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QUELLO CHE CONTA E’ IL TRAGITTO–il #festive500 lungo il fiume Po

Sono curioso per natura, anche se di base un po’ troppo pigro per cacciarmi veramente a capofitto in mezzo ai guai. Questo mi porta comunque a voler esser a contatto diretto e senza filtri con ci porta un’esperienza nuova e diversa dalla mia….

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Io amo alla follia il ciclismo (sai che novità…) ed il pedalare all’aperto in se, ma sono per forma mentis molto distante (per ora?) da chi si cimenta in viaggi ed ultra-distanze in bici. Quale occasione migliore che affiancare la storica crew degli Arieti di Ferrara nella loro nuova pelle di randonneur speciali. Li conobbi anni fa (tanti) ed erano già veterani dello scattofisso e delle alleycat race cittadine, già allora mi insegnarono molto sul come interpretare la bici dentro al traffico delle città ed uscirne sempre vincitori. Ma si sa che restare fissi sul proprio campo rende tutto più noioso ed allora eccoli che li vedo nuovi interpreti del ciclismo delle grandi distanze, declinato al tempo invernale. Ocasione è il challenge del festive500 ovvero pedalare 500km dal 24 al 31 dicembre. Di per se in otto giorni, come da statuto, non sarebbero nemmeno impossibili da percorrere, ma la sfida nella sfida quest’anno comporta il percorre tutto il grande fiume Po, dalla foce (in pratica casa loro) fino alla sorgente (quasi casa mia…), ma in tre soli giorni, con una media di oltre 250km al giorno. Come spesso sento dire sono le condizioni a contorno a trasformare cose semplici in piccole/grandi imprese e qui siamo molto vicini a definire a pieno titolo una vera impresa epica.

Ho la fortuna di poterli affiancare nella loro ultima tappa, da Chivasso fin su a Pian del Re dove sorge il fiume. Loro li immagino stanchi e con le bici cariche… quindi non ritengo etico (passatemi il termine) presentarmi baldanzoso in bici da corsa e tenuta da sportivello. Voglio invece far in modo di provar un po’ ad immedesimarmi nel loro sforzo. Siccome suonerebbe ancor più stridente metter delle borse a caso (con dentro cosa poi, delle birre?) decido che mi unirò a loro con la mia bici a scatto fisso. Un solo rapporto, un solo freno, nessuna agevolazione alle mie gambe quando la strada inizierà a salire. Forse in questo modo avrò più consapevolezza del loro stato mentale in cui sono immersi in un viaggio così lungo.

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Mi avvio per incrociare il loro tracciato (pubblicato su web e molto ben monitorabile) già dal mattino, con una temperatura che è di pochi gradi sopra lo zero e con la massima cautela ed occhi aperti per capire costantemente le condizioni dell’asfalto ed evitare brutti scivoloni. Già da subito mi balza in mente quale dev’esser stata la loro difficoltà nel fare quello che io sto facendo ora ma con bici carica, la nebbia intorno, le prime ore del mattino e conseguente buio completo in strada.

I panorami del basso Piemonte non sono particolarmente affascinanti a meno che la giornata limpida non conceda lo sguardo sull’intera corona alpina ed oggi non è uno di quei giorni. Il girar delle gambe mette in temperatura tutto il mio corpo e sono ormai sulla loro traccia corretta, a soli 5km da loro. Se però entrambe siamo in movimento, recuperare una distanza del genere in bici non è cosa da pochi minuti, nonostante il mio vantaggio in termini di freschezza atletica e leggerezza del mezzo. Li raggiungo a Saluzzo, da qui in poi, dopo il loro viaggio di 600km completamente piatti, inizierà l’ascesa finale verso la grande montagna: il Monviso.

Atmosfera bellissima tra loro, tutti diversi ma tutti accomunati da passione ed obiettivo comune. Non c’è un vero leader ognuno condivide quella che è la sua esperienza ciclistica con gli altri. Una improvvisa foratura li vede tutti collaborare e ripartire insieme, lo spirito è bellissimo. Nel frattempo accadono due cose. La prima: si diradano le nuvole e si intravedono le montagne e con loro aumenta la motivazione e la voglia di arrivare su. La seconda: la strada inizia a salire.

Chi non va in bici non si rende conto di quando le gambe di un ciclista riescano a decifrare anche i decimali di pendenza di una strada. E’ una sensibilità che si acquisisce con il tempo, ma poi non ti molla più. Cosicché dal 3 al 5% c’è una grossa differenza e si riesce anche ad intuire bene le sfumature tra i due valori. Nell’inizio della salita verso Paesana, ultima vera cittadina prima della vetta, i dialoghi si fanno più rari, la concentrazione sale e la fatica cala il suo martello sui più sensibili alla salita e meno leggeri sia come peso proprio che come peso degli equipaggiamenti sulle biciclette.

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Siamo nelle ore centrali del giorno, ma siamo anche in pieno inverno ed in una vallata alpina orientata da ovest a est, il risultato è che dopo poco il sole già scopare dietro le creste, tingendo il panorama attorno di un azzurro livido, che contrasta con il bianco delle prime lingue di neve che troviamo a bordo strada. Ora la salita è salita vera, io con il mio unico rapporto (49/17) inadatto per scelta inizio a procedere sempre in piedi sui pedali ad una cadenza che è la metà di quella degli altri ragazzi. Questa asincronia delle gambe però fa magicamente sincronizzare le nostre andature ed anche le nostre sensazioni. Muscoli che bruciano, bocca aperta a cercare più aria possibile ed aria che diventa sempre più gelida sui nostri volti.

Qualcuno procede più lentamente, ma quasi tutti siamo assieme. Il traffico è praticamente cessato del tutto, e dopo una curva, in un cielo che inizia a tingersi di rosa, si staglia di fronte a noi il bianchissimo profilo del Monviso come a sussurrarci una sorta di: “benvenuti, stranieri fuori stagione”. Questo panorama, a me ben noto, riesce ad emozionarmi e vedo la stesso sentimento moltiplicato per dieci negli occhi dei ragazzi che ora distolgono costantemente lo sguardo dalla strada per ammirare la montagna. Assaporano il compiersi dell’impresa, con un gusto che posso solo immaginare.

Decido di non far con loro gli ultimi 4km che li separa dalla sorgente, non sarebbe corretto. Quello oggi è il loro piccolo grande sogno che si compie, io sono già stato un osservatore privilegiato ed un pedalatore ammirato nel vedere come da un’idea nascano così forti emozioni. Tornerò di sicuro, in primavera, ma questo oggi è il loro grande giorno.

di seguito l’articolo originale di Linda Ceola sul quotidiano online Ferrara Italia

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