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three is a magic number: my RESPUBLICA SUPERIOREM vol.3

Questa volta l’attesa era davvero di quelle da “evento dell’anno” e la crew di Genova ha di nuovo saputo confezionare un piccolo capolavoro, sotto tutti gli aspetti. Ma andiamo con ordine per fissare, è proprio il caso di dirlo, gli indelebili momenti di una giornata da ricordare.

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Partiamo presto, in una mattina che da lato piemontese degli Appennini promette solo freddo e umido, per dirigerci come lo scorso anno verso Genova per la terza, e molto molto probabilmente ultima, edizione della “Respublica Superiorem”.

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res_3Per chi avesse perso le puntate precedenti, vi racconto in sintesi di una gara che, sfruttando il perfetto playground genovese, riesce a riunire in un’unica competizione una marea di aspetti diversi, candidandosi di fatto a vera e propria gara totale. Ovviamente, e qui sta il bello, è organizzata dal basso, rude e sanguigna come solo gli eventi a loro modo pionieristici sanno essere, dove ogni corridore è felicemente consapevole di esser pienamente responsabile delle proprie azioni e di esser tutelato alla stessa stregua modo di quando si allena da solo.

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Questa volta il luogo di partenza è forse ancora più suggestivo delle precedenti edizioni: una vera e propria balconata sulla città che ci fa subito apprezzare il clima perfetto, i profumi del mare mischiati alla focaccia, la distesa di tetti che fanno di questa città qualcosa di unico ed affascinante ma al contempo non alla portata del semplice turista quanto più del vero viaggiatore. Ed un viaggio a ritmo gara è quello che i ragazzi di SCVDO oggi ci hanno preparato, per chiunque abbia la gamba e, diciamolo, il fegato di affrontare un percorso che sarà tanto brutale quanto stupendo. Già perché, val la pena sottolinearlo, a Genova si corre solo con bici a scatto fisso e senza i freni, proprio quelle che dovrebbero stare solo nei velodromi e, invece, saranno in strada, in città, in salita (molta!), in discesa e sugli sterrati (e qui c’è del vero genio)!

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La partenza, come spesso accade, è già una festa. Chiavi inglesi da 15 in ogni dove, set up da fare all’ultimo momento qua e là (cosa che per un paio dei big presenti si rivelerà purtroppo fatale), nessuno con un abbigliamento uguale ad un altro e, cosa davvero notevole, il sentir parlare un bel po’ di lingue estere a testimonianza che quando le cose si fanno davvero bene, chi ne ha modo affronta anche viaggi importanti pur di poterci essere. E allora via, attiviamo la traccia gps sui nostri garmin, lasciamo da un lato, stile vecchio start alla LeMans, le bici e ci dirigiamo nel vicoletto a fianco per attendere il via.

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Parto già svantaggiato, con le ingombranti tacchette look da strada sotto alle scarpe, che faranno di me un corridore con uno stile alla donald duck ma poco importa, la gara sarà lunga. Da un’idea del creatore della redhookcrit, il conto alla rovescia ha un’implosione e dal 5, 4… si passa al 1 e al GO! in un secondo. Spaesati, ci muoviamo come un’orda di barbari verso le bici e via che si va!

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Singolarmente, forse addirittura per la mia prima volta, capita che appena partiti ci sia subito un po’ di discesa da affrontare. Sarebbe una cosa normale, ma senza i freni troppo normale non lo è dato che, complice qualche furgoncino di troppo, fatico a tenere a vista i ragazzi davanti che han saputo svicolare meglio alla partenza. Al primo check ci si arriva in un fiato, da lì sarà gara vera. Anzi, fin troppo vera perché, proprio come nei club esclusivi, qui si fa selezione all’ingresso.

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Le prime rampe, infatti, sono micidiali: i tratti oltre al 10% non si contano ed in fissa (oggi avevo un prudente 47/18) sono tutte rasoiate nelle gambe. Più per cocciutaggine che per vero e proprio vantaggio, non voglio scendere di sella, almeno non ora e do tutto me stesso per tirare su letteralmente la bici fino allo scollinamento del forte Begato. Sono passati solo dieci modesti chilometri dalla partenza ma ho già le gambe che chiedono pietà, nel primo tratto pianeggiante e tranquillo la bici mi sembra andar da sola tanto è stato lo sforzo.

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Ho chiaro in mente che la gara è ancora tutta da correre, i miei muscoli son di parere contrario, ma la testa dice avanti, andiamo a scoprire cosa c’è ora! E qui arriva il bello.

Arrivo al check e, dopo due improperi verso l’organizzazione, rea di averci mandato a soffrire su quelle rampe, mi sento dire: “occhio a dove mettete le ruote che inizia lo sterrato!”. Beh, ancora non lo so ma da qui in poi sarà come buttarmi in un giro sull’ottovolante. Non avevo studiato gran che il tracciato (tanto ci avrebbe pensato il Garmin a dire dove andare), ma avevo preparato minuziosamente la bici. Dato che come si suol dire “squadra che vince non si cambia”, avevo lo stesso gruppo guida dello scorso anno, ovvero un granitico stem da 110mm ed un esagerato riser da mtb largo ben settanta centimetri con alle estremità due bei manopoloni da bmx.

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Se questa configurazione sul mio Vigorelli steel si era già guadagnata la giornata, permettendomi un buon braccio di leva nello spingere con tutto il corpo nella salita precedente, ora si rivelerà per tutto quello che di buono lo caratterizza e penso: “beh, se hai il manubrio da mtb e sei su uno sterrato, dacci dentro e guidala come guideresti una mtb!”. Detto fatto, passata la prima timidezza nel sapermi con una bici da velodromo su di una strada sterrata ligure, guardo avanti, spingo sui pedali e percorro i cinque chilometri più divertenti dell’ultimo anno. Più cerco il limite di bici/gomma/gambe, più quel limite si sposta in avanti. Mi si dipinge un sorriso, probabilmente ebete, sulla faccia perché sto vivendo un mix di adrenalina e divertimento che nemmeno creandolo in un laboratorio sarebbe stato così perfetto. Una parte di me inizia a fantasticare sul come sarebbe bello se questo tratto di gara durasse altri 20-25km così fino all’arrivo, sarebbe un sogno!

Chiaramente se i sogni finiscono all’alba, oggi il piccolo sogno finisce al ritorno del bitume. Dopo poco ho il check n°3 con nuove indicazioni: “da qui occhio che la discesa è tecnica”. La affronto senza prender grossi rischi, per quanto sia sicuro scender con una bici senza freni giù per i tornanti. Non è un tratto lungo e per fortuna l’orario è tale da farmi incontrare poco traffico ed in breve son già al check successivo ma qui, nuova sorpresa!

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Mi indicano quello che per un automobilista potrebbe essere un passaggio pedonale o poco più. Io stesso chiedo conferma un paio di volte ed al secondo ok, guardo cosa mi è capitato sotto le ruote: sono sul sentiero (o se volete single track, che fa più figo) dell’antico acquedotto di Genova.

A mente fredda, ci capitassi di nuovo, questo sentiero sarebbe, per le mie capacità ciclistiche, assolutamente al limite della praticabilità: stretto, lastricato in pietra, con quasi sempre da un lato il muro e dall’altro una scarpata verticale di almeno un paio di metri. Probabilmente ne avrei paura, lo affronterei irrigidito e quasi sicuro mi farei male o andrei ad una velocità ridicola, ma non oggi. Oggi è gara, oggi trovo il modo di far le cose nel verso giusto quindi sguardo in avanti, testa focalizzata sul percorso e via. Non sono velocissimo ma di nuovo mi sto divertendo come un bambino a far questa strada sbagliata con una bici sbagliatissima. Verso la fine mi raggiunge il mio amico, nonché compagno di trasferta, Marco e da lì, esattamente come lo scorso anno, resteremo insieme fino alla fine.

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Passato questo secondo rollercoaster, ci rituffiamo in città, ma non è finita ovviamente, anzi, come nelle vere corse, l’asperità finale è quella che decide il podio e qui non si fa certo eccezione. Avevo dato un’occhiata alla salita del monte Fasce e non mi ero preoccupato troppo stante pendenze non estreme e strada piuttosto larga. Ovviamente mi sbagliavo.

IMG_5770Iniziamo a scalare e, nonostante la salita si confermi pedalabile (nel senso che lo sarebbe con una normale bici da corsa), le gambe iniziano a chiedere il conto di tutto quanto hanno sin qui subito. I chilometri a salire son quasi dieci e dopo i primi 3km le rampe al 7-8% iniziano a sembrare dei muri, avanzare a zig-zag diventa indispensabile per non “piantarsi” e mantenere una cadenza accettabile.

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Continuo a ripetermi come un mantra: “adesso vedrai i primi che scendono, adesso vedrai i primi che scendono…” e invece no. Passano diversi chilometri e mi ritrovo da solo, con i miei pensieri e la mia fatica da trascinare in cima. Fa sempre più caldo e per giunta ho finito l’acqua, inizio a darmi dei mini traguardi mentali per render sopportabile la ciclo-tortura. Mi basta inquadrare un albero o un masso e quello diventa il sub-checkpoint da raggiungere, il metodo funziona. I tralicci dei ripetitori in sommità si fanno sempre più vicini, ma non è ancora fatta, vedo Elia venirmi incontro in discesa, il primo è lui, lo incito con quello che mi resta della voce e arrivo dopo poco all’ultimo bivio verso la cima.

7G5A2039Da lì sarà una inevitabile passeggiata, come grossomodo tutti gli altri corridori, fino in punta. Aggrappato al manubrio trascino su la bici, come se stessi scalando non il monte Fasce ma il monte Fato di Mordor, portando il mio pesante fardello. Il bello è che in cima oltre ad una provvidenziale bottiglietta d’acqua c’è una vista mozzafiato che mi ristora anche lo spirito. La gara non è ancora finita ma son qui, intero, senza crampi, la bici è ok, la salita per oggi è fatta.

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Marco mi ha aspettato e con lui affronto la discesa, che sarà meno difficile di quanto temevo. Lui, da fuori gara, ha il freno e mi aiuta nell’impostare le traiettorie, io riesco ad allentare un po’ la tensione e godermi anche questo tratto di discesa brakeless, finalmente. Dopo Elia avevo visto scendere anche Giacomo ed Alex e, dato che andar forte senza i freni non è il mio forte, ero convinto che qualcuno mi avrebbe prima o poi raggiunto. Con quel pensiero fisso in testa, affronto gli ultimi tre chilometri come se fossero i primi, non mi risparmio nemmeno per un metro e, dopo qualche incrocio preso a modo, mi ritrovo in via degli Argonauti; sento l’odore di mare farsi più intenso. Ci sono, il molo è davanti a me ed il blu del mare riempie i miei occhi. Quarto, incredibile.

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Sul podio di cinque corridori, tre sono miei cari amici e già questo fa direttamente scolpire nella mia memoria ogni singolo istante di questa giornata.

rank Menzion d’onore a Marco da Barcellona (5°) che per esserci oggi si è sobbarcato due viaggi da 13 ore in autobus, ma è come me contento come un bambino per aver onorato quella che resterà, negli animi di tutti noi, una corsa da ricordare, ognuno a suo modo, ognuno per quel che ha dato e preso in quegli interminabili chilometri su e giù attorno alla RE(S)PUBBLICA marinara di Genova.

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si stava meglio quando si stava peggio… o forse no? (aka due parole sull’evoluzione delle crit) #ciclismi

sento in questo periodo molto fermento in merito al fenomeno delle criterium a scatto fisso ed alla loro evoluzione e/o direzione che stanno prendendo, mi par necessario qui e ora mettere in chiaro alcune considerazioni dettate solamente dal fatto che ho avuto la fortuna di vedere l’intera loro evoluzione.

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Sta iniziando la stagione di gare 2018, le novità sono tante, i cirucuiti di gara per le criterium a scatto fisso ora sono almeno tre con svaritate tappe in tutta italia ed il fermento di squadre, corridori e costruttori è oggi più vivo che mai. Eppure una parte della cosiddetta “old school” storce un po’ il naso. Si inizia a dire che prima era diverso, che ora manca lo spirito iniziale, non c’è quell’amicizia di fondo che faceva da collante, tutti sono, o si ritengono, dei pro ecc, ecc, ecc…

Seppur dichiaratamente sia da annoverare nella categoria su citata, sia per età anagrafica sia per esser stato fortunatamente presente sin dal giorno zero della nascita di questo piccolo grande fenomeno del ciclsimo, io ad esser un malmostoso brontolone con il dito alzato proprio non ci riesco, ed ora provo a spiegare il perchè.

Tutti gli inizi sono belli e carichi di elettricità statica nell’aria, questo è fuor di dubbio. Esser consapevoli di dar vita ad un qualcosa più grande del nostro quotidiano dà inevitabilmente quell’euforia che riesce, tra le altre cose, ad imprimere nella memoria alcuni momenti in modo indelebile. Una su tutti la prima redhookcrit qui a Milano senza dubbio, ma ancor più la seguente criterium di Modena, in un semplice rettangolo di una zona industriale con bici a volte anche naif ma con un entusiasmo che scaldava come fuoco la fredda notte di inizio novembre, era il 2010. Andava bene tutto, andavano bene i pedali con le gabbiette, il manubrio a bull-horn, i telai vecchi da corsa convertiti, le ruote con il pignone saldato a mano al mozzo in improbabili acrobazie tra metalli ed era sì, certo, divertente e spassoso, sono nate amicizie che ancora oggi sono solidissime e per molti è stato l’inizio di una evoluzione ciclistica del tutto personale che ha portato alcuni a diventare veri e propri viaggiatori in bici, con mia grande stima ed ammirazione nei loro confronti (voi sapete chi siete).

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Ma quello con cui bisogna necessariamente fare i conti è che siamo nell’era di internet, che ci piaccia o no e a giudicare da quanti di quelli che conosco sono, ad esempio, su Instagran, ne deduco che ci piace eccome, la velocità a cui viaggiano e si diffondono le informazione è seconda solo a quella della luce. Bene, se dunque ci piace condividere le nostre esperienze è anche inevitabile che molti si incuriosicano, si informino e sfruttino (in senso completamente positivo) la vostra esperienza per bruciare le tappe e presentarsi pronti e consapevoli alle prossime gare, magari dandoci anche della gran paga!

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Nel contempo, in questi anni, anche reperire l’attrezzatura si è trasformato da un affare per carbonari (ancora ricordo quando grazie ad Aldone ebbi tra le mani il mio primo mozzo pista, quasi pensavo lo avesse forgiato direttamente lui…) ad un fiorire di negozi fisici e, soprattutto, online con tutto quanto serve sia per correre sia semplicemente per provare la pedalata a rapporto fisso. Scatto fisso  che, in realtà, è un gran (bel) ritorno al passato dato che sempre in inverno per preparare la stagione di gare, i corridori veri facevano lunghi allenamenti a scatto fisso per poter avere una pedalata più rotonda ed efficace. La possibilità per tanto di avere un bel panorama tra cui sceglere questo antico/nuovo modo di pedalare non può che far del bene sia a noi sia al nostro mercato italiano, sempre in prima fila quando c’è da innovare, specialmente in campo ciclistico.

E proprio guardando al passato che risulta ancor più facile capire l’intera dinamica di questo fenomeno. Se abbiamo qualche nozione base della storia del ciclismo, vien naturale ricordare che le grandi corse classiche, quelle con ormai più di un secolo di storia sulle spalle, sono nate da idee di persone coraggiose, curiose e con la voglia di sfidare prima di tutto loro stessi. La prima Milano – Torino (no non quella di cui parlo spesso, ma quella del 1876) fu corsa da otto corridori con bici con cui oggi non adremmo nemmeno a prendere un gelato, per il puro piacere di competere con grande spirito d’avventura. Degli otto ne arrivarono solo quattro a Torino ma da lì l’evoluzione naturale delle corse ha portato a quello che il ciclismo è oggi, nel bene e nel male: ed ecco le dirette TV, le ammiraglie, le radioline e (cosa buona) le strade riasfaltate dove sarà poi previsto il passaggio della tal corsa, meglio dell’anas!

Unendo questo scenario e portandolo ai giorni nostri è del tutto comprensibile come un idea fresca ed originale come quella di David Trimble, a cui va attribuito il grande merito di aver saputo mescolare il ciclismo classico al movimento dei messenger, ha in soli dieci anni cambiato radicalmente il panorama di questo nuovo ciclismo, facendolo diventare vera e propria disciplina.

Ritengo, inoltre, sia stato un bene ed un necessario punto di non ritorno l’aver visto nell’ultima redhookcrit di Milano un professionista in attività correre e dominare la gara. In questo modo si evita il classico fenomeno alla “granfondo amatoriale” che poi amatoriale non è ma è dove (scusatemi il termine) vanno a spiaggiare tutta una serie di ex-pro o pro mancati (chi ha detto pummarola pro) che chiaramente hanno in gara vita facile contro dei semplici amatori appassionati con un lavoro da 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana ed una famiglia. La direzione impressa è, quindi, verso la piena spettacolarizzazione del fenomeno, aiutata anche dall’esser una formula di gara molto più telegenica che, ad esempio, la classica tappa del giro d’Italia con  le 3-4 ore di diretta nelle quali per l’80% del tempo obiettivamente non accade nulla di significativo. Qui invece siamo al cospetto di gare corte, meno di un’ora, su circuiti urbani brevi e facilmente copribili interamente con 6-7 telecamere fisse in luogo degli imponenti mezzi del ciclismo classico (moto, elicotteri, postazioni di regia ecc ecc…) e con una serie continua di colpi di scena in gara, per non parlare della possibilità di integrare le riprese delle camere a bordo pista con delle micro camere on-board sulle bici e realizzare quello che potrebbe diventare il MotoGP del ciclismo, investitori siete avvisati.

Nasce quindi, e sul serio, una nuova disciplina come lo fu il keirin in Giappone negli anni 50, ma con il fascino delle corse notturne, brevi e cariche di adrenalina che anche su di un non addetto ai lavori esercitano un grande fascino. Le ali di folla per l’intero chilometro del tracciato milanese non sono fatte da solo da cilclisti assidui, ma da ragazzi e da famiglie, da curiosi e da entusiasti per un qualcosa che unisce il ciclismo, parte integrante della cultura italiana, agli action sport che sono la nuova linfa vitale dell’intrattenimento sportivo. Ci divertiremo.

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Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

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La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

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In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

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Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

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Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

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Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

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Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

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Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

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Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

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Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

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Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

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Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

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Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

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Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

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Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

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L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

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Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 4 di 7: il mio primo anno con il Vigorelli

Questo articolo più che una presentazione vorrei fosse letto come un viaggio, perchè alla fine è una storia di amicizia, di persone, di fiducia reciproca e di un ottima bici.

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La storia la sapete quasi tutti ormai, ma ne faccio un riassunto anche per mia memoria futura. Dopo i primi anni passati a correre e fare esperienza nelle criterium a scatto fisso prima con il mio glorioso e primo telaio da pista (un classico acciaio proveniente dal velodromo di Cento) poi con lo storico Bianchi D2 (quando ancora la casa faceva tutto qui in Italia), nasce la voglia e la scintilla per creare una squadra di quelle vere ed unite prima di tutto dall’amicizia, questa squadra era il CYKELN racing team e in breve tempo finimmo sotto gli occhi di tutti, grazie a risultati sportivi eccellenti delle migliori gambe della squadra, ma anche grazie (soprattutto direi) ad un’attitudine volta prima di tutto all’amore per il ciclismo in tutte le sue sfaccettature, alla voglia di gareggiare per il puro spirito della competizione innata in ciascuno di noi e, non ultimo, per la voglia di stare insieme e condividere dei bei momenti insieme.

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Questa bellissima storia fu da incipit per una storia ancora più grande, fatta di una collaborazione mia diretta con Cinelli e in parallelo con la nascita del team Cinelli-Chrome che non credo abbia bisogno di presentazioni.

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Sia io che gli atleti del team ufficiale abbiamo ricevuto in uso un telaio Cinelli Vigorelli. Il mio vantaggio, da affiliato, è quello di aver completa libertà sia su quali gare correre, sia, soprattutto, sul montaggio della bicicletta e questo per me è un vero invito a nozze giacchè mi piace testare e sperimentare la bicicletta a scatto fisso in tanti e differenti contesti, ma andiamo con ordine.

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Il giorno della consegna dei telai e l’avvio della collaborazione fu un qualcosa di straordinario. Partito in sordina ed in (quasi) assoluto segreto, mi ritrovai ai cancelli dell’headquarter della casa dalla grande “C”. Con mia sorpresa il timore reverenziale cessò in un istante e la sensazione di trovarmi tra persone che conoscevo da sempre ha avuto la meglio. Belle vibrazioni e sorrisi veri da parte di tutti, con la consapevolezza di star iniziando qualcosa di grande e bello, il resto della storia principale già la conoscete.

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Da una stagione pedalo, corro, mi alleno, mi sposto in città e tento qualche folle impresa con quello che a ragion veduta è ancora oggi il telaio chiave di casa Cinelli, che ne ha svecchiato l’immagine, che ha avvicinato centinaia di persone al ciclismo facendole passare dalla porta di servizio ma dando a ciascun possessore una grande opportunità di capire e conoscere cosa può fare una semplice (semplicissima, in questo caso…) bicicletta e facendo da ponte per altre mille discipline ciclistiche.

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Il mio primo montaggio e la prima prova è stata al velodromo e non uno qualsiasi ma il Fassa-Bortolo di Montichiari (BS) attualmente l’unico velodromo coperto ed a standard olimpico presente in Italia. Dopo dieci pedalate il feeling fu tale da spazzare via tutti i luoghi comuni sul Vigo: questo è a tutti gli effetti un telaio da pista, mi ha fatto subito trovare a mio agio sulle paraboliche in legno e la prontezza e reattività sono da primo della classe.

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Le cose irrinunciabili nel mio set up sono la sella San Marco Zoncolan (ogni fondoschiena ha la sua, chi  pedala lo sa), il reggisella Thomson (chiunque ne abbia mai montato  anche uno solo sa il perchè) ma soprattutto la guarnitura delle officine Mquadro che sono in primis due grandi amici con la mia stessa passione, ma con il talento, la conoscenza e l’impegno che li ha portati da essere due ragazzi che smanettano in un garage (questa scena da qualche parte l’ho già vista…) a diventare una realtà solida e conosciuta in tutto il nostro mondo, fino ad essere uno dei principali sponsor tecnici della RedHookCrit.

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Oltre questi capisaldi ho avuto il piacere di divertirmi con un valzer di ruote abbastanza disparato: dal classico assetto da alta velocità con le Miche supertype pista, ad una posteriore basso profilo con un eccellente mozzo Dura-Ace per i tracciati tortuosi delle crit e per i lunghi allenamenti in extraurbano, per finire con la classica ruota del cosiddetto “hillbomber” ovvero una ruota a prova di proiettile (leggi: sfilettamento pignone) con il classico mozzo da MTB anteriore convertito e pignone avvitato ai 6 fori del supporto disco per le uscite con dislivello e per l’avventura montana di cui già sapere tutto.

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Beh, in sintesi dopo 1.485km fatti nelle più disparate condizioni e contesti ho capito il perchè il Vigorelli rimane un caposaldo della produzione Cinelli. E’ il telaio a scattofisso più versatile ed efficace che abbia mai pedalato. Con un semplice cambio di ruote e rapporto sa trasformarsi da bici da velodromo a commuter veloce per la città, da bici per le imprese in montagna a strumento per le competizioni nelle criterium dove, oltre la gamba, conta (e non poco) saper guidare al limite la bicicletta: spesso senza la possibilità di correggere le traiettorie dato che si hanno solo le gambe per gestire i rallentamenti e la classica pizzicata del freno posteriore per aggiustare il tiro non può esser fatta per definizione di criterium a scattofisso.

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E’ proprio il feeling con l’avantreno che ritengo sia ad oggi il migliore con cui abbia avuto a che fare: preciso, sensibile, pronto e sicuro. Mi ha aiutato in molte situazioni e spesso è stato un vero vantaggio nei confronti di avversari con bici molto più blasonate e costose.

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2567Anche in montagna ed in giri oltre le quattro ore ha saputo essere sia sincero nelle reazioni (lo so che di per se non ha senso andare in montagna con una bici da pista, ma ormai è peggio di una droga, tanto che fixedforum gli ha ora dedicato una intera sezione) sia tutto sommato anche confortevole a dispetto di tutti i luoghi comuni sui telai in alluminio, fatto vero forse negli anni 90, ma ora i progettisti sanno esattamente come fare un buon telaio in alluminio, basti pensare al fantastico (e vendutissimo) CAAD10.

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Ora la nuova stagione è alle porte, l’allenamento dopo una breve battuta d’arresto è ripartito, ed io sono ansioso di provare ancora una “valigiata” di emozioni e di divertirmi come un bambino alla guida di questo bel prodotto dell’ingegneria nostrana.

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Ndt: le belle foto sono di Silvia Galliani, Miriam Terruzzi, Emanuele Barbaro, Rosario Liberti, Andrea Schilirò.

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the day when Izoard became #isoHard. un’avventura nelle alpi a #scattofisso

ok, ammetto che ultimamente il blog sta prendendo una piega un po’ autocelebrativa, ma questa è da raccontare dato che proprio un anno fa davo del folle a chi tentava cose simili, quindi vi racconto anche di come si può cambiare idea senza passare (troppo) per opportunisti.

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L’inizio della storia è semplice e parte da una convinzione in me piuttosto radicata in ambito ciclistico: “ogni bici fa il suo mestiere”. E di fatto ancora la applico, altrimenti non mi troverei sette biciclette piuttosto differenti nel mio garage: la bici da cx per il cx, quella da strada per la strada e quella da pista per la pista

Poi si sa che una delle mie fortune ciclistico/sociali e far parte sin dal primo giorno o quasi dell’amato/odiato fixedforum, dove ci si incontra e si discute di ciclismo alternativo, urbano, sempre sopra le righe ma portando anche tante esperienze diverse e tanti modi di intendere la bicicletta senza preconcetti e preclusioni dove alla fine ci si stupisce della diversità di interpretazione di una cosa così semplice come una bici.

“Se non provi non puoi capire” (cit.)

 

005Questo più delle volte fa la differenza, come a chi è titubante ad usar la bici per andare al lavoro: la vera differenza lo fa uscire di casa e provarci. Così tra una discussione e l’altra (anzi, scusate, nel forum si chiamano thread…) ci si ritrova a parlare di far salite pedalando una scatto fisso. Ed intendo salite vere, non cavalcavia ma Alpi, quelle vere e sopra i duemila metri di altitudine.

 

TBMAl giorno d’oggi raramente ci si arriva per primi alle cose, a maggior ragione in un ambiente così frastagliato e vario come il ciclsimo mi trovo a vedere chi già ha tentato cose simili, impensabili ed agli occhi dei più (ciclisti compresi) del tutto prive di fondamento logico. Parlo del gruppo di Track Bike Militia che nel cuore della svizzera sviluppa un’attitudine ed un approccio del tutto particolare alla montagna in biciletta, affrontandola proprio con una bici da pista, con nulla se non lo strettissimo indispensabile: catena-corona-pignone. Il loro risalto mediatico è subito forte e genera in me anche qualche sospetto di una loro caccia alla visibilità. Poi conosco di persona Larz e tutto cambia. Personaggio schivo, essenzialmente un tatuatore, con però un profondo rispetto verso le montagne essendo lui un americano trasferitosi in Svizzera. Princìpi ed attitudine che vanno in positiva collisione con il mio modo di pensare e allora piano piano si insinua il dubbio che forse davvero si riesca a trovar qualcosa anche in questo lato così estremo del pedalare.

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Complice una bici versatile e tuttofare oltre le mie aspettative come il Vigorelli ed una ruota messa a punto per essere un vero “carrarmato della strada”, mi trovo a pedalare un rapporto adatto a strade non del tutto pianeggianti come quelle intorno a casa. Da lì a provare una salita il passo è brevissimo. D’altronde sono nato e cresciuto in montagna ed ho iniziato andare in bici perchè c’erano le salite e la continua sfida con se stessi nell’affrontarle e trovarne si sempre più alte ed ardue da scalare. Il primo impatto è stato forte, fin troppo, benchè breve. C’era ancora da alleggerire il rapporto fino a giungere a quella combinazione quasi magica: 47-17 devo ricordarmi di approfondire questa accoppiata dal punto di vista numerologico, potrei avere altre interessanti sorprese.

Il dubbio diventa voglia di provare, ancora e ancora. Il buon Michele di Mquadro mi fa arrivare proprio quella corona da 47 denti che mancava ed è quello l’ultimo tassello a completare l’intero puzzle. Non si può più andar per piccoli passi, ora si deve fare il salto ed affrontare le montagne vere, con una bici sulla carta (di nuovo…) sbagliata ma che ha nella sua essenzialità la capacità di fare affiorare conoscenze che altrimenti resterebbero lì, sepolte sotto la brace della passione per il ciclismo.

Ne nasce innanzitutto una bella discussione sul forum, per confrontarmi con chi ha già fatto propria questa (non esagero) filosofia e cercare di capirne qualcosa di più e nel contempo organizzare un giro vero su strade vere e, guarda caso, cariche di gloria.

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Si andrà l’ultimo giorno di un luglio troppo isterico dal punto di vista meteo, speriamo di imbroccare la giornata giusta. Cerco qualche compagno di strada, ne troverò solo uno alla fine, ma che vale per dieci visto quanto ha saputo darmi sia umanamente sia dal punto di vista squisitamente tecnico. Viene da lontano, con un sacco di cose da raccontare e con quella luce che vedo accendersi negli occhi quando, ancora in auto, arriviamo a vedere la vallata di Briançon dove scaricheremo le bici ed inizieremo quello che per me è stato un piccolo viaggio di meno di cento chilometri sulla strada, ma anche un vero viaggio interiore a scoprire il sapore di sfidare un colle da 2360metri sul livello del mare con la bici non sbagliata, sbagliatissima proprio.

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Il percorso è il classico giro dell’Izoard, affrontando la salita dal versante storico, quello a sud. Il vantaggio è di avere i primi 50 chilometri molto abbordabili in un cosiddetto “mangia e bevi” ovvero una bella altimetria ondulata unita a dei panorami assolutamente mozza fiato per chi ama la montagna, con gole, rocce e laghi degni ognuno di una sosta e di qualche foto. Partiamo a metà mattina carichi di speranza nei cuori e di zuccheri nel sangue.

 

009Ma non c’è troppo tempo da perdere in foto e soste, dopo un inizio dove sento le gambe un po’ rugginose via via la strada mi dona energia. Sento sensazioni sempre migliori ma fino ad ora non ci sono grandi differenze rispetto ad esser con una bici da strada. Certo, ho mulinato nelle discesine ed mi son alzato sui pedali per superare qualche dislivello, ma questo pedalare a scatto fisso fino ad ora mi è del tutto familiare, gestisco con le gambe e apprezzo l’inerzia del fisso come sempre, come nel tutti-i-giorni cittadino da ormai qualche anno. Mano a mano che ci avviciniamo all’inizio della salita vera sento sia la smania di iniziare a scalare sia la paura di non farcela e dover per qualche motivo desistere e darla vinta alla montagna. Vedo Stefano molto più sereno e questo mi trasmette una piccola dose di tranquillità, lui ha già scalato sua maestà lo Stelvio ha una chiara percezione di cosa vorrà dire passare le prossime due ore in salita con una bici da pista con la consapevolezza che solo l’esperienza diretta può dare.

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Iniziamo, c’è ancora qualche breve tratto pianeggiante che ci fa respirare, la cadenza rallenta ma con qualche sforzo arriviamo in quel paesino da cartolina che è Arvieux. Da lì in poi sarà solo montagna con sopra di se una lingua d’asfalto che l’attraversa.

 

Dopo la breve pausa la salita si fa inesorabile e la strada nel primo tratto è caratterizzata da un unico lungo rettilineo in pendenza attorno all’8,5%. Far girare le pedivelle diventa una questione non più solo di gambe, tutto il corpo è convolto nel movimento e nel frattempo la mente è occupata a convincere il resto di me che si può fare, che non è così dura come temevo ma che non bisogna abbassare la concentrazione perchè ogni movimento superfluo è energia sprecata ed ogni spreco ha un prezzo da pagare. La cadenza è bassa (attorno alle 25-30rpm, per i tecnici) ma costante, la danza che così tante volte ho visto magistralmente eseguita dagli scalatori celebri del ciclismo di ieri e di oggi io la devo ripetere, ma in slow-motion, studiando attentamente ogni singolo istante della continua rivoluzione delle pedivelle. Tutto il corpo si muove in piedi sui pedali ma non c’è affanno, il cardiofrequenzimetro mi conferma che non c’è foga nei miei gesti e che cercare di accelerare equivarrebbe a far saltare l’equilibrio precario su cui si regge il mio avanzare. Non si tratta di fare una buona prestazione si tratta di ripetere quasi all’infinito una serie ben precisa di movimenti codificati, come in un’arte marziale dove al combattimento si affiancano anni di studio del portamento di ogni singolo colpo, fino a destrutturarne del tutto la loro complessità e ad interiorizzarne fino in fondo l’essenza. Ecco questo mi sta accadendo, sto prendendo a poco a poco una nuova, inaspettata e sorprendente consapevolezza di quello che il  mio corpo è in grado di fare, di come sia possibile trasporre il canonico gesto della pedalata su di un nuovo e più profondo piano. Non penso più a quanto manca alla vetta o a quanto dislivello ho superato, tengo il mio ritmo costante, necessariamente differente da quello di Stefano perchè nessuno è uguale all’altro e qui, oggi, non cerchiamo di competere, oggi cerchiamo un nuovo pezzo di noi.

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La salita è completamente silenziosa, i rumori della natura intorno diventano ovattati e ascolto in primo piano il rumore che emette la bici ad ogni pedalata, ogni volta che carico il mio peso per far affondare il pedale e nel contempo tiro con la gamba opposta per favorirne il movimento, il rumore è come uno “swoosh” flebile, gentile, seguito da un altro e poi un altro, monocorde a meno di impercettibili variazioni armoniche. Poco a poco mi rendo conto che io da qualche parte questo suono l’ho già sentito ma in un altro posto, in altre condizioni, ma è proprio quel suono lì. Ad un tratto capisco, non è una stupidaggine, quello lì è proprio il rumore del mare: continuo, inesorabile, noncurante di chi o cosa lo sta a sentire lui suona il suo invisibile spartito perchè così è deciso, quella è la sua natura. Oggi il mare lo sento quassù dove ora non crescono nemmeno più gli alberi data l’altezza e noi abbiamo ancora l’ambizione di salire più in alto. Sono come un violinista, l’archetto è quella sottile striscia di gomma della mia ruota posteriore, le corde sono quell’asfalto che ha visto migliaia di storie differenti su di se e che oggi ne racconta un’altra, probabilmente per la prima volta.

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Passa una mole di tempo che non saprei sul momento quantificare e quasi mi dispiace veder spezzato questo piccolo incantesimo, benchè a risvegliarmi sia il lunare e maestoso paesaggio della Casse Desertes, anzi a ben vedere ciò che ora vedo è del tutto simile ad un fondale oceanico riemerso e allora mi convinco ancor di più che per una volta ho sentito il suono del mare nel cuore delle Alpi, ne sono del tutto certo.

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025A questa incredibile fase ne seguono poi altre, molto meno interiori e (lo scrivo, perdonatemelo) Zen, dove la fatica e la concentrazione lasciano spazio alla gioia e alla soddisfazione di poter condividere con un amico l’esserci riusciti ed aver portato due bici da pista dove non erano mai state, ci sentiamo un po’ degli astronauti a pedali ed il paesaggio alieno aiuta parecchio. Veniamo poi anche avvicinati da un gruppo di motociclisti tedeschi incuriositi da quelle bici così spoglie ma che sanno dare così tanto ha chi ha la perizia di far di loro non solo un attrezzo sportivo, ma uno strumento per capire meglio il proprio corpo e quindi capire più a fondo anche se stessi.

 

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PS: ovviamente c’è stata anche la discesa come parte del giro. Stefano era brakeless, io no ma ho cercato di interpretarla come lo fossi. La differenza sta che lui l’ha affrontata con una sicurezza che mi ha quasi disorientato, io ora ho le braccia a pezzi, le vesciche ovunque sulle mani ed ho spolpato un Vittoria randonneur da 28mm che era nuovo di pacca…

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Bici collezionate e #bici pedalate…

prendo spunto da una bella discussione nata su fixedforum per raccontare a chi ha la pazienza di leggere le mie personali impressioni e sensazioni pedalando bici d’epoca e bici attuali, per cercare di dare con un po’ di obiettività un giudizio complessivo su quali siano pregi e difetti di telai concepiti in epoche differenti e con materiali differenti.

La domanda è semplice: per un amatore medio, che si dedica a qualche gara qua e là con risultati altalenanti e che magari conosce e pratica i tanti aspetti del ciclismo (strada, pista, cross, mtb), sono davvero così superate e relegabili al puro collezionismo le classiche bici di 30 e più anni fa con i telai a tubi tondi e componenti dell’epoca?

Per il mio, ad oggi, limitato panorama faccio un esame per disciplina partendo ovviamente dal mio grande amore per la… Pista!

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In pista si è nell’ambiente ideale per concentrarci sulle sensazioni che ci dona la bicicletta. Non ci sono curve (sembra, ma guidando spariscono…) non ci sono buche (parzialmente vero, se consideriamo la media dei velodromi italiani…) non si frena, ma si rallenta con le gambe e soprattutto si rilancia, si fanno volate, siano esse in gruppo o siano quelle con il classico e bellissimo gesto tecnico della discesa dalle paraboliche per i 200 metri lanciati.

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4776409217_9c3591ff6f_bIl mio percorso in pista nasce, come per molti, attraverso i primi esperimenti con una bici convertita: telaio stradale anni 70/80, forcellini orizzontali, pignone fisso e via a sperimentare. Fino a che quella bici la usai in strada, per allenamenti in agilità essa si confermo un ottima bici (era pur sempre una GIOS torino) ma alla prova del velodromo fu vera difficoltà. Lì percepivo tutti i movimenti del telaio, necessari su strada ad assecondare le asperità del fondo, ma assolutamente dispersive in pista, dove ogni grammo di forza deve necessariamente esser tramutata in spinta a terra, minimizzando le dispersioni. Ed ecco percepire la cedevolezza del carro (che ti evita i mal di schiena dopo ore ed ore in sella su strada…) ecco la forcella troppo rilassata per stare sulle paraboliche e tante altre cose che mi fecero capire che se volevo davvero intraprendere la disciplina della pista (eccome se lo volevo) allora la via obbligata era un telaio da pista vero. Arrivò in soccorso il buon FabioK1 vendendomi a prezzo da amico un classico telaio in acciaio, anni 80, di quelli commissionati dalle scuole di ciclismo dei velodromi per le scuole di avviamento alla pista. E quella bici fu enormemente propedeutica anche per me. Telaio rigido per davvero, il carro mi pareva di granito, una forcella fatta apposta per correre in pista, tutto estremamente funzionale e senza mezze misure. Avevo conosciuto una bici da pista. Non avevo metri di paragone se non nel passato con la convertita, sicchè fu una vera rivoluzione e con quella bici mi affacciai anche alle prime gare amatoriali nonchè alla prima ed indimenticabile Red Hook crit italiana.

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Poi qualcosa cambiò. La voglia di nuovo e di provare un telaio moderno ebbero la meglio ed ecco arrivare da me il mio primo telaio da pista moderno: alluminio, tubi oversize, e soprattutto forcella in carbonio e serie sterzo da 1-1/8”. E si aprì un mondo. Guidare quella bici era essere un tutt’uno con lei, la sensibilità e la precisione millimetrica dell’avantreno sia in volata sia nella guida, percepire di avere le mai direttamente sul mozzo anteriore. Ecco una volta trovato questo, non credo che farà mai un passo indietro, se non per una rievocazione storica o simile. Resta il fatto che il peso del telaio in una bici da pista sia un fattore del tutto secondario e che ci siano telaisti oggi in grado, per lo meno nel nuovo ambito delle criterium a scatto fisso, di creare dei veri capolavori in acciaio, guarda caso anche vincenti!

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Passiamo alle bici da strada, anzi, da corsa.

Anche qui ho fatto tutti i classici passaggi, da bici con telaio in acciaio, pedali a gabbiette e cambi al telaio mano a mano son passato alla bici moderna di oggi: cambi integrati, pedali a sgancio rapido (ritengo questa un’innovazione davvero epocale e al giorno d’oggi imprescindibile) e telaio in carbonio (beh, il mio per la verità è ancora un misto alu-carbon della Deda, ma regge ancora con i rivali migliori, peso a parte). Nonostante questo in garage c’è anche un piccolo gioiello del passato, anzi dell’epoca d’oro del ciclismo. La mia Colnago del 1978. Con quest’ultima ho fatto già tre eroiche, di cui l’ultima (era il 2012)  nel percorso lungo da 205km. Qui le considerazioni da fare sono più articolate. Una bici da strada deve in un certo senso saper “accogliere” chi la pedala. Deve essere anche se possibile capace di perdonare gli errori in discesa e alleviare tutte le vibrazioni che la strada trasmette. Tutto questo però senza essere impacciata o pesante nei cambi di direzione repentini e nelle salite. Ebbene, tolta la scomodità dei cambi al telaio, dei pochi rapporti a disposizione (sono sei ma credo che se fossero 8-9 non percepirei differenze), dei pedali a gabbietta e dei freni efficaci ma duri da azionare, ecco che un telaio del genere conserva dopo 35 anni tutta la bontà della concezione originaria, telai fatti per correre ovunque, dalle stradine liguri al pavè del nord, dalle coste sull’oceano alle alpi. Guidare quella bici è ancora un vero piacere e riesce ad assecondarmi sempre, regalando belle sensazioni, anche uditive. E’ una bicicletta silenziosissima, complici anche i tubolari, essa scorre producendo solo un soffio leggero e riesce a non far rimpiangere le tre decadi di grande evoluzioni tecniche che le sono seguiti.

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Ammetto di non usarla spesso, ma sono più che convinto che un buon telaio in acciaio, concepito in maniera attuale, con le soluzioni meccaniche odierne abbia tutte, ma proprio tutte le carte in regola per rivaleggiare alla pari con l’ormai arcinoto telaio in fibra di carbonio di costruzione industriale. Basterebbe avere un telaista giovane, senza preconcetti, convinto della bontà ed attualità dell’acciaio e con la voglia di trovare una nuova via per costruire biciclette al di fuori degli standard di omologazione industriali, cucirla di nuovo sulla pelle del cliente e fare per lui la bici da tenere una vita intera… ecco a tal proposito un paio di nomi a riguardo già li ho in mente e se tutto va bene questo potrebbe essere l’anno in cui avrò qualche bella sorpresa…

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was hard, now even harder! la mia #redhookcrit #milano con @cykeln_mag racing team

frastornato, dopo quattro giorni sono frastornato e ancora mi riesce un po’ difficile mettere in fila tutte le emozioni in un ordine per lo meno cronologico, ma è meglio ci provi ora, di modo che alcuni dettagli importanti non svaniscano nella mia memoria…

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questa volta non è facile nemmeno scriverne, della Red Hook. Prima era una sfida quasi a se stante, estemporanea. Ora in un certo senso l’intero anno sui pedali è stato incentrato su questa gara. Quarantacinque minuti valgono una stagione? Probabilmente sì e credo che chi c’era, vecchia e nuova conoscenza di questo mondo, ha capito perfettamente il perchè. Aggiungiamoci anche che per la prima volta nella mia vita mi sono anche sentito parte ed al servizio di una squadra vera, non tanto per il prestigio o la visibilità, ma quanto per l’amicizia ed il legame fortissimo che si è venuto a creare in poco meno di sei mesi, intensi, pazzeschi, veloci, faticosi.

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Arrivo presto ed in buona compagnia, per una volta, sul campo di gara, in quella Bovisa che lo scorso anno per tanti motivi ha deciso di prendersi un anno sabbatico dalla redhook,ma che torna e di prepotenza per far capire a tutti, ma proprio a tutti, che queste sono corse nate in periferia e lì devono restare e prosperare. Il grande merito di aver acceso un quartiere dimenticato per quasi un anno, dove la sera tutti si chiudono in casa ed invece ora sono tutti per strada, i chioschetti aperti e tanti volti curiosi e sorridenti fanno da contorno.

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L’anticipo non è poi così grande, tempo di far ritirare il numero al mio amico Andrea ed è subito ora di cambiarsi e scaldarsi, perchè quest’anno c’è un’altra novità ed è bella grossa: non si arriva alla gara serale semplicemente con un’iscrizione fatta in fretta con click veloci sul web, no, questa volta la finale bisogna meritarla e la cosa non è affatto banale, anzi, mi mette una pressione addosso enorme, ne sento tutto il peso e percepisco i miei gesti quasi come fossero alla moviola. Passano gli 85 migliori tempi sul giro secco, indipendentemente dalla batteria, ce ne saranno quattro da 50 atleti per turno. I fattori in gioco sono tanti, e devono incastrarsi tutti perfettamente come in un mobile fatto a cesello: gamba buona, gomme ok, curve prese a tutta, scia giusta, compagni giusti e, soprattutto, un giro intero del tracciato senza trovare altri corridori lenti sul percorso. Siamo ormai tanto tanto vicino a quello che si vede in tele per la motoGP e l’adrenalina vi assicuro che non è meno, anzi.

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Il primo turno, quello di Andrea, è strano. In pochi si conoscono, in pochi si accordano per fare gruppi veloci sfruttando il gioco delle scie. Ne consegue che tante gambe ottime restano imbrigliate nel meccanismo stesso delle qualifiche e si trovano con tempi non alla loro altezza. Una mossa saggia fa il mio amico: prende e va tutto solo incontro al destino in un giro tirato a mille e con sempre il vento in faccia. La sua strategia lo ripagherà ampiamente e si ritroverà in finale, proprio lui che fino a pochi mesi fa sentiva i miei racconti sul mondo delle criterium con bici da pista come una cosa distante e fatta per ciclisti non del tutto assennati.

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Seguo poco il secondo turno, che poi tocca a me. nel mio terzo turno c’è il grosso della mia squadra: io, Paolo, Claudio, Chris e Filippo. In partenza il nostro capitano Alex ci carica come delle molle, il suo contributo non è solo nelle gare e nelle sue vittorie, il merito più grande è quello  di fare da collante e motivarci a dare sempre il massimo, ci riuscirà anche questa volta. Linea di partenza, siamo schierati, abbiamo preso un po’ di accordi con gli amici/avversari di sempre, l’obiettivo e di fare entrare quanti più italiani possibile. E allora via, tempo qualche minuto e parte il “primo treno”, lo perdo. Non mi perdo d’animo ma cerco di prendere un ritmo veloce e capire come interpretare al meglio tutte le veloci curve, qualcuna la ricordo bene ma qualcun’altra è del tutto inedita, va capita. Il secondo treno riesco a prenderlo, con fatica ma sono lì, gli spigoli dei cordoli cittadini passano veloci sotto il mio sguardo, uno dopo l’altro quasi li sfioro ed in un attimo che mi pare eterno rivedo il portale dell’arrivo, mi alzo sui pedali e spremo tutto quello che ho dentro. Saprò dopo che il tempo era buono, ottimo per il mio stato di forma, ma soprattutto sufficiente a raggiungere la finale, ovvero 3/4 del  mio obiettivo di giornata.

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C’è ancora tempo e vedo il mio compagno Filippo un po’ in difficoltà, voglio che si giochi la sua possibilità e ci accordiamo: si mette sulla mia scia e prova a tenermi a ruota fino in fondo per magari poi tentare di uscire allo scoperto e tirare fuori il giro buono. Io ho ancora energia da dare e la sacrifico più che volentieri, ne voglio vedere tanti di body coi fulmini in griglia questa sera. Dopo la metà del giro lanciato sento calare un po’ le forze, non mollo, sono ancora a tutta, spero che Filippo rompa gli indugi e mi passi a velocità ancora maggiore, ma già non è male il vederlo incollato alla mia ruota, arriviamo a tutta sotto il traguardo. Non basterà, ma almeno nessuno avrà rimorsi sull’averci provato al meglio delle proprie possibilità.

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Il lasso di tempo tra fine qualifiche e gara passa piuttosto in fretta, tra le tante chiacchierate con amici vecchi e nuovi, in italiano ed in inglese. Il bello è proprio questo: riuscire a scambiare due battute anche con persone lontanissime, seguite solo attraverso i social network, che oggi e solo per oggi sembrano amici di lunga data con cui raccontarsi e darsi consigli. Alla fine questo mondo è ancora abbastanza piccolo da considerarsi una comunità e questo per me conta tantissimo. Quando questa atmosfera sparirà allora inizierò a dubitare se iscrivermi ancora, ma questo oggi non lo percepisco affatto, anzi, siamo gli amici di sempre e per un giorno tutti siamo lì per dare il meglio di noi stessi.

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Arriva il momento che più aspetto, lo aspetto da un anno. Ci si va a schierare in griglia, lentamente, muovendo il rapporto a scatto fisso fatto per correre sempre sopra i 40km/h e come tutti mi muovo lento, sentendo ogni fibra dei miei muscoli intervenire sincrona per gestire il mio passare attraverso le transenne e raggiungere il mio posto, sono al numero 73 e sono alla finale della Red Hook criterium di Milano.

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gli attimi durano giorni…sento una voce lontana scandire con lentezza ….3…..2…..1…..GO! Non c’è lo sparo dello starter, c’è direttamente una iniezione di adrenalina nel cuore, sono in soglia ancora prima di fare il mio primo metro di gara e ci resterò fino alla fine. Non c’è riposo, non c’è respiro è una gara da correre tutta di un fiato. Se esiste una situazione che incarna la cosiddetta “trance agonistica” allora è proprio ora che si materializza alla perfezione. Lo sguardo rimbalza come un flipper a cercare la ruota migliore, le traiettoria ideale, a scartare quel tombino che il giro prima mi ha scosso il manubrio. Rilancio, una, due, tre volte ad ogni giro. Se fossi da solo le curve le farei meglio e più veloce, ma non raggiungerei di sicuro questa velocità in rettilineo ed allora è meglio restare qua. Sono in coda al gruppetto dei ragazzi che come me ha passato un’intera stagione a correre nelle zone industriali, solo per il gusto di correre veloce e sfidarsi di volta in volta sui differenti tracciati che l’urbanistica ci offre. Questa volta è simile ma differente, questa sera il valore aggiunto sono le centinaia di persone lungo il circuito, la loro energia, le campane, il tifo e il sentire ad ogni tratto voci amiche che ancora una volta gridano il tuo nome e ti fanno spingere ancora più forte sui pedali. Arriva anche un crampo che metto a tacere, le voci dalla strada sono molto più forti di lui, il sogno è qui ed io ci passo attraverso con tutta la forza che ho.

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Mi sveglierà il rombo di una moto, infondo mancano solo pochi giri ed ho dato tutto quello che avevo, va bene così. Anche quest’anno eravamo a correre con i migliori al mondo in questa disciplina di nicchia, dove serve una bici semplice, senza fronzoli, ma ci vuole tanta passione, forza e talento per farla correre veloce sull’asfalto cittadino, dove queste bici un tempo destinate agli ovali si son ritrovate quasi per caso a correre ancora ed a risvegliare una passione che per troppi anni è rimasta silenziosa ma che oggi rompe il muro e grida a tutti che è tornata ed è qui per restare.

PS: ricambio il favore lasciando il link alla giovane scrittrice e blogger che per la prima volta è venuta a contatto con questo mondo e ne ha scritto un pezzo sicuramente più lucido e coerente del mio: emialzosuipedali RHC Milano 2013

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