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Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

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La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

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In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

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Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

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Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

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Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

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Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

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Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

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Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

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Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

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Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

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Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

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Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

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Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

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Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

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L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

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Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

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the day when Izoard became #isoHard. un’avventura nelle alpi a #scattofisso

ok, ammetto che ultimamente il blog sta prendendo una piega un po’ autocelebrativa, ma questa è da raccontare dato che proprio un anno fa davo del folle a chi tentava cose simili, quindi vi racconto anche di come si può cambiare idea senza passare (troppo) per opportunisti.

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L’inizio della storia è semplice e parte da una convinzione in me piuttosto radicata in ambito ciclistico: “ogni bici fa il suo mestiere”. E di fatto ancora la applico, altrimenti non mi troverei sette biciclette piuttosto differenti nel mio garage: la bici da cx per il cx, quella da strada per la strada e quella da pista per la pista

Poi si sa che una delle mie fortune ciclistico/sociali e far parte sin dal primo giorno o quasi dell’amato/odiato fixedforum, dove ci si incontra e si discute di ciclismo alternativo, urbano, sempre sopra le righe ma portando anche tante esperienze diverse e tanti modi di intendere la bicicletta senza preconcetti e preclusioni dove alla fine ci si stupisce della diversità di interpretazione di una cosa così semplice come una bici.

“Se non provi non puoi capire” (cit.)

 

005Questo più delle volte fa la differenza, come a chi è titubante ad usar la bici per andare al lavoro: la vera differenza lo fa uscire di casa e provarci. Così tra una discussione e l’altra (anzi, scusate, nel forum si chiamano thread…) ci si ritrova a parlare di far salite pedalando una scatto fisso. Ed intendo salite vere, non cavalcavia ma Alpi, quelle vere e sopra i duemila metri di altitudine.

 

TBMAl giorno d’oggi raramente ci si arriva per primi alle cose, a maggior ragione in un ambiente così frastagliato e vario come il ciclsimo mi trovo a vedere chi già ha tentato cose simili, impensabili ed agli occhi dei più (ciclisti compresi) del tutto prive di fondamento logico. Parlo del gruppo di Track Bike Militia che nel cuore della svizzera sviluppa un’attitudine ed un approccio del tutto particolare alla montagna in biciletta, affrontandola proprio con una bici da pista, con nulla se non lo strettissimo indispensabile: catena-corona-pignone. Il loro risalto mediatico è subito forte e genera in me anche qualche sospetto di una loro caccia alla visibilità. Poi conosco di persona Larz e tutto cambia. Personaggio schivo, essenzialmente un tatuatore, con però un profondo rispetto verso le montagne essendo lui un americano trasferitosi in Svizzera. Princìpi ed attitudine che vanno in positiva collisione con il mio modo di pensare e allora piano piano si insinua il dubbio che forse davvero si riesca a trovar qualcosa anche in questo lato così estremo del pedalare.

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Complice una bici versatile e tuttofare oltre le mie aspettative come il Vigorelli ed una ruota messa a punto per essere un vero “carrarmato della strada”, mi trovo a pedalare un rapporto adatto a strade non del tutto pianeggianti come quelle intorno a casa. Da lì a provare una salita il passo è brevissimo. D’altronde sono nato e cresciuto in montagna ed ho iniziato andare in bici perchè c’erano le salite e la continua sfida con se stessi nell’affrontarle e trovarne si sempre più alte ed ardue da scalare. Il primo impatto è stato forte, fin troppo, benchè breve. C’era ancora da alleggerire il rapporto fino a giungere a quella combinazione quasi magica: 47-17 devo ricordarmi di approfondire questa accoppiata dal punto di vista numerologico, potrei avere altre interessanti sorprese.

Il dubbio diventa voglia di provare, ancora e ancora. Il buon Michele di Mquadro mi fa arrivare proprio quella corona da 47 denti che mancava ed è quello l’ultimo tassello a completare l’intero puzzle. Non si può più andar per piccoli passi, ora si deve fare il salto ed affrontare le montagne vere, con una bici sulla carta (di nuovo…) sbagliata ma che ha nella sua essenzialità la capacità di fare affiorare conoscenze che altrimenti resterebbero lì, sepolte sotto la brace della passione per il ciclismo.

Ne nasce innanzitutto una bella discussione sul forum, per confrontarmi con chi ha già fatto propria questa (non esagero) filosofia e cercare di capirne qualcosa di più e nel contempo organizzare un giro vero su strade vere e, guarda caso, cariche di gloria.

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Si andrà l’ultimo giorno di un luglio troppo isterico dal punto di vista meteo, speriamo di imbroccare la giornata giusta. Cerco qualche compagno di strada, ne troverò solo uno alla fine, ma che vale per dieci visto quanto ha saputo darmi sia umanamente sia dal punto di vista squisitamente tecnico. Viene da lontano, con un sacco di cose da raccontare e con quella luce che vedo accendersi negli occhi quando, ancora in auto, arriviamo a vedere la vallata di Briançon dove scaricheremo le bici ed inizieremo quello che per me è stato un piccolo viaggio di meno di cento chilometri sulla strada, ma anche un vero viaggio interiore a scoprire il sapore di sfidare un colle da 2360metri sul livello del mare con la bici non sbagliata, sbagliatissima proprio.

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Il percorso è il classico giro dell’Izoard, affrontando la salita dal versante storico, quello a sud. Il vantaggio è di avere i primi 50 chilometri molto abbordabili in un cosiddetto “mangia e bevi” ovvero una bella altimetria ondulata unita a dei panorami assolutamente mozza fiato per chi ama la montagna, con gole, rocce e laghi degni ognuno di una sosta e di qualche foto. Partiamo a metà mattina carichi di speranza nei cuori e di zuccheri nel sangue.

 

009Ma non c’è troppo tempo da perdere in foto e soste, dopo un inizio dove sento le gambe un po’ rugginose via via la strada mi dona energia. Sento sensazioni sempre migliori ma fino ad ora non ci sono grandi differenze rispetto ad esser con una bici da strada. Certo, ho mulinato nelle discesine ed mi son alzato sui pedali per superare qualche dislivello, ma questo pedalare a scatto fisso fino ad ora mi è del tutto familiare, gestisco con le gambe e apprezzo l’inerzia del fisso come sempre, come nel tutti-i-giorni cittadino da ormai qualche anno. Mano a mano che ci avviciniamo all’inizio della salita vera sento sia la smania di iniziare a scalare sia la paura di non farcela e dover per qualche motivo desistere e darla vinta alla montagna. Vedo Stefano molto più sereno e questo mi trasmette una piccola dose di tranquillità, lui ha già scalato sua maestà lo Stelvio ha una chiara percezione di cosa vorrà dire passare le prossime due ore in salita con una bici da pista con la consapevolezza che solo l’esperienza diretta può dare.

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Iniziamo, c’è ancora qualche breve tratto pianeggiante che ci fa respirare, la cadenza rallenta ma con qualche sforzo arriviamo in quel paesino da cartolina che è Arvieux. Da lì in poi sarà solo montagna con sopra di se una lingua d’asfalto che l’attraversa.

 

Dopo la breve pausa la salita si fa inesorabile e la strada nel primo tratto è caratterizzata da un unico lungo rettilineo in pendenza attorno all’8,5%. Far girare le pedivelle diventa una questione non più solo di gambe, tutto il corpo è convolto nel movimento e nel frattempo la mente è occupata a convincere il resto di me che si può fare, che non è così dura come temevo ma che non bisogna abbassare la concentrazione perchè ogni movimento superfluo è energia sprecata ed ogni spreco ha un prezzo da pagare. La cadenza è bassa (attorno alle 25-30rpm, per i tecnici) ma costante, la danza che così tante volte ho visto magistralmente eseguita dagli scalatori celebri del ciclismo di ieri e di oggi io la devo ripetere, ma in slow-motion, studiando attentamente ogni singolo istante della continua rivoluzione delle pedivelle. Tutto il corpo si muove in piedi sui pedali ma non c’è affanno, il cardiofrequenzimetro mi conferma che non c’è foga nei miei gesti e che cercare di accelerare equivarrebbe a far saltare l’equilibrio precario su cui si regge il mio avanzare. Non si tratta di fare una buona prestazione si tratta di ripetere quasi all’infinito una serie ben precisa di movimenti codificati, come in un’arte marziale dove al combattimento si affiancano anni di studio del portamento di ogni singolo colpo, fino a destrutturarne del tutto la loro complessità e ad interiorizzarne fino in fondo l’essenza. Ecco questo mi sta accadendo, sto prendendo a poco a poco una nuova, inaspettata e sorprendente consapevolezza di quello che il  mio corpo è in grado di fare, di come sia possibile trasporre il canonico gesto della pedalata su di un nuovo e più profondo piano. Non penso più a quanto manca alla vetta o a quanto dislivello ho superato, tengo il mio ritmo costante, necessariamente differente da quello di Stefano perchè nessuno è uguale all’altro e qui, oggi, non cerchiamo di competere, oggi cerchiamo un nuovo pezzo di noi.

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La salita è completamente silenziosa, i rumori della natura intorno diventano ovattati e ascolto in primo piano il rumore che emette la bici ad ogni pedalata, ogni volta che carico il mio peso per far affondare il pedale e nel contempo tiro con la gamba opposta per favorirne il movimento, il rumore è come uno “swoosh” flebile, gentile, seguito da un altro e poi un altro, monocorde a meno di impercettibili variazioni armoniche. Poco a poco mi rendo conto che io da qualche parte questo suono l’ho già sentito ma in un altro posto, in altre condizioni, ma è proprio quel suono lì. Ad un tratto capisco, non è una stupidaggine, quello lì è proprio il rumore del mare: continuo, inesorabile, noncurante di chi o cosa lo sta a sentire lui suona il suo invisibile spartito perchè così è deciso, quella è la sua natura. Oggi il mare lo sento quassù dove ora non crescono nemmeno più gli alberi data l’altezza e noi abbiamo ancora l’ambizione di salire più in alto. Sono come un violinista, l’archetto è quella sottile striscia di gomma della mia ruota posteriore, le corde sono quell’asfalto che ha visto migliaia di storie differenti su di se e che oggi ne racconta un’altra, probabilmente per la prima volta.

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Passa una mole di tempo che non saprei sul momento quantificare e quasi mi dispiace veder spezzato questo piccolo incantesimo, benchè a risvegliarmi sia il lunare e maestoso paesaggio della Casse Desertes, anzi a ben vedere ciò che ora vedo è del tutto simile ad un fondale oceanico riemerso e allora mi convinco ancor di più che per una volta ho sentito il suono del mare nel cuore delle Alpi, ne sono del tutto certo.

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025A questa incredibile fase ne seguono poi altre, molto meno interiori e (lo scrivo, perdonatemelo) Zen, dove la fatica e la concentrazione lasciano spazio alla gioia e alla soddisfazione di poter condividere con un amico l’esserci riusciti ed aver portato due bici da pista dove non erano mai state, ci sentiamo un po’ degli astronauti a pedali ed il paesaggio alieno aiuta parecchio. Veniamo poi anche avvicinati da un gruppo di motociclisti tedeschi incuriositi da quelle bici così spoglie ma che sanno dare così tanto ha chi ha la perizia di far di loro non solo un attrezzo sportivo, ma uno strumento per capire meglio il proprio corpo e quindi capire più a fondo anche se stessi.

 

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PS: ovviamente c’è stata anche la discesa come parte del giro. Stefano era brakeless, io no ma ho cercato di interpretarla come lo fossi. La differenza sta che lui l’ha affrontata con una sicurezza che mi ha quasi disorientato, io ora ho le braccia a pezzi, le vesciche ovunque sulle mani ed ho spolpato un Vittoria randonneur da 28mm che era nuovo di pacca…

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trova le differenze: il mio test del @cinelliusa @mashsf #parallax alla #Lambrocrit @columbustubi

Le cose sembrano sempre accadere per caso, ma a vederle con un altro occhio e soprattutto volgendosi in dietro a guardare “i puntini che si son tra loro collegati” tutto acquista un senso ed una logica.

Accade così che di punto in bianco mi arriva il messaggio di un ragazzo di Torino, lo conosco per tramite del solito “giro delle fisse” ma dire che siamo molto amici sarebbe una piccola bugia, per ora. Mi contatta e mi fa una proposta a me nuova, particolare e che di fatto mi inorgoglisce un tot. Il messaggio era di questo tenore qui: “ciao, ho preso da poco un Cinelli mash parallax, è una bici stupenda, ma alla fine io ci faccio solo piccoli percorsi in ambito cittadino, mi piacerebbe capire come reagisce agli stimoli di una corsa e capire quale sia la resa e la bontà di questo telaio così improntato all’agonismo”.

Ora, non sono certo nè il Cavendish nel il sir Chris Hoy di turno, ma ormai qualche gara con quelle bici “strane e senza i freni” ormai l’ho fatta, sicchè mi fa piacere la proposta e soprattutto lo vedo anche come un test su me stesso ovvero: sono capace di cogliere le differenze tra un telaio ed un altro? ho la necessaria sensibilità di guida e la capacità di spingere al limite una bicicletta? eh…. belle domande! Ma se non ci si prova non lo si saprà mai, e allora buttiamoci.

Ci vediamo sotto il mio ufficio e Federico arriva in sella alla sua bici. E’ già montata molto bene, le ruote sono identiche alle mie, l’allestimento è di alta gamma, chiaramente il rapporto è un classico 46-16 adatto all’uso cittadino e dintorni.

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Non resisto comunque più di mezzo pomeriggio. Ero già preparato, cambio i pedali con i miei, adatto altezza ed arretramento sella e via per un primo test. In primis trovo comunque una buona accoglienza. La bici non è ostica nè da guidare nè da rilanciare. Ha tutte le caratteristiche che hanno reso ormai lo standard dell’alluminio oversize come architettura ottimale per bici con questa destinazione d’uso: carro rigido e reattivo, sterzo preciso e solido, proprio come ho scritto poco tempo fa.

Viste le buone premesse allestisco la bici con tutto il mio materiale, di modo da avere pari condizioni con il mio telaio 8bar che mi tiene compagnia ormai da un anno tra gare ed allenamenti. Quindi trittico Deda elementi base per piega, attacco e reggisella, sella fizik arione, le mie ruote con l’ottimo vittoria evo cx all’anteriore (trattato, ma questo è un segreto…) e soprattutto il rapporto che uso in gara: 49-14 con corona Mquadro.

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La gara test è l’immancabile criterium del parco Lambro ormai classica come la Milano-Sanremo nel panorama delle criterium a scatto fisso. Conosco molto bene il tracciato, il tipo di gara ed ormai gli avversari di corsa sono tutti amici, anche se solo giù dalla sella… In quel tracciato ci sono solo 4 curve, di cui due piuttosto strette, da guidare, e due da percorrere in pieno con la manetta del gas tutta aperta.

Questa volta i giri sono 15 per un totale di circa 30km. La partenza, ancor più del solito, è al fulmicotone, si è tutti gomito a gomito fino alla prima curva ma ci si sgrana bene. La mia posizione classica è verso la coda del gruppo di testa, di fatto una delle più faticose perchè si rilancia molto all’uscita delle curve. La bici la sento solida, molto concreta sotto i pedali. I rilanci sono efficaci e il classico gesto di “chiudere il buco” viene piuttosto agevole, la sensazione di buon rendimento del carro posteriore (in particolare dei foderi bassi, veramente oversize) si percepisce molto molto bene. Discorso analogo per l’ergonomia di pedalata, sento la mia posizione in sella molto buona da seduto ed in scia al gruppo, nella curva veloce a 90° prima dell’arrivo riesco anche a non alzarmi sui pedali e accelerare da seduto in posizione molto più aerodinamica e redditizia. Ad essere onesto ci vorrebbero molti più watt nelle gambe per capire fino in fondo il comportamento del telaio in rilancio, diciamo che per il mio stato attuale di forma non intravedo il limite del telaio in quella fase, il che è già una buona notizia.

Veniamo al pezzo forte: le curve. Mi piace da matti guidare una bici da pista nelle curve,  mi ricorda gli anni passati sulle moto e sentire di essere alla corta con la trazione “in presa” è una sensazione che in bici da corsa raramente si riesce ad ottenere e mai così intensa. qui le curve vere sono due, diverse tra loro ed ugualmente insidiose anche se le conosco fin troppo bene (anche il mio zigomo destro le conosce, ma questa è un’altra storia…). Facciamola semplice: il parallax in curva si comporta divinamente, anche se l’impostazione è molto molto corsaiola. La traiettoria viene mantenuta sempre precisa, un vero binario e soprattutto con minimi gesti si riesce ad uscire dalla curva molto forte ed iniziare a rilanciare due/tre pedalate prima dell’avversario davanti, un bel vantaggio. La sensazione di solidità è eccellente, il mix di sterzo conico integrato e forcella con rake pista la rende una vera arma da combattimento. Chiaramente il rovescio della medaglia c’è. La bici non è molto generosa nel perdonare un errore di traiettoria, una sbagliata impostazione della curva è più difficile da recuperare che sulla mia bici con cui ho corso l’ultima red hook. Questo può significare che a volte l’essere in mezzo al gruppo è più delicato da gestire e ci va un po’ di perizia e mestiere. Per contro se ci si lancia in una fuga o si deve rientrare nel gruppo e si hanno le idee chiare di come guidare, il parallax asseconda alla grande i voleri del corridore.

Gran bel prodotto, si vede che è stato sviluppato e pensato non per un uso a 360° ma ben focalizzato su questo tipo di gare, dove di fatto le case concorrenti di Cinelli arrancano un po’, adattando i loro modelli pensati per la pista con risultati non sempre a questo livello.

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ride fast, brake faster! la mia @redhookcrit #milano 2012 [IT&UK version]

 

[SCROLL DOWN FOR THE UK VERSION]

Parliamoci chiaro, è la gara dell’anno? sì cazzo, lo è indiscutibilmente. Di criterium ormai ce ne sono tante, tutte intense e divertenti ma a Milano in ottobre capita sempre qualcosa di speciale.

E anche quest’anno l’attesa ed il mormorio prima di questa gara erano a livelli quasi insostenibili. Il cambio di location, di orario (pomeriggio?!), di data, di documenti per l’iscrizione… insomma tutto nel segno dell’incertezza. Alla fine comunque scommessa vinta dall’inossidabile e caparbio (a volte pure troppo) David Trimble.

Ed è riuscito perchè la formula vincente della competizione è talmente semplice da far pensare a chiunque: “ma perchè non ce l’ho avuta prima io l’idea?” ed invece ce l’ha avuta lui in un freddo marzo newyorkese del 2008, peccato per voi. Poche chiare regole: un circuito cittadino, solo bici da pista, 40 e qualche minuto correndo a ferro e fuoco e il primo che arriva porta a casa il malloppo. Semplice ed elegante, centro pieno.

Lo scalino della notorietà è stato varcato quando sono arrivati quelli bravi a fare foto e filmati (ed anche qualche “famoso” a correrla), facendoli circolare in un sottobosco ormai maturo che è (era?) l’ambiente di chi usa (o vorrebbe farlo…) una bici a scatto fisso per girare in città. In pratica si è messa benzina sulle braci già incandescenti, il resto è cronaca. Veniamo però a cosa è successo domenica, se avete pazienza vi racconto.

riccardo-volpe-1454Quest’anno non c’è più nulla di piratesco come nei due anni passati, non ci si relega nel pur splendido (e tecnicamente perfetto) circuito della Bovisa attorno ai fabbricati del Politecnico di Milano, no  quest’anno si va “in centro” nella modaiola zona (via) Tortona, in un circuito che, benchè più corto, meno vario e senza quel piccolo dislivello che era in grado di far la differenza, presenta una difficoltà per noi italici piuttosto inedita: un bel tornantino a 180° stretto il giusto, che se di per se non dica nulla, ad affrontarlo con una bici a scatto fisso senza i  freni fa saltar fuori tutte le abilità ed acrobazie nel riuscire a far rallentare e curvare una bici che per sua stessa concezione non è nata a quello scopo. Stante la particolarità i ragazzi d’oltreoceano avevano già battezzato la curvetta con un simpatico ed appropriato appellativo: “the hairpin”.

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Arrivo a Milano appena finito un acquazzone che sa veramente di estate conclusa, parcheggio al mio solito posto, un po’ fuori Milano, verso conca fallata, ma il tragitto non sarà in solitaria. Ad aspettarmi trovo già due che prima di tutto posso chiamare amici, poi appassionati veri, ed infine anche uomini simbolo (padre e figlio) di tutto quanto vissuto solo una settimana prima, tra le colline senesi.

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Oggi la gara più “nuova” del panorama ciclistico sarà tenuta a battesimo da chi la storia della bicicletta non solo la conosce, ma la vive, la respira. Saranno ospiti d’onore veri e propri, fotografati ed intervistati come meritano, dopo tutto quanto fatto per diffondere la cultura di quello che è stata la bicicletta per il secolo scorso ed esser testimoni di quanto un semplice traliccio di metallo con ruote e pedali ha ancora da dare alla nostra piccola civiltà.

 

 

Giunti al tracciato sapevo già che sarebbe stata una giostra iniziale di saluti e battute tra le tantissime facce note.  Se ne può dire quel che si vuole sulla moda e sul fenomeno (forse) passeggero delle bici a scatto fisso, ma il ritrovarsi sempre in posti diversi con persone che condividono un qualcosa che senti anche tuo è bello, non c’è nulla da fare. Auguro a chiunque di provare un senso di appartenenza simile, in un certo senso di fa stare bene.

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Ok, ti fa stare bene, ma al momento non ti rilassa di sicuro, mi ricavo uno spazio per attaccare il numero alla maglia, la solita maglia che quest’anno mi ha accompagnato con discreta fortuna.  Qualche minuto sui rulli e poi via a provare il tracciato. Prima sorpresa, è ancora cambiato: non più una cinquantina di metri tra rotonda e “hairpin” ma una quindicina!! Tutto da rifare / ripensare / riprovare, un unico immenso ed inevitabile difetto, lo si prova arrivandoci cauti e da soli, non  in mezzo al gruppo e con gli occhi iniettati di sangue dalla competizione. Questo accadrà, ma tra qualche minuto…

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Siamo tanti, quasi cento (troppi?) le fila di auto parcheggiate a stento ci contengono, il via come al solito è un tuffo al cuore, si parte subito forte, ma non come vorrei… nel senso che in tutte le curve sono (siamo) costretti a rallentare mentre si potrebbero fare ben più veloci, il che fa sì che il primo gruppo voli via verso la cavalcata che per tutti sarà “la gara” ma di quella potete leggere anche altrove.

Dopo un paio di giri quasi facili arriva il momento di osare un po’ di più. La gamba gira, qualche faccia nota nel mio gruppo la ritrovo e saltare avanti a chi nelle curve tira il freni ( ovvero gamba destra + gamba sinistra) mi risulta quasi facile… se non chè ad aspettarmi c’è il tornantino, mi accorgo subito di esser troppo veloce, in qualche modo provo tutti i trucchi per decelerare, skiddata compresa, ma la fisica classica non la sovverte nessuno, son troppo veloce e la bici in curva non ci entra… in compenso si permette una divagata tra il pubblico che entusiasta per il contatto mi tiene in piedi (grazie!!) e mi ributta sul tracciato.

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Riparto con tutta la forza, so che il risultato è compromesso, ma sono nel famoso “qui e ora” per cui non posso pensare di tirare i remi in barca o peggio ancora di uscirmene così… non in questa gara, non con questo immenso pubblico che è lì (anche) per vedere che combino, per gridarmi di dare tutto fino all’ultimo grammo di energia, per dare loro la sensazione che vincere la resistenza dell’aria ai 45 orari sia una cosa semplice, naturale e (quasi) divertente.

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E allora sotto, nella seconda di gara metà trovo degli ottimi compagni, si collabora, io ne ho di più nelle curve, loro ripartono dai rilanci fortissimo: ci completiamo, ci aiutiamo, ognuno dà il meglio che ha senza riserve e senza secondi fini, come dice un amico che era tra il pubblico: “spingo (sui pedali) perchè mi piace spingere, non c’è un motivo diverso se non il sentirmi andare (sempre più) veloce solo grazie alla forza delle mie gambe”. E di nuovo il succo è tutto lì, una fatica che sembra non terminare mai ma che occupa solo tre quarti d’ora di una grigiotta domenica d’ottobre, alimenta la voglia di andare sempre più veloce a riprendere quelli lì avanti che li vedi, vedi la loro pedalata appesantirsi, ne hanno di meno e tu sei ancora lì. Alla prossima curva bisogna provare a saltargli davanti, che il gioco delle scie è tutto e poi tenere, mai mollare, che bisogna pensare al prossimo.

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Quest’anno il brivido finisce solo un po’ prima del solito, ma poco male, l’adrenalina scorre anche dopo lo stop forzato, il male ai muscoli arriverà solo il mattino dopo, ora lo spazio è tutto per le emozioni, ancora una volta uniche, che questa gara unica riesce a darmi… al prossimo ottobre (qualcuno ha forse detto marzo? ….)

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[UK VERSION]

 

Let’s face it, is the race of the year? fuck yes, it’s unquestionably. Track bike criterium are now many in the “fixed gear scene”, all intense and fun, but in Milan in October it always happens something special.

And this year the hype and the murmur before this race were almost unbearable levels. The change of location, time (afretnoon?!), date, documents mandatory for registration … all in the name of uncertainty. Eventually, however, bet won by the unbreakable and stubborn (sometimes too much) David Trimble.

And the bet is still won because the winning formula of the race is so simple to let think by anyone: “why I don’t have this idea before?” And instead he had, in a cold in New York in March of 2008, sin for you. Few clear rules: a street circuit, only track bikes, and roughly 40 minutes rushing on fire and the first one that comes brings home the loot. Simple and elegant, filled center.

The fame step was crossed when to the race came the good ones to take pictures and movies (and even some “famous” in race), causing them to move in a mature woodland that is (was?) The environment of those who ride (or would like do it …) a fixed gear bike to get around town. In practice, it has already put gasoline on the embers glowing, the rest is already news. We are, however, about what happened on Sunday, I’ll tell you if you have patience to read.

This year there is nothing left to pirate as in the past two years, we’re not relegated even in brilliant (and technically perfect) circuit Bovisa around the buildings of the Polytechnic of Milan, this year the race will be “downtown” in trendy Tortona area, in a circuit that although shorter and less varied without that small gradient that was able to make the difference, presents a difficulty for us Italic rather unusual: a nice curve at 180 ° narrow the right , if that in itself does not say anything, to deal with a fixed gear bike without brakes is cropping up all the skills and tricks in being able to slow down and turn with a bike that by its very design is not created for that purpose. Given the special, the guys overseas had already christened the elbow with a nice and appropriate name: “the hairpin.”

Arrival in Milan just finished a rain shower that really says the summer definitely ended, my usual parking place, a bit ‘outside Milan, to hollow flawed, but the bike trip will not be lonely today. Waiting me already two that first of all I can call friends, then true bike lovers, and finally also icon men (father and son) lived of all happened just a week before, in the Tuscany hills. Today the newest race of the cycling scene will be required to baptism by whom the history of the bicycle not only knows it, but live it, breathe it. Will be guests of honor real, photographed and interviewed as they deserve, after what has been done to spread the culture of what was the bike for the last century and to be witnesses of what a simple frame of metal with wheels and pedals yet to give to our little civilization.

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Once at the track I knew it would be a carousel initial greetings and jokes among the many familiar faces. If you can say what you want about fashion and the (perhaps) temporary phenomenon of fixed gear, but always find themselves in different places with people who share something same that you feel it is beautiful, there is nothing else to do . I wish anyone to experience a sense of belonging similar in a way to feel good.

It makes you feel good, but up to now doesn’t relaxes you for sure. I found a space to attach the number to the jersey, the usual jersey this year I accompanied with considerable fortune. A few minutes on the rollers and then off to try the track. First surprise, yet changed: no longer about fifty meters from the roundabout but fifteen to the”hairpin”! So all to rethink/retry, one great and inescapable flaw: we practice it with cautious and try getting there on their own, not in the middle of the bunch and with bloodshot eyes due to the competition. This will happen, in a few minutes …

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We are many, almost one hundred (too many?) The row of parked cars barely contain it, the start as usual is a sinking heart, we start strong, but not as I wish … in the sense that in all the curves we are forced to slow down while I could do far faster, which means that the first group fly off the ride and that for everyone standing will be “the race” but on that you can read elsewhere.

After a couple of laps almost easy it comes time to push a little more. The leg spins, some familiar face in my group meeting and skip ahead to who pulls the brakes in curves (ie, right leg + left leg) I know almost easy … but the hairpin is waiting for me, I feel immediately be too fast, somehow I try all the tricks to decelerate, skid including, but anyone can subverts physics, I’m too fast and the bike doesn’t turn when cornering comes … on the other hand it allows a little trip in the audience excited about contact keeps me up (thank you folks!) and throws me on the track. Restarting with all the strength, that the result is compromised, but I’m in the famous “here and now” so I can’t think of make some sightseeing or pull me out of the race… not in this race, not with this hot audience that there is (also) to see what I can do and to shout me to give everything until the last ounce of energy, to give them the feeling that overcomes the resistance of the air to 45km/h is simple, natural, and (almost) funny.

And then go, I find some good mates race in the second half, it works, I’ve more speed in the corners, but their depart from the hairpin much stronger: we complement each other, we help each other, each one gives the best he has unreservedly and without ulterior motives, like says a friend who was in the audience: “I push (on the pedals) because I like to push, there is no reason other than if you do not go to feel the (increasingly) fast only on the strength of my legs.” And again, the juice is all there, an effort that seems to never stop, but that only takes up three quarters of an hour in a grey Sunday in October, feeds the desire to go faster and faster to catch those guys ahead, you see them, see them grow bad heavy pedaling, they have less gasoline and you’re still there. At the next corner you have to try to jump in front, the game is all of the wind-trails and then hold, never give up, you have to think about the next one.

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This year, the thrill ends just a little earlier than my usual, but never mind, the adrenaline flowing even after the forced stop, the pain in my muscles will only come in the tomorrow morning, now is all about emotions, once again unique, which this unique race give me … until next October (someone does say in March? ….)

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