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Vi racconto delle mie bici – puntata 7 di (ehm…) 9: la prima MTB non si scorda mai…

… e nemmeno si hanno la forza ed il coraggio per venderla, perchè come diceva mio zio Paulin, spentosi a 98 anni, “prima o poi tutto torna di nuovo utile!”

Facciamo prima un piccolo salto nel passato non troppo remoto. Quando sul finire degli anni ‘80 l’Italia fu investita dall’onda delle mountain bike. Complice anche quel geniaccio di Colombo con la sua rampichino (sogno proibito di molti di noi), tutti noi ragazzini su 12-13 anni passata la sbornia da BMX volevamo avere qualcosa da pedalare di serio e robusto per sfidare i sentieri in montagna. All’epoca vivevo al centro della Valsusa e dai monti ero letteralmente circondato. La smania (con pericolosità annessa…) del motorino era alle porte e per tamponare la situazione i miei decisero di cogliere la palla al balzo e regalarmi una bella mountain bike di modo da sopirmi altre voglie motorizzate. Ora non ricordo su base di quale dritta, ma andammo a prendere la bici direttamente in una fabbrica nella prima cintura torinese. A detta di chi ci accolse, loro in ditta ricevevano gli stock di telai e componenti, pre-assemblavano e successivamente mandavano da altri rivenditori i quali ri-marchiavano le biciclette con conseguente ricarico monetario per la vendita al dettaglio. Mi sentivo dunque un privilegiato e, ovviamente, non scorderò mai il prezzo che pagammo: un milione di lire! Come dei novelli Bonaventura  al contrario, tornammo a casa con questa bici, bianca, trasmetteva una sensazione di grande solidità ed i componenti mi parevano così esotici, con quel marchio che veniva dall’estremo oriente: Shimano.

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Fu la prima bici che mi donò la vera sensazione di libertà, le mie estati in alta valle assunsero i toni di avventure quotidiane, la montagna mi entrò nelle ossa definitivamente. Scoprii anche, in enorme anticipo sul ciclismo ufficiale, il colle delle finestre all’epoca frequentato solo da montanari e motociclisti rigorosamente tedeschi, fu una vera e propria epifania.

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Gli anni passarono e, anche se offuscata dal mio lungo periodo come motociclista, lei c’era. Silente in garage e sempre pronta per una pedalata che spezzasse la monotonia. Venne poi la sua riscoperta, dopo i primi anni di nuova (mia) era pedalatoria, tramite la prima grande trasformazione in singlespeed. Gli ingredienti erano già praticamente tutti lì e la semplicità del mezzo mi fece ri-innamorare del pedalare nei boschi e sui sentieri. Certo pesante, impacciata, ma con un nuovo manubrione dal giusto rise e un rapportino agile agile è tornata a divertirmi.

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24C1804_08635La sorte a voluto che, in un outlet online, io sia riuscito a trovare l’occasione dell’anno e a far mia una mtb da 29 pollici singlespeed nativa, ne parlerò a breve. Questo relegò di nuovo la bianchina in un angolo, la cosa certa è che, nonostante la sua evidente vetustà e ancorchè del tutto senza mercato, mi era/è comunque impossibile venderla, prestarla, regalarla ecc… non si può, non si fa.

La aggiornai, pensando di darle una ulteriore svecchiata, passando alle 8 velocità posteriori abbinate ad una guarnitura con tripla corona e comandi al manubrio. Non male ma aveva perso, forse per sempre, l’indole ad essere una bici per i boschi e le montagne, stante le mie parallele esperienze con l’altra mtb del garage.

Faccio un piccolo inciso. Se nel campo delle bici da corsa le innovazioni davvero determinanti negli ultimi 20 anni si contano sulle dita della mano (comandi cambio integrati ai freni, pedali automatici, sterzo maggiorato e…), sulle mtb i passi evolutivi sono stati enormi e tutti imprescindibili.  Una bici da corsa di 20-30 anni fa è elegante, si fa ammirare e pedalare con gusto. Una mtb di 20-25 anni fa intenerisce un po’, forse, ma attira pochi sguardi e non scatena alcuna voglia di lanciarsi con essa giù per i pendii. Finì dunque che la mia bianchina mise su un portapacchi, un seggiolino per bambini e nonostante tutto per sei lunghi anni divenne la gioia dei miei figli dove assaporarono per la prima volta le gioie di correre con il loro papà e sentire il vento sul viso, conoscendo la dea della libertà a forma di bicicletta.

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Passata anche questa era tornò in un angolo del garage. I componenti funzionavano bene, ma aveva nuovamente perso la sua ragion d’essere e rimase lì ferma per ben due anni, i copertoncini si screpolarono, polvere e ragnatele giocavano tra loro a rimpiattino sui tubi del telaio.

Poi per caso, ma nulla accade mai per caso, nel mio periodico consultare lo splendido blog di cycleExif, che per inciso ospita anche una mia bici, mi imbatto in un progetto in grado di folgorarmi a prima vista: la cosiddetta “urban cruiser”. In questo caso veniva messa sotto i ferri una vecchia mtb Moser e ne usciva un mezzo strepitoso quanto insolito.

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Nel mio piccolo volevo, anzi dovevo, provare a replicare l’esperimento e vedere cosa ne poteva uscir fuori. Primo passo: smontare tutto!

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Un paio di componenti restavano colonne portanti, ma nel frattempo mi trovavo nella mia piccola officina degli orrori mi ritrovavo un gruppo Campagnolo ad 8 velocità che era perfetto per dare il via alle danze.

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Altra cosa: non poteva restar così verniciata e con addosso i segni del tempo, il bianco non è un colore adatto alle bici e lo spessore di questa era anche esagerato. Portai il telaio a sabbiare ed il risultato fu per me a dir poco sorprendente!

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004Quello che ho da sempre tra le mani è un ottimo e robustissimo telaio in tubazioni Tange, realizzato da sapienti mani artigiane con congiunzioni e saldature ad ottone davvero ammirevoli! La cosa mi diete l’ultima spallata motivatrice per affrettare i tempi e mettere a punto gli ultimi dettagli per finalizzare il progetto. La mia metà Laura, che sarà anche lei utilizzatrice di questa bici, scelse il viola elettrico e, dopo qualche settimana, il telaio era pronto per il montaggio!

130Affidai il tutto al mio amico Enry che, oltre ad essere un ottimo meccanico, per questi esperimenti qui, degni del miglior Sheldon Brown, ci va proprio a nozze.  Nel giro di pochi giorni e risolvendo una serie di problemi che avrebbero fatto gettar la spugna a molti, mi scrisse il messaggio della vittoria: “la tua bici è pronta”. MI precipitai da lui e fu subito, ancora una volta, amore a prima vista. Sotto una nuova veste, camuffata da cruiser urbana la mia vecchia mtb torna oggi a vita nuova, andando a riempire quel piccolo ma fastidioso vuoto che c’era tra le mie bici. Una splendida via di mezzo tra la scattofisso da città e la bici da ciclocross, il tutto rimiscelato per essere insensibile al pavè ed alle condizioni disperate di certe nostre vie cittadine.

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024Le prime pedalate sono confortanti, lei è comodissima ed asseconda le manovre con grazia, non si lascia mai scomporre da buche e tombini, viaggia sicura e restituisce tranquillità a chi la pedala. La piega da corsa offre un buon numero di prese per le mani a seconda della situazione ed è stretta quanto serve per incunearsi tra le onnipresenti file di macchine agli incroci. Mi piace, mi diverte e mi fa felice sapere che, anche se sono solo oggetti, avere una storia legata ad essi li fa sembrare parte del nostro viaggio e non dei semplici strumenti con cui viaggiare.

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quando ti dicono: “è impossibile farcela in #singlespeed” la mia @AssiettaLegend #MTB #marathon

Non sono un biker, vado poco in MTB, ma nel 2009 restai folgorato dalle singlespeed, così affini come attitudine al minimalismo delle scatto fisso, in più da usare in montagna, che è il mio vero primo amore. Ora dopo 5 anni e qualche modifica alla mia KHS, acquistata proprio in quell’anno, mi lancio nella folle impresa di fare una gara marathon senza l’ausilio del cambio e delle sospensioni, da molti ritenuti imprescindibili su di una mtb moderna. Più o meno è andata così…

 

Capita, a me molto spesso, di conoscere nuovi amici su instagram, quasi per caso… e combinazione loro sono belli presi con le mtb; poi te la buttano lì: “dai dai iscriviti alla gara del 6 luglio all’Assietta che la facciamo insieme”. Penso, perchè no, infondo in MTB ci vado da tanto, pedalare pedalo (si sa…) e che sarà mai, anche con la mia singlespeed sarà di sicuro fattibile. Poi si avvicina la data della gara, vedo che hanno un sito ufficiale ed inizio a spulciare percorso e profilo altimetrico… cavoli: è durissima e lunghissima! Ottantacinque chilometri in mtb sono un’enormità, non a caso la gara è classificata marathon, quindi roba tosta. Inizio a parlarne un po’ con i cicloamici di sempre ed è lì che accade il “fattaccio”. Uno di loro, esperto stradista ma poco avvezzo alla mtb ed ancor meno a bici che non abbiano il cambio, esce con la classica battuta “no, non ce la puoi fare, è impossibile”. Come una detonazione nel cervello, appare la scritta luminosa nella mia testa <la-devi-fare>, nessuna scusa, nessuna scorciatoia, la sfida è lanciata.

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Mi concedo una sola modifica sostanziale su quella mtb acquistata quasi per gioco, passo da freni a disco meccanici ad idraulici. Dopo un paio di chilometri nel classico giretto test nei boschi dietro casa la risposta è subito lampante: sembra di avere un’altra bici. Precisi sicuri, modulabilità assoluta e controllo totale. Ma soprattutto la possibilità di usare un solo dito per frenare e conservare quindi un’ottima presa sul manubrio, dato che la forcella rigida non permette distrazioni in discesa.

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Arriva il weekend della gara, la forma fisica tutto sommato c’è, soprattutto nei confronti delle salite lunghe e costanti che in questa gara la fanno da padrone, ma un po’ di timore su quanto sto per andare ad affrontare è ancora lì ad occupare un angolino della mia testa e l’obiettivo è scacciarlo quanto prima. Son fortunato però, non sarò il solo con una ss, mi farà compagnia un biker di grande talento e soprattutto sempre disponibile a consigliare ed aiutare: Ambrogio è della partita e conoscendo le sue doti ne vedrò delle belle! Lui opta per un 33-22 come rapporto io resterò leggermente più lungo (1,6 contro 1,5) con il mio solito 32-20 anche per affrontare con un po’ di brio tutti i tratti di falsopiano  in salita ma soprattutto in lieve discesa.

Arrivo a Sestriere che il meteo è buono, temperature accettabili ma la certezza ormai che in quota ci saranno nubi dense e temperature molto distanti dal potersi considerare estive. Sempre su consiglio di “Ambro” decido di viaggiare leggero, quindi niente zainetto/camelback ma la dotazione classica con antivento smanicato, manicotti e guanti a dita intere, più il mio immancabile cappellino da ciclista (su strada) che ormai è un mio vezzo e della quale ho già a casa una bella collezione…. a seguire le classiche cibarie indispensabili come barrette e gel di zuccheri, anche se conto di fermarmi ai ristori senza guardare più di tanto il cronometro.

Ci schieriamo in griglia dopo il classico caffè benaugurale. Accade qui un piccolo fatto che mi caricherà come una molla. Lo speaker della gara si aggira per il gruppo facendo domande qua e là. Ad un certo punto adocchia una splendida  Ritchie in colorazione classica USA, bici un po’ datata ma dal fascino enorme e che ha fatto la storia della mtb. Lo speaker gli chiede (in inglese) come mai una bici del genere per una gara così dura e non una bella mtb ammortizzata magari in carbonio. La risposta è immediata quanto fulminante: “first of all, because men ride steel!”. BUM! deflagrazione mentale, vorrei gridargli qualcosa tipo “cazzo sì!!” ma mi tengo tutto per me e le mie folli convinzioni, gli uomini cavalcano l’acciaio, il resto è per altre categorie. Si parte, ora ci credo  al 100%.

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Dopo un primo (inutile?) giretto intorno al paese inizia la gara vera, si parte subito con un strappetto bello feroce, per me insalibile, ma gioco d’anticipo, scendo e inizio a corricchiare (e dico corricchaire, non come nelle gare di ciclocross dove si è sempre a tutta), morale: mi trovo a sorpassare un bel po’ di riders! Ok che c’è la soddisfazione di non mettere il piede a terra mai, ma se a piedi vai più veloce forse c’è da farsi qualche domanda… Dopo di che inizia una lunghissima discesa intervallata da qualche variante nei boschi ma è tutto persino piacevole, i chilometri scorrono veloci ed è chiaro che la gara/sfida inizierà sulle prime rampe del colle delle Finestre. Ci arrivo abbastanza bene e ancora fresco. Con mia piacevole sorpresa il tratto in asfalto (l’unico, giustamente) è molto godibile e “gentile” con il mio singolo rapporto, salgo di passo senza particolari problemi. Unica nota negativa mi trovo di fronte il mio neo-amico Ricky (lui ha la “C” nel nome, io no) che sta scendendo, causa caduta iniziale la gamba destra non spinge come si deve e continuare sarebbe controproducente. Un vero peccato dato che lui è stata una prima scintilla per me e so quanto ci tenesse alla gara, ma si rifarà presto.

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Finisce poi l’asfalto ed è qui che non si scherza più. La salita è ora lunghissima, costante ma con pendenze molto più accentuate e soprattutto senza la trazione garantita dall’asfalto. Il primo tratto fa subito male, devo cambiare il modo di pedalare e adattarmi alla salita in singlespeed. Spingere sui pedali e basta vuol dire fermarsi con i crampi tra due chilometri. Si cambia tutto quindi, la rotondità e l’efficienza nel pedalare diventano essenziali, la fase di tiro (da 180° a 360° nella rivoluzione del giro pedali) è quella che ti fa salire su, fortuna che qualche anno di scatto fisso mi hanno letteralmente stravolto, in senso buono, il mio modo di stare in bici e questo oggi depone tutto a mio favore.

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La salita è interminabile, qualche piccolo strappo mi convince  a scendere e camminare di tanto in tanto, ma per tratti brevi. Intanto il meteo cambia sostanzialmente, siamo dentro alle nuvole, il panorama è annullato e attorno c’è la sensazione di essere lì a disturbare la pace e la maestosità delle montagne anche se i nostri motori sono le nostre gambe (nel mio caso anche le marce son tutte lì, dentro le mie gambe…).

Si arriva a scollinare, il ristoro in quota è già di per se epico: stufa a legna a scaldare un pentolone di the caldo, credo che la temperatura sia attorno ai 7-8°C e la sensazione di essere a buon punto inizia a farsi avanti. Inizio a capire di aver dato per scontato la discesa, qui non siamo su strada dove la discesa è un momento di riposo, qui si deve guidare, stare attenti, scegliere le linee più pulite per non trovarsi  nelle pietraie e mandare in crisi le gomme, affrontare le curve con cautela dato che al di là c’è sempre un precipizio che aspetta. Il fatto di non aver le sospensioni svela le sue due facce: la prima è una fantastica precisione di guida, anche nei cambi di direzione veloce, quello che imposto con il corpo ed il manubrio viene eseguito al millimetro dalla bici, sensazione stupenda; ma per contro spalle-braccia-mani sono costrette ad un superlavoro e non avendo alcun allenamento per questo ed essendo piuttosto magrino da quelle parti dopo qualche tempo inizio ad andare un po’ in crisi e dover tenere molte più cautele dei miei compagni di discesa. Il bello è che molti di quelli che mi sorpassano a tutta riesco poi a riprenderli nelle successive rampe di salita, e sono in singlespeed…

Ultima picchiata giù dal Col Basset, sterrato molto bello e guidabile, veloce. Mi sono tornate tutte le movenze messe a punto molti anni fa nel mio periodo di amore folle per le moto da enduro/cross. Uso molto più il corpo e meno le braccia, passa anche l’indolenzimento generale e, soprattutto, mi diverto davvero a guidare! Inizia l’unico “single track” di giornata, fatto da una prima parte dal famoso sentiero G.Bordin. Non lo conoscevo ma è assolutamente bellissimo da pedalare, tecnico ma non troppo, senza strappi che mi facciano scendere a parte due piccole rampe e mi trovo a prendere un buon vantaggio da chi mi stava seguendo in quel momento. Ho percorso 80km, è quasi fatta, ma ancora non me la sento di cantar vittoria. Faccio bene, dopo una breve ed ampia discesa inizia l’ultimo sentiero, tracciato solo pochi giorni prima. Questo è stato l’unico tratto che ho veramente sofferto: estremamente tecnico ed impegnativo, con passaggi per me seriamente difficili soprattutto con tutti quei chilometri e dislivello nelle gambe. Restare lucidi è necessario quanto impegnativo, ma sono veramente un po’ seccato da questa ultima difficoltà che poco ha a che fare con il tipo di gara che è stata impostata dagli organizzatori e saprò dopo che non sono l’unico a pensarla così.

Finisce lo sterrato, solo 800 metri mi separano dall’arrivo, c’è ancora una salitella in asfalto che nemmeno mi accorgo di percorrere, ci sono, la mia piccola impresa è compiuta, sono arrivato in fondo all’Assietta Legend con una singlespeed rigida ed in acciaio.  Il mio amore per la montagna ne esce rafforzato e soprattutto, ancora una volta, sono qui a trovare tutto in una bici senza niente, contro i classici pronostici e i saggi consigli. Ci voleva un piccolo folle per poter cambiare le convinzioni di molti e così è stato, fino alla prossima volta che sentirò dire “è impossibile…”.

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