ essere primo. Qualche volta il naso sanguinava, ma era diventato quasi un gioco. Poi e’ venuto un foruncolo e mi sono dovuto operare. Show o competizione, mi prendevo tutti i rischi, perche’ la pista e’ cosi’ : se ti vedono spericolato ti temono e ti lasciano passare. Eravamo come cani che sentono quando uno ha paura”.

Portava il caschetto sulle ventitre’ ,  ed era l’ acrobata della bici: un uomo “che poteva pedalare perfino sui bordi della vasca da bagno”, parola di Coppi.

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