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i 10 anni della #MilanoTorino, senza mai smettere di pedalare. #MiTo2017 @vostokmilano

Celebrare, correndo, i dieci anni della Milano Torino è essenzialmente anche celebrare i 10 anni di scatto fisso urbano e veloce qui in Itala, un qualcosa a cui non si può mancare perché, ancora più del solito, esserci fa la differenza…

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Già, proprio come la Redhookcrit, ormai riconosciuta come bandiera internazionale del “nuovo ciclismo”, così la nostra Milano Torino, proprio negli stessi giorni, si trova a far i conti con i primi 10 anni di vita, godendo ancora di ottima salute. Proprio come la famosa criterium, da un paio di anni è stata traslata un po’ più avanti nella stagione, e questo ha senza dubbio giovato sia alla godibilità della gara in se (chi c’era nel 2014 sa già tutto), sia per una ritrovata linfa vitale in nuovi corridori che si schierano entusiasti alla partenza. Quest’anno poi, come vera ciliegina sulla torta, si arriverà non più di fronte al motovelodromo Coppi, ma proprio al suo interno come nel 2011, rimarcandone maggiormente il blasone di classica e facendola assomigliare ancora un po’ di più alla regina di tutte le classiche del ciclismo, la Parigi-Roubaix.

motovelodromo

Uno degli intenti di questa gara, o meglio definita, di questa sfida agonistica tra cavalieri del pedale a scatto fisso, è anche quella di sensibilizzare, chi segue un po’ di ciclismo amatoriale, a far risvegliare i due monumenti dormienti, ovvero i velodromi Vigorelli e Coppi, entrambi legati a difficoltà burocratiche e forti necessità manutentive per essere appieno goduti dalla cittadinanza, e soprattutto dai giovanissimi per il loro avviamento all’agonismo vero. La Milano – Torino professionistica è anche la più antica corsa al mondo, iniziata nel 1876, guarda caso nascevo 100 anni dopo esatti, e proprio queste due città con i loro velodromi sono state la culla dove il ciclismo è nato ed è il fenomeno mondiale che oggi conosciamo. Non scrivo altro qui, ma davvero senza una rete di velodromi e scuole pista intravedo grandi difficoltà a far sì che possa emergere il ciclismo italiano.

Milano, ore 7:30. Usciamo di casa io e Stefano per dirigerci alla partenza. Ho sempre avuto un debole per i ricordi olfattivi. Nel mio schedario mentale di questi, infatti, un cassetto speciale è riservato ai profumi della città al mattino presto. Credo che, proprio come una bella donna, il vero volto di una città si sveli al mattino presto, con le strade appena lavate, i bar che aprono, i primi tram che sferragliano e quel ineffabile odore che racchiude tutto questo e che, con qualche sfumatura, resta costante nelle città in cui val la pena trascorrere del tempo. Oggi non fa eccezione e ci godiamo, per una volta, i vialoni vuoti, mentre pedaliamo e chiacchieriamo senza fretta.

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Riconoscere i soliti volti noti alla partenza è più confortante quest’anno, c’è l’atmosfera giusta per fare di questa giornata una di quelle da ricordare per un po’ e i minuti prima del via sono sempre quelli che meglio incorniciano questo evento come il meno omologabile di tutto l’anno. Ci sono corridori veri, quest’anno come punta di diamante Alex Bruzza, gli amatori evoluti, gli stradisti che non disdegnano uscite in fissa, i duri e puri dello scatto fisso urbano, i messenger, capitanati dal fondatore di UBM Roberto Peia che è l’unico – oltre al patron Marcello – ad aver corso tutte le edizioni, i viaggiatori in bici che interpretano i 150km di oggi come una distanza a raggio medio corto… insomma, il bello è ritrovare il collante della passione in questo gruppo così eterogeneo. Finite le, doverose, chiacchiere è ora di schierarsi e partire. Il bello della Mi.To. è anche questo, una partenza che assomiglia più ad una critical mass che non ad una gara.

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Si esce da Milano con aria festosa di chi va a far la gita fuori porta e, di fatto, per una buona parte dei quasi 70 ciclisti, oggi sarà proprio così. L’inizio dei vialoni, passato l’anello della tangenziale si trasforma via via in strada statale, senza soluzione di continuità, e la classica due corsie a carreggiata unica sarà il nostro scenario di gara.

Nonostante la regola cavalleresca imponga un certo fair play (o sarebbe meglio dire fair ride…) fino ad Abbiategrasso, il gruppo inizia ad allungarsi lambendo la cittadina lombarda, nulla di repentino, ma è una progressione che merita attenzione per non trovarsi troppo arretrati o distratti nell’avvio delle ostilità.

Complice anche il primo allungo di uno sparuto gruppo di stradisti, lecitamente con noi – dato che per loro è prevista anche l’ascesa finale alla basilica di Superga- ci si trova subito in un embrione di fuga, siamo pochi, meno di dieci, e a dettare il ritmo è subito messer Bruzza, che a differenza nostra riesce ancora a respirare a bocca chiusa.

Mortara vola via in un istante, senza accorgercene abbiamo già superato un terzo di gara, da qui in poi ci aspettano cento chilometri di guerra. Serro le mani in presa bassa sul manubrio, mentre la testa sta già iniziando a pensare alle pareti bianche delle paraboliche al velodromo.

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Qui il primo colpo di scena: poco dopo Castello d’Agogna, incredibilmente, sbagliamo svolta! Bastano poche centinaia di metri per ravvedersi ma tanto basta per veder sfilare all’orizzonte le sagome di sei corridori, tra i quali i due ragazzi di MilanBike (Ale e Luca), Ganio, Andrea/Severino dei CCSC ed un paio di altri. Conosco da qualche anno Alex Bruzza, sia come persona sia come corridore, e so che, anche in questo caso, la voglia di fare bene unita all’istinto del corridore faranno in modo di colmare il gap. Proprio mentre riprendiamo la cadenza di crociera e ci riportiamo sul corretto tracciato mi affianca e mi fa: “beh, dobbiamo riprenderli!”. Ovviamente annuisco, ed anche io sono nell’ordine mentale di farlo, ma in questo caso Alex ha un piano leggermente diverso dal resto del nostro gruppetto. Infatti, mentre noi iniziamo a darci cambi veloci e regolari sul filo dei 42-44 orari, lui in progressione si porta ai 46. Come un novello Merckx. Noi facciamo fatica a darci il cambio dietro di lui! in un paio di chilometri ci fa capire che a quel ritmo lui confida di chiudere sui fuggitivi nel minor tempo possibile ed eventualmente anche staccarli per cavalcar da solo tutta la strada che rimane da qui a Torino. Mai programma fu eseguito in maniera più puntuale, ma andiamo con ordine. 

Restiamo in sei. Là davanti (noi lo sapremo solo dopo l’arrivo), verso l’80°km, Alex ha già ripreso i fuggitivi e si avvia verso la gloria. Noi siamo comunque ben organizzati e non abbiamo cali di ritmo, anche se, nella sostanza, solo la metà di noi riesce a fare il proprio turno davanti al vento, tirando e motivando la restante parte a non mollare e farsi sotto. Nel frattempo i ragazzi di Milan – Bike, con una scelta astuta attraversano “dritto per dritto” tutti i paesi sul percorso: Morano, Trino, Crescentino, Verolengo… via dritti come un fuso. Noi badiamo più alla gestione della nostra lunghissima cronosquadre e non curiamo il sottile dettaglio, concentrandoci sul cercar di mantener un’andatura appena al di sotto delle nostre possibilità e confidando, chissà mai, in una crisi tra i primi fuggitivi.

Cosa che per i primi due di loro, purtroppo (per loro), avviene, e così possiamo riprendere i primi due alle porte di Chivasso. Li troviamo talmente in crisi che il nostro invito ad unirsi al gruppo cade nel vuoto, sia a parole, sia a fatti. In questi casi, come si dice, prevale la testa e la volontà di arrivare al traguardo, a dispetto di una crisi fisica importante. Come si usa spesso dire: ognuno è a turno chiodo o martello ed in questo caso vedo riflesso nei loro occhi proprio la sagoma dell’uomo col martello.

Passato Brandizzo, però, distinguiamo nettamente avanti a noi tre sagome, non sono ciclisti della domenica, sono i nostri pari e autori di una buona fuga. Dare un colpetto di gas e riprenderli è un dovere a cui io, Federico e Carmine non ci tiriamo di certo indietro. Arriviamo alle porte dell’ultimo, cruciale, paese in configurazione classica di “gruppo compatto”, a meno di Alex, ancora avanti ed invisibile ai nostri occhi. Attraversare Settimo non è mai banale, c’è una parte pedonale ed una via in controsenso che richiedono grande perizia e sangue freddo, cosa difficile da cavar fuori dopo 135km di gara, ma ne usciamo, tutto sommato, bene e insieme.

La vista del portale con su scritto enorme “TORINO” è, al solito, cibo per corpo e mente. Ci siamo, non resta che snocciolare per il vialoni cittadini questa manciata di chilometri che ci separano dal motovelodromo Coppi, nella maniera più oculata e redditizia possibile. A sorpresa, Luca interpreta al meglio la sfida con una repentina svolta a sinistra verso la celebre curva delle “100Lire”, noi non lo sappiamo ancora, ma sarà la sua mossa vincente dato che noi rimasti, a sorpresa, avremo un altro imprevisto a cui dover far fronte.

Costeggiamo il cimitero, affrontiamo il curvone sud piegando a 90° come se fosse un granpremio di motoGP, ora a sinistra e via, tutto dritto fino in corso Casale… o no? aspetta aspetta, frena! Oggi in via Carcano c’è il mercatino dell’usato! Transenne, banchi, ombrelloni, teli bianchi a terra con sopra la merce e tanta, tanta, troppa gente che si aggira tra le bancarelle. Come dissero ad Aragorn nel Signore degli Anelli: “la via è chiusa!” Sono l’unico Torinese, ho il dovere di portare i ragazzi al traguardo nel minor tempo possibile. Scorre nella mia mente il tutto città Torino alla velocità della luce, ricordo una via alternativa, ma devo decidere in fretta, molto in fretta. Ma sì ci sono! poco più avanti c’è un’altra via che con un buon diagonale ritorna indietro e ci riporta al ponte sulla Dora (via Poliziano, per gli amanti della toponomastica). In un attimo siamo già al grande semaforo di corso Belgio, ed il poco traffico ci è complice. Piccola gimkana e posiamo le ruote sul ponte ciclo pedonale sul Po, e nonostante la foga, uno sguardo al grande fiume cattura tutti e riempie gli occhi di un bel sorso di città. Ora attenti, si scende sullo sterrato, pochi metri, svolta a destra, corso Casale, subito tutti sulla sinistra mentre vedo già le sagome amiche di chi, bonariamente, tiene a bada il traffico per farci entrare nel velodromo.

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Da qui in poi l’emozione ha il sopravvento su tutto, gli attimi molto brevi riescono a dilatarsi nel tempo come in un film di fantascienza, e tutto assume una dimensione ovattata e confortante. E’ un po’ come quando Pinocchio entra nella pancia della balena, solo che noi ora non passiamo dalla bocca ma dal sali scendi della rampa di accesso, il cui gioco di luci in chiaro/scuro/chiaro ci proietta quasi in un’altra dimensione. Siamo protetti ed avvolti dal bianco della pista, dentro il motovelodromo Coppi. Come per incanto si annullano tutti i messaggi provenienti dal corpo, nessuna fatica, nessun dolore o principio di crampi come solo pochi istanti fa sembrava essere. Tutto lo spazio è occupato dalla meraviglia di essere lì e sentir le grida ovattate di chi ci è venuto ad aspettare. Brillano gli occhi di Laura e dei miei bambini a nel vedermi percorrere l’ultimo giro che è un misto tra volata e giro di trionfo, tutto mescolato insieme e condito con un pizzico di eroismo per una piccola impresa che, per me si rinnova per la sesta volta ed è sempre nuova, sempre avvincente in modo differente dagli anni precedenti.

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Mi convinco a fermarmi, solo per la voglia di salutare la mia famiglia e per la gran sete, magari di una buona birra (puntualmente presente), altrimenti avrei fatto ancora almeno una decina di giri per gustarmi lo spettacolo degli altri arrivi direttamente da dentro l’azione. Il resto è una successione di abbracci reali ed ideali, tra loro, spicca quello con Federico, amico da anni, e con il quale oggi abbiamo condiviso di nuovo tanto: fatica, rispetto, voglia di far bene e, soprattutto, di divertirsi con lo sport più bello del mondo interpretato a modo nostro!

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Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

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La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

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In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

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Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

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Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

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Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

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Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

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Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

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Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

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Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

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Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

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Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

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Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

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Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

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Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

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L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

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Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

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il nuovo portale @endusport con il mio racconto della 12h di Monza fatta in solitaria e a #scattofisso

è stata una vera avventura, nonostante il teatro della gara sia stato il sicuro autodromo di monza, sul rinnovato magazine di ENDUsport vi racconto come è andata, con la testa che già pensa a cosa fare di ancora più folle la prossima stagione!

10 settembre 2016 Comments (0) Racconti dei partecipanti, Racconto in evidenza 12h Cycle Marathon (a scatto fisso)

colomba

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“l’ostinata fatica vince ogni cosa” [F.P.] ascesa (e discesa) al #Ventoux con le sole gambe a far da marce (e freno)

Ne parlavamo in pratica dal giorno dopo dell’ascesa al Galibier, sempre in due, sempre con le bici da pista, che la prossima avventura sarebbe necessariamente stata sulle pendici di quel monte che fin dai tempi del Petrarca fa sognare imprese al di sopra delle proprie possibilità o quasi…

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Arriva finalmente il giorno, questa volta il monte è troppo lontano per partire da casa il giorno stesso, di conseguenza nel caldo pomeriggio di venerdì partiamo alla volta della Provenza, io ed il mio “brother in madness” Stefano.

Il viaggio di avvicinamento, benchè in auto (con una moto sarebbe stato davvero strepitoso), è molto bello e ci regala panorami sempre diversi, dalle familiari Alpi del Monginevro, giù fino al placido lago di Embrun e poi via dentro i canyon du Lèoux dove sembra di stare in qualche parco nazionale degli stati uniti d’america  data la bellezza selvaggia delle zone che si vanno ad attraversare: formazioni di roccia imponenti e acque limpide del fiume in fondovalle. Usciti dal canyon, anzi dalle “gorges”, si apre davanti a noi la Provenza. Non fosse per alcuni dettagli stradali e per le auto sarei certo di trovarmi in Toscana, dove ritrovo le stesse sfumature di colori con il verde acceso delle vigne e dei fichi, frapposto al marrone chiaro della terra e delle case nei borghi. In poche parole il paesaggio è nuovo ma sa di familiare, il che rende tutto ancora più intenso. E per finire, dopo una svolta ad una rotonda appare lui, il Mont Ventoux. E’ ormai sera, ma la punta è ancora assolata e rende quel bianco ancora più bianco ed è notevole come si distingua chiaramente l’osservatorio meteorologico posto in cima. Viaggiamo ancora ma faccio fatica a tenere lo sguardo sulla strada, il monte ci guarda e sembra dirci: “benvenuti, vi aspettavo”. Nel bagagliaio i nostri due zaini e (per la prima volta) due bici uguali, ma proprio uguali uguali, di quelle che si vedono nelle foto della redhook criterium o in qualche video di ragazzi che usano bici da pista al di fuori del loro contesto naturale del velodromo… ecco, la nostra idea domani è quella di scalare il versante più duro del Ventoux e ridiscendere dal lato opposto con due Cinelli Vigorelli: bici da pista, un solo rapporto (47/17) e nessun freno. Ma andiamo con ordine.

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Il paesino che ci ospita per la notte è Mazan, un piccolo borgo medioevale che conserva anche la perfetta urbanistica dell’epoca: un unica strada che la cinge e piccole viuzze al suo interno che convergono alla piazza della chiesa romanica. E’ la sera ideale per parlare di mille argomenti e confrontarci su come intendiamo noi lo stare sui pedali, in un certo senso liberi dai condizionamenti del mercato ma prendendo da esso il meglio che può offrire per reinterpretarlo a nostro modo. La bici da pista è vecchia come il ciclismo, ma vive una nuova giovinezza sia per gli straordinari risultati sportivi di questi ultimi tempi, sia per quello voglia di provare ad essere su di un mezzo talmente essenziale da sconfinare quasi nel filosofico, se lo si interpreta in modo personale. Ecco questa è una delle nostre vie di intendere il ciclismo, lontano dalle competizioni, davanti ad una buona birra in uno sperduto paesino della Francia.

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La mattina partiamo di buon ora per evitare le ore più calde. Le prime pedalate sono di riscaldamento su di un tratto poco trafficato lungo una decina di chilometri che ci permette di far girare le gambe a modo ed ascoltare le prime sensazioni in bici. Dopo poco arriviamo al paese di partenza, Bedoin, e da lì inizia l’ascesa. Siamo cauti ma entusiasti, ogni tanto un’occhiata al cardio per tener a bada l’entusiasmo e sin da subito vediamo di fronte a noi una lenta processione di altri gruppi di ciclisti che salgono. E’ un sabato qualunque d’estate, non ci sono manifestazioni particolari, ma non ho mai visto così tanta gente in bici come oggi, giunta da ogni parte del mondo per sfidarsi sul grande monte. Il sorpassare qualche gruppetto ci fa entusiasmare e pian piano il ritmo (anche cardiaco) sale… ma, come nei migliori film, arriva il primo colpo di scena.

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Superate le ultime case, si arriva ad un tornante e si entra nel bosco. Avrebbero quasi potuto metter una stele in pietra con su scritto “lasciate ogni speranza o voi che entrate” magari in occitano, dato che siamo nel cuore di questa antica regione ora transnazionale. Dopo le prime rampe il dialogo tra me e Stefano diventa sempre più rarefatto fino a sparire del tutto. La strada ha una pendenza che non molla mai e si mantiene attorno ai 9-11% sempre… il contapedalate del mio Garmin sotto le 25rpm si rifiuta di darmi indicazioni precise ma qui ora tutto va a rilento, tranne il respiro.  Abbiamo saggiamente montato entrambe dei manubri da mtb per avere più braccio di leva in fase di spinta e questo ci aiuta, ma pare non bastare. Il pensiero che si fa largo è: “ma è tutta così questa salita?”.

DCIM\100GOPRONon molliamo. Incontriamo una coppia di ragazzi (lui-lei) che salgono anch’essi cautamente, il ragazzo ci vede e dice alla sua compagna: “if they do it on a fixed gear, you can do it on a road bike!”. Sorridiamo a mezza bocca, ma è un grande stimolo a non mollare, ogni pedalata fatta lascia dietro un pezzo di strada per il momento da dimenticare, focalizzandoci su quello che si pone di fronte a noi.

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Dopo un tempo che ci è parso interminabile, in realtà poco più di un’ore e un quarto, arriviamo allo chalet posto al bivio tra la salita del versante Bedoin e quella da Sault. E’ quasi come un’oasi in mezzo al deserto, meta e rifugio per i viandanti che qui sono praticamente tutti con un mezzo a due ruote. All’hotel ci avevano detto che quello era l’ultimo posto in cui rifornirsi di acqua e da lì fino alla cima non avremmo trovato altro. Il ristoro ci ridà forza anche morale e lo scenario che ora abbiamo di fronte è diametralmente opposto a quello fin d’ora attraversato. Stiamo per entrare nel tratto lunare, stiamo per percorrere gli ultimi sei chilometri che ci separano dall’osservatorio.

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Da qui in poi, complici sia pendenze più umane sia l’avere sempre a vista la cima, cambia il nostro modo di pedalare. Siamo più sereni ma soprattutto più consapevoli di farcela, in qualche modo, ad arrivar fin su. Il collegamento occhi-cervello è saturo di traffico di informazioni: c’è il blu perfetto del cielo di oggi, il grigio scuro del nastro d’asfalto che taglia come una ferita il bianco dell’immensa pietraia davanti a noi, la vastità del panorama al di sotto della strada che costringe l’occhio a cercare quale sia il puntino di case da dove si era partiti al mattino, perso nella campagna provenzale che sembra ora così distante da noi e poi, letteralmente come ciliegina sulla torta, c’è quel pennacchio rosso sulla punta dell’osservatorio che si incastra nel blu del cielo come dipinta con una spatola.

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Ci fermiamo qualche attimo al monumento di Tommy Simpson e poi via, gli ultimi 1200 metri di strada che facciamo in apnea, con la testa siamo già su, ora facciamo solo in modo che bici e gambe le raggiungano sotto il leggendario cartello pieno zeppo di stickers.

 

 

 

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In vetta è una festa, ci sono ciclisti che si congratulano con noi, altri che avevano scommesso sulla nostra nazionalità vedendoci salire, altri ancora che ci guardano come alieni, senza sapere che in realtà siamo esattamente come loro, solo che abbiamo voluto fare un qualcosa di diverso affinchè la semplicità disarmante delle nostre bici ci facesse spostare il pensiero su altro che non fosse quale rapporto scegliere o con che cadenza procedere.

 

Ancora una volta questa salita è stato un tramite per poterci conoscere meglio e capire in profondità la bellezza nello stabilire un contatto tra terra e cielo attraverso di noi.

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Rivediamo i ragazzi che avevamo incontrato nel tratto boscoso. Lui è un ragazzo di Tel Aviv in Francia per studi, ed è incredulo dal vedere due bici da pista quassù, ci vuole perfino fotografare! Gli spieghiamo che non siamo dei pro o super atleti, lo facciamo perchè abbiamo voglia e curiosità di sperimentare qualcosa di nuovo e sfidare noi stessi riuscendo anche a divertirci. Continuiamo la piacevole chiacchierata nel bar pochi metri sotto l’osservatorio. Poi arriva il tempo della discesa.

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Partiamo molto carichi, ma scopriamo in breve che anche il lato verso Malaucene non è affatto banale. Sono, come per la salita, circa 20km con un tratto centrale al 10% costante. Quello che i profili altimetrici reperibili in rete non ci avevano raccontato è che proprio quel tratto centrale è asfaltato con una mescola bituminosa molto abrasiva e scura che rende difficile la tecnica di skid per far scivolare la ruota posteriore e gestire la derapata rallentando la bici. I muscoli iniziano a far male e ci vuole una bella dose di sangue freddo e tecnica per mantenere tutto nei ranghi della sicurezza. In fondo siamo due quarantenni con famiglia, non dei giovani supereroi.  Per fortuna passata metà discesa tutto diventa più gestibile e da quel punto in poi, nonostante la fatica accumulata, ci si trova più a nostro agio a fare quello che sappiamo fare, scendere in controllo con la bici a scatto fisso, considerato che una discesa del genere fatta tutta a suon di skid ci avrebbe fatto distruggere i copertoncini posteriori e di certo non avevamo l’ammiraglia al seguito per un rapido cambio ruote.

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Dei numerosi ciclisti che ci hanno sorpassato nella discesa, con nostra sorpresa, ne troviamo un gruppetto di 7-8 che ci aspettava al fondo, sia per complimentarsi sia per farci un bel po’ di domande tecniche in merito a rapporti, velocità di discesa, cadenze e gomme usate. Siamo lieti di far quattro chiacchiere con loro, in un misto anglo-francese gesticolato, e di sapere che ora da qui manca solo qualche dolce chilometro all’arrivo in hotel dove ci aspettano una doccia ed un pasto rigeneranti.

 

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Gli ultimi tratti di strada scorrono via veloci in mezzo al paesaggio che ora mi colpisce per i profumi che ci arrivano: uva, fichi, lavanda e resina di pino. Tutto mescolato dal vento (che comunque oggi è stato molto clemente) e con la temperatura che ora inizia a farsi importante, sopra i 30°.

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Il viaggio di ritorno in auto passa veloce, intervallato solo da qualche crampo che mi costringe a chiedere il cambio alla guida, ma tutte cose messe ampiamente in conto, compresi i tre giorni successivi con qualche difficoltà motoria… ne valeva la pena? assolutamente sì! Torniamo da questi due giorni anche un po’ cambiati, come se il bianco di quella montagna ci avesse ripulito dal superfluo e lasciato solo in noi l’essenziale: l’amicizia e la voglia di pedalare.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 4 di 7: il mio primo anno con il Vigorelli

Questo articolo più che una presentazione vorrei fosse letto come un viaggio, perchè alla fine è una storia di amicizia, di persone, di fiducia reciproca e di un ottima bici.

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La storia la sapete quasi tutti ormai, ma ne faccio un riassunto anche per mia memoria futura. Dopo i primi anni passati a correre e fare esperienza nelle criterium a scatto fisso prima con il mio glorioso e primo telaio da pista (un classico acciaio proveniente dal velodromo di Cento) poi con lo storico Bianchi D2 (quando ancora la casa faceva tutto qui in Italia), nasce la voglia e la scintilla per creare una squadra di quelle vere ed unite prima di tutto dall’amicizia, questa squadra era il CYKELN racing team e in breve tempo finimmo sotto gli occhi di tutti, grazie a risultati sportivi eccellenti delle migliori gambe della squadra, ma anche grazie (soprattutto direi) ad un’attitudine volta prima di tutto all’amore per il ciclismo in tutte le sue sfaccettature, alla voglia di gareggiare per il puro spirito della competizione innata in ciascuno di noi e, non ultimo, per la voglia di stare insieme e condividere dei bei momenti insieme.

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Questa bellissima storia fu da incipit per una storia ancora più grande, fatta di una collaborazione mia diretta con Cinelli e in parallelo con la nascita del team Cinelli-Chrome che non credo abbia bisogno di presentazioni.

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Sia io che gli atleti del team ufficiale abbiamo ricevuto in uso un telaio Cinelli Vigorelli. Il mio vantaggio, da affiliato, è quello di aver completa libertà sia su quali gare correre, sia, soprattutto, sul montaggio della bicicletta e questo per me è un vero invito a nozze giacchè mi piace testare e sperimentare la bicicletta a scatto fisso in tanti e differenti contesti, ma andiamo con ordine.

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Il giorno della consegna dei telai e l’avvio della collaborazione fu un qualcosa di straordinario. Partito in sordina ed in (quasi) assoluto segreto, mi ritrovai ai cancelli dell’headquarter della casa dalla grande “C”. Con mia sorpresa il timore reverenziale cessò in un istante e la sensazione di trovarmi tra persone che conoscevo da sempre ha avuto la meglio. Belle vibrazioni e sorrisi veri da parte di tutti, con la consapevolezza di star iniziando qualcosa di grande e bello, il resto della storia principale già la conoscete.

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Da una stagione pedalo, corro, mi alleno, mi sposto in città e tento qualche folle impresa con quello che a ragion veduta è ancora oggi il telaio chiave di casa Cinelli, che ne ha svecchiato l’immagine, che ha avvicinato centinaia di persone al ciclismo facendole passare dalla porta di servizio ma dando a ciascun possessore una grande opportunità di capire e conoscere cosa può fare una semplice (semplicissima, in questo caso…) bicicletta e facendo da ponte per altre mille discipline ciclistiche.

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Il mio primo montaggio e la prima prova è stata al velodromo e non uno qualsiasi ma il Fassa-Bortolo di Montichiari (BS) attualmente l’unico velodromo coperto ed a standard olimpico presente in Italia. Dopo dieci pedalate il feeling fu tale da spazzare via tutti i luoghi comuni sul Vigo: questo è a tutti gli effetti un telaio da pista, mi ha fatto subito trovare a mio agio sulle paraboliche in legno e la prontezza e reattività sono da primo della classe.

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Le cose irrinunciabili nel mio set up sono la sella San Marco Zoncolan (ogni fondoschiena ha la sua, chi  pedala lo sa), il reggisella Thomson (chiunque ne abbia mai montato  anche uno solo sa il perchè) ma soprattutto la guarnitura delle officine Mquadro che sono in primis due grandi amici con la mia stessa passione, ma con il talento, la conoscenza e l’impegno che li ha portati da essere due ragazzi che smanettano in un garage (questa scena da qualche parte l’ho già vista…) a diventare una realtà solida e conosciuta in tutto il nostro mondo, fino ad essere uno dei principali sponsor tecnici della RedHookCrit.

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Oltre questi capisaldi ho avuto il piacere di divertirmi con un valzer di ruote abbastanza disparato: dal classico assetto da alta velocità con le Miche supertype pista, ad una posteriore basso profilo con un eccellente mozzo Dura-Ace per i tracciati tortuosi delle crit e per i lunghi allenamenti in extraurbano, per finire con la classica ruota del cosiddetto “hillbomber” ovvero una ruota a prova di proiettile (leggi: sfilettamento pignone) con il classico mozzo da MTB anteriore convertito e pignone avvitato ai 6 fori del supporto disco per le uscite con dislivello e per l’avventura montana di cui già sapere tutto.

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Beh, in sintesi dopo 1.485km fatti nelle più disparate condizioni e contesti ho capito il perchè il Vigorelli rimane un caposaldo della produzione Cinelli. E’ il telaio a scattofisso più versatile ed efficace che abbia mai pedalato. Con un semplice cambio di ruote e rapporto sa trasformarsi da bici da velodromo a commuter veloce per la città, da bici per le imprese in montagna a strumento per le competizioni nelle criterium dove, oltre la gamba, conta (e non poco) saper guidare al limite la bicicletta: spesso senza la possibilità di correggere le traiettorie dato che si hanno solo le gambe per gestire i rallentamenti e la classica pizzicata del freno posteriore per aggiustare il tiro non può esser fatta per definizione di criterium a scattofisso.

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E’ proprio il feeling con l’avantreno che ritengo sia ad oggi il migliore con cui abbia avuto a che fare: preciso, sensibile, pronto e sicuro. Mi ha aiutato in molte situazioni e spesso è stato un vero vantaggio nei confronti di avversari con bici molto più blasonate e costose.

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2567Anche in montagna ed in giri oltre le quattro ore ha saputo essere sia sincero nelle reazioni (lo so che di per se non ha senso andare in montagna con una bici da pista, ma ormai è peggio di una droga, tanto che fixedforum gli ha ora dedicato una intera sezione) sia tutto sommato anche confortevole a dispetto di tutti i luoghi comuni sui telai in alluminio, fatto vero forse negli anni 90, ma ora i progettisti sanno esattamente come fare un buon telaio in alluminio, basti pensare al fantastico (e vendutissimo) CAAD10.

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Ora la nuova stagione è alle porte, l’allenamento dopo una breve battuta d’arresto è ripartito, ed io sono ansioso di provare ancora una “valigiata” di emozioni e di divertirmi come un bambino alla guida di questo bel prodotto dell’ingegneria nostrana.

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Ndt: le belle foto sono di Silvia Galliani, Miriam Terruzzi, Emanuele Barbaro, Rosario Liberti, Andrea Schilirò.

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the day when Izoard became #isoHard. un’avventura nelle alpi a #scattofisso

ok, ammetto che ultimamente il blog sta prendendo una piega un po’ autocelebrativa, ma questa è da raccontare dato che proprio un anno fa davo del folle a chi tentava cose simili, quindi vi racconto anche di come si può cambiare idea senza passare (troppo) per opportunisti.

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L’inizio della storia è semplice e parte da una convinzione in me piuttosto radicata in ambito ciclistico: “ogni bici fa il suo mestiere”. E di fatto ancora la applico, altrimenti non mi troverei sette biciclette piuttosto differenti nel mio garage: la bici da cx per il cx, quella da strada per la strada e quella da pista per la pista

Poi si sa che una delle mie fortune ciclistico/sociali e far parte sin dal primo giorno o quasi dell’amato/odiato fixedforum, dove ci si incontra e si discute di ciclismo alternativo, urbano, sempre sopra le righe ma portando anche tante esperienze diverse e tanti modi di intendere la bicicletta senza preconcetti e preclusioni dove alla fine ci si stupisce della diversità di interpretazione di una cosa così semplice come una bici.

“Se non provi non puoi capire” (cit.)

 

005Questo più delle volte fa la differenza, come a chi è titubante ad usar la bici per andare al lavoro: la vera differenza lo fa uscire di casa e provarci. Così tra una discussione e l’altra (anzi, scusate, nel forum si chiamano thread…) ci si ritrova a parlare di far salite pedalando una scatto fisso. Ed intendo salite vere, non cavalcavia ma Alpi, quelle vere e sopra i duemila metri di altitudine.

 

TBMAl giorno d’oggi raramente ci si arriva per primi alle cose, a maggior ragione in un ambiente così frastagliato e vario come il ciclsimo mi trovo a vedere chi già ha tentato cose simili, impensabili ed agli occhi dei più (ciclisti compresi) del tutto prive di fondamento logico. Parlo del gruppo di Track Bike Militia che nel cuore della svizzera sviluppa un’attitudine ed un approccio del tutto particolare alla montagna in biciletta, affrontandola proprio con una bici da pista, con nulla se non lo strettissimo indispensabile: catena-corona-pignone. Il loro risalto mediatico è subito forte e genera in me anche qualche sospetto di una loro caccia alla visibilità. Poi conosco di persona Larz e tutto cambia. Personaggio schivo, essenzialmente un tatuatore, con però un profondo rispetto verso le montagne essendo lui un americano trasferitosi in Svizzera. Princìpi ed attitudine che vanno in positiva collisione con il mio modo di pensare e allora piano piano si insinua il dubbio che forse davvero si riesca a trovar qualcosa anche in questo lato così estremo del pedalare.

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Complice una bici versatile e tuttofare oltre le mie aspettative come il Vigorelli ed una ruota messa a punto per essere un vero “carrarmato della strada”, mi trovo a pedalare un rapporto adatto a strade non del tutto pianeggianti come quelle intorno a casa. Da lì a provare una salita il passo è brevissimo. D’altronde sono nato e cresciuto in montagna ed ho iniziato andare in bici perchè c’erano le salite e la continua sfida con se stessi nell’affrontarle e trovarne si sempre più alte ed ardue da scalare. Il primo impatto è stato forte, fin troppo, benchè breve. C’era ancora da alleggerire il rapporto fino a giungere a quella combinazione quasi magica: 47-17 devo ricordarmi di approfondire questa accoppiata dal punto di vista numerologico, potrei avere altre interessanti sorprese.

Il dubbio diventa voglia di provare, ancora e ancora. Il buon Michele di Mquadro mi fa arrivare proprio quella corona da 47 denti che mancava ed è quello l’ultimo tassello a completare l’intero puzzle. Non si può più andar per piccoli passi, ora si deve fare il salto ed affrontare le montagne vere, con una bici sulla carta (di nuovo…) sbagliata ma che ha nella sua essenzialità la capacità di fare affiorare conoscenze che altrimenti resterebbero lì, sepolte sotto la brace della passione per il ciclismo.

Ne nasce innanzitutto una bella discussione sul forum, per confrontarmi con chi ha già fatto propria questa (non esagero) filosofia e cercare di capirne qualcosa di più e nel contempo organizzare un giro vero su strade vere e, guarda caso, cariche di gloria.

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Si andrà l’ultimo giorno di un luglio troppo isterico dal punto di vista meteo, speriamo di imbroccare la giornata giusta. Cerco qualche compagno di strada, ne troverò solo uno alla fine, ma che vale per dieci visto quanto ha saputo darmi sia umanamente sia dal punto di vista squisitamente tecnico. Viene da lontano, con un sacco di cose da raccontare e con quella luce che vedo accendersi negli occhi quando, ancora in auto, arriviamo a vedere la vallata di Briançon dove scaricheremo le bici ed inizieremo quello che per me è stato un piccolo viaggio di meno di cento chilometri sulla strada, ma anche un vero viaggio interiore a scoprire il sapore di sfidare un colle da 2360metri sul livello del mare con la bici non sbagliata, sbagliatissima proprio.

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Il percorso è il classico giro dell’Izoard, affrontando la salita dal versante storico, quello a sud. Il vantaggio è di avere i primi 50 chilometri molto abbordabili in un cosiddetto “mangia e bevi” ovvero una bella altimetria ondulata unita a dei panorami assolutamente mozza fiato per chi ama la montagna, con gole, rocce e laghi degni ognuno di una sosta e di qualche foto. Partiamo a metà mattina carichi di speranza nei cuori e di zuccheri nel sangue.

 

009Ma non c’è troppo tempo da perdere in foto e soste, dopo un inizio dove sento le gambe un po’ rugginose via via la strada mi dona energia. Sento sensazioni sempre migliori ma fino ad ora non ci sono grandi differenze rispetto ad esser con una bici da strada. Certo, ho mulinato nelle discesine ed mi son alzato sui pedali per superare qualche dislivello, ma questo pedalare a scatto fisso fino ad ora mi è del tutto familiare, gestisco con le gambe e apprezzo l’inerzia del fisso come sempre, come nel tutti-i-giorni cittadino da ormai qualche anno. Mano a mano che ci avviciniamo all’inizio della salita vera sento sia la smania di iniziare a scalare sia la paura di non farcela e dover per qualche motivo desistere e darla vinta alla montagna. Vedo Stefano molto più sereno e questo mi trasmette una piccola dose di tranquillità, lui ha già scalato sua maestà lo Stelvio ha una chiara percezione di cosa vorrà dire passare le prossime due ore in salita con una bici da pista con la consapevolezza che solo l’esperienza diretta può dare.

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Iniziamo, c’è ancora qualche breve tratto pianeggiante che ci fa respirare, la cadenza rallenta ma con qualche sforzo arriviamo in quel paesino da cartolina che è Arvieux. Da lì in poi sarà solo montagna con sopra di se una lingua d’asfalto che l’attraversa.

 

Dopo la breve pausa la salita si fa inesorabile e la strada nel primo tratto è caratterizzata da un unico lungo rettilineo in pendenza attorno all’8,5%. Far girare le pedivelle diventa una questione non più solo di gambe, tutto il corpo è convolto nel movimento e nel frattempo la mente è occupata a convincere il resto di me che si può fare, che non è così dura come temevo ma che non bisogna abbassare la concentrazione perchè ogni movimento superfluo è energia sprecata ed ogni spreco ha un prezzo da pagare. La cadenza è bassa (attorno alle 25-30rpm, per i tecnici) ma costante, la danza che così tante volte ho visto magistralmente eseguita dagli scalatori celebri del ciclismo di ieri e di oggi io la devo ripetere, ma in slow-motion, studiando attentamente ogni singolo istante della continua rivoluzione delle pedivelle. Tutto il corpo si muove in piedi sui pedali ma non c’è affanno, il cardiofrequenzimetro mi conferma che non c’è foga nei miei gesti e che cercare di accelerare equivarrebbe a far saltare l’equilibrio precario su cui si regge il mio avanzare. Non si tratta di fare una buona prestazione si tratta di ripetere quasi all’infinito una serie ben precisa di movimenti codificati, come in un’arte marziale dove al combattimento si affiancano anni di studio del portamento di ogni singolo colpo, fino a destrutturarne del tutto la loro complessità e ad interiorizzarne fino in fondo l’essenza. Ecco questo mi sta accadendo, sto prendendo a poco a poco una nuova, inaspettata e sorprendente consapevolezza di quello che il  mio corpo è in grado di fare, di come sia possibile trasporre il canonico gesto della pedalata su di un nuovo e più profondo piano. Non penso più a quanto manca alla vetta o a quanto dislivello ho superato, tengo il mio ritmo costante, necessariamente differente da quello di Stefano perchè nessuno è uguale all’altro e qui, oggi, non cerchiamo di competere, oggi cerchiamo un nuovo pezzo di noi.

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La salita è completamente silenziosa, i rumori della natura intorno diventano ovattati e ascolto in primo piano il rumore che emette la bici ad ogni pedalata, ogni volta che carico il mio peso per far affondare il pedale e nel contempo tiro con la gamba opposta per favorirne il movimento, il rumore è come uno “swoosh” flebile, gentile, seguito da un altro e poi un altro, monocorde a meno di impercettibili variazioni armoniche. Poco a poco mi rendo conto che io da qualche parte questo suono l’ho già sentito ma in un altro posto, in altre condizioni, ma è proprio quel suono lì. Ad un tratto capisco, non è una stupidaggine, quello lì è proprio il rumore del mare: continuo, inesorabile, noncurante di chi o cosa lo sta a sentire lui suona il suo invisibile spartito perchè così è deciso, quella è la sua natura. Oggi il mare lo sento quassù dove ora non crescono nemmeno più gli alberi data l’altezza e noi abbiamo ancora l’ambizione di salire più in alto. Sono come un violinista, l’archetto è quella sottile striscia di gomma della mia ruota posteriore, le corde sono quell’asfalto che ha visto migliaia di storie differenti su di se e che oggi ne racconta un’altra, probabilmente per la prima volta.

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Passa una mole di tempo che non saprei sul momento quantificare e quasi mi dispiace veder spezzato questo piccolo incantesimo, benchè a risvegliarmi sia il lunare e maestoso paesaggio della Casse Desertes, anzi a ben vedere ciò che ora vedo è del tutto simile ad un fondale oceanico riemerso e allora mi convinco ancor di più che per una volta ho sentito il suono del mare nel cuore delle Alpi, ne sono del tutto certo.

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025A questa incredibile fase ne seguono poi altre, molto meno interiori e (lo scrivo, perdonatemelo) Zen, dove la fatica e la concentrazione lasciano spazio alla gioia e alla soddisfazione di poter condividere con un amico l’esserci riusciti ed aver portato due bici da pista dove non erano mai state, ci sentiamo un po’ degli astronauti a pedali ed il paesaggio alieno aiuta parecchio. Veniamo poi anche avvicinati da un gruppo di motociclisti tedeschi incuriositi da quelle bici così spoglie ma che sanno dare così tanto ha chi ha la perizia di far di loro non solo un attrezzo sportivo, ma uno strumento per capire meglio il proprio corpo e quindi capire più a fondo anche se stessi.

 

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PS: ovviamente c’è stata anche la discesa come parte del giro. Stefano era brakeless, io no ma ho cercato di interpretarla come lo fossi. La differenza sta che lui l’ha affrontata con una sicurezza che mi ha quasi disorientato, io ora ho le braccia a pezzi, le vesciche ovunque sulle mani ed ho spolpato un Vittoria randonneur da 28mm che era nuovo di pacca…

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tre giorni per sentirsi un po’ bike messenger, i miei #icmc2014 a Milano

Lo so che sto scrivendo in assoluto fuori tempo massimo, ma è più una mia esigenza del voler lasciare qui sul blog una memoria dell’esperienza unica che ho avuto l’occasione di vivere in quei tre bei giorni dei primi campionati italiani di corrieri in bicicletta.

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Già dall’acronimo c’è un bel retrogusto di internazionalità: ICMC ok forse fa un po’ WMCA ma racchiude un progetto ed una voglia anche nella piccola (piccolissima…) Italia di iniziare a pensare a qualcosa di buono, quindi ICMC2014 ovvero Italian Cycle Messenger Championship, tradotto, campionati italiani per corrieri in bicicletta, prima edizione. In pratica una tre giorni intensa per celebrare prima di tutto quello che è un mestiere, antico come la bici stessa ma talmente moderno che può davvero rappresentare uno dei modi che le nostre città hanno di diventare vivibili (anzi sostenibili come si dice oggi) belle, nuove e soprattutto di nuovo centro delle occasioni per chi è giovane ed ha un’idea da sviluppare e far crescere. Oltre a questo è anche un modo per ritrovarsi, contarsi e riconoscersi anche tra chi questo mestiere non lo vive nel tutti i giorni ma che ne è affine e che ha capito che certo l’auto serve ma che tante tante volte se ne può anche far a meno e non per essere ecologisti-naturisti-viversaniebelli-alternativi-puristi-immacolati-senzapaura, ma perchè semplicemente ci conviene in termini di tempo e costi, due cose che di sicuro vi/ci stanno a cuore molto più dell’ambiente, almeno nell’immediato.

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Veniamo alla cronaca un po’ più spiccia. La mente di tutto questo è quel Matteo Castronuovo che da vero uomo del sud ci mette una passione sconfinata in quello che fa, fino in fondo. Così, invece di pensare al solo nostro “orticello” italico, pensa bene di invitare una buona fetta dei suoi amici e colleghi europei, e lo fa per un sacco di buoni motivi: in primis perchè se è vero che l’appetito vien mangiando allora da ICMC si potrà magari poi pensare a dei ECMC dove E sta per Europa, con tutta un’altra dimensione e peso, poi perchè è bello esser tra gente nuova e diversa ed uscire un po’ dagli schemi classici e poi perchè (questo lui non ce l’ha detto prima…) i ragazzi dal nord Europa sanno fare questo mestiere come pochi altri e magari vengono qui a farci vedere come si fa, senza presunzione, ma con il rigore e l’efficienza che solo chi è nato al freddo sa attuare (andrà a finire esattamente così, ma non anticipiamo troppo).

Si parte il venerdì dal Vigorelli, vero tempio del ciclismo mondiale oggi ancora girante addormentato ma chissà, arrivano un po’ tutti alla spicciolata, magari a gruppetti ed il giro di saluti mi diventa subito più lungo che ad un matrimonio nel salento, ma altrettanto piacevole. Il bello è che nonostante tutto va ancora di moda l’abbraccio, pure tra maschi (sarà lo scatto fisso mi sa…) il che crea davvero una connessione forte, molto più forte che in altri ambienti. Qui si corre e si scanna lo stesso ma prima ancora ci si aiuta, ci si sostiene vicendevolmente e con un ospitalità che io ritrovo solo nei racconti della grecia classica.

Partiamo con l’alleycat riservata ai corridori di fuori città (out of town – OOT – per farla anglosassone) siamo quasi una cinquantina, metà di questi non italiani, organizza il buon Benza VeganGrizzly. Quel guascone di Andrea, che mi conosce e sa benissimo che ho abitato in Milano e che ci scorrazzo fin troppo spesso, inizia a dire a tutti: “follow this guy, he knows the streets!” Grazie per la manata di stress da responsabilità skilly, davvero Sorriso .

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0123,2,1 via! nella classica, bella quanto inutile corsetta iniziale dell’alleycat mi cade la mappa dalla tasca, non la ritroverò più. Poco male ho quella di riserva, peccato che abbia un po’ troppe alley sulle spalle e ne porti i segni sulla carta fin troppo evidenti: sembra la sacra sindone in pratica, non ci arrendiamo. Io e Pier da Bologna iniziamo a segnare i punti sulla mappa, sono 4 prese e 4 consegne in ordine libero, fattibile, si salta in sella.

Subito io e Pier ci troviamo a guidare un bel plotone di una dozzina di ciclisti, che dire indisciplinati è ancora poco. Parliamo italoinglese, escono neologismi ad ogni svolta, Milano ci accoglie tutto sommato bene, sarà che è un weekend di ponte lungo e che è ora di cena, ma riusciamo a girare molto bene e soprattutto in maniera organica, senza mai tornare sui nostri passi e soprattutto senza sbagliare clamorosamente direzione. Bello anche vedere sempre facce amiche ai checkpoint, l’alley scorre via liscia, momento migliore il lungo drittone di via Monza fatto avanti e indietro per arrivare fino alla Martesana, trovando al ritorno un filotto di semafori verdi meglio di un incastro magico di Tetris! Alla fine mi classifico attorno alla ventesima posizione, va bene, era un warm-up e la soddisfazione in un alleycat è chiuderla nel tempo limite (o vincerla chiaramente) le mezze misure non ci piacciono.

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La festa poi prosegue al Vigorelli, tra salamelle e birrette, senza esagerare però che domani ci sono le qualifiche!

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Ed eccoci al mattino di sabato, belli freschi e riposati. Arrivo a metà mattina al parco Lambro, quello che ormai è non solo il centro di questa manifestazione ma è il vero cuore pulsante di tutto il circuito ciclistico milanese d’inverno come d’estate.

008Sbrigo le procedure di registrazione ed in poco tempo sono già sul percorso a provare ed iniziare a memorizzare tutte le regole e le scorciatoie di quella che a tutti gli effetti è una vera e propria città in miniatura, con ponti, salite, discese, fiumi, scale e ben dodici punti dove fare prese e consegne. Si parte finalmente, 90 minuti secchi per fare più lavoro possibile, regola ferrea: ogni minuto di ritardo annulla una consegna, tutti avvisati.

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859925_10152083432363325_5066339902329771087_oInizio abbastanza bene, la mappa che ho fascettato sul manubrio è chiara e ben leggibile e gli appunti segnati con il pennarellino sono funzionali. Oggi (come ieri, chiaramente) uso la mia bici da città che mi tiene compagnia da ormai molti anni, telaio da corsa di fine anni 70, un po’ come me, e ruota fissa ricavata da un mozzo mtb anteriore, un vero carroarmato, il rapporto 43-17 si rivela persin duro per scalare la collinetta che porta ad un paio di check, mentre è chiaramente troppo corto quando si tratta di fare il giro dell’anello delle criterium sapientemente messo a circolazione  a senso unico. Vedo gli stranieri con rapporti  ben più lunghi del mio comunque letteralmente mangiarsi le salitine, volare sull’anellone e non sentire il pavè dissestato di alcuni tratti… scoprirò che non stanno dando nemmeno tutto perchè hanno nel mirino la finale, impressionante. Io non demordo, riesco a spingere bene e sto costantemente a tutta pur di completare il manifest delle consegne. Ci riesco, ma per un mio grossolano errore di valutazione finisco cinque minuti in ritardo, ergo, cinque consegne cancellate. Disperazione. So di aver fatto un buon lavoro, al meglio delle mie possibilità, ma temo di non esser passato dato che solo in 35 accederanno alla finale. Risultati a sera!

Sfinito dalla stanchezza riesco a farmi una doccia e a mangiarmi un buon gelato, poco a poco tornano un po’ di energie ma il mio fisico si rifiuta di partire all’alleycat che ci sarà di lì a poco, benchè si chiami Private IV e sia l’alley più importante della stagione. Non riesco però a starmene con le mani in mano (vabbè gambe in gamba non suonava bene) e mi offro per gestire un checkpoit, una cosa che non ho mai fatto, magari è divertente. Ne assegnano uno comodo, conosco bene la strada per arrivarci ed è sotto un ponticello, mi fa compagnia in buon Gufo come me vero entusiasta di questi ICMC e grande appassionato di kebab, appena arrivati infatti va subito alla ricerca del kebabbaro più prossimo e tornerà di lì a breve con il divin panino. Ho scritto che è sotto un ponticello non a caso, dopo poco dall’inizio della gara inzia un temporale intenso, noi al riparo siamo testimoni dell’arrivo di gruppi di corridori in condizioni davvero limite, ma non così limite come i manifest che ci chiedono di firmare, talvolta divenuti degli ammassi informi di cellulosa o poco più.

Storia nella storia, arriva il mio pupillo Eddy, lo vedo però con lo sguardo perso, ha appena bucato. Decidiamo al volo di scambiarci la ruota (per fortuna l’anteriore) e lui può ripartire di slancio, io ho tutto il tempo di cambiarmi la camera fino alla fine del tempo limite. Scoprirò dopo, rientrato al Lambro, che questo gesto gli ha permesso di vincere la sua prima alleycat, ed iniziare vincendo una Private fa davvero sperare nel buon futuro del ragazzo.

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Scocca l’ora di chiusura del check e se per caso lassù qualcuno ci ama quella sera ci stava osservando per benino, ripartiamo alla volta del Lambro che ha appena smesso di piovere, l’aria è fresca ed arriviamo al quartier generale degli ICMC da asciutti, gli unici su più di ottanta persone, mi sentivo quasi a disagio, ma il fisico ho ringraziato.

Passano momenti di trepidante attesa, Matteo ed i ragazzi dell’organizzazione sono riuniti in un conclave serratissimo per conteggiare tutti i dati delle qualifiche, mi affaccio un paio di volte fino a meritarmi delle minacce… resto in attesa. Ad un certo punto li vedo uscire, Matteo mi guarda e mi dice quello che tutto subito fatico quasi a realizzare: “sei in finale”. BUM!

Il terzo giorno dei campionati subisce un po’ di rivoluzioni negli orari, ci si adegua e si correrà nel primo pomeriggio, questa volta saranno due ore piene di consegne nella mini-città con un monte di lavoro molto superiore, giusto per far salire l’ansia ai corridori. Oggi non ho più la “blue bike”, sulla scorta della performance di Andrea ho optato per usare la mia Zino da ciclocross che si adatta perfettamente al percorso e con le marce consente di salire al meglio la collinetta e buttar giù denti quando c’è da correre sui lunghi rettilinei dell’anello criterium. Le gambe hanno riposato, la gioia di essere tra i finalisti è enorme, la voglia di far bene ancora di più, l’entusiasmo di avere la mia famiglia accanto è la vera benzina della giornata.

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Parto bene, riesco ad organizzare le varie prese e consegne in modo piuttosto proficuo e nel rispetto delle regole scritte, su questo c’è giustamente molta rigidità e non si ammettono eccezioni, in breve il primo manifest è consegnato.

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Questa volta non è come nelle qualifiche, un singolo secondo di ritardo oltre il tempo limite squalifica il corridore, l’occhio al mio orologio cade costantemente. Il secondo manifest è più semplice come organizzazione del lavoro ma i percorsi sono decisamente più lunghi e la fatica inizia a farsi sentire, ma ad ogni check trovo acqua in abbondanza oltre alle belle facce amiche che mi incitano a dare tutto. Riesco ad iniziare anche il terzo manifest. Scoprirò che questo farà, e di molto, la differenza per la classifica finale. Mi accordo che mancano pichi minuti al termine quando sento che le mie gambe avrebbero voglia di fare ancora molto, ma come dice sempre Matteo, è la testa che deve fare da padrona, sempre. Decido di consegnare un po’ in anticipo e mi sento soddisfatto della prova, le sensazioni sono state ottime, la giornata splendida che chiude un weekend davvero unico e penso irripetibile.

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A distanza di un giorno arriverà anche la classifica finale. Diciassette nomi soltanto sui 35 finalisti, diciassette che hanno avviato le consegne del terzo manifest e chiuso nel tempo regolamentare la prova, di questi ben dodici sono stranieri a dimostrazione che loro sanno come si fa e ancora una volta ci insegnano a prendere le cose con il giusto spirito e la necessaria concentrazione. Restano cinque italiani, beh, sono tra quei cinque.

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La soddisfazione è enorme, non in quanto mi senta particolarmente bravo o migliore di altri, ma per quanto sia riuscito a mantenere la calma e la lucidità per tutto il corso della gara e dei tre giorni, per l’esserci stato ed aver vissuto a contatto con chi fa di questo un lavoro ed ancor più uno stile di vita e per aver saputo interpretare al meglio anche questo aspetto del ciclismo, così distante dalle gare classiche fatte di tatticismi e a volte qualche furberia. Per la serie “se non provi non puoi capire fino in fondo” ecco gli ICMC sono stati un’occasione unica per essere dentro una comunità in genere un po’ chiusa e poterne condividere tutti gli aspetti, da quello festoso (e a far festa ne sanno un tot) a quello di solidarietà ed unità tra chi lavora sulla strada tutto l’anno, con il sole a picco o la pioggia battente, non conta, conta solo  consegnare velocemente ed in sicurezza tutto quanto riesca a stare nella borsa dietro la propria schiena. Il problema ora è la voglia di sostituire alla I di ICMC una E, o magari chissà una W… alla prossima!

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