Archivi tag: milano

una Sanremo non fa primavera, ma fa emozionare #MSR2017

Come spesso accade le cose non pianificate sono quelle che più restano impresse nella memoria, ed è accaduto anche questa volta con un semplice messaggino whatsapp che diceva: “ti piacerebbe veder da vicino la Milano Sanremo?”…

tornanti3

sanremo_valcava 016Ovviamente non ci pensai su nemmeno un minuto. Memore della splendida esperienza vissuta lo scorso anno in casa Lampre-Merida, ma quella volta si trattava del giro d’Italia e le condizioni erano diverse. Ora l’occasione, grazie a Garmin Italia, è quella di poter vedere da vicino le operazioni dentro un UCI world team prima e durante la partenza della Milano – Sanremo, classica monumento di primavera che dà il via alla canonica stagione professionistica su strada.

pass1

Arrivo all’hotel e mi accoglie Matteo, agente stampa dell’Astana. Scorgo da dietro le ampie vetrate l’inconfondibile azzurro del loro bus e iniziamo a raccontarci reciprocamente il percorso di esperienze maturate in campo ciclistico e non, che ci hanno portato ad essere qui oggi. Durante il nostro discorrere, intorno a noi c’è un fitto via vai di atleti e membri dello staff e la mia attenzione viene subito catturata dal foglio appeso sulla parete a fianco degli ascensori principali. E’ un semplice schema con tutto il personale della squadra con a fianco riportato il numero della relativa camera, utile ai massaggiatori e direttori sportivi per avere un immediato colpo d’occhio su dove sia il tal atleta o meccanico, per non perdere tempo nel doverli reperire in caso di necessità.

sanremo_valcava 002

La cena con meccanici e d.s. (gli atleti hanno cenato prima e stanno già riposando, perchè domani sarà per loro una lunghissima giornata…) scorre via molto amabilmente, con aneddoti e considerazioni su cosa era e cos’è oggi il ciclismo professionistico. Pendo letteralmente dalle loro labbra. La considerazione principale di fatto è che il ciclismo oggi è senza dubbio molto più pulito, ma sono venute meno praticamente tutte quelle leggi non scritte che un tempo governavano il gruppo dei corridori. Non si tratta di nonnismo o peggio, ma di fatto c’erano i giovani, i gregari di esperienza ed i capitani, ognuno con peso specifico differente, oneri ed onori differenti. Oggi, complice anche la tanta voglia di arrivare unita alla spregiudicatezza dei giovani talenti ed al necessario tornaconto (non fosse altro che di visibilità) delle squadre, è all’ordine del giorno vedere i giovani e giovanissimi letteralmente “scattare in faccia” al gruppo già dal terzo chilometro di gara o sovvertire le fasi di approccio ad una salita decisiva, arrivando ai piedi di essa come se il traguardo fosse lì e non dopo altri quattro o cinque colli di giornata. Alla fine nessuno è comunque demoralizzato dalla situazione, solo se ne prende atto con un po’ di disillusione. I tempi di Merckx sono davvero ormai tanto tanto lontani.

sanremo_valcava 007

Al mattino la sveglia suona molto presto ed io sono già sul piazzale retrostante l’hotel alle prime luci dell’alba. Sono in azione i meccanici con una gestualità e disciplina che mi affascina.

sanremo_valcava 009

Ricontrollano le bici, non minuziosamente (non ve ne sarebbe il tempo) ma in quei particolari essenziali che potrebbero far la differenza tra una vittoria ed un buon piazzamento, o anche solo tra la soddisfazione del corridore e la sua frustrazione e successiva insicurezza nelle prossime gare. Fatto da evitare con più attenzione che una sindrome da over training.

sanremo_valcava 011

Noto che l’equipaggiamento è molto simile per praticamente tutti gli otto atleti oggi impegnati in gara (portacolori azzurro oggi il solo Oscar Gatto) due tipi di telaio, uno aero ed uno più tradizionale, tutte ruote con profilo attorno ai 60mm, poichè con il vento previsto, osare oltre potrebbe esser controproducente. Per tutti cambio elettronico (la cui affidabilità è ormai fuori discussione) per finire freni tradizionali, come da regolamento UCI.

sanremo_valcava 008

Inevitabile scambiarci qualche battuta proprio su questo tema caldo che è l’impiego dei freni a disco. Se da una parte tutti sono convinti del consistente aumento delle condizioni di sicurezza ed affidabilità di un impianto del genere su di una bici da corsa (gomme permettendo, dato che si sta giustamente virando verso coperture da 28mm) d’altro canto nelle corse professionistiche sono tante le variabili che portano, ad oggi, a ritenerli ancora non impiegabili ad occhi chiusi. In primis il grande aggravio di lavoro che darebbero ai meccanici stessi soprattutto in fase di corsa, dove negli attimi concitati di un cambio ruote occorrerebbe svitare e sfilare il perno passante (in luogo di un rapido gesto del quick release), infilare e centrare con attenzione la ruota, avendo nel contempo massima cura che nè il meccanico nè il corridore stringano la leva del freno che potrebbe causare l’incollamento delle pasticche tra loro e dovendo, di conseguenza, procedere al successivo distacco delle stesse con un cacciavite, per poi rinfilare il perno e serrarlo. Attimi certo, ma che possono valere una gara e va considerato che non tutti gli atleti di una squadra possono avere l’intera bici a sostituzione in caso di un problema tecnico. Ultimo aspetto, che di fatto esula da considerazioni analoghe nel mondo amatoriale, è il dover considerare che le gare professionistiche su strada (quindi non mtb nè ciclocross dove il disco ha giustamente ormai preso il sopravvento) si svolgono per la maggior parte del tempo in configurazione di “gruppo compatto” andando ad esporre i corridori ad una probabilità molto più alta di collidere con un disco in rotazione in caso di caduta di gruppo. Aspetto quest’ultimo senza dubbio mitigabile con alcuni accorgimenti, ma di fatto non del tutto eliminabile.

sanremo_valcava 015

Rientro nell’hotel per la mia colazione e vedo anche gli atleti loro al tavolo. Matteo mi fa notare che, il giorno della gara, gli atleti hanno un tavolo a parte, solo per loro e nemmeno vicino a tecnici, massaggiatori o commissari tecnici. Questa scelta ha un motivo ben preciso: il cercare di far cementare il gruppo e dar loro l’opportunità di mettersi nella condizione di massimo agio, al fine di non dover trattenere la tal frase o battuta per timore di esser fraintesi da quelli che di fatto sono i loro superiori in ambito lavorativo. Meglio lasciarli ai loro discorsi, magari anche futili e lontani da strategie e tattiche di giornata ma essenziali per affrontare la corsa a mente libera.

sanremo_valcava 033

E’ tempo di muoversi ed in breve, complice il poco traffico del sabato mattina, stiamo già entrando in città. La scena meriterebbe la ripresa esterna di un drone con le tre macchine, un bus ed un camion di colore azzurro che si stagliano sulle policromie di grigio cittadino.  Stiamo andando ad una delle gare ciclistiche più famose ed importanti al mondo e trattengo a stento l’emozione, muovendomi continuamente sul sedile ed ammirando il foglio con lo schema dell’intero “peloton” di oggi e le annotazioni sulla mappa del tracciato per la gestione della corsa.

sanremo_valcava 035

L’arrivo al castello sforzesco è imponente, con tutte le squadre intente a scaricare le bici e a verificare gli ultimi dettagli prima delle operazioni di partenza. Gli atleti alla spicciolata escono dal bus dopo il briefing del direttore sportivo: si percepisce subito la tensione sui loro volti, così diversi da solo poche ore fa in hotel. Soprattutto sui più giovani si scorge una tensione governata a fatica, il loro compito sarà gravoso durante i quasi 300km di oggi e dovranno far sì che tutto giri a favore della squadra e dei loro uomini veloci o “finisseur” nel caso di un tipico attacco sull’ultima asperità del Poggio (fatto poi verificatosi in maniera eclatante quest’anno!).

tornanti1

sanremo_valcava 038Piccolo attimo di mondanità con la sfilata al foglio firma e qualche battuta scambiata con gli intervistatori in inglese e italiano, poi via, tutti pronti ad incolonnarsi per la partenza. Come tutte le gare pro, i primi chilometri sono neutri, per dar modo al gruppo di assestarsi ed alle ammiraglie di sgranarsi correttamente.

tornanti2

Non ci sono macchie uniformi delle squadre ma il gruppo al momento attende in una configurazione piuttosto variopinta. E’ anche l’unica occasione della giornata per i corridori di scambiare qualche battuta con altri amici atleti al di fuori della loro squadra, anche per spezzare la tensione dell’attesa.

tornanti3

Tutto è pronto, lo speaker scandisce il countdown per la partenza ed i corridori iniziano ad impugnare il manubrio con fare più deciso…3…2…1….VIA! Inizia la trionfale sinfonia a-ritmica dei duecento “clack!” dei pedali, non si sganceranno prima di sette ore e spiccioli di gara.

sanremo_valcava 044

Benchè oggi il clima sia mite, ma molto ventoso, e che il tracciato non sia particolarmente duro nonostante la sua non indifferente lunghezza  (la maggiore di tutta la stagione, da sempre), sarà l’agonismo stesso degli atleti a render selettiva la corsa e a far primeggiare su via Roma a Sanremo solo chi sarà stato in grado di gestirsi al meglio e di attaccare nel momento chiave. Buona fortuna ragazzi!

PS: Trovate qui, sul blog di Garmin,  un riassunto di questo racconto.

Le foto brutte in questo articolo sono mie, quelle belle della inossidabile coppia di Tornanti.cc aka i miei amici Francesco ed Eloise.

3 commenti

Archiviato in bici

2/6/2016 il giorno che il #Vigorelli di #Milano tornò dalla sua gente

… come d’incanto verrebbe da dire, ed invece no. Tutto grazie alla testardaggine, alla passione ed alle lotte di un piccolo gruppo di appassionati veri. Alcuni di loro si erano ancora emozionati a vedere i campioni di un tempo sfidarsi lì, e non ce la facevano a vederlo morire senza fare nulla. Altri, più giovani, scoperta la magia della pedalata continua, avevano voglia di provare a pedalarci dentro e sentire sulla pelle la carezza dell’aria del Vigorelli. Dopo anni di battaglie questo è successo, oggi, il 2 giugno dell’anno 2016.

015

032Mi ritrovo per una volta ad entrare in una Milano ancora addormentata, ma non perché sia particolarmente presto, bensì perché oggi è giorno di festa per tutti, ma per noi ciclisti è un po’ più festa che per gli altri. Oggi è la giornata di riapertura (benché molto provvisoria) del velodromo Vigorelli di Milano, forse la più grande icona del ciclismo su pista mondiale.

036

Siamo ancora in pochi, ma vedo già molte facce amiche, e subito saluto Dane, il Guerriero. E’ lui infatti uno degli artefici di questo successo del “ciclismo dal basso”, come lui stesso lo definirà dopo, durante la cerimonia ufficiale di inaugurazione. Insieme a quel comitato che invece di far parole e proclami come spesso accade, si è attivamente impegnato per anni. Prima con l’ottenimento del vincolo come patrimonio culturale ed architettonico della pista stessa (era vincolato infatti il solo edificio), poi con la richiesta, l’ottenimento, dei fondi per realizzare il completo restauro della pista nella sua geometria storica, recuperandone anche parte del legname originale.

Mi aspettavo un pienone di ciclisti, invece constato che non siamo molti, anche per la concomitanza con il ponte festivo e il poco preavviso ricevuto in merito all’evento.

040

La vista del gigante in legno, con i suoi 397,27 metri, la larghezza di oltre sette metri e le due grandi paraboliche,  incute subito rispetto e un pizzico di timore reverenziale. Si vede subito che alla pista serviranno ancora alcune settimane di lavoro per essere completa: mancano le linee, la fascia di riposo, le progressive e tutto quanto serve per essere considerata un luogo per le competizioni.

044

C’è però un fascino particolarissimo a vedere quel legno così, ancora grezzo e disuniforme, come se non avesse paura di nascondere i segni del tempo, così come sanno fare le signore di classe che non si coprono di trucco il viso ma lo sanno valorizzare per quello che è, e per quanto di intenso ha vissuto. Oggi il Vigorelli si mostra nella sua essenza a chi lo sa cogliere, a chi non ha paura di pedalare sulle sue pendici a 42° di inclinazione perché sa che con il dovuto mestiere, e rispetto, questa pista non ha mai tradito nessun corridore.

111

Ed ora via, il “clack” secco dello scarpino sul pedale mi fa pensare a quando da ragazzino mettevo giù il gettone delle autoscontro ed il divertimento aveva inizio. Non siamo molto distanti da quel piccolo brivido, ma come spesso accade, ora il motore sono le mie gambe. I primi giri in quella che sarà la fascia di riposo mi fanno da subito giungere alle narici il profumo dell’abete rosso della Val di Fiemme, lo stesso utilizzato per la costruzione dei violini, e qui ci si sente davvero dentro la cassa armonica di un grande strumento, come solo gli artigiani italiani sanno realizzare.

118

I chilometri ed i giri scorrono veloci (alla fine per me saranno quasi 50km in 87 giri totali), tra trenini ben organizzati e furiosi lanci sui 200 metri. Ogni tanto si sente scricchiolare qualcosa, quasi ci si trovasse a pedalare sul fasciame della chiglia di un galeone dei pirati. In effetti oggi un po’ pirati ci sentiamo tutti; giovani e meno giovani, così variamente assortiti da far risultare riduttiva la definizione di “ciclisti”. Siamo una sorta di tribù sui pedali, ognuno con la propria storia e le sue ambizioni diverse, ognuno con la sua bici, così personale e cucita addosso al proprio corridore, ma tutti con la voglia di essere oggi testimoni di una grande rinascita.

119

Di seguito altre splendide foto di Emanuele Barbaro e Francesco Rachello ed alcuni link delle notizia sui media locali e non.

http://www.repubblica.it/sport/ciclismo/2016/06/02/news/riapertura_vigorelli-141151914/#gallery-slider=141158572

http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2016/06/02/dopo-15-anni-riapre-vigorelli-a-milano_7b097311-7c2b-4b04-bd7a-330411a7762a.html

http://www.lastampa.it/2016/06/02/sport/ciclismo/la-rinascita-del-vigorelli-di-milano-ha-riaperto-lo-storico-tempio-del-ciclismo-su-pista-eP5ISwg6mZjKLRL670KG2O/pagina.html

http://www.metronews.it/16/06/02/vigorelli-bici-festa-sulla-storica-pista-milanese-le-foto.html

http://www.02blog.it/post/90637/la-festa-per-la-riapertura-del-vigorelli

114

117

115

121

5 commenti

Archiviato in bici

nulla accade mai per caso, la mia #MiTo2016 a #scattofisso by @vostokmilano #milanotorino

Che cos’è un sogno? Spesso gli scienziati dicono sia una nostra proiezione mentale o un metodo che ha il nostro cervello per scaricare i dati superflui immagazzinati nella memoria durante la giornata. Ma non è tutto, non può essere tutto. C’è ancora quell’alone di mistero, oltre la scienza, che fa sì che immaginando e spingendo oltre i nostri desideri, focalizzandoci su di essi ogni giorno, coltivandoli, possa far avverare i sogni, un giorno…

mito16

… ed è il caso della passata domenica, dove, nel primissimo mattino, sotto un grigio cielo milanese, mi ritrovavo in un deserto corso Buenos Aires

aires

Che poi, corso Buenos Aires a Milano può davvero definirsi un piccolo pezzo di New York catapultato in Italia, solitamente caotico e trafficatissimo, mentre ora mi sembra di esser dentro una puntata di “the walking dead”, silenzio surreale. Per fortuna, però, non sbucano zombie affamati a ostacolare il mio cammino, ma qua e là qualche sparuto pedone si intravede, lasciandomi il dubbio se si sia svegliato presto come me o stia rientrando da una intensa nottata tra i locali della metropoli meneghina…

Questa situazione quasi surreale, gioca tutto a mio favore, riesco infatti ad avere il mio momento di concentrazione massima proprio ora, quando, con una certa ridondanza linguistica, sto andando come l’anno scorso al Vigorelli in sella alla mia (Cinelli) Vigorelli. Oggi si corre da Milano a Torino con la scatto fisso. La bici scorre silenziosissima, fin troppo. Mi trasmette la giusta fiducia facendomi comprendere che si digerirà tutti i 150km dato che anche il pavè di porta Garibaldi scorre via senza che lei si scomponga troppo, nonostante il pieno carico delle due borracce a bordo.

Arrivo al Vigorelli e vedo già tanti volti amici e tante bici, tutte tra loro estremamente diverse, accomunate solamente dalla trasmissione a scatto fisso. C’è di tutto: acciaio (tanto), alluminio, carbonio (poco), alto/basso profilo e manubri di tutte le fogge. Io, come gli altri anni, mi affido all’assetto da crono, reso solo un minimo più comodo da uno spessore da 5 mm sotto lo stem: non mi ha mai tradito e c’è sempre stato un momento, breve o lungo, dove mettermi giù sulle appendici è stato determinante.

crono_mito

Non siamo moltissimi a partire, circa 65. Le ultime due edizioni funestate dal maltempo, e l’esplosione del fenomeno criterium, hanno un po’ messo in secondo piano quello che era l’appuntamento principale della stagione per gli amanti del fisso a pedali. Iscrizione rapida, il tempo di mettermi nelle tasche gli attrezzi, telefono e qualcosa da mangiare e via che si parte, ci vediamo a Torino!

005

L’uscita da Milano è sempre festosa, siamo corridori sì ma anche una sorta di massa critica che afferma la voglia di riprendersi le strade, almeno alla domenica mattina, dove salvo rare eccezioni nessuno può veramente dire di aver fretta in auto, per andar dove poi? al lago o in montagna? Vige ancora, per fortuna, la regola di non belligeranza fino ad Abbiategrasso, tra i nuovi della MiTo ci sono anche le migliori gambe del panorama, ad esempio il mio amico Torinese Luca C. con il suo STØRM, Fabio A. di Cykeln, il grandissimo “Guanda” che sprizza entusiasmo da tutti i pori ed il suo amico Michel Chocol, vero atleta di alto livello, vincitore di svariate granfondo e dal fisico perfetto. C’è poco da fare, i corridori veri li riconosci già da quando scaricano la bici dall’auto per schierarsi in griglia, e lui non fa eccezione, armonioso nella pedalata e sicuro di potersi giocare le sue carte. Prima della partenza mi chiede anche qualche indicazione sulla strada da seguire una volta arrivati a Settimo, e gli mostro sul suo cellulare dallo schermo enorme (saranno 6” minimo) quella che è una via chiara e facile da riconoscere per arrivare in corso Casale a Torino.

Passati i primi 50km si inizia a far sul serio, come era naturale aspettarsi. Nessun “break away”, come si usa dire in gergo, ma tutta una serie di allunghi che decimano il gruppo (a Morano perdiamo ad esempio Matteo RR e Paolo tZE alla loro prima partecipazione) . Michel C è risulta quasi affascinante da vederlo pedalare, sembra non far fatica, ha una progressione che fa male agli avversari, e rimane impassibile in volto: non fa capire se quello è il suo limite oppure con noi sta solo giocando come il gatto con i topi…

006

Il vento è presente ma soffia di traverso, qualche volta di 3/4 a favore. Mi metto anche io di buona lena e faccio qualche volenteroso turno davanti, a tirare. Mi trovo sempre comodo a star sulle prolunghe, anche per tempi piuttosto lunghi, e riesco a far veleggiare i miei compagni d’avventura attorno ad una velocità di crociera di 38-40km/h. A Borgo Revel (paesino dal nome che ho sempre trovato affascinante) anche Roby D’Anna e Luca A. decidono di averne abbastanza delle “specorate” e passano, giustamente, in modalità gita sociale.

I chilometri scorrono, non sembra vero di averne fatti già più di 100, quando in allenamento già solo la metà si fanno sentire così brucianti nelle gambe: potere del gruppo, della capacità di “limar le ruote” e stare coperti dal vento, Fabio, Luca, Alberto e gli altri ovviamente lo sanno, e tutti abbiamo ancora qualche cartuccia da sparare, tutto sta nel farlo al momento giusto. Per quello le gare sono così affascinanti, perchè a saperle leggere sono estremamente complesse pur nell’ estrema semplicità di andare da A a B.

Ci approcciamo all’abitato di Chivasso esattamente a mezzogiorno, ancora non lo sappiamo, ma sarà un vero mezzogiorno di fuoco! Siamo tutti convinti (ormai siamo una quindicina) di percorrere la via centrale, pavimentata in pavè e pedonale, ma che accorcia di molto l’itinerario… sappiamo che sarà chiaramente trafficata dai pedoni domenicali, quello che non sappiamo è che oggi c’è anche la fiera di paese! Apro un varco tra la folla come Mosè di fronte alle acque del Mar Rosso (passatemi l’irrispettoso paragone), la differenza è che invece dello scrosciar delle onde ci lasciamo alle spalle uno scrosciare di leciti insulti nei nostri confronti, stante l’assetto da orda di barbari con la quale svicoliamo tra folla e bancarelle. La buona notizia è che nessuno si è fatto male.

Poco prima di Brandizzo, Michel decide che è tempo di chiudere i conti e parte con uno scatto da “hors catégorie”. Come due leoni Fabio e Luca si lanciano al suo inseguimento, noi pochi superstiti (otto) li vediamo in lontananza. Fabio pare essergli in scia, ma Luca, in realtà  è più staccato. Il loro progetto dura il tempo di arrivare a Settimo: saltano entrambe, nulla si può contro l’uomo bionico! Sparisce anche dalla visuale, favorito annunciato, che credo centrerà il pronostico fatto da tutti.

Per Settimo, da sempre punto cruciale della corsa, ho in mente di mettere in scena lo stesso “show” dello scorso anno, ovvero, via pedonale (di nuovo) poi 300 metri di contromano e poi giù fino in piazza Sofia a Torino, attuando la famosa variante del cimitero. Attimo di brivido vero quando, finita la via pedonale, non mi accorgo della presenza di una catena tra due paletti che mi si para davanti: freno con pinza sull’anteriore e gambe sul posteriore, e questo basta per fortuna a non farmi fare un carpiato in avanti ma a pizzicarmi solo le dita. Sono incolume, niente paura, i battiti aumentano ma solo per colpa dell’intramuscolo di adrenalina inflitta dal momento di panico. Riesco a spostare la bici e ripartire, per il viale in contromano siamo solo io e Dario, ma gli altri, che stanno facendo il giro più lungo, si ricongiungeranno alla solita rotonda, che risulterà essere decisiva per lasciare Settimo e dirigersi verso la direzione più conveniente. 

Da qui in poi la corsa si tramuta in una velocity urbana (se non sapete cos’è, qui un prezioso link di storia…) ed emergono le capacità, mie e di alcuni compagni di avventura, di saper spingere forte sui pedali anche in presenza di traffico, semafori, rotonde e tutto il panorama di ostacoli cittadini. Non sono tecniche che si possono improvvisare, ne va soprattutto dell’incolumità di chi gareggia. Come dice Lucas Brunelle, uno che di corse urbane un po’ se ne intende, noi siamo la categoria di ciclisti che esiste negli interstizi del traffico, in quegli spazi che i più nemmeno ne immaginano l’esistenza. Negli anni di alleycat, e competizioni cittadine, abbiamo imparato invece a riconoscere quei varchi e a renderli dei posti sicuri dove stare, a concepire traiettorie sulla carta sbagliate ma nella pratica redditizie, ed è quello che fa la differenza alla MiTo, da sempre.

Torino 006

L’ultimo ostacolo prima del ponte ciclopedonale del lungo Po Antonelli è l’incrocio con corso Belgio: semaforo rosso! Qui il flusso di traffico è davvero troppo veloce e voluminoso per poterlo sfidare, ci fermiamo tutti. Nel ripartire però non riesco ad agganciare il pedale, provo una volta…. due… tre, nulla! I ragazzi mi sfilano anche se siamo tutti a pochi metri di distanza, arranco, per poi finalmente sentire il “clack!” risolutivo che mi permette, finalmente, di alzarmi subito sulla sella per spingere fino all’ultimo incrocio.

Do per scontato che Luca, torinese, sappia che si deve svoltare leggermente a sinistra, invece vedo che si butta a destra, e rilancia pure! Gli altri lo seguono e trovo la voce per gridargli: “ragazzi, è di qua!!”. Mi butto al volo sul ponte, mi serve un po’ di lucidità alla fine di esso per non andar dritto giù per le scale, ma imboccare il sentiero (sì avete capito bene, sentiero sterrato in discesa lungo circa 6-7 metri) che percorro con la ruota dietro bloccata, anche per la tensione che mi sta assalendo e dalla paura di finire a terra a 150 metri dal traguardo.

Torino 007

Dovrei star morbido, ma non mi riesce. Finalmente ritrovo il rassicurante asfalto di corso Casale (messo non poi così meglio del mini tratto sterrato che ho appena percorso) ed il tempo di un ultimo rilancio, e vedo che c’è solo il mio amico Filippo a presidiare il traguardo! Cerco ovunque con lo sguardo la sagoma di Michel, ma non lo vedo, non c’è, anzi non c’è ancora. Vuoi vedere che ho vinto?!

007

Passano secondi interminabili prima che io realizzi che, sì, è andata proprio nel modo più sorprendente possibile. E’ andata che per arrivare primi in questa corsa non basta avere tanta gamba ed intelligenza tattica, ma anche aver pianificato un itinerario redditizio ed averlo percorso al massimo possibile, fino dentro la città, quella città che mi ha dato i natali, e che ora ammetto mi sta regalando la mia gioia sportiva più grande. Albo d’oro, e dati alla mano, sono il primo torinese ad aver vinto questa splendida classica del ciclismo alternativo e, ciliegina sulla torta, segno anche il record assoluto della gara con 4ore e 8 minuti, 5 minuti meno dell’edizione del 2013, l’ultima asciutta dopo le funeste 2014 e 2015.

011

Aspetto con sguardo tra il sognante e il divertito l’arrivo di tutti i ragazzi che hanno partecipato, li vedo tutti sorridenti, così come mi conferma l’organizzatore Marcello. Per il prossimo anno, che sarà il decennale della MiTo, come della redhookcrit, guarda caso, tutti ci impegneremo a far sì che si parta da sopra il  legno del velodromo Vigorelli per giungere, “scorrendo”, sul cemento del Motovelodromo Coppi e poter così celebrare questi due monumenti, e dar merito a chi anche negli anni bui non ha mai permesso che andassero definitivamente perduti.

014

1 Commento

Archiviato in bici

Contro se stessi e la natura, da Milano a Torino senza mai smettere di pedalare, di nuovo.

mi-to-2015-300x300Come ho sentito commentare da qualche amico che la sa lunga, probabilmente in tutto il panorama ciclistico mondiale non esiste una cosa come questa. Una gara non gara (ricordatelo bene) che va da A a B (come quelle vere, non ad anello come le granfondo…) con delle bici nate per correre in pista che invece per un giorno collegano idealmente proprio due tra i velodromi più celebri della storia. Dal Vigorelli di Milano ad Coppi di Torino, senza poter mai smettere di pedalare.

 

Sapevo benissimo che avrebbe piovuto, lo mettevo in conto già da qualche giorno prima dove con più minuziosità del solito mi ero dedicato ad ottimizzare posizione ed accessori sul Vigorelli per fare in modo che la bici fosse perfetta per fare quei dannati/meravigliosi 150km. Con questa sarà la quarta volta che prendo parte alla Milano-Torino, qualcosa me l’ha già insegnato questa gara, anzi molto, ma come dice il patron (mente ed organizzatore) ogni volta la MiTo è qualcosa di diverso, compresa la strada che fai per entrare in Torino. e Marcello non sbaglia, nemmeno questa volta.

Arrivo puntuale e vedo già tante facce conosciute ed amiche e qualche faccia nuova assolutamente ben venuta dato che ha fatto molti  più chilometri di me per esser alla partenza stamane e ne farà ancora moltissimi in più per tornare poi a casa.

IMG_0958

Dopo qualche istante arrivano gli ultimi ritardatari, chi un po’ raffazzonato ma con il sorriso a 32 denti per il solo fatto di esser qui, chi serio e determinato a fare “la gara” dando tutto se stesso dopo mesi di allenamento finalizzati anche all’appuntamento di oggi.

IMG_0974

Partiamo, pioviggina appena. Siamo pochi, meno di sessanta contando che ci sono state edizioni con partecipanti doppi (questa è l’ottava, per la cronaca). Ma si respira quel frizzantino nell’aria che solo chi parte per una vera avventura riesce a percepire. L’uscire da Milano verso la grande Pianura mi emoziona. Là fuori non ci saranno le schiere di palazzi a proteggerci dal vento, saremo soli con noi stessi e nessuno sa quello che si troverà ad affrontare e nemmeno chi avrà al suo fianco per supporto e se invece sarà da solo in mezzo al nulla. Battute, scherzi, commenti sulla bici e sul rapporto scelto per oggi riempiono l’aria. Come sempre ho il mio fido 49-15 ed una catena nuova e bella che fa emettere solo un fruscìo dalla trasmissione. Il bello dello scatto fisso è anche questo, una bici semplice e solida, dove udire uno sferragliare non è sinonimo di qualcosa di imperfetto ma di una rottura imminente. Arriva il primo paese, Abbiategrasso, dove la regola ferrea e non scritta vuole che si dia il via alle danze, ovvero si conceda totale libertà sul come interpretare la gara, chi si dà battaglia, chi corre, chi va al piccolo trotto e chi passeggia… Ognuno con la stessa dignità e rispetto da parte di tutti.

IMG_0995

Vedo avanti a me un primo gruppo iniziare a prendere vantaggio. Inizia a sentirsi un vento di traverso freddo e un po’ più di pioggia. Non ho le gambe (credo) ma soprattutto non ho la testa per andare a fare subito una scannata e tentare di agganciarmi a quel primo gruppo, non oggi, non ora che mancano 130km al traguardo. Accelero comunque ed in breve mi trovo nel gruppo di Marcello menthos ed altre gambette buone. Sarà questo il mio plotone, mi sento a mio agio e vedo da subito una buona collaborazione e veleggiamo, è proprio il caso di dirlo, ad una velocità attorno ai 36 orari.

Poi come in ogni buon film, un piccolo grande colpo di scena. Banale quanto inevitabile, la mia vescica mi ordina di fermarmi, subito! Ogni minimo scossone dell’asfalto è come un pugno nella pancia. Raduno le idee e le forze, avviso la testa del gruppo, e faccio una tirata di un minuto per poi potermi fermare per quattro lunghissimi minuti, a loro modo piacevoli.

Riparto, sono da solo, ma da lassù probabilmente qualcuno mi vuol bene: nella successiva mezz’ora non pioverà ed avrò un leggero vento di 3/4 posteriore. Mi spiano sulle prolunghe da crono e sento le gambe girare bene. Ogni tanto lancio un occhiata al garmin e leggo sempre un 4 come cifra iniziale della velocità istantanea, mi piace. Trovo un solitario e lo invito a seguirmi ma durerà poco alla mia ruota ma nemmeno me ne accorgo, purtroppo. Senza strappi e senza sentirmi al limite dopo un tempo che mi pare lunghissimo inizio ad intravedere delle giacche fluo sulla linea dell’orizzonte, sono loro. Accelero.

Poco prima di riagguantare il gruppetto vedo altri tre fermarsi proprio per le medesime necessità idrauliche, io non vedo l’ora di arrivare in scia e riposarmi un po’ nonostante le gambe continuino a girare. Rientro.

Il riposo è brevissimo ma riesco ad alimentarmi bene e a bere qualcosa nonostante non abbia gli stimoli di fame e sete so che non si possono fare scherzi e se avvertirò “il classico buco allo stomaco” sarà già troppo tardi, un po’ di (dolorosa) esperienza insegna più di mille manuali. Il tempo ora peggiora pesantemente, il freddo aumenta, la pioggia ed il vento anche che ora è puro di traverso a sferzarci. Siamo poco oltre la metà gara e ora si instaura tra noi un consapevole silenzio, di quelli che uniscono anzichè dividere.

IMG_1074

cerchiamo per quanto possibile di evitare buche, pozzanghere ed ormaie che sono un ulteriore freno alla nostra avanzata. Ogni pedalata ora è dosata per non fare sforzi più del necessario e sprecare energia. La nostra media si abbassa sensibilmente. Stare a ruota è tanto difficile quanto necessario; solo ogni tanto quando son dietro a Lorenzo aka Benza ed il suo ferriveloci con un antiestetico ma efficace parafango riesco a respirare a bocca socchiusa, altrimenti ben serrato per non bersi i veleni tirati su dall’asfalto con l’acqua.

Non ce ne rendiamo conto ma, nonostante tutto, i chilometri passano via uno dopo l’altro, come mattonelle di un domino lungo da Milano a Torino. Inizio ad avere i piedi zuppi e a sentire la sensibilità sparire da mani ed avambracci ma non devo fargli prendere il sopravvento. Inizio a muovermi il più possibile per riattivare la circolazione a modo, cambio posizione sul manubrio e sulla sella e sento il mio corpo rispondere ed è una bella iniezione di fiducia. Soprattutto le gambe ci sono ancora e tanto vale sacrificarsi ora per il gruppo che non verso la fine quando magari non ne avrò più. Mi metto davanti, braccia sulle prolunghe, posizione comoda ma efficace e senza strappi mi porto di nuovo ai 35-36 orari con ogni tanto qualche sparuta occhiata al farmi star a ruota da tutti gli altri.

IMG_1024

Vado avanti fino a che mi sento un lieve bruciore nei quadricipiti, credo sian passati  dieci minuto o forse qualcosina di più. Mi allargo e mi alzo rallentando, mi volto e ho una sorpresa: siamo rimasti in cinque. Non era una selezione voluta, ma di fatto nemmeno la selezione naturale lo è, anzi spesso mi son trovato io ad essere il selezionato anzichè selezionatore quindi va bene così. Le scritte stradali con l’indicazione Torino si fanno più frequenti e questo fa tanto morale nel nostro piccolo plotone. A Chivasso faccio strada io per il viale centrale in pavè, certo non troppo piacevole ma accorcia un po’ la strada  e tutti lo riteniamo un ottimo scambio: strada per fatica. Brandizzo vola via veloce e ci ritroviamo al cospetto di Settimo Torinese dove a mio parere è necessario onorare questa corsa dando il tutto per tutto perchè è qui che si è sempre decisa ed è qui che se ne si ha la possibilità si deve fare la differenza.

Vedo il buon severinodigiovanni della CCSC (che sta per Ciclo Club Scappati di Casa – geniale) un po’ insofferente sulla poca voglia rimasta a tutti di tirare. Mi par evidente che ne ha e non voglio fare l’egoista quindi mi affianco a lui e gli chiedo se ha voglia di fare una cavalcata finale come si deve. Acconsente, credo non vedesse l’ora nonostante i 135km già sulla schiena per entrambi: “aspetta, non questa rotonda, la prossima si va”. Mi fa un cenno, ed all’uscita della rotonda designata diamo tutto quello che abbiamo. Ci segue un terzo ma poco male. Settimo è come un videogame fatto di zone pedonali e sensi unici in verso opposto. L’unico vantaggio è che il meteo e l’ora di pranzo ci tolgono una buona fetta di traffico ed in men che non si dica leggiamo l’enorme scritta: TORINO!

resta in pratica solo più una svolta decisiva, quella che porta verso la “via del cimitero” che avevo anche provato un po’ di tempo prima. Non so se è la più redditizia ma di sicuro è la più corta ed ora c’è solo voglia di arrivare. Il terzo con noi compie l’inspiegabile errore di allungare di fronte a noi, ben sapendo che solo io conosco la strada. Svoltiamo compatti io e severino con un classico gesto di chi è avvezzo a girare in bici in città. Ora tutto dritto fino al ponte pedonale sul Po che con il suo bianco è quasi come uno stendardo dell’arrivo. Manca solo più la rampetta sterrata di discesa dal ponte, fatta con il solo terrore di bucare e poi la svolta per gli ultimi duecento metri fino all’arrivo!

IMG_1099

In quell’attimo in cui sento di aver superato anche l’ultimo metro di corsa mi sento così bene, appagato e fortunato che sento le gambe girare da sole e portarmi ancora avanti, rallento ma non esito e, incredibile a dirsi, alzo la testa verso l’altro provando quasi piacere a sentire quelle sottili gocce di pioggia sulla pelle come fossero le prime a solcarmi il volto in una giornata in cui in fondo non mi importa di quanto è stata dura, ma ben di più mi rende felice aver conosciuto una parte in più di me stesso e di aver condiviso la strada con persone che meritano il più alto rispetto. Al prossimo anno, per la nostra unica ed irripetibile classicissima di primavera.

IMG_1129

 

PS: la mia traccia su Strava qui (con tutti i paesi toccati…) ed un po’ di belle foto qui grazie a Vittorio Chingò

IMG_1130

6 commenti

Archiviato in bici, fixed

Vi racconto delle mie bici – puntata 3 di 7: +ferriveloci+ modello B road #menridesteel

Come si suol dire, passione chiama passione… ed alla fine quello che per due ragazzi dinamici ed intelligenti era solo una passione poi diventa un lavoro.

Come al solito le cose non succedono mai per caso. Lo spazio web di fixedforum, in mezzo a ritrovi, opinioni e risate ha anche l’immenso pregio di far crescere le persone. Da quella comunità nasce il progetto ferriveloci: dalla volontà di Paolo e Gianmaria di creare un qualcosa di fresco e dinamico, seppur legato alla grandissima tradizione telaistica italiana. Uno dei loro pregi è quello di aver iniziato con umiltà, seguendo orme ed insegnamenti del maestro Mario Camillotto, ma nello stesso tempo il loro obiettivo è non solo quello di essere i custodi di tale arte, ma di rinnovarla, di osare  e di dare vita ad un nuovo marchio che faccia guardare a se non solo i conoscitori della bici classica in acciaio ma anche, anzi soprattutto, chi cerca sia una bici performante, sia un oggetto personale, unico e dal valore che va al di là del puro prezzo commerciale.

OFFICINA-FERRIVELOCI-1

Così inizia la loro avventura, partendo dalle bici da pista. Poi accade che, parlandosi e confrontandosi, la voglia di fare un telaio da corsa è tanta. Loro non si tirano certo indietro per questa nuova sfida, ma come è logico le incognite non sono poche e si fa strada da subito la necessità di passare per un prototipo da poter testare, stressare e porre come base per le prime produzioni.

TAIPEI-1

Ed ecco che entro in gioco io. Una delle mie fortune, oltre ad essere di fatto nel posto giusto al momento gusto, è andare in bici da molto ma anche l’esser andato tanto in moto, che mi ha fatto sviluppare un po’ di sensibilità in più della media rispetto alla sensibilità di guida e, di riflesso, di riuscire a portare abbastanza vicino al limite (parlando di amatori) una bici in discesa, di modo da capirne ed interpretarne le caratteristiche proprie.

All’atto pratico, inoltre, mi ritrovavo con un telaio da corsa un po’ datato, pur essendo un buon Dedacciai di quelli ancora costruiti in Italia, ma con una buona componentistica come gruppo strada (un immancabile Campagnolo, nella fattispecie un Centaur carbon) e con un discreto parco ruote, di modo da aver la possibilità di capire anche se ci fossero dei cambi di comportamento a seconda del set utilizzato.

2279La mia unica richiesta ai ragazzi di ferriveloci fu ovviamente la misura, una classica 54 quadra, stante la mia corporatura media. Detto fatto e si misero subito al lavoro. Base di partenza la serie di tubi Columbus EL che era ancora in loro mani benchè la produzione di tale set fosse da tempo cessata. Io chiaramente non stavo nella pelle per avere anticipazioni, anteprime e tutto quello che potesse alimentare la mia fantasia e le mia voglia di averlo, montarlo e provarlo.

 

Il risultato è stato strabiliante. Nasceva un telaio da corsa, ma aggressivo come un telaio da pista, con gli storici angoli da 74° sia sul tubo sterzo sia sul verticale, con il movimento centrale alto 1.5cm in più del normale ed una distribuzione dei pesi unica, per una bici unica.

2286

Il bello di collaborare con un telaista (in questo caso una coppia) è che non solo conosce le tue misure antropometriche ma conosce le tue caratteristiche come ciclista (non oso scrivere corridore, quelli sono altri) e fa sì che si faccia interprete dello stile di pedalata e crei, nel vero senso della parola, un vero e proprio prolungamento del tuo corpo, esaltando le tue caratteristiche fisiche ed appianando i difetti. Personalmente mi piacciono i giri corti e tirati, i cambi di ritmo e i rilanci proprio come nelle criterium a scatto fisso. In più amo alla follia la salita, in ogni sua forma e dimensione: dalla montagna over2000 affrontata con rispetto in lunghe ascese a ritmo costante, fino agli strappi collinari: brevi, intensi e da affrontare al meglio per non finire con le gambe in crisi ancora prima di arrivare alla meta. Questo è stato magistralmente tradotto in un telaio non solo bello (a mio parere, ma anche secondo persone più autorevoli come mr. CycleExif) ma soprattutto agile, pronto, nervoso e da domare ma che una volta capito sa dare emozioni a chi lo pedala.

2428

Ho sperimentato il più possibile di situazioni e percorsi con tutte le ruote a mia disposizione: dalle alto profilo in carbonio, passando per le medio profilo rigide e con pochi raggi, fino al bassissimo profilo leggero ed improntato alle scalate. Devo dire che ad ogni cambio ruote si rivela un carattere molto diverso della bicicletta, come una donna che puoi incrociare al parco con le sue scarpe da running e poi rivedere la sera in tacco 12, è sempre la stessa ma cambiano tante cose in lei, nel suo portamento e nel suo stile.

2431Così questa ferriveloci modello B sa essere gentile e perdonare qualche errore di traiettoria con le basso profilo, oppure farti viaggiare sul filo del rasoio alla media dei 40 orari sfidando i tuoi compagni di allenamento, che sì sa che ogni allenamento è una gara, ma ogni gara è un allenamento.

Nelle discese tecniche e nei cambi di direzione è fulminea come una supermotard; l’anteriore resta granitico e fedele alla traiettoria impostata, per contro bisogna saperla impostare a modo per avere il suo pieno appoggio: le incertezze non piacciono nemmeno a lei. In salita sa farsi amare, è reattiva ed accompagna la scalata come non pensavo fosse possibile per un telaio in acciaio, materiale che ancora oggi si rivela con delle potenzialità incredibili in campo ciclistico.

Ho ancora molto da sperimentare e provare con lei, mi mancano uscite oltre le 5 ore e gare in linea di quelle da “coltello tra i denti”, ma sono sicuro che ci sarà da divertirsi, d’altronde ci conosciamo da nemmeno un anno e di strada da fare ne abbiamo entrambe molta!

049

Vi lascio con le belle foto che il mio amico Matteo Zolt ha fatto nella splendida cornice della strada panoramica di Superga qui a Torino.

_MG_9606 copy

_MG_9615 copy

_MG_9626 copy

_MG_9624 copy

nodo_sella

_MG_9640 copy

3 commenti

Archiviato in bici

tre giorni per sentirsi un po’ bike messenger, i miei #icmc2014 a Milano

Lo so che sto scrivendo in assoluto fuori tempo massimo, ma è più una mia esigenza del voler lasciare qui sul blog una memoria dell’esperienza unica che ho avuto l’occasione di vivere in quei tre bei giorni dei primi campionati italiani di corrieri in bicicletta.

004

Già dall’acronimo c’è un bel retrogusto di internazionalità: ICMC ok forse fa un po’ WMCA ma racchiude un progetto ed una voglia anche nella piccola (piccolissima…) Italia di iniziare a pensare a qualcosa di buono, quindi ICMC2014 ovvero Italian Cycle Messenger Championship, tradotto, campionati italiani per corrieri in bicicletta, prima edizione. In pratica una tre giorni intensa per celebrare prima di tutto quello che è un mestiere, antico come la bici stessa ma talmente moderno che può davvero rappresentare uno dei modi che le nostre città hanno di diventare vivibili (anzi sostenibili come si dice oggi) belle, nuove e soprattutto di nuovo centro delle occasioni per chi è giovane ed ha un’idea da sviluppare e far crescere. Oltre a questo è anche un modo per ritrovarsi, contarsi e riconoscersi anche tra chi questo mestiere non lo vive nel tutti i giorni ma che ne è affine e che ha capito che certo l’auto serve ma che tante tante volte se ne può anche far a meno e non per essere ecologisti-naturisti-viversaniebelli-alternativi-puristi-immacolati-senzapaura, ma perchè semplicemente ci conviene in termini di tempo e costi, due cose che di sicuro vi/ci stanno a cuore molto più dell’ambiente, almeno nell’immediato.

1534440_10152095129508325_7260065791410597933_n

Veniamo alla cronaca un po’ più spiccia. La mente di tutto questo è quel Matteo Castronuovo che da vero uomo del sud ci mette una passione sconfinata in quello che fa, fino in fondo. Così, invece di pensare al solo nostro “orticello” italico, pensa bene di invitare una buona fetta dei suoi amici e colleghi europei, e lo fa per un sacco di buoni motivi: in primis perchè se è vero che l’appetito vien mangiando allora da ICMC si potrà magari poi pensare a dei ECMC dove E sta per Europa, con tutta un’altra dimensione e peso, poi perchè è bello esser tra gente nuova e diversa ed uscire un po’ dagli schemi classici e poi perchè (questo lui non ce l’ha detto prima…) i ragazzi dal nord Europa sanno fare questo mestiere come pochi altri e magari vengono qui a farci vedere come si fa, senza presunzione, ma con il rigore e l’efficienza che solo chi è nato al freddo sa attuare (andrà a finire esattamente così, ma non anticipiamo troppo).

Si parte il venerdì dal Vigorelli, vero tempio del ciclismo mondiale oggi ancora girante addormentato ma chissà, arrivano un po’ tutti alla spicciolata, magari a gruppetti ed il giro di saluti mi diventa subito più lungo che ad un matrimonio nel salento, ma altrettanto piacevole. Il bello è che nonostante tutto va ancora di moda l’abbraccio, pure tra maschi (sarà lo scatto fisso mi sa…) il che crea davvero una connessione forte, molto più forte che in altri ambienti. Qui si corre e si scanna lo stesso ma prima ancora ci si aiuta, ci si sostiene vicendevolmente e con un ospitalità che io ritrovo solo nei racconti della grecia classica.

Partiamo con l’alleycat riservata ai corridori di fuori città (out of town – OOT – per farla anglosassone) siamo quasi una cinquantina, metà di questi non italiani, organizza il buon Benza VeganGrizzly. Quel guascone di Andrea, che mi conosce e sa benissimo che ho abitato in Milano e che ci scorrazzo fin troppo spesso, inizia a dire a tutti: “follow this guy, he knows the streets!” Grazie per la manata di stress da responsabilità skilly, davvero Sorriso .

008

0123,2,1 via! nella classica, bella quanto inutile corsetta iniziale dell’alleycat mi cade la mappa dalla tasca, non la ritroverò più. Poco male ho quella di riserva, peccato che abbia un po’ troppe alley sulle spalle e ne porti i segni sulla carta fin troppo evidenti: sembra la sacra sindone in pratica, non ci arrendiamo. Io e Pier da Bologna iniziamo a segnare i punti sulla mappa, sono 4 prese e 4 consegne in ordine libero, fattibile, si salta in sella.

Subito io e Pier ci troviamo a guidare un bel plotone di una dozzina di ciclisti, che dire indisciplinati è ancora poco. Parliamo italoinglese, escono neologismi ad ogni svolta, Milano ci accoglie tutto sommato bene, sarà che è un weekend di ponte lungo e che è ora di cena, ma riusciamo a girare molto bene e soprattutto in maniera organica, senza mai tornare sui nostri passi e soprattutto senza sbagliare clamorosamente direzione. Bello anche vedere sempre facce amiche ai checkpoint, l’alley scorre via liscia, momento migliore il lungo drittone di via Monza fatto avanti e indietro per arrivare fino alla Martesana, trovando al ritorno un filotto di semafori verdi meglio di un incastro magico di Tetris! Alla fine mi classifico attorno alla ventesima posizione, va bene, era un warm-up e la soddisfazione in un alleycat è chiuderla nel tempo limite (o vincerla chiaramente) le mezze misure non ci piacciono.

Alleycat_oot_icmc

La festa poi prosegue al Vigorelli, tra salamelle e birrette, senza esagerare però che domani ci sono le qualifiche!

10258718_10152098284408325_9190616721181179491_n

Ed eccoci al mattino di sabato, belli freschi e riposati. Arrivo a metà mattina al parco Lambro, quello che ormai è non solo il centro di questa manifestazione ma è il vero cuore pulsante di tutto il circuito ciclistico milanese d’inverno come d’estate.

008Sbrigo le procedure di registrazione ed in poco tempo sono già sul percorso a provare ed iniziare a memorizzare tutte le regole e le scorciatoie di quella che a tutti gli effetti è una vera e propria città in miniatura, con ponti, salite, discese, fiumi, scale e ben dodici punti dove fare prese e consegne. Si parte finalmente, 90 minuti secchi per fare più lavoro possibile, regola ferrea: ogni minuto di ritardo annulla una consegna, tutti avvisati.

010

859925_10152083432363325_5066339902329771087_oInizio abbastanza bene, la mappa che ho fascettato sul manubrio è chiara e ben leggibile e gli appunti segnati con il pennarellino sono funzionali. Oggi (come ieri, chiaramente) uso la mia bici da città che mi tiene compagnia da ormai molti anni, telaio da corsa di fine anni 70, un po’ come me, e ruota fissa ricavata da un mozzo mtb anteriore, un vero carroarmato, il rapporto 43-17 si rivela persin duro per scalare la collinetta che porta ad un paio di check, mentre è chiaramente troppo corto quando si tratta di fare il giro dell’anello delle criterium sapientemente messo a circolazione  a senso unico. Vedo gli stranieri con rapporti  ben più lunghi del mio comunque letteralmente mangiarsi le salitine, volare sull’anellone e non sentire il pavè dissestato di alcuni tratti… scoprirò che non stanno dando nemmeno tutto perchè hanno nel mirino la finale, impressionante. Io non demordo, riesco a spingere bene e sto costantemente a tutta pur di completare il manifest delle consegne. Ci riesco, ma per un mio grossolano errore di valutazione finisco cinque minuti in ritardo, ergo, cinque consegne cancellate. Disperazione. So di aver fatto un buon lavoro, al meglio delle mie possibilità, ma temo di non esser passato dato che solo in 35 accederanno alla finale. Risultati a sera!

Sfinito dalla stanchezza riesco a farmi una doccia e a mangiarmi un buon gelato, poco a poco tornano un po’ di energie ma il mio fisico si rifiuta di partire all’alleycat che ci sarà di lì a poco, benchè si chiami Private IV e sia l’alley più importante della stagione. Non riesco però a starmene con le mani in mano (vabbè gambe in gamba non suonava bene) e mi offro per gestire un checkpoit, una cosa che non ho mai fatto, magari è divertente. Ne assegnano uno comodo, conosco bene la strada per arrivarci ed è sotto un ponticello, mi fa compagnia in buon Gufo come me vero entusiasta di questi ICMC e grande appassionato di kebab, appena arrivati infatti va subito alla ricerca del kebabbaro più prossimo e tornerà di lì a breve con il divin panino. Ho scritto che è sotto un ponticello non a caso, dopo poco dall’inizio della gara inzia un temporale intenso, noi al riparo siamo testimoni dell’arrivo di gruppi di corridori in condizioni davvero limite, ma non così limite come i manifest che ci chiedono di firmare, talvolta divenuti degli ammassi informi di cellulosa o poco più.

Storia nella storia, arriva il mio pupillo Eddy, lo vedo però con lo sguardo perso, ha appena bucato. Decidiamo al volo di scambiarci la ruota (per fortuna l’anteriore) e lui può ripartire di slancio, io ho tutto il tempo di cambiarmi la camera fino alla fine del tempo limite. Scoprirò dopo, rientrato al Lambro, che questo gesto gli ha permesso di vincere la sua prima alleycat, ed iniziare vincendo una Private fa davvero sperare nel buon futuro del ragazzo.

10257322_10152114311078325_2053163991111556861_o

Scocca l’ora di chiusura del check e se per caso lassù qualcuno ci ama quella sera ci stava osservando per benino, ripartiamo alla volta del Lambro che ha appena smesso di piovere, l’aria è fresca ed arriviamo al quartier generale degli ICMC da asciutti, gli unici su più di ottanta persone, mi sentivo quasi a disagio, ma il fisico ho ringraziato.

Passano momenti di trepidante attesa, Matteo ed i ragazzi dell’organizzazione sono riuniti in un conclave serratissimo per conteggiare tutti i dati delle qualifiche, mi affaccio un paio di volte fino a meritarmi delle minacce… resto in attesa. Ad un certo punto li vedo uscire, Matteo mi guarda e mi dice quello che tutto subito fatico quasi a realizzare: “sei in finale”. BUM!

Il terzo giorno dei campionati subisce un po’ di rivoluzioni negli orari, ci si adegua e si correrà nel primo pomeriggio, questa volta saranno due ore piene di consegne nella mini-città con un monte di lavoro molto superiore, giusto per far salire l’ansia ai corridori. Oggi non ho più la “blue bike”, sulla scorta della performance di Andrea ho optato per usare la mia Zino da ciclocross che si adatta perfettamente al percorso e con le marce consente di salire al meglio la collinetta e buttar giù denti quando c’è da correre sui lunghi rettilinei dell’anello criterium. Le gambe hanno riposato, la gioia di essere tra i finalisti è enorme, la voglia di far bene ancora di più, l’entusiasmo di avere la mia famiglia accanto è la vera benzina della giornata.

016

Parto bene, riesco ad organizzare le varie prese e consegne in modo piuttosto proficuo e nel rispetto delle regole scritte, su questo c’è giustamente molta rigidità e non si ammettono eccezioni, in breve il primo manifest è consegnato.

017

Questa volta non è come nelle qualifiche, un singolo secondo di ritardo oltre il tempo limite squalifica il corridore, l’occhio al mio orologio cade costantemente. Il secondo manifest è più semplice come organizzazione del lavoro ma i percorsi sono decisamente più lunghi e la fatica inizia a farsi sentire, ma ad ogni check trovo acqua in abbondanza oltre alle belle facce amiche che mi incitano a dare tutto. Riesco ad iniziare anche il terzo manifest. Scoprirò che questo farà, e di molto, la differenza per la classifica finale. Mi accordo che mancano pichi minuti al termine quando sento che le mie gambe avrebbero voglia di fare ancora molto, ma come dice sempre Matteo, è la testa che deve fare da padrona, sempre. Decido di consegnare un po’ in anticipo e mi sento soddisfatto della prova, le sensazioni sono state ottime, la giornata splendida che chiude un weekend davvero unico e penso irripetibile.

10339494_10152426821304707_6078976058858609582_o

A distanza di un giorno arriverà anche la classifica finale. Diciassette nomi soltanto sui 35 finalisti, diciassette che hanno avviato le consegne del terzo manifest e chiuso nel tempo regolamentare la prova, di questi ben dodici sono stranieri a dimostrazione che loro sanno come si fa e ancora una volta ci insegnano a prendere le cose con il giusto spirito e la necessaria concentrazione. Restano cinque italiani, beh, sono tra quei cinque.

ICMC2014_results

La soddisfazione è enorme, non in quanto mi senta particolarmente bravo o migliore di altri, ma per quanto sia riuscito a mantenere la calma e la lucidità per tutto il corso della gara e dei tre giorni, per l’esserci stato ed aver vissuto a contatto con chi fa di questo un lavoro ed ancor più uno stile di vita e per aver saputo interpretare al meglio anche questo aspetto del ciclismo, così distante dalle gare classiche fatte di tatticismi e a volte qualche furberia. Per la serie “se non provi non puoi capire fino in fondo” ecco gli ICMC sono stati un’occasione unica per essere dentro una comunità in genere un po’ chiusa e poterne condividere tutti gli aspetti, da quello festoso (e a far festa ne sanno un tot) a quello di solidarietà ed unità tra chi lavora sulla strada tutto l’anno, con il sole a picco o la pioggia battente, non conta, conta solo  consegnare velocemente ed in sicurezza tutto quanto riesca a stare nella borsa dietro la propria schiena. Il problema ora è la voglia di sostituire alla I di ICMC una E, o magari chissà una W… alla prossima!

048

2 commenti

Archiviato in bici

when you go through the hell, keep going! my #MiTo2014 in #fixedgear @vostokmilano

Come ho anche sentito dire, sono le condizioni peggiori a rendere grande un gesto, alla fine si trattava “solo” di fare 150 chilometri senza mai smettere di pedalare…ma andiamo con ordine.

1924731_477406805715387_289126355_n

016Milano, domenica mattina ore 7:25, vialoni deserti, cielo grigio cemento e odore di pioggia. Atmosfera incantevole e cornice ideale per il mio inizio di giornata. Sto andando al velodromo Vigorelli per uno degli appuntamenti più prestigiosi dell’anno per il movimento del ciclismo urbano a scatto fisso: la Milano – Torino per bici fisse. Non è la mia prima volta, ma senza esser banale è un po’ sempre una prima volta. Parto dal vantaggio di aver dormito in Milano, sono riposato è ho fatto una buona colazione, ho con me un buon abbigliamento tecnico e la bici è in perfetto ordine dato che giusto una settimana prima ho potuto fare un buon test su una distanza paragonabile.

019

Arrivo al Vigorelli e faccio l’ultimo tratto di strada con il buon “Rido” che trovo anche lui in bici verso il velodromo. Non va solo a fotografare la partenza, quest’anno infatti è una “prima volta” perchè non partiamo dai cancelli, ma partiamo (anche se solo simbolicamente) da dentro il velodromo. Entrare in quella pista è un’emozione che mi sorprende. Conosco la storia del Vigorelli, ma vederlo fa un effetto completamente nuovo: è maestoso, elegante, un silente gigante addormentato, mi colpisce nel profondo ed ho un certo timore a metter le ruote su quel legno. Non siamo molti, ma siamo i più coraggiosi che vogliono sfidare meteo e strade disastrate nello spazio che collega Milano a Torino. C’è anche la concomitanza con una classica monumento come la Milano-Sanremo e come ho letto sul forum in merito al fatto che chi fa del ciclismo una professione è pagato per correre a differenza nostra che lo facciamo per quell’ineffabile spirito di competizione: “loro sono prò, noi siamo eroi”, capirò solo a Torino la forza di questa espressione.

10152664_478241745631893_227029448_n

Pariamo che ancora non piove, facce sorridenti ovunque, mi ricorda la partenza del bus alle gite delle scuole medie dove quasi mai importa l’esatta destinazione, ma c’è la gioia del fatto stesso di partire insieme e così è oggi.

018

I primi chilometri passano lenti di andatura ma veloci come sensazione, siamo compatti e motivati tutti, ognuno con le sue di motivazioni (chi semplicemente arrivare chi vuol “fare la corsa”) ma tutte estremamente nobili. In questa gara non c’è nulla in palio, se non la consapevolezza di come la si conduce e la si porta a termine. Fin quasi al 60°km (e due ore di pedalata) tutto scorre bene anche se la pioggia è arrivata e si fa sentire, ma soprattutto inizia ad alzarsi un vento gelido che spira da nord-ovest e non fa ben presagire.

Come in un copione già scritto i ragazzi di Vostok si portano davanti e l’accelerazione è netta e precisa come una scure che separa in due il gruppo, quelli che in qualche modo arriveranno a Torino e quelli che hanno loro malgrado l’agonismo nel sangue per il puro piacere di combattere in sella a delle bici che tecnicamente dovrebbero restare confinate nei velodromi. Seguiranno 40 infiniti chilometri di pura sofferenza sui pedali. Il vento aumenta sempre di più, improvvisiamo dei ventagli per cercare di stare coperti ma non siamo più di 18 corridori, le buche sono un insidia costante e purtroppo mieteranno troppe vittime anche nel gruppo di testa. La pioggia non molla anzi si mescola al vento rendendo la percezione del freddo acutissima. Le mani iniziano a formicolare, gli avambracci, più delle stesse gambe, si tramutano in pezzi di legno dallo sforzo di tener a bada la bici dalle folate e contemporaneamente evitare i crateri nell’asfalto. E’ dura, non si parla più, ci si intente a piccoli gesti codificati nel ciclismo di tutto il mondo si stringono i denti fino a sentir male alle mascelle. Ormai siamo qui, al centro dell’inferno, non ci resta che andare avanti. Il mio amico Alan mi chiede di sfilargli una confezione di gel dalle sue tasche perchè ha perso la sensibilità alle mani, lo vedo in crisi, provo in tutti modi a svolgere quel compito sulla carta così semplice ed ora così complesso. Ci riesco… la pioggia si fa meno intensa, siamo a 110km fatti e 40 ancora da fare, siamo in pochi e ci guardiamo in faccia come dei sopravvissuti.

11890_478271905628877_1484341898_n

Nonostante tutto le gambe ci sono ancora (dei piedi ho vaghe notizie) qualche piccola scaramuccia mi fa capire che arriveremo a Torino ma non sarà banale piazzarsi bene. Siamo alle porte di Chivasso, che conosco bene, ma tutti il nostro plotone decide di fare la circonvallazione del paese, io sarei andato dritto per il centro, malinteso ad una rotonda con un altro corridore, nemmeno il tempo di realizzare e son per terra a scivolare con i gomiti sull’asfalto ancora bagnato.

Una stagione di ciclocross mi ha insegnato a rialzarmi al volo e probabilmente questo gesto mi è entrato in profondità, nelle ossa. Come se avessi ancora la Zino mi rialzo, un occhiata che non mi sia caduto nulla dalle tasche e risalto in sella. Qualcuno ha anche pensato di allungare ma siamo tutti stanchi, rientrare mi costa ma il grande Marcello mi dà una mano e siamo di nuovo tutti compatti.

1625708_478295198959881_2075907576_n

Arriviamo a Settimo T.se, la vera chiave della gara. Sapevo che la dinamica sarebbe stata identica allo scorso anno: io e Marcello marchiamo Cronoman-Ferdi, lui taglia dritto, gli altri fanno il giro, lo seguiamo solo io lui ed Alan con la consapevolezza che la mossa è quella giusta. Qualcun altro passato il paese si ricongiungerà ma spendendo troppo. Siamo in sei. L’ultima svolta decisiva è quella da Via Torino a Lungo Stura Lazio, l’unica cosa da fare è marcare a uomo Ferdi e così faccio. Lui taglia “dritto per dritto” io con lui, mi segue solo Alan. Siamo in tre, il podio è questo qui, ora c’è solo da capire in che ordine.

Provo a rilanciare per portarmi sotto, mi alzo sui pedali ma le gambe non accettano più questo tipo di sforzo. Ferdi è ormai a 30 metri e con una bici a scatto fisso un buco del genere non lo chiudi a meno di chiamarti Eddy Merckx. Alan mi raggiunge, mi rifugio sulla sua ruota e gli grido le ultime due svolte che conosco a memoria… manca un solo chilometro. Scatta qualcosa nella mia testa, non mi posso alzare per rilanciare perchè i crampi mi farebbero risedere all’istante, ma d’istinto mi rannicchio sulle prolunghe da crono ed in quella posizione esco di ruota e butto fuori tutto quello che mi rimane, scopro che è anche di più di quanto immaginassi ed una rapida occhiata al Garmin mi fa leggere i 43km/h, non mi volto, continuo. Tiro su la testa a 50 metri dall’arrivo, intuisco figure amiche, ho ancora paura di cadere a causa di una buca o di un tombino ma riesco ad alzare almeno un braccio (due braccia le può alzare solo chi vince) e caccio fuori un urlo di liberazione per avercela fatta, sono secondo dietro ad un vero campione come Ferdi vincitore per il terzo anno di fila.

024

Fatico anche a rallentare, mi ci vanno 200 metri buoni, si ferma vicino a me Alan, non riesco a capire se quello che vedo sui suoi occhi sono residui di pioggia o sono lacrime, probabilmente un misto delle due, tremiamo entrambe, siamo a Torino, siamo arrivati.

io_motovelodromo_mito2014

14 commenti

Archiviato in bici, fixed