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three is a magic number: my RESPUBLICA SUPERIOREM vol.3

Questa volta l’attesa era davvero di quelle da “evento dell’anno” e la crew di Genova ha di nuovo saputo confezionare un piccolo capolavoro, sotto tutti gli aspetti. Ma andiamo con ordine per fissare, è proprio il caso di dirlo, gli indelebili momenti di una giornata da ricordare.

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Partiamo presto, in una mattina che da lato piemontese degli Appennini promette solo freddo e umido, per dirigerci come lo scorso anno verso Genova per la terza, e molto molto probabilmente ultima, edizione della “Respublica Superiorem”.

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res_3Per chi avesse perso le puntate precedenti, vi racconto in sintesi di una gara che, sfruttando il perfetto playground genovese, riesce a riunire in un’unica competizione una marea di aspetti diversi, candidandosi di fatto a vera e propria gara totale. Ovviamente, e qui sta il bello, è organizzata dal basso, rude e sanguigna come solo gli eventi a loro modo pionieristici sanno essere, dove ogni corridore è felicemente consapevole di esser pienamente responsabile delle proprie azioni e di esser tutelato alla stessa stregua modo di quando si allena da solo.

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Questa volta il luogo di partenza è forse ancora più suggestivo delle precedenti edizioni: una vera e propria balconata sulla città che ci fa subito apprezzare il clima perfetto, i profumi del mare mischiati alla focaccia, la distesa di tetti che fanno di questa città qualcosa di unico ed affascinante ma al contempo non alla portata del semplice turista quanto più del vero viaggiatore. Ed un viaggio a ritmo gara è quello che i ragazzi di SCVDO oggi ci hanno preparato, per chiunque abbia la gamba e, diciamolo, il fegato di affrontare un percorso che sarà tanto brutale quanto stupendo. Già perché, val la pena sottolinearlo, a Genova si corre solo con bici a scatto fisso e senza i freni, proprio quelle che dovrebbero stare solo nei velodromi e, invece, saranno in strada, in città, in salita (molta!), in discesa e sugli sterrati (e qui c’è del vero genio)!

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La partenza, come spesso accade, è già una festa. Chiavi inglesi da 15 in ogni dove, set up da fare all’ultimo momento qua e là (cosa che per un paio dei big presenti si rivelerà purtroppo fatale), nessuno con un abbigliamento uguale ad un altro e, cosa davvero notevole, il sentir parlare un bel po’ di lingue estere a testimonianza che quando le cose si fanno davvero bene, chi ne ha modo affronta anche viaggi importanti pur di poterci essere. E allora via, attiviamo la traccia gps sui nostri garmin, lasciamo da un lato, stile vecchio start alla LeMans, le bici e ci dirigiamo nel vicoletto a fianco per attendere il via.

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Parto già svantaggiato, con le ingombranti tacchette look da strada sotto alle scarpe, che faranno di me un corridore con uno stile alla donald duck ma poco importa, la gara sarà lunga. Da un’idea del creatore della redhookcrit, il conto alla rovescia ha un’implosione e dal 5, 4… si passa al 1 e al GO! in un secondo. Spaesati, ci muoviamo come un’orda di barbari verso le bici e via che si va!

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Singolarmente, forse addirittura per la mia prima volta, capita che appena partiti ci sia subito un po’ di discesa da affrontare. Sarebbe una cosa normale, ma senza i freni troppo normale non lo è dato che, complice qualche furgoncino di troppo, fatico a tenere a vista i ragazzi davanti che han saputo svicolare meglio alla partenza. Al primo check ci si arriva in un fiato, da lì sarà gara vera. Anzi, fin troppo vera perché, proprio come nei club esclusivi, qui si fa selezione all’ingresso.

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Le prime rampe, infatti, sono micidiali: i tratti oltre al 10% non si contano ed in fissa (oggi avevo un prudente 47/18) sono tutte rasoiate nelle gambe. Più per cocciutaggine che per vero e proprio vantaggio, non voglio scendere di sella, almeno non ora e do tutto me stesso per tirare su letteralmente la bici fino allo scollinamento del forte Begato. Sono passati solo dieci modesti chilometri dalla partenza ma ho già le gambe che chiedono pietà, nel primo tratto pianeggiante e tranquillo la bici mi sembra andar da sola tanto è stato lo sforzo.

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Ho chiaro in mente che la gara è ancora tutta da correre, i miei muscoli son di parere contrario, ma la testa dice avanti, andiamo a scoprire cosa c’è ora! E qui arriva il bello.

Arrivo al check e, dopo due improperi verso l’organizzazione, rea di averci mandato a soffrire su quelle rampe, mi sento dire: “occhio a dove mettete le ruote che inizia lo sterrato!”. Beh, ancora non lo so ma da qui in poi sarà come buttarmi in un giro sull’ottovolante. Non avevo studiato gran che il tracciato (tanto ci avrebbe pensato il Garmin a dire dove andare), ma avevo preparato minuziosamente la bici. Dato che come si suol dire “squadra che vince non si cambia”, avevo lo stesso gruppo guida dello scorso anno, ovvero un granitico stem da 110mm ed un esagerato riser da mtb largo ben settanta centimetri con alle estremità due bei manopoloni da bmx.

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Se questa configurazione sul mio Vigorelli steel si era già guadagnata la giornata, permettendomi un buon braccio di leva nello spingere con tutto il corpo nella salita precedente, ora si rivelerà per tutto quello che di buono lo caratterizza e penso: “beh, se hai il manubrio da mtb e sei su uno sterrato, dacci dentro e guidala come guideresti una mtb!”. Detto fatto, passata la prima timidezza nel sapermi con una bici da velodromo su di una strada sterrata ligure, guardo avanti, spingo sui pedali e percorro i cinque chilometri più divertenti dell’ultimo anno. Più cerco il limite di bici/gomma/gambe, più quel limite si sposta in avanti. Mi si dipinge un sorriso, probabilmente ebete, sulla faccia perché sto vivendo un mix di adrenalina e divertimento che nemmeno creandolo in un laboratorio sarebbe stato così perfetto. Una parte di me inizia a fantasticare sul come sarebbe bello se questo tratto di gara durasse altri 20-25km così fino all’arrivo, sarebbe un sogno!

Chiaramente se i sogni finiscono all’alba, oggi il piccolo sogno finisce al ritorno del bitume. Dopo poco ho il check n°3 con nuove indicazioni: “da qui occhio che la discesa è tecnica”. La affronto senza prender grossi rischi, per quanto sia sicuro scender con una bici senza freni giù per i tornanti. Non è un tratto lungo e per fortuna l’orario è tale da farmi incontrare poco traffico ed in breve son già al check successivo ma qui, nuova sorpresa!

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Mi indicano quello che per un automobilista potrebbe essere un passaggio pedonale o poco più. Io stesso chiedo conferma un paio di volte ed al secondo ok, guardo cosa mi è capitato sotto le ruote: sono sul sentiero (o se volete single track, che fa più figo) dell’antico acquedotto di Genova.

A mente fredda, ci capitassi di nuovo, questo sentiero sarebbe, per le mie capacità ciclistiche, assolutamente al limite della praticabilità: stretto, lastricato in pietra, con quasi sempre da un lato il muro e dall’altro una scarpata verticale di almeno un paio di metri. Probabilmente ne avrei paura, lo affronterei irrigidito e quasi sicuro mi farei male o andrei ad una velocità ridicola, ma non oggi. Oggi è gara, oggi trovo il modo di far le cose nel verso giusto quindi sguardo in avanti, testa focalizzata sul percorso e via. Non sono velocissimo ma di nuovo mi sto divertendo come un bambino a far questa strada sbagliata con una bici sbagliatissima. Verso la fine mi raggiunge il mio amico, nonché compagno di trasferta, Marco e da lì, esattamente come lo scorso anno, resteremo insieme fino alla fine.

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Passato questo secondo rollercoaster, ci rituffiamo in città, ma non è finita ovviamente, anzi, come nelle vere corse, l’asperità finale è quella che decide il podio e qui non si fa certo eccezione. Avevo dato un’occhiata alla salita del monte Fasce e non mi ero preoccupato troppo stante pendenze non estreme e strada piuttosto larga. Ovviamente mi sbagliavo.

IMG_5770Iniziamo a scalare e, nonostante la salita si confermi pedalabile (nel senso che lo sarebbe con una normale bici da corsa), le gambe iniziano a chiedere il conto di tutto quanto hanno sin qui subito. I chilometri a salire son quasi dieci e dopo i primi 3km le rampe al 7-8% iniziano a sembrare dei muri, avanzare a zig-zag diventa indispensabile per non “piantarsi” e mantenere una cadenza accettabile.

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Continuo a ripetermi come un mantra: “adesso vedrai i primi che scendono, adesso vedrai i primi che scendono…” e invece no. Passano diversi chilometri e mi ritrovo da solo, con i miei pensieri e la mia fatica da trascinare in cima. Fa sempre più caldo e per giunta ho finito l’acqua, inizio a darmi dei mini traguardi mentali per render sopportabile la ciclo-tortura. Mi basta inquadrare un albero o un masso e quello diventa il sub-checkpoint da raggiungere, il metodo funziona. I tralicci dei ripetitori in sommità si fanno sempre più vicini, ma non è ancora fatta, vedo Elia venirmi incontro in discesa, il primo è lui, lo incito con quello che mi resta della voce e arrivo dopo poco all’ultimo bivio verso la cima.

7G5A2039Da lì sarà una inevitabile passeggiata, come grossomodo tutti gli altri corridori, fino in punta. Aggrappato al manubrio trascino su la bici, come se stessi scalando non il monte Fasce ma il monte Fato di Mordor, portando il mio pesante fardello. Il bello è che in cima oltre ad una provvidenziale bottiglietta d’acqua c’è una vista mozzafiato che mi ristora anche lo spirito. La gara non è ancora finita ma son qui, intero, senza crampi, la bici è ok, la salita per oggi è fatta.

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Marco mi ha aspettato e con lui affronto la discesa, che sarà meno difficile di quanto temevo. Lui, da fuori gara, ha il freno e mi aiuta nell’impostare le traiettorie, io riesco ad allentare un po’ la tensione e godermi anche questo tratto di discesa brakeless, finalmente. Dopo Elia avevo visto scendere anche Giacomo ed Alex e, dato che andar forte senza i freni non è il mio forte, ero convinto che qualcuno mi avrebbe prima o poi raggiunto. Con quel pensiero fisso in testa, affronto gli ultimi tre chilometri come se fossero i primi, non mi risparmio nemmeno per un metro e, dopo qualche incrocio preso a modo, mi ritrovo in via degli Argonauti; sento l’odore di mare farsi più intenso. Ci sono, il molo è davanti a me ed il blu del mare riempie i miei occhi. Quarto, incredibile.

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Sul podio di cinque corridori, tre sono miei cari amici e già questo fa direttamente scolpire nella mia memoria ogni singolo istante di questa giornata.

rank Menzion d’onore a Marco da Barcellona (5°) che per esserci oggi si è sobbarcato due viaggi da 13 ore in autobus, ma è come me contento come un bambino per aver onorato quella che resterà, negli animi di tutti noi, una corsa da ricordare, ognuno a suo modo, ognuno per quel che ha dato e preso in quegli interminabili chilometri su e giù attorno alla RE(S)PUBBLICA marinara di Genova.

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si stava meglio quando si stava peggio… o forse no? (aka due parole sull’evoluzione delle crit) #ciclismi

sento in questo periodo molto fermento in merito al fenomeno delle criterium a scatto fisso ed alla loro evoluzione e/o direzione che stanno prendendo, mi par necessario qui e ora mettere in chiaro alcune considerazioni dettate solamente dal fatto che ho avuto la fortuna di vedere l’intera loro evoluzione.

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Sta iniziando la stagione di gare 2018, le novità sono tante, i cirucuiti di gara per le criterium a scatto fisso ora sono almeno tre con svaritate tappe in tutta italia ed il fermento di squadre, corridori e costruttori è oggi più vivo che mai. Eppure una parte della cosiddetta “old school” storce un po’ il naso. Si inizia a dire che prima era diverso, che ora manca lo spirito iniziale, non c’è quell’amicizia di fondo che faceva da collante, tutti sono, o si ritengono, dei pro ecc, ecc, ecc…

Seppur dichiaratamente sia da annoverare nella categoria su citata, sia per età anagrafica sia per esser stato fortunatamente presente sin dal giorno zero della nascita di questo piccolo grande fenomeno del ciclsimo, io ad esser un malmostoso brontolone con il dito alzato proprio non ci riesco, ed ora provo a spiegare il perchè.

Tutti gli inizi sono belli e carichi di elettricità statica nell’aria, questo è fuor di dubbio. Esser consapevoli di dar vita ad un qualcosa più grande del nostro quotidiano dà inevitabilmente quell’euforia che riesce, tra le altre cose, ad imprimere nella memoria alcuni momenti in modo indelebile. Una su tutti la prima redhookcrit qui a Milano senza dubbio, ma ancor più la seguente criterium di Modena, in un semplice rettangolo di una zona industriale con bici a volte anche naif ma con un entusiasmo che scaldava come fuoco la fredda notte di inizio novembre, era il 2010. Andava bene tutto, andavano bene i pedali con le gabbiette, il manubrio a bull-horn, i telai vecchi da corsa convertiti, le ruote con il pignone saldato a mano al mozzo in improbabili acrobazie tra metalli ed era sì, certo, divertente e spassoso, sono nate amicizie che ancora oggi sono solidissime e per molti è stato l’inizio di una evoluzione ciclistica del tutto personale che ha portato alcuni a diventare veri e propri viaggiatori in bici, con mia grande stima ed ammirazione nei loro confronti (voi sapete chi siete).

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Ma quello con cui bisogna necessariamente fare i conti è che siamo nell’era di internet, che ci piaccia o no e a giudicare da quanti di quelli che conosco sono, ad esempio, su Instagran, ne deduco che ci piace eccome, la velocità a cui viaggiano e si diffondono le informazione è seconda solo a quella della luce. Bene, se dunque ci piace condividere le nostre esperienze è anche inevitabile che molti si incuriosicano, si informino e sfruttino (in senso completamente positivo) la vostra esperienza per bruciare le tappe e presentarsi pronti e consapevoli alle prossime gare, magari dandoci anche della gran paga!

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Nel contempo, in questi anni, anche reperire l’attrezzatura si è trasformato da un affare per carbonari (ancora ricordo quando grazie ad Aldone ebbi tra le mani il mio primo mozzo pista, quasi pensavo lo avesse forgiato direttamente lui…) ad un fiorire di negozi fisici e, soprattutto, online con tutto quanto serve sia per correre sia semplicemente per provare la pedalata a rapporto fisso. Scatto fisso  che, in realtà, è un gran (bel) ritorno al passato dato che sempre in inverno per preparare la stagione di gare, i corridori veri facevano lunghi allenamenti a scatto fisso per poter avere una pedalata più rotonda ed efficace. La possibilità per tanto di avere un bel panorama tra cui sceglere questo antico/nuovo modo di pedalare non può che far del bene sia a noi sia al nostro mercato italiano, sempre in prima fila quando c’è da innovare, specialmente in campo ciclistico.

E proprio guardando al passato che risulta ancor più facile capire l’intera dinamica di questo fenomeno. Se abbiamo qualche nozione base della storia del ciclismo, vien naturale ricordare che le grandi corse classiche, quelle con ormai più di un secolo di storia sulle spalle, sono nate da idee di persone coraggiose, curiose e con la voglia di sfidare prima di tutto loro stessi. La prima Milano – Torino (no non quella di cui parlo spesso, ma quella del 1876) fu corsa da otto corridori con bici con cui oggi non adremmo nemmeno a prendere un gelato, per il puro piacere di competere con grande spirito d’avventura. Degli otto ne arrivarono solo quattro a Torino ma da lì l’evoluzione naturale delle corse ha portato a quello che il ciclismo è oggi, nel bene e nel male: ed ecco le dirette TV, le ammiraglie, le radioline e (cosa buona) le strade riasfaltate dove sarà poi previsto il passaggio della tal corsa, meglio dell’anas!

Unendo questo scenario e portandolo ai giorni nostri è del tutto comprensibile come un idea fresca ed originale come quella di David Trimble, a cui va attribuito il grande merito di aver saputo mescolare il ciclismo classico al movimento dei messenger, ha in soli dieci anni cambiato radicalmente il panorama di questo nuovo ciclismo, facendolo diventare vera e propria disciplina.

Ritengo, inoltre, sia stato un bene ed un necessario punto di non ritorno l’aver visto nell’ultima redhookcrit di Milano un professionista in attività correre e dominare la gara. In questo modo si evita il classico fenomeno alla “granfondo amatoriale” che poi amatoriale non è ma è dove (scusatemi il termine) vanno a spiaggiare tutta una serie di ex-pro o pro mancati (chi ha detto pummarola pro) che chiaramente hanno in gara vita facile contro dei semplici amatori appassionati con un lavoro da 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana ed una famiglia. La direzione impressa è, quindi, verso la piena spettacolarizzazione del fenomeno, aiutata anche dall’esser una formula di gara molto più telegenica che, ad esempio, la classica tappa del giro d’Italia con  le 3-4 ore di diretta nelle quali per l’80% del tempo obiettivamente non accade nulla di significativo. Qui invece siamo al cospetto di gare corte, meno di un’ora, su circuiti urbani brevi e facilmente copribili interamente con 6-7 telecamere fisse in luogo degli imponenti mezzi del ciclismo classico (moto, elicotteri, postazioni di regia ecc ecc…) e con una serie continua di colpi di scena in gara, per non parlare della possibilità di integrare le riprese delle camere a bordo pista con delle micro camere on-board sulle bici e realizzare quello che potrebbe diventare il MotoGP del ciclismo, investitori siete avvisati.

Nasce quindi, e sul serio, una nuova disciplina come lo fu il keirin in Giappone negli anni 50, ma con il fascino delle corse notturne, brevi e cariche di adrenalina che anche su di un non addetto ai lavori esercitano un grande fascino. Le ali di folla per l’intero chilometro del tracciato milanese non sono fatte da solo da cilclisti assidui, ma da ragazzi e da famiglie, da curiosi e da entusiasti per un qualcosa che unisce il ciclismo, parte integrante della cultura italiana, agli action sport che sono la nuova linfa vitale dell’intrattenimento sportivo. Ci divertiremo.

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due banditi a scalare 21 tornanti, ricordando un #pirata ed un #eroico

In un anno dalla magica avventura del Ventoux sono successe tantissime cose, buone e meno buone…

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luciano-berruti-415122.660x368Partendo da queste ultime in un caldo agosto ci ha lasciato il Lucio, il primo eroico ma soprattutto la persona che fin dal primo sguardo di quei piccoli occhi luminosi sapeva trasmettere una passione immensa per il ciclismo, è andato ma ha lasciato profonde tracce non solo sulle strade bianche di tutto il mondo ma anche dentro di molti di noi.

007La parte buona è che, sia per me che per il mio inossidabile compagno d’avventura Stefano, è iniziata l’era dell’acciaio in tema scattofisso ciclistico. Ovviamente non poteva che essere acciaio Columbus, declinato in due modi diversi ma comunque parenti stretti: il suo un elegantissimo Fabrica Cycles verde satinato ed il mio, un Cinelli Vigorelli steel full black, che più lo guardo più scopro dettagli e particolari che mi incantano.


Entrambe le bici interpretano l’acciaio in chiave completamente moderna e, dal mio canto, posso dire di non aver mai pedalato una fissa così precisa e gestibile in curva come questa, davvero una spanna sopra tutto quando da me usato fino ad oggi e felice che l’avventura con questa bici sia appena all’inizio!alpe 013

Il viaggio, a lungo pianificato, verso Bourg d’Osians si svolge in una domenica d’inizio autunno che sa ancora d’estate. Se non fosse per i colori che sono dipinti sulle montagne ci sarebbe davvero da illudersi d’esser ancora in vacanza, ma quell’aria frizzantina che passa dal finestrino socchiuso ci acutizza i sensi ed al solito è bello confrontarsi e raccontarsi su tutto quanto accaduto in un anno intero, ognuno con le sue storie.

Nonostante sia giorno di festa, il paesino alle pendici dell’Alpe è un brulicare di sportivi di varia estrazione, anche se i ciclisti prevalgono! Una breve sosta a suon di zuccheri sintetici e siamo pronti a pedalare.

Ci scaldiamo per qualche minuto, per entrambi questa prima parte scorre via con ottime sensazioni e le gambe girano sempre molto agili. Sappiamo entrambi, anche se solo io ho scalato in bici da corsa un paio di volte la salita di oggi, che i primi due chilometri saranno l’ago della bilancia della giornata.

Difatti non appena ci lasciamo alle spalle la rotonda in pianura, bastano pochi metri ed è subito un muro di fronte a noi che si staglia, solido come il granito. Le forze sono ancora al 100% ma lo scricchiolio delle nostre pedivelle dichiara subito all’asfalto che lo sforzo è grande ed inversamente proporzionale alla nostra cadenza… ma non è intenzione di nessuno mollare, nemmeno di un centimetro.

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I riser, davvero oversize, aiutano molto in questa fase e spingersi avanti diventa quasi un muoversi in verticale, con gesti cadenzati e precisi che scandiscono la salita come un metronomo. E se di musica dobbiamo parlare, la nostra ascesa ricorda non certo un Andante, ma piuttosto un Largo… ben consapevoli che poi il rovescio della medaglia sarà un bell’Allegro in discesa. Ma andiamo con ordine.

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Arriviamo nella parte centrale della salita dove le cose, pur non essendo proprio banali, si fanno più accessibili. Ci perdiamo anche nei tornanti a legger i nomi dei corridori celebri che hanno fatto la storia di questa salita e, tornante dopo tornante, arriviamo sempre più in quota come in un’ascesa anche spirituale. Fino ad arrivare al tornante numero 3, dove il solo leggere il nome “Marco Pantani” manda un brivido giù per la schiena che è un distillato di anni di emozioni negli infiniti pomeriggi davanti alla TV a tifare e ad entusiasmarsi per le sue imprese e, nel mio caso, anche l’averlo visto una sola volta in azione dal vivo è un qualcosa che non dimenticherò mai.

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Ma dopo questi ricordi, è subito tempo di emozionarci per il nostro, piccolo/grande, traguardo, siamo in cima! L’aria è pungente, non c’è praticamente nessuno nei paraggi e vedere anche tutti gli appartamenti con le imposte serrate rende tutto quasi surreale. Eppure ci siamo, in poco più di 13 chilometri siamo saliti di 1100 metri e siamo in un tempio del ciclismo moderno ma ce lo siamo guadagnato come erano costretti a fare i corridori di inizio ‘900, ad un solo rapporto e con bici ben più pesanti delle nostre.

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alpe 058In ricordo di Luciano Berruti siamo saliti con la sua proverbiale fascia rossa al braccio, a supporto dell’associazione a lui cara che si occupava della ricerca contro la distonia. Una di queste fasce l’abbiamo voluta legare al palo del cartello dell’Alpe d’Huez a ricordo e testimonianza di quanto la passione e l’impegno possano muovere nelle singole coscienze delle persone che sanno ascoltare.

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La seguente sosta al bar è d’obbligo, stante l’orario e le calorie bruciate. Il locale, dichiarando da subito la sua vocazione bike-friendly, ha una maxi sbarra all’esterno dove appender le bici e accostiamo le nostre di fronte al tavolino dove ci gustiamo quella che mi sembra la bibita più buona del mondo ed un panino al prosciutto che nemmeno Cracco potrebbe preparare così bene.

Qualche sguardo degli altri ciclisti, numerosi e pressoché tutti non francesi, ci fa divertire, con quel misto di incuriosito, ammirato ed indispettito che genera ancora il vedere una bici da pista in montagna.

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Ed ora via con la discesa. Il clima ancora mite, anche in quota, ci permette di non esagerare con il vestiario e di affrontare la seconda parte della giornata del tutto a nostro agio. Per la prima volta riesco anche a godermi appieno la folle bellezza di una discesa senza i freni. Complice la strada che pare quella tracciata sulla neve fresca da uno snowboarder, il susseguirsi dei tornanti scandisce un ritmo perfetto tra le fasi di puro controllo della bici e skiddate lunghe in approccio agli stessi hairpin. Il gioco diventa subito sin troppo divertente e vien voglia di ritardare il bloccaggio della ruota per gustarci l’ingresso in curva con la bici leggermente di traverso e le narici piene dell’odore acre di gomma bruciata. Torniamo bambini e il gioco a chi “sgomma” più lungo lascia attonito qualche gruppo di ciclisti in salita e qualche passeggero delle poche auto che ci superano scendendo.

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Se per caso dovessimo rifarla in una delle prossime stagioni, oltre al prezioso supporto di Cinelli/wingedstore si renderà necessaria la sponsorizzazione da parte di qualche brand di copertoncini!

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L’ultimo tratto, nonostante la pendenza, spaventa ora molto meno e l’ampia visibilità ci consente di mollare il controllo della pedalata e far girare vorticosamente le gambe trascinate dal movimento delle pedivelle. Arrivo a leggere una cadenza di 130 pedalate al minuto che in quel momento mi fa sentire come sulla punta di un treno lanciato in corsa sui binari, la sensazione è stupenda perché si affianca a quella di avercela fatta anche questa volta a compiere quello che è la nostra impresa annuale. Impresa che, oltre ad unire un’amicizia separata solo da qualche centinaio di chilometri, riesce ogni volta a farci fare un tuffo ancora più profondo in questo mare splendido che è il “nostro” ciclismo.

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Settembre, il mese delle #criterium a #scattofisso

Beh, quest’anno è stato strano per tutta una serie di fattori, non ultima tra le stranezze quella di non aver corso, per ora, nessuna criterium con la bici da pista… ma ho tempo e modo per rimediare…

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… Si inizia subito ovviamente con il top di gamma, dopo le prime due tappe che hanno visto battaglie epiche in condizione anche limite, ecco la tradizionale reedhook di Barcellona! quest’anno sarò alla finestra, diciamo, ma è sempre bello seguire le gesta di quelli che oramai sono atleti di primissimo livello sfidarsi nel circuito più tecnico della stagione, ne vedremo delle belle!

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crit_rhoNemmeno il tempo di far raffreddare le gambe, proprio il 6 settembre, una prima infrasettimanale di prestigio. Grazie alla perfetta organizzaizone di scattofissoCrew (Lissone vi dice nulla?) ci sarà la prima edizione della SDC Biringhello Crit in quel di Rho (MI) con un percorso tecnico dove tirar fuori tutte le skills da specialista

Il 9 una concomitanza fissa la tradizionale National Mutarde crit di Dijon con la tappa conclisiva del trofeo criteriumitalia in quel di Varano, come si divideranno gli alfieri dello scatto fisso?

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Altro infrasettimanale con un classico dei classici: la cirterium Tremens al parco Lambro, ormai il tempio conclamato della velocità milanese. Un circuito classico della quale conosco anche i sassolini, ed unica l’atmosfera che si respira nel parco!

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Arriviamo ad una delle più belle del panorama nazionale, il 23 ci sarà la criterium del ponti a Pogliano milanese, ed è un circuito che miscela alla perfezione velocità, tratti tecnici e porzioni in pavè come una classica crit urbana deve avere. L’organizzazione brianzola non ha mai sbagliato un colpo ed in poco tempo è diventata uno degli appuntamenti più prestigiosi della stagione. Neanche a farlo apposta è da sempre la gara in cui le mie gambe girano meglio e riesco sia a divertirmi sia a fare una ottima prestazione, non si può mancare!

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Il mese si chiude con il botto, proprio nella mia Torino. Al 30 di settempre ci sarà la prima edizione del “god save the cyclists” all’interno del parco Ruffini per quella che si presenta come un’altro grande appuntamento del calendario. Il percorso è selettivo e non sarà facile indovinare il rapporto ideale per essere veloci in tutti i settori. Il tutto supportato da un’organizzazione nuova e dinamica che è anche base ad un progetto importante per la sicurezza di chi tutti i giorni si move o si allena in bici sulle strade!

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https://www.youtube.com/watch?v=aeaOpAphE0s

Arriverà poi l’ottobre della ottava redhook milanese ma questa, per ora, è un’altra storia, ma ho la bici nuova da testare a fondo!

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BE A WOLF. Di notte con il solo rumore della catena a farti compagnia…

Ci sono fin troppe cose che ritenevo assurde prima di cambiare radicalmente atteggiamento nei confronti del ciclismo ed uscire dai soliti clichè: ogni bici fa un solo mestiere, non si va sullo sterrato se non in mtb, la bici da pista serve solo in velodromo, se hanno inventato i deragliatori è sempre opportuno usarli, ma dove vai che non hai nemmeno un freno montato…ecc…ecc…

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Mi mancava una barriera da infrangere nel mio personale curriculum, ovvero il classico detto per cui: “la notte è fatta per riposare, mica per pedalare”.

Ci voleva una piccola spinta, da chi aveva già provato la cosa, una sera giusta, in settimana per non trovare il traffico della movida, in estate per avere una temperatura perfetta e costante. La bici non può a questo punto essere una “normale” bici da corsa e quindi, così come chi sarà con me, decido di usare la scatto fisso. Questa scelta minimale, nonostante ci sarà molto da salire e da scendere, è dettata dal non dover pensare a nulla che non sia il far girare le gambe: niente considerazioni su rapporti, cadenze, sforzo, velocità media o di ascesa, nulla di nulla. Anche il mio Garmin lo lascio in modalità diurna senza retro illuminazione, di modo da non farmi distrarre e potermi concentrare solo su quello che mi circonderà stanotte. Siamo un gruppo non troppo numeroso, perché questa non è una gita, ma un qualcosa che per ognuno può trasformarsi in esperienza da ricordare, uno sguardo a quello che ancora il ciclismo è in grado di dare se interpretato fuori dagli schemi classici.

La partenza ha già di per sé un sapore tutto suo, quel misto di tensione ed aspettativa per un qualcosa che è sul punto di accadere, il tutto condito da euforia ed una serie di prove tecniche su quale e quanta illuminazione adoperare per ciascuna delle nostre bici (guarda caso tutte nere, per amplificare l’effetto notte).

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Dopo le prime rampe il già poco traffico si quieta del tutto, restiamo sono noi tre, il rumore delle catene e delle gomme che rotolano lentamente sull’asfalto con quel tipico accento che hanno quando si pedala da in piedi, cosa che faremo per la maggior parte del tempo trascorso in salita. Salita che, tra l’altro, conosco come le mie tasche ma che questa notte sembra mostrarmi un volto diverso. Il veder meno cose diventa ora un vantaggio. Decidiamo di comune accordo di spegnere i fari più potenti e lascare solo i led. Ed entriamo ancora di più nella notte, in silenzio. Accade, come conseguenza sensoriale, che con meno informazioni visive si acuiscono le sensazioni uditive ed olfattive. La fatica, pur ben presente, passa del tutto in secondo piano: non siamo qui per far prestazione, ma per far esperienza. Ed allora ecco che l’odore del bosco è intenso come quando in mtb sei dentro i sentieri, ma non è necessaria la stessa perizia di guida della bici, c’è ora tutto il tempo per assaporare le sfumature man mano che si sale.. dagli aceri e castagni per passare poi alle prime note al naso delle varie essenze di conifera che attraversiamo quando la quota inizia ad avvicinarsi ai mille metri.

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La parte uditiva non è così rassicurante come quella olfattiva, oltre al fascino del vento tra le fronde ed a qualche piccolo rapace, ogni tanto si avverte provenire dalla boscaglia qualche fruscio di troppo che fa subito pensare a qualcosa di grosso ed imponente come una famigliola di cinghiali, ma non si va oltre questa sensazione, per fortuna, benchè amplificata dai pensieri nel buio della notte. Diciamo che se fossi in solitaria sarebbe ancora diverso e meno rassicurante.

Continuiamo a salire e ad arrampicarci, letteralmente, sulle pendici della montagna. La fatica che si avverte è però molto diversa da quella classica del ciclismo, è più incisiva, colpisce più in profondità le fibre muscolari come a volerle stirare fino al loro limite. Nel salire in scatto fisso si devono per forza coinvolgere tutti i reparti della muscolatura delle gambe e, come ausilio, anche il resto del corpo nel pedalare in piedi deve muoversi in sincrono per accompagnare il ritmico spingere e tirare delle gambe. Benchè lento oltre ogni limite, il movimento non risulta mai goffo ma, come una danza rituale, segue un ritmo dettato dal respiro che rende sempre unica un’esperienza del genere. Ultima sensazione, quella del percepire distintamente se un tratto era esposto al sole o meno, durante la giornata. Nel primo caso si sente chiaramente il calore di queste giornate arrivare dal basso, nel secondo invece il fresco del bosco arriva sulla pelle come un balsamo, spingendoci avanti nel nostro percorso.

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Abbiamo anche la fortuna di esser accompagnati da una luna che si avvia ad esser piena, ed è uno dei migliori fari possibili. Riesce anche a restituire luce tramite il riflesso sull’asfalto dove questo è più usurato e di quel grigio chiaro che ben si intona con i pochi colori intorno a noi. Con questa pallida illuminazione si vedono anche i contorni netti delle montagne di fronte a noi e ci fanno capire con esattezza quando lo scollinamento è vicino.

Una volta in cima, ci prendiamo un po’ di tempo. Riusciamo a trovare un paio di punti panoramici che tolgono letteralmente il fiato dalla bellezza. Il contrasto delle luci, il movimento di auto e treni da qui sembra lentissimo e far parte di un plastico che pare costruito solo per il nostro piacere visivo.

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Le strade sembrano incise sulla terra con un coltello tanto sono precise e geometriche, le luci della bassa valle si diradano via via sui versanti delle montagne fino alla linea in chiaro-scuro delle creste. D’un tratto anche le nostre chiacchiere si riducono fino ad ammutolirci per far salire alle nostre orecchie i sommessi rumori che arrivano fin qui dalla civiltà sotto di noi. La sensazione è talmente nuova che faccio fatica a catalogarla e descriverla, come fossimo dei cosmonauti e sotto di noi avessimo scoperto un nuovo pianeta abitato da una sconosciuta civiltà, distantissima da noi.

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Dopo questi lunghi attimi, ci dirigiamo alla fontana e per radunare le forze e la concentrazione in vista della discesa. Qui ora siamo all’esatto rovescio della medaglia. Se la salita è concentrazione, fatica, intensità e lento avanzare (cosa che di fatto è già da sempre in bici ma in fissa il tutto è amplificato dieci volte), la discesa è pura adrenalina, attenzione totale, controllo, ricerca del limite ed esplosività nei momenti di skid per affrontare le curve. Per meglio godermi il tutto oggi ho montato, al posto del classico manubrio da corsa, un enorme manubrio da mtb, con un po’ di rise e un solido attacco di modo da render la bici un qualcosa di molto vicino alle supermotard in campo motociclistico. Oltre ad esser stato molto utile con il suo enorme braccio di leva ad assecondare la fase di salita, ora nello scendere ho un controllo millimetrico dell’avantreno della bici. Un minimo movimento impresso diventa una grande correzione alla ruota. Il tutto, con la sicurezza e precisione dello sterzo conico e con una ottima aderenza della gomma anteriore, mi dà una sicurezza che raramente ho avuto con le altre bici da pista quando affrontavo lunghe discese tecniche. Sento di poter osare di più e, complice anche un ottimo asfalto, riesco a gestire molto bene tutta la fase di skid prima delle curve, quando la bici tende ad intraversarsi lo fa sempre trasmettendo dai suoi tubi in acciaio una grande confidenza. La miscela del tutto mi riesce a divertire come non mai. Per qualche minuto riesco a mettere in stand-by la parte razionale del cervello e scendere d’istinto su di una discesa che conosco alla perfezione ma che raramente mi ha dato così tanta emozione.

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Arriviamo tutti in fondo, ci ricompattiamo. Da qui le strade si dividono per ciascuno di noi, ci salutiamo con sguardi di divertita soddisfazione per aver condiviso un’esperienza forte e nuova per tutti. Consapevoli che, anche se tutto questo ci costerà i canonici tre giorni interi di male alle gambe, ne è di nuovo valsa la pena ed i pensieri verso nuove idee arriveranno sicuramente ben prima che tutto l’acido lattico sia smaltito dalle nostre fibre.

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i 10 anni della #MilanoTorino, senza mai smettere di pedalare. #MiTo2017 @vostokmilano

Celebrare, correndo, i dieci anni della Milano Torino è essenzialmente anche celebrare i 10 anni di scatto fisso urbano e veloce qui in Itala, un qualcosa a cui non si può mancare perché, ancora più del solito, esserci fa la differenza…

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Già, proprio come la Redhookcrit, ormai riconosciuta come bandiera internazionale del “nuovo ciclismo”, così la nostra Milano Torino, proprio negli stessi giorni, si trova a far i conti con i primi 10 anni di vita, godendo ancora di ottima salute. Proprio come la famosa criterium, da un paio di anni è stata traslata un po’ più avanti nella stagione, e questo ha senza dubbio giovato sia alla godibilità della gara in se (chi c’era nel 2014 sa già tutto), sia per una ritrovata linfa vitale in nuovi corridori che si schierano entusiasti alla partenza. Quest’anno poi, come vera ciliegina sulla torta, si arriverà non più di fronte al motovelodromo Coppi, ma proprio al suo interno come nel 2011, rimarcandone maggiormente il blasone di classica e facendola assomigliare ancora un po’ di più alla regina di tutte le classiche del ciclismo, la Parigi-Roubaix.

motovelodromo

Uno degli intenti di questa gara, o meglio definita, di questa sfida agonistica tra cavalieri del pedale a scatto fisso, è anche quella di sensibilizzare, chi segue un po’ di ciclismo amatoriale, a far risvegliare i due monumenti dormienti, ovvero i velodromi Vigorelli e Coppi, entrambi legati a difficoltà burocratiche e forti necessità manutentive per essere appieno goduti dalla cittadinanza, e soprattutto dai giovanissimi per il loro avviamento all’agonismo vero. La Milano – Torino professionistica è anche la più antica corsa al mondo, iniziata nel 1876, guarda caso nascevo 100 anni dopo esatti, e proprio queste due città con i loro velodromi sono state la culla dove il ciclismo è nato ed è il fenomeno mondiale che oggi conosciamo. Non scrivo altro qui, ma davvero senza una rete di velodromi e scuole pista intravedo grandi difficoltà a far sì che possa emergere il ciclismo italiano.

Milano, ore 7:30. Usciamo di casa io e Stefano per dirigerci alla partenza. Ho sempre avuto un debole per i ricordi olfattivi. Nel mio schedario mentale di questi, infatti, un cassetto speciale è riservato ai profumi della città al mattino presto. Credo che, proprio come una bella donna, il vero volto di una città si sveli al mattino presto, con le strade appena lavate, i bar che aprono, i primi tram che sferragliano e quel ineffabile odore che racchiude tutto questo e che, con qualche sfumatura, resta costante nelle città in cui val la pena trascorrere del tempo. Oggi non fa eccezione e ci godiamo, per una volta, i vialoni vuoti, mentre pedaliamo e chiacchieriamo senza fretta.

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Riconoscere i soliti volti noti alla partenza è più confortante quest’anno, c’è l’atmosfera giusta per fare di questa giornata una di quelle da ricordare per un po’ e i minuti prima del via sono sempre quelli che meglio incorniciano questo evento come il meno omologabile di tutto l’anno. Ci sono corridori veri, quest’anno come punta di diamante Alex Bruzza, gli amatori evoluti, gli stradisti che non disdegnano uscite in fissa, i duri e puri dello scatto fisso urbano, i messenger, capitanati dal fondatore di UBM Roberto Peia che è l’unico – oltre al patron Marcello – ad aver corso tutte le edizioni, i viaggiatori in bici che interpretano i 150km di oggi come una distanza a raggio medio corto… insomma, il bello è ritrovare il collante della passione in questo gruppo così eterogeneo. Finite le, doverose, chiacchiere è ora di schierarsi e partire. Il bello della Mi.To. è anche questo, una partenza che assomiglia più ad una critical mass che non ad una gara.

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Si esce da Milano con aria festosa di chi va a far la gita fuori porta e, di fatto, per una buona parte dei quasi 70 ciclisti, oggi sarà proprio così. L’inizio dei vialoni, passato l’anello della tangenziale si trasforma via via in strada statale, senza soluzione di continuità, e la classica due corsie a carreggiata unica sarà il nostro scenario di gara.

Nonostante la regola cavalleresca imponga un certo fair play (o sarebbe meglio dire fair ride…) fino ad Abbiategrasso, il gruppo inizia ad allungarsi lambendo la cittadina lombarda, nulla di repentino, ma è una progressione che merita attenzione per non trovarsi troppo arretrati o distratti nell’avvio delle ostilità.

Complice anche il primo allungo di uno sparuto gruppo di stradisti, lecitamente con noi – dato che per loro è prevista anche l’ascesa finale alla basilica di Superga- ci si trova subito in un embrione di fuga, siamo pochi, meno di dieci, e a dettare il ritmo è subito messer Bruzza, che a differenza nostra riesce ancora a respirare a bocca chiusa.

Mortara vola via in un istante, senza accorgercene abbiamo già superato un terzo di gara, da qui in poi ci aspettano cento chilometri di guerra. Serro le mani in presa bassa sul manubrio, mentre la testa sta già iniziando a pensare alle pareti bianche delle paraboliche al velodromo.

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Qui il primo colpo di scena: poco dopo Castello d’Agogna, incredibilmente, sbagliamo svolta! Bastano poche centinaia di metri per ravvedersi ma tanto basta per veder sfilare all’orizzonte le sagome di sei corridori, tra i quali i due ragazzi di MilanBike (Ale e Luca), Ganio, Andrea/Severino dei CCSC ed un paio di altri. Conosco da qualche anno Alex Bruzza, sia come persona sia come corridore, e so che, anche in questo caso, la voglia di fare bene unita all’istinto del corridore faranno in modo di colmare il gap. Proprio mentre riprendiamo la cadenza di crociera e ci riportiamo sul corretto tracciato mi affianca e mi fa: “beh, dobbiamo riprenderli!”. Ovviamente annuisco, ed anche io sono nell’ordine mentale di farlo, ma in questo caso Alex ha un piano leggermente diverso dal resto del nostro gruppetto. Infatti, mentre noi iniziamo a darci cambi veloci e regolari sul filo dei 42-44 orari, lui in progressione si porta ai 46. Come un novello Merckx. Noi facciamo fatica a darci il cambio dietro di lui! in un paio di chilometri ci fa capire che a quel ritmo lui confida di chiudere sui fuggitivi nel minor tempo possibile ed eventualmente anche staccarli per cavalcar da solo tutta la strada che rimane da qui a Torino. Mai programma fu eseguito in maniera più puntuale, ma andiamo con ordine. 

Restiamo in sei. Là davanti (noi lo sapremo solo dopo l’arrivo), verso l’80°km, Alex ha già ripreso i fuggitivi e si avvia verso la gloria. Noi siamo comunque ben organizzati e non abbiamo cali di ritmo, anche se, nella sostanza, solo la metà di noi riesce a fare il proprio turno davanti al vento, tirando e motivando la restante parte a non mollare e farsi sotto. Nel frattempo i ragazzi di Milan – Bike, con una scelta astuta attraversano “dritto per dritto” tutti i paesi sul percorso: Morano, Trino, Crescentino, Verolengo… via dritti come un fuso. Noi badiamo più alla gestione della nostra lunghissima cronosquadre e non curiamo il sottile dettaglio, concentrandoci sul cercar di mantener un’andatura appena al di sotto delle nostre possibilità e confidando, chissà mai, in una crisi tra i primi fuggitivi.

Cosa che per i primi due di loro, purtroppo (per loro), avviene, e così possiamo riprendere i primi due alle porte di Chivasso. Li troviamo talmente in crisi che il nostro invito ad unirsi al gruppo cade nel vuoto, sia a parole, sia a fatti. In questi casi, come si dice, prevale la testa e la volontà di arrivare al traguardo, a dispetto di una crisi fisica importante. Come si usa spesso dire: ognuno è a turno chiodo o martello ed in questo caso vedo riflesso nei loro occhi proprio la sagoma dell’uomo col martello.

Passato Brandizzo, però, distinguiamo nettamente avanti a noi tre sagome, non sono ciclisti della domenica, sono i nostri pari e autori di una buona fuga. Dare un colpetto di gas e riprenderli è un dovere a cui io, Federico e Carmine non ci tiriamo di certo indietro. Arriviamo alle porte dell’ultimo, cruciale, paese in configurazione classica di “gruppo compatto”, a meno di Alex, ancora avanti ed invisibile ai nostri occhi. Attraversare Settimo non è mai banale, c’è una parte pedonale ed una via in controsenso che richiedono grande perizia e sangue freddo, cosa difficile da cavar fuori dopo 135km di gara, ma ne usciamo, tutto sommato, bene e insieme.

La vista del portale con su scritto enorme “TORINO” è, al solito, cibo per corpo e mente. Ci siamo, non resta che snocciolare per il vialoni cittadini questa manciata di chilometri che ci separano dal motovelodromo Coppi, nella maniera più oculata e redditizia possibile. A sorpresa, Luca interpreta al meglio la sfida con una repentina svolta a sinistra verso la celebre curva delle “100Lire”, noi non lo sappiamo ancora, ma sarà la sua mossa vincente dato che noi rimasti, a sorpresa, avremo un altro imprevisto a cui dover far fronte.

Costeggiamo il cimitero, affrontiamo il curvone sud piegando a 90° come se fosse un granpremio di motoGP, ora a sinistra e via, tutto dritto fino in corso Casale… o no? aspetta aspetta, frena! Oggi in via Carcano c’è il mercatino dell’usato! Transenne, banchi, ombrelloni, teli bianchi a terra con sopra la merce e tanta, tanta, troppa gente che si aggira tra le bancarelle. Come dissero ad Aragorn nel Signore degli Anelli: “la via è chiusa!” Sono l’unico Torinese, ho il dovere di portare i ragazzi al traguardo nel minor tempo possibile. Scorre nella mia mente il tutto città Torino alla velocità della luce, ricordo una via alternativa, ma devo decidere in fretta, molto in fretta. Ma sì ci sono! poco più avanti c’è un’altra via che con un buon diagonale ritorna indietro e ci riporta al ponte sulla Dora (via Poliziano, per gli amanti della toponomastica). In un attimo siamo già al grande semaforo di corso Belgio, ed il poco traffico ci è complice. Piccola gimkana e posiamo le ruote sul ponte ciclo pedonale sul Po, e nonostante la foga, uno sguardo al grande fiume cattura tutti e riempie gli occhi di un bel sorso di città. Ora attenti, si scende sullo sterrato, pochi metri, svolta a destra, corso Casale, subito tutti sulla sinistra mentre vedo già le sagome amiche di chi, bonariamente, tiene a bada il traffico per farci entrare nel velodromo.

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Da qui in poi l’emozione ha il sopravvento su tutto, gli attimi molto brevi riescono a dilatarsi nel tempo come in un film di fantascienza, e tutto assume una dimensione ovattata e confortante. E’ un po’ come quando Pinocchio entra nella pancia della balena, solo che noi ora non passiamo dalla bocca ma dal sali scendi della rampa di accesso, il cui gioco di luci in chiaro/scuro/chiaro ci proietta quasi in un’altra dimensione. Siamo protetti ed avvolti dal bianco della pista, dentro il motovelodromo Coppi. Come per incanto si annullano tutti i messaggi provenienti dal corpo, nessuna fatica, nessun dolore o principio di crampi come solo pochi istanti fa sembrava essere. Tutto lo spazio è occupato dalla meraviglia di essere lì e sentir le grida ovattate di chi ci è venuto ad aspettare. Brillano gli occhi di Laura e dei miei bambini a nel vedermi percorrere l’ultimo giro che è un misto tra volata e giro di trionfo, tutto mescolato insieme e condito con un pizzico di eroismo per una piccola impresa che, per me si rinnova per la sesta volta ed è sempre nuova, sempre avvincente in modo differente dagli anni precedenti.

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Mi convinco a fermarmi, solo per la voglia di salutare la mia famiglia e per la gran sete, magari di una buona birra (puntualmente presente), altrimenti avrei fatto ancora almeno una decina di giri per gustarmi lo spettacolo degli altri arrivi direttamente da dentro l’azione. Il resto è una successione di abbracci reali ed ideali, tra loro, spicca quello con Federico, amico da anni, e con il quale oggi abbiamo condiviso di nuovo tanto: fatica, rispetto, voglia di far bene e, soprattutto, di divertirsi con lo sport più bello del mondo interpretato a modo nostro!

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Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

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La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

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In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

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Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

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Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

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Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

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Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

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Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

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Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

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Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

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Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

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Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

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Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

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Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

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Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

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L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

tracciato

 

Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

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