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Saper fare tutto bene – OMNIUM race (e divagazioni varie su che cosa è una gara in #pista)

La primavera è sbocciata e oltre ai fiori si aprono anche i velodromi all’aperto. Una delle cose più divertenti ed allenanti, ma anche a loro modo difficili, è gareggiare in pista in una cosiddetta “riunione”. Ora vi racconto di cosa si tratta.

(lo stesso articolo lo potete trovare qui insieme a molte altre cose interessanti!)

A meno che non siate già dei pro della pista (e se mi leggete qui in tutta onestà ne dubito) vi segnalo che il bello delle gare amatoriali in pista è lo sfidarsi in 4-5 discipline diverse nell’arco di un pomeriggio o di una sera. La differenza con una gara secca su strada, mtb o ciclocross è che qui diventa fondamentale sapersi gestire nell’intero arco temporale dell’evento, dove non si può mai abbassare la tensione agonistica.

In breve, una omnium classica così come interpretata anche alle olimpiadi è composta da ben 6 prove in quest’ordine:

– Giro lanciato

– Inseguimento individuale

– Corsa a punti

– Corsa ad eliminazione

– Scratch

– Chilometro da fermo

Molto spesso però, nelle gare amatoriali la si riduce a 3 discipline: giro lanciato, corsa a punti (o scratch) ed inseguimento individuale. Il problema essenziale è che le tre discipline, benché si tratti sempre di ciclismo su pista, sono del tutto antitetiche tra loro: allenarne una sola significa perdere molta prestazione nei confronti delle altre. Analogamente, il giorno della gara, andare in fuori giri in una comporta letteralmente il “saltar per aria” nelle restanti. Oppure, cosa forse ancor peggiore dato che fa salire un rimorso notevole, risparmiarsi troppo all’inizio e avere risultati al di sotto delle proprie potenzialità per il timore di “bruciarsi” subito.

Come si può capire l’equilibrio è molto delicato, ritrovarsi a fine gara a fare i conti con un classifica impietosa o salire sul podio con una bella bottiglia di vino come trofeo sono due situazioni molto più vicine di quanto si possa pensare. Ora proviamo a raccontare qualcosa in più.

Una delle cose che ritengo importanti è una delle più semplici: arrivare in buon anticipo! Pare banale, ma non lo è. Si viaggia in auto sereni, senza correre che quello sarà da fare dopo (anche se abitate vicino al velodromo prima o poi la trasferta vi toccherà) ci si distende mentalmente e si pregusta il bello di essere in pista a sfidarsi. Non avere l’ansia di non fare in tempo causa traffico o di arrivare trafelati si porta via una grossa fetta di concentrazione mentale e purtroppo le gambe seguiranno i nervosismi della testa, evitate.

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Riscaldarsi senza spendere troppe energie. Il primo scoglio è sempre il giro veloce, la specialità più breve di tutto il ciclismo, ma non per questo la più semplice. Ci si deve arrivare con le gambe “calde a puntino” ma con ancora tutto il 100% della esplosività che possono dare. Lo sprint è la regina delle gare in pista e va sempre onorata. Scaldandosi sui rulli si deve cercare di salire man mano con il ritmo cardiaco e di dare una o due “sgasate” ad alta cadenza, di modo da avere il motore preparato a dare il massimo nel puro sforzo anaerobico. Infatti dopo il giro lanciato non ci si sente stanchi, non nel senso classico del ciclismo, l’errore peggiore però è dopo il giro lanciato rientrare e stare fermi, ecco quello è come spararsi nelle gambe. Indispensabile quindi riprendere subito a far girare le gambe e far riassobire lo sforzo muscolare. Ci va una buona dose di testa per agire in questo modo; di solito ci si ferma per parlare con gli avversari (che almeno nel “nostro” modo delle gare amatoriali in pista sono sempre anche amici e spesso veri maestri) o ci si siede e si beve qualcosa, dato che la giornata di gare è ancora lunga. Ecco, non fatelo e imponetevi questa piccola violenza di risalire sui rulli, in fondo bastano solo 10-15 minuti.

box2A proposito di rulli, specie nelle gare in pista sono un gran sostenitore dei rulli liberi, quelli a tre cilindri. Enormemente più pratici di quelli fissi a cavalletto, sono anche un vero viatico per chi vuole aumentare l’eleganza e l’efficienza della pedalata. Insegnano a stare in equilibrio, a “sentire la bicicletta sotto di noi e portano enormi vantaggi quando poi ci si troverà a pedalare in un folto gruppo su strada. Hanno anche un costo relativamente basso e si trovano abbastanza facilmente sull’usato, pensateci.

 

Si passa poi alla corsa di gruppo, che sia a punti, scratch o eliminazione poco conta ai fini del corretto approccio, e nuovamente toccherà scaldarsi a dovere, non senza aver fatto anche un buon riferimenti di zuccheri. Sarà la gara più lunga di giornata ed essendo una corsa su pista chiaramente non si beve e non ci si alimenta in corsa. Sicchè ci si deve pensare prima, senza esagerare ma si devono avere le risorse per essere efficienti in tutto l’arco della gara anche perché tutte le corse di gruppo sono in crescendo: si parte ad una buona velocità e via via si va aumentando il ritmo. Per chi ha più set di ruote trovo utile fare questo riscaldamento con un pignone di uno o due denti in più di quello che si è usato nel giro lanciato. Infatti, per stare in corsa e non arrancare sugli scatti, quelli ripetuti nelle volate di una corsa a punti ad esempio, il segreto è di avere una buona agilità che consente accelerazioni molto più repentine e meno dannose per le gambe. Per questo molti corridori usano un dente in più anche in gara, ma scenderemmo in considerazioni un po’ troppo ampie per questo spazio.

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Finita la corsa di gruppo subito reintegrare zuccheri e liquidi ma soprattutto non abbassare la concentrazione! Il lavoro non è finito, spesso la disciplina di gruppo ci lascia svuotati di energie sia fisiche sia mentali data la battaglia sul filo di scie e scatti. Invece si deve cercare di dimenticare alla svelta ciò che è successo per concentrarsi sull’ultima disciplina, dove l’avversario sarà ancora più implacabile perché sarà il semplice ed inesorabile scorrere del tempo.

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Nuovamente ci si ritroverà sui rulli con un differente assetti di guida dato che entrano in gioco le prolunghe da crono. Si percepiranno così le diverse fasce muscolari che alimentano l’azione della pedalata, per fortuna ancora non troppo stressate dal lavoro svolto fino a qui. Per quanto possibile ci si deve concentrare sulla posizione da mantenere, sia sotto l’aspetto della compostezza sia, soprattutto, curando la respirazione e usando molto più il diaframma rispetto a quando si è soliti fare. Nell’inseguimento è fondamentale conservare un buon ritmo dall’inizio alla fine, stando molto concentrati nella guida per non sbandare e fare così più strada e non scomponendosi per non offrire il fianco alla malevola ed implacabile resistenza dell’aria al nostro incedere. Qui è la mente a farla da padrona, vuoi perché le gambe iniziano quasi da subito a fare male e a dar segnali di cedimento, vuoi perché i due terzi di gara ci hanno già fatto capire se è una buona giornata o meno. Serve tutta la concentrazione possibile per muovere il nostro corpo come fosse una macchina nata per pedalare. Sono pochi chilometri da affrontare ma mai come ora assumono la valenza di “eterni” nel passare sotto le nostre ruote. Non abbassate la guardia, non scomponetevi, è peggio calare leggermente il ritmo restando composti che muovere il busto ed aprire i gomiti o peggio alzarsi sui pedali a rilanciare, l’aerodinamica non perdona, così come il cronometro.

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A questo punto la fatica è compiuta, se nell’arco dei successivi 2-3 giorni non avete altre gare potete davvero rilassarvi, diversamente ancora qualche minuto a far frullare le gambe potrebbe salvarvi il prossimo appuntamento. Il bello ora è godersi le sensazioni che ci regala il nostro corpo. Sentirsi stanchi e soddisfatti per aver espresso tutto ciò di cui si è capaci ed assaporare il divertimento che c’è nella sana competizione tra avversari leali in pista ed amici quando si è giù dal sellino.

Vi aspetto alla prossima gara, non abbiate timore a sfidare prima di tutto voi stessi. La bici da pista già ce l’avete, giusto?

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ragione e sentimento parlando di @campagnolosrl e di #ciclismo

da troppo tempo volevo scrivere il mio punto di vista sull’argomento e ancora a adesso non so dove andrà a parare l’articolo, ma una cosa è certa: Campagnolo non la scegli facendo una comparativa su pesi, prezzi, misure e recensioni scritte sulle riviste specializzate…

 

Se capita, ti capita da giovane. Io, complice lo zio appassionatissimo, mi ci son scontrato nella classica età in cui non sei nè uomo nè ragazzino e per qualche alchemico motivo la tua mente possiede una miriade di recettori in più, tutti maledettamente consapevoli, a differenza di quando eri bambino. Così, zio Paolo, stufo di vedermi su quel macigno di mountain bike (sgraziato, pesante, con le ruote piccole e grasse) mi disse: “domani vieni in bici da corsa con me, facciamo anche un po’ di salita”.

Non sapevo che aspettarmi, vedevo il ciclismo classico solo come quella mezza giornata di svago quando alle elementari ti portavano a vedere il passaggio del giro

Certo, di per se era una festa, anche se non capivo chi era il festeggiato, ma un pomeriggio al sole di fine maggio a quell’età ti lascia sempre un bel ricordo.

 

 

Arrivo a casa sua e le bici sono già lì nel cortile che ti aspettano, una bianca ed una celeste: la seconda, di poco più piccola, sarà mia per un giorno (la prima la riceverò in eredità molti anni dopo, ma questa è un’altra storia). Zio inizia a spiegarmi come frenare data la loro posizione su quello strano manubrio e, soprattutto, come cambiare rapporto. Ma quasi non ce n’è bisogno. Resto incuriosito ed incantato a guardare quei meccanismi così complessi e così semplici al tempo stesso, non trovo artifici o prodigi in quell’insieme di cavi, molle e rotelline, anzi, sforzandomi un po’ trovo tutto intuitivo nella perfetta sintesi di quello che poi scoprirò guiderà anche una parte dei miei studi: forma e funzione uniti strettamente insieme, unicamente al servizio delle esigenze di chi le andrà ad utilizzare. Partimmo subito e inutile dirlo che, complice il lungo falsopiano in discesa, fu amore alla prima pedalata. Scorrevole e silenziosa, questo mi impressionò, non c’era più il sottofondo dei tacchetti che mordeva l’asfalto, ma un fruscìo dei tubolari accompagnato a volte dal ticchettio cristallino della ruota libera. E poi i cambi, quelle due leve al telaio che comandavano i parallelogrammi, aiutandomi tanto in pianura quanto nella lunga salita finale, faticosa ma che premiava con una stupenda discesa dove sempre si torna bambini, ogni volta, ancora oggi.

“Cambia con decisione e ascolta quello che ti dice la catena, sarà lei a farti capire quando è in posizione giusta” le parole sentite quel giorno continuarono a riecheggiarmi nella testa per tantissimi anni. Abbandonai infatti i cambi al telaio molto tardi (2006) semplicemente perchè non sentivo esigenze diverse. Mi son dovuto ricredere: i pedali a sgancio e le leve con i comandi integrati sono due vere e proprie rivoluzioni, che se da un lato rendono molto più piacevole e redditizia la pedalata, diventano proprio insostituibili nelle situazioni di gara, dove da qualche anno mi trovo a navigare, anche se, come si dice, il primo amore non si scorda mai.

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Un po’ per coincidenze ed un po’ per scelta, da un passaggio all’altro la constante è sempre stata quella scritta in corsivo sui componenti. quella “C” che racconta di un passato fin troppo epico, ma di base animato dal processo più semplice del mondo: esigenza – idea – prodotto – uso. Al giorno d’oggi tutto questo è ormai affollato da troppi orpelli tipo marketing, focus group, ricerche di mercato ecc…ma a me piace ancora pensare che in quel di Vicenza ci siano persone dalla visione chiara, che vogliono solo creare il miglior prodotto possibile per le esigenze di chi fa della bici non solo uno strumento sportivo, ma un tramite per migliorare se stessi, non solo fisicamente.

Ed alla fine mi trovo da anni a compiere lo stesso divertente gesto, forse anche un po’ snob, al termine di ogni salita, allo scollinamento, ancora in presa alta, allungo solo il mignolo della mano destra e “clack” scalo qualche pignone, quasi come il gesto del fine sorseggiatore di caffè. Ne apprezzo anche il rumore, secco e preciso nella calata dei pignoni, così diverso dai gruppi concorrenti, ma come dice un mio amico toscano: “in gara l’è mejo, così tutti gli avversari sentono che te tu ne hai perchè ha tirato giù tre denti  e l’inizian a hacarsi sotto!”

Infondo sono solo oggetti, ma mi piace scherzosamente accostare i tre grandi marchi di gruppi da ciclismo alle donne dei loro rispettivi paesi… C’è la novità e l’esuberanza delle americane, in forma perfetta, veloci e leggere, con il loro entusiasmo e qualche grossolanità ancora da limar via… a volte difficili da capire nel loro slang ma vincenti per natura. Poi le giapponesi, consapevoli del loro grande equilibrio tra tradizione ed innovazione, sempre silenziose, mai fuori posto, mai appariscenti o sopra le righe; al servizio incondizionato dei loro compagni…ma sotto sotto un po’ freddine e povere di personalità.

001E alla fine arrivano le italiane, ancora più difficili da capire ed assecondare (regolare). Si pongono sempre a pari livello di chi le accompagna, spesso tenendo loro testa. Non sono maniache del fitness e del peso, ma hanno sempre le curve al posto giusto. Affascinanti mai per un unica ragione, ma per un insieme di indecifrabili fattori, che noi semplici uomini (corridori? ciclisti?) non capiremo mai, ma ne restiamo innegabilmente affascinati. Poi capita, e non di rado, che quando tutte le combinazioni sono in sincronia tra loro, si instaura una complicità che difficilmente si riesce a dimenticare.

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150km (circa) #senzasmetteredipedalare la mia #MiTo2013 @ciclistica

non è per fare la retorica ed agiografia al movimento dello scattofisso, ma era davvero due anni tondi che aspettavo questa giornata, e di nuovo la piccola magia si è avverata…

flyer

Questa volta la domenica è prenotata da tempo, nessuna scusa, meteo o eventuali scioperi dei treni… no, questa volta l’obiettivo è chiaro e lampante: si va da Milano a Torino, più precisamente dal velodromo Vigorelli al motovelodromo Coppi. Poche regole, una bici a scatto fisso, con un freno, il casco e via per qualcosa intorno ai 150 chilometri, giocoforza senza mai smettere di pedalare e magari senza mai fermare la bicicletta, che tanto alla fine sono meno di cinque ore in sella, roba che per un pro del ciclismo passa come allenamento di media intensità.

Ma qui è tutto diverso, non è una gara vera e propria, anche se davanti è una vera guerra, non è una gita, ma se ti fermi a metà in trattoria per un filotto di primo-secondo-caffè-ammazzacaffè non ti può dire nulla nessuno. Insomma, ognuno la può vivere a suo modo certo del fatto che esserci diventa il vero motivo di prestigio e varcare il traguardo di Torino diventa una qualcosa che ti ricordi per sempre, nemmeno ci fosse un tatuaggio sulla pelle a fartelo presente per tutti i giorni successivi.

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Arrivo in treno, ormai soluzione collaudata, la differenza è che questa volta al Vigorelli ci so arrivare quasi ad occhi chiusi, stante ormai il mio rapporto con la Gotham-Milano-city. Dalla stazione in poi guido il gruppetto dei torinesi con una certa sicurezza e l’aria frizzantina ed il fruscìo delle bici già mi fa stare maledettamente bene: vado a fare a mio modo una piccola impresa e lo faccio intorno a gente che condividerà con me gioia, passione e sofferenza nel fare quello che più ci piace, pedalare.

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Poco tempo per chiacchierare da fermi, l’ora è giunta e in un baleno mi ritrovo nella pancia del gruppo a percorrere quegli impersonali vialoni che portano fuori città, verso ovest, verso Abbiategrasso, dove forse qualcuno inzierà a scoprire le carte. Invece complici un po’ di nebbia e un certo freddo/umido, si resta ancora abbastanza serrati, anche consci del fatto che la strada è ancora molta e soprattutto con il passare delle ore il sole farà il suo dovere, diradando la nebbia e scaldandoci al punto giusto per portare i nostri “motori umani” in temperatura. E’ infatti non appena varcato il Ticino che si rompono gli indugi ed i soliti noti (nonchè amici veri) iniziano a fare selezione a base di allunghi e progressioni senza troppa cattiveria, che non è una criterium, ma mano a mano che la strada scorre veloce sotto le nostre striscette di gomma siamo sempre un po’ meno, anche se nessuno è ancora a gas aperto.

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Poi la musica cambia. Dopo una sosta non troppo simpatica, per sincerarsi delle condizioni di un ragazzo caduto, si riparte consapevoli che da qui in poi, nell’ultimo terzo di strada, non si fanno prigionieri: o si tiene e si va davanti a tirare secondo il proprio turno o si resta indietro. Complici le gambe ancora fresche ed un rapporto indovinato non ho particolari problemi a stare con loro, benedico anche le prolunghe da crono, che servono poco, ma quando servono capisci che ne valeva la pena, si riesce anche a cambiare lo stile di pedalata, interessando qualche muscolo diverso che ha ancora qualcosa da dare.

Il sole ormai è alto, sembra di essere davvero sospesi nel nulla tra le due città, qualche raro indizio che il mondo anche oggi sta comunque andando avanti, ma noi siamo lì, sospesi tra la strada fatta e quella da fare, con la concentrazione alta perchè abbiamo già visto che ogni distrazione si paga cara (perdendo il gruppo) o carissima (finendo a terra).

Arriviamo a Chivasso (aria di casa) che fa la figura di un piccolo Aremberg, con un tratto piuttosto lungo di pavè, per altro pedonale e ci capitiamo guarda caso in orario di messa domenicale. Ci va tutto bene, ma a molti di noi son spuntati anche occhi sui gomiti a forza di far attenzione alle mille persone che ci passano a fianco, chi arrabbiata (ok, scusateci) chi incuriosita, chi quasi ammirata al vedere un manipolo di ciclisti che sembra avere il diavolo alle costole quest’oggi.

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Il comune di Settimo Torinese opera la selezione definitiva, non tanto per le gambe ma per chi ha saputo mantenere la maggior lucidità possibile, la sua urbanizzazione totalmente casuale la fa diventare il vero boia della corsa. Chi ricorda come un film gli anni passati non sbaglia, chi ha la necessaria freddezza per tenere le ruote giuste si infila nello stretto corridoio della vittoria. Ci sta, le corse sono così, questa corsa ancora di più.

La nostra scelta non è delle migliori, ma non ci perdiamo d’animo e continuiamo a fare quello che ancora ci riesce bene, pedalare forti e compatti, fino all’arrivo, dove c’è già qualche ciclista di troppo ad aspettarci (secondo le nostre previsioni) ma dove la iniziale piccola delusione si scioglie in una serie di abbracci e strette di mano, seguita dal tifo e dall’incitamento per i tanti che arrivano, chi in gruppo chi in solitaria, ognuno a suo modo un eroe.

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Si va così a concludere quello che sembra un viaggio nella pianura padana tra due grandi città, ma che per molti, smaltite le varie componenti di adrenalina, endorfina ed acido lattico, rappresenterà anche un viaggio alla scoperta di quello che possono fare la nostra testa ed il nostro corpo, se motivate come si deve. Alla fine la frase che sento di più echeggiare di fronte alle meritate birre fresche è: “ci vediamo il prossimo anno, vedrai”.

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PS: lo stesso report lo potete leggere, con foto molto più fighe, anche sul nuovo blog di fixedforum, un grazie a richard e ciaba per il supporto e la fiducia!

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cinque e non più cinque, il racconto della mia #Finalleycat #Torino #alleycat #fixedforum 2013

ultima? penultima? alleycat d’addio? ma soprattutto… ci interessa davvero tutto questo? o ci interessa invece sapere che questo sabato ci siamo goduti una delle gare urbane torinesi migliori di sempre? a me a conti fatti è andata fin troppo bene…

 

finalalleycat_flyerFacciamo pure outing: sono le gare dove mi trovo meno a mio agio le alleycat! Perchè? Semplice. Perchè le corro sempre con un’ansia tremenda addosso: di non fare il percorso più redditizio, di aver dimenticato un check, di aver sbagliato una svolta o di non averla fatta “quella” svolta al momento giusto. Per contro sono anche le gare dove all’arrivo ho il maggior senso di liberazione, una roba catartica proprio.

Ma come si può non presentarsi per dare il meglio nella gara di casa, insieme agli amici con cui ormai da anni condivido la mia irrefrenabile passione, e con l’aggiunta che (forse, pare) sia l’ultima alleycat a portare il prestigioso marchio 10CENTO? Ed infatti nonostante tutto faccio i salti mortali per esserci e al solito il pre-partenza è un fiorire di saluti e abbracci, sotto a sparar cazzate un po’ con tutti anche (o soprattutto?) per spezzare quel sottile velo di tensione che mano a mano inizia a salire. Questa volta, come nel 2011 ci sono anche due ragazzi di UBM Milano, loro che davvero fanno il lavoro di corrieri in bici (o dovrei dire bike messenger?) sempre in città e con ogni condizione meteo possibile. Apprezzo molto il fatto che dopo i canonici 5 giorni di fatica, prendano e si facciano 140km in auto per venire a “replicare” in versione agonistica quello che è il loro vissuto quotidiano, una testimonianza non da poco.

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I ragazzi dei 10cento sfoderano subito il loro primo tranello: alla partenza non ci sono i tradizionali manifest, ma questi sono da andare a prendere in due distinti posti, in modo da stroncare sul nascere tutti i tatticismi e i giochi di squadra che ormai caratterizzano ogni gara, chiarisco subito: appoggio al 100% l’idea, il corriere nel suo lavoro non si porta dietro gambe e teste di ricambio, eticamente andrebbe corsa in perfetta solitudine, poi ovviamente è anche una sorta di gara/festa/celebrazione quindi lo spirito aggregativo non è da condannare, ma di mio ho sempre cercato di non approfittarne troppo.

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Sorte vuole che proprio con Daniele e Matteo mi trovi ad iniziare la corsa.. si parte con il primo scoglio, quella minuscola quanto graziosa piazza Mollino che mi mette in pesante difficoltà. Ci arriviamo impiegandoci un po’ troppo tempo, ma conservando ancora la lucidità necessaria per mettere giù l’itinerario dei 10 checkpoint. Già detto da tutti ma è qui che si decide il destino della propria gara: saltare un check o mal distribuirlo nella pianificazione dell’itinerario vuol dire non solo non vincere (e vabbè, conta fino ad un certo punto) ma significa farsi chilometri e chilometri in più in città, facendo crescere a dismisura proprio quel senso di frustrazione che vi ho raccontato all’inizio, ed è davvero brutto pensare di dover poi aspettare un altro intero  anno per avere una nuova occasione di far bene nella propria città.

La prima parte di gara vera è quindi per i vialoni torinesi proprio con gli UBM in trasferta. Mi fanno capire subito che girare brillanti in città è un conto, ma andare forte in città è tutto un’altro! La grinta, la scioltezza, l’agilità ed il senso del “rischio calcolato” che hanno questi ragazzi è una spanna sopra il mio e non c’è nulla da fare. La gamba la si allena, ma la testa e la sensibilità ad andare in bici nel traffico non si inventano, si chiama stoffa o (volendo) talento.

Matteo UBM nel traffico torinese = manate!

 

Ci perdiamo di vista nel miglior/peggior check dell’intera alleycat. Peggiore perchè vorrei conoscere quell’urbanista disturbato mentalmente, il quale ha deliberatamente deciso che via Aosta dovesse essere divisa in due tronconi interrompendosi per poi ricominciare proseguendo con la numerazione dei civici, se stai leggendo fatti vivo, che ho un paio di cosette da dirti… Ma nel contempo anche check migliore perchè una volta trovato compaiono di fronte a me proprio i ragazzi di Aosta (grandi!) che in costume tradizionale propongono un mix altamente esplosivo fatto di pane, formaggi, salumi tipici e l’immancabile grolla probabilmente caricata al vetriolo per la golata che ho potuto dare.

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Riparto ormai da solo ma, per fortuna con le idee chiare sulla successione dei check decisa e con la gamba che risponde bene. Ed è bello, anzi bellissimo, arrivare trafelato ad ogni punto della città trovando sempre volti amici, con cui hai condiviso e condividi qualcosa e ricevere sempre un “in bocca al lupo” o un “daje!” che è meglio di una palata di carbone buttata dentro la caldaia di una locomotiva a vapore.

tracciato

L’ultimo punto chiave lo conosco bene, è in centro e ci arrivo finalmente senza riguardare la mappa lungo il tragitto. Ovviamente non è l’arrivo, ma da lì in poi metto una sorta di pilota automatico. Gli ormai due anni passati in bici per Torino tornano utili e la rotta nasce da se. Arrivare al traguardo con i crampi che iniziano a gridar vendetta per non aver bevuto per le due ore e un quarto della mia corsa sono l’inevitabile scotto da pagare, ma è fatta! Finalmente anche una posizione in classifica che mi onora e ripaga dei tre anni passati ad inseguire e a metter da parte esperienza.

Aveva ragione Aldone, le alleycat non sono gare come le altre, c’è quel qualcosa in più che le fa rendere dannatamente affascinati ai miei occhi e fa sì che ogni volta che mi trovo post corsa a sorseggiare la meritata birra (vero pane liquido), il mio pensiero inevitabilmente inizia a muoversi veloce, verso quella che sarà la prossima sfida dei corrieri di città.

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PS: divertente siparietto post gara con il debutto in società della mia nuova bici da ciclocross…ammiratissima… ma questa è un’altra storia che merita di essere raccontata per bene, quindi, state sintonizzati!

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e dopo aver assaggiato la #pista, se provassimo il #keirin ?

Visto che molti che ora leggeranno questo articolo probabilmente oggi hanno ancora quei bei residui di acido lattico nei muscoli che la pista regala. Ancora con le narici piene di quel sottile aroma dell’abete svedese dove ieri hanno solcato le nostre ruote, vi lascio di seguito il pezzo che avevo scritto per Cykeln Mag inerente al keirin, che magari vi ci appassionate e finite anche voi a sfidarvi sul filo dei 60km/h, buona lettura.

volata

Iniziamo a sgombrare il campo da un po’ di preconcetti e falsi miti: il keirin è la più giovane disciplina della pista, escludendo ovviamente la “combinata” omnium. Non solo, ma è anche in un certo senso “antiecologica”, dato che mette in campo (ok, in pista) anche un mezzo a motore, il derny, che altro non fa che portare i corridori ad una velocità piuttosto sostenuta senza farli faticare troppo…perchè? Presto detto. Il keirin è totalmente devoto alla spettacolarità, all’estremizzazione della volata furiosa, un assalto con il coltello tra i denti dove non servono solo gambe da velocista, ma spesso è vincente la combinazione letale tra lucidità e spregiudicatezza, il saper trovare quel varco impossibile che generalmente nessuno stradista riesce a vedere perchè molto spesso non c’è, o meglio nasce prima nella testa del pistard e solo dopo si tramuta in un corridoio che porta dritto alla vittoria.

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Facciamo prima una piccola spiegazione delle regole base, tanto per consentire (spero) a qualcuno di voi di provarci. Infondo basta poco, un velodromo, quattro corridori almeno ed un quinto che faccia il derny. Si sorteggia il primo che dovrà accodarsi al “motorino” e via via gli altri. Si parte e ci si mette in scia al derny (sia esso a motore o a pedali) per 1500 metri circa dove la velocità crescerà gradualmente. Qui si svolge la battaglia di nervi per la ricerca delle ruote migliori. Ci si studia, cercando di capire chi avrà l’ardire di iniziare per primo la volata una volta che il derny sarà uscito di scena. Poco spettacolare da vedere questa parte di gara ma dice moltissimo a chi è dentro la specialità, perchè un buon corridore è proprio in questi momenti che mette su i mattoncini che si riveleranno determinanti per vincere.

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Si arriva ai 50 orari prima che il derny esca dalla pista (se la provate tra voi anche i 40 son sufficienti, giusto per conservare la necessaria lucidità) e poi via, seicento metri di pura velocità. Non è una volata normale, non lo è mai. Quella distanza è troppa per un velocista puro e troppo poca per un inseguitore. Non si può partire presto, ma non si può nemmeno stare ad aspettare che qualcosa accada. Il bello è proprio quello: la totale imprevedibilità che il gioco delle scie riesce a determinare, la spregiudicatezza dei corridori con più potenza nelle gambe che provano a condurre dall’inizio alla fine si scontra con l’astuzia dei velocisti d’esperienza, in grado di mettere la ruota davanti di quel paio di spanne che fanno la differenza. In tutto ciò l’unica regola sacra è quella della linea rossa: chi è all’interno può essere superato solo fuori dalla fascia tra la corda e la linea rossa, quindi facendo più strada, per poi entrare in quel corridoio quando il vantaggio sia ampio di almeno una bicicletta. Ma, e qui sta il bello, non è detto che essere all’interno sia sempre un vantaggio! Spesso accade di essere sì alla corda, ma trovarsi chiusi tra gli altri corridori. E allora non conta più nulla, nè la gamba nè l’intuito, si può solo fare in modo che la prossima gara vada meglio.

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A volte però capita che sembri solo dall’esterno di trovarsi “incastrati” tra i corridori, mentre il varco è lì, si crea nelle prossime mosse dei compagni di volata, visibile qualche secondo prima solo a chi sa “sentire la pista”, analogamente ad un giocatore di scacchi che vede cinque, sei mosse avanti dell’avversario, così lo specialista del keirin capisce in anticipo i movimenti attorno a se e trova il modo di sorprendere tutti non con lo scatto imperioso e muscolare, ma con la stoccata talmente rapida e apparentemente folle da apparire chiara agli altri solo una volta messa in azione, quando ormai per tutti è troppo tardi. Per tutti tranne che per uno, perchè di fatto, anche se formalmente viene sempre celebrato il podio, nel keirin non ci sono piazzamenti, c’è un vincitore e gli altri che ci proveranno la prossima volta.

PS: per vedere come si fa chiedete ad un certo sir Chris Hoy, anche lui nato in un’annata piuttosto buona…

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#bluehangercrit #torino vol.0, 11_nov_2012 risultati, foto e ringraziamenti…

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quella che sembrava una serata “difficile” e costellata di problemi si è rivelata invece una bella occasione per condividere il fuoco della passione che spinge venti persone cosiddette “normali” a fare qualche decina (o centinaia) di chilometri in auto per andare in una fredda ed inospitale zona industriale alle porte di Torino, scaricare una “sbagliata” bici da pista con rapportone, tubolari da 23mm e nessun freno… giusto per sfidare i propri pari e vedere se è poi così dura affrontare curve, rotonde, sottopassi ed allunghi in un freddo e piovoso sabato sera armati solo di gambe, testa e una bici fissa…

Grazie alla collaborazioni di tutti è stata una serata da ricordare, scaldata dalle fredde lucine a led e dal caldo distillato di vinaccia…e chi c’era sa a cosa mi riferisco!

ora i dati istituzionali:

IN GRIGLIA

1. Riky76                  Torino (mi han obbligato al numero d’onore…)
2. Tommaso            Monza
3. Elia                         Monza
4. Tommaso C.      Monza
5. Sarto                     Torino
6. Davide                 Cambiano (TO)
7. Antonio               Napoli (ma non è venuto su apposta eh…)
8. Giulio 8ctane    Torino
9. Andrea                Torino
10. Giovanni         Torino
11. Stefania             Milano
12. Alex Bruzza    Genova
13. Sturt                  Torino
14. Choppah          Torino
15. Andrygroove Piossasco (TO)
21. Gió perro         Torino
16. Marciuz            Torino
17. David                Torino
18. Ovidiu              Torino
19. Gherli               Torino
20. Perego            Brianza violenta

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AL TRAGUARDO:

1. Alex Bruzza

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2. Sarto

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3. Perego

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4. Gherli

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5. Ovidiu (in maniche corte!!)

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_MG_7729_1024x683Prima (e unica) donna in gara, che se non avesse forato e sostituito la ruota l’avreste letta anche lí sopra…

Stefania (che dopo la Redhookcritpare ci abbia preso gusto!!)

Questa era l’edizione numero zero, tanto per testare sia il circuito, sia la macchina organizzativa che, grazie ai ragazzi di 10CENTO, di Cusatibike e del Museo di Cosseria, ha girato come un orologio… diciamo un Rolex Submariner vista l’umidità della serata!

Non subito, ma abbastanza presto inizieremo ad estendere gli inviti ai team di prestigio, che spero abbiano anche loro voglia di correre e divertirsi qui nel “lontano ovest”…  David e la Red Hook stanno iniziando a preoccuparsi!! Occhiolino

Grazie a tutti e alla prossima!!

PS: qui la gallery iniziale a cui spero se ne aggiungeranno altre!

 

5 commenti

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BLUE HANGER CRIT [TO] 10/11/2012 #bluehangercrit #torino

Chiamiamola numero zero, ma i tempi sono maturi e la voglia di farvi correre dalle mie parti troppo forte per tenerla ancora a freno quindi pronti? via!
se alla red hook vi hanno doppiato e vi hanno deriso perchè avevate i peli sulle gambe:

BLUE HANGER CRITERIUM

TORINO

10/11/2012

ritrovo ore 21, dopo un oretta si corre.

Stesse regole della red hook (ok, David Trimble sa già del nome e si è fatto una risata pure lui).
I doppiati restano in gara perchè confido che tutti abbiano il buon senso necessario a saper correre, in più gli spazi sono molto ampi, quindi zero scuse.
Portate 5€, casco, luci obbligatorie, solo bici da pista pure, piega classica, rapportatevi lunghi, depilatevi se questo vi fa stare meglio.
Tolti i soldi birra (e solo quelli) chi vince prende i soldi, se volete altri premi portate voi qualcosa dalla cantina che vi avanza e verrà dato a discrezione della direzione gara tra gli arrivati o tra categorie che decideremo sul posto (sogno di premiare almeno due girls, tanto per dire…)
nel flyer quello che mi son dimenticato, nella piantina il punto esatto del ritrovo, ad un passo dalla tangenziale

FLYER_ALL

qui la mappa (fatta con paint, abbiate pietà)

mappa1

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