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BE A WOLF. Di notte con il solo rumore della catena a farti compagnia…

Ci sono fin troppe cose che ritenevo assurde prima di cambiare radicalmente atteggiamento nei confronti del ciclismo ed uscire dai soliti clichè: ogni bici fa un solo mestiere, non si va sullo sterrato se non in mtb, la bici da pista serve solo in velodromo, se hanno inventato i deragliatori è sempre opportuno usarli, ma dove vai che non hai nemmeno un freno montato…ecc…ecc…

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Mi mancava una barriera da infrangere nel mio personale curriculum, ovvero il classico detto per cui: “la notte è fatta per riposare, mica per pedalare”.

Ci voleva una piccola spinta, da chi aveva già provato la cosa, una sera giusta, in settimana per non trovare il traffico della movida, in estate per avere una temperatura perfetta e costante. La bici non può a questo punto essere una “normale” bici da corsa e quindi, così come chi sarà con me, decido di usare la scatto fisso. Questa scelta minimale, nonostante ci sarà molto da salire e da scendere, è dettata dal non dover pensare a nulla che non sia il far girare le gambe: niente considerazioni su rapporti, cadenze, sforzo, velocità media o di ascesa, nulla di nulla. Anche il mio Garmin lo lascio in modalità diurna senza retro illuminazione, di modo da non farmi distrarre e potermi concentrare solo su quello che mi circonderà stanotte. Siamo un gruppo non troppo numeroso, perché questa non è una gita, ma un qualcosa che per ognuno può trasformarsi in esperienza da ricordare, uno sguardo a quello che ancora il ciclismo è in grado di dare se interpretato fuori dagli schemi classici.

La partenza ha già di per sé un sapore tutto suo, quel misto di tensione ed aspettativa per un qualcosa che è sul punto di accadere, il tutto condito da euforia ed una serie di prove tecniche su quale e quanta illuminazione adoperare per ciascuna delle nostre bici (guarda caso tutte nere, per amplificare l’effetto notte).

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Dopo le prime rampe il già poco traffico si quieta del tutto, restiamo sono noi tre, il rumore delle catene e delle gomme che rotolano lentamente sull’asfalto con quel tipico accento che hanno quando si pedala da in piedi, cosa che faremo per la maggior parte del tempo trascorso in salita. Salita che, tra l’altro, conosco come le mie tasche ma che questa notte sembra mostrarmi un volto diverso. Il veder meno cose diventa ora un vantaggio. Decidiamo di comune accordo di spegnere i fari più potenti e lascare solo i led. Ed entriamo ancora di più nella notte, in silenzio. Accade, come conseguenza sensoriale, che con meno informazioni visive si acuiscono le sensazioni uditive ed olfattive. La fatica, pur ben presente, passa del tutto in secondo piano: non siamo qui per far prestazione, ma per far esperienza. Ed allora ecco che l’odore del bosco è intenso come quando in mtb sei dentro i sentieri, ma non è necessaria la stessa perizia di guida della bici, c’è ora tutto il tempo per assaporare le sfumature man mano che si sale.. dagli aceri e castagni per passare poi alle prime note al naso delle varie essenze di conifera che attraversiamo quando la quota inizia ad avvicinarsi ai mille metri.

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La parte uditiva non è così rassicurante come quella olfattiva, oltre al fascino del vento tra le fronde ed a qualche piccolo rapace, ogni tanto si avverte provenire dalla boscaglia qualche fruscio di troppo che fa subito pensare a qualcosa di grosso ed imponente come una famigliola di cinghiali, ma non si va oltre questa sensazione, per fortuna, benchè amplificata dai pensieri nel buio della notte. Diciamo che se fossi in solitaria sarebbe ancora diverso e meno rassicurante.

Continuiamo a salire e ad arrampicarci, letteralmente, sulle pendici della montagna. La fatica che si avverte è però molto diversa da quella classica del ciclismo, è più incisiva, colpisce più in profondità le fibre muscolari come a volerle stirare fino al loro limite. Nel salire in scatto fisso si devono per forza coinvolgere tutti i reparti della muscolatura delle gambe e, come ausilio, anche il resto del corpo nel pedalare in piedi deve muoversi in sincrono per accompagnare il ritmico spingere e tirare delle gambe. Benchè lento oltre ogni limite, il movimento non risulta mai goffo ma, come una danza rituale, segue un ritmo dettato dal respiro che rende sempre unica un’esperienza del genere. Ultima sensazione, quella del percepire distintamente se un tratto era esposto al sole o meno, durante la giornata. Nel primo caso si sente chiaramente il calore di queste giornate arrivare dal basso, nel secondo invece il fresco del bosco arriva sulla pelle come un balsamo, spingendoci avanti nel nostro percorso.

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Abbiamo anche la fortuna di esser accompagnati da una luna che si avvia ad esser piena, ed è uno dei migliori fari possibili. Riesce anche a restituire luce tramite il riflesso sull’asfalto dove questo è più usurato e di quel grigio chiaro che ben si intona con i pochi colori intorno a noi. Con questa pallida illuminazione si vedono anche i contorni netti delle montagne di fronte a noi e ci fanno capire con esattezza quando lo scollinamento è vicino.

Una volta in cima, ci prendiamo un po’ di tempo. Riusciamo a trovare un paio di punti panoramici che tolgono letteralmente il fiato dalla bellezza. Il contrasto delle luci, il movimento di auto e treni da qui sembra lentissimo e far parte di un plastico che pare costruito solo per il nostro piacere visivo.

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Le strade sembrano incise sulla terra con un coltello tanto sono precise e geometriche, le luci della bassa valle si diradano via via sui versanti delle montagne fino alla linea in chiaro-scuro delle creste. D’un tratto anche le nostre chiacchiere si riducono fino ad ammutolirci per far salire alle nostre orecchie i sommessi rumori che arrivano fin qui dalla civiltà sotto di noi. La sensazione è talmente nuova che faccio fatica a catalogarla e descriverla, come fossimo dei cosmonauti e sotto di noi avessimo scoperto un nuovo pianeta abitato da una sconosciuta civiltà, distantissima da noi.

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Dopo questi lunghi attimi, ci dirigiamo alla fontana e per radunare le forze e la concentrazione in vista della discesa. Qui ora siamo all’esatto rovescio della medaglia. Se la salita è concentrazione, fatica, intensità e lento avanzare (cosa che di fatto è già da sempre in bici ma in fissa il tutto è amplificato dieci volte), la discesa è pura adrenalina, attenzione totale, controllo, ricerca del limite ed esplosività nei momenti di skid per affrontare le curve. Per meglio godermi il tutto oggi ho montato, al posto del classico manubrio da corsa, un enorme manubrio da mtb, con un po’ di rise e un solido attacco di modo da render la bici un qualcosa di molto vicino alle supermotard in campo motociclistico. Oltre ad esser stato molto utile con il suo enorme braccio di leva ad assecondare la fase di salita, ora nello scendere ho un controllo millimetrico dell’avantreno della bici. Un minimo movimento impresso diventa una grande correzione alla ruota. Il tutto, con la sicurezza e precisione dello sterzo conico e con una ottima aderenza della gomma anteriore, mi dà una sicurezza che raramente ho avuto con le altre bici da pista quando affrontavo lunghe discese tecniche. Sento di poter osare di più e, complice anche un ottimo asfalto, riesco a gestire molto bene tutta la fase di skid prima delle curve, quando la bici tende ad intraversarsi lo fa sempre trasmettendo dai suoi tubi in acciaio una grande confidenza. La miscela del tutto mi riesce a divertire come non mai. Per qualche minuto riesco a mettere in stand-by la parte razionale del cervello e scendere d’istinto su di una discesa che conosco alla perfezione ma che raramente mi ha dato così tanta emozione.

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Arriviamo tutti in fondo, ci ricompattiamo. Da qui le strade si dividono per ciascuno di noi, ci salutiamo con sguardi di divertita soddisfazione per aver condiviso un’esperienza forte e nuova per tutti. Consapevoli che, anche se tutto questo ci costerà i canonici tre giorni interi di male alle gambe, ne è di nuovo valsa la pena ed i pensieri verso nuove idee arriveranno sicuramente ben prima che tutto l’acido lattico sia smaltito dalle nostre fibre.

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molte cose successe, molte ne dovranno succedere… #ciclismi

tanto, troppo tempo che non scrivevo nulla qui…

…un po’ me ne scuso, alla fine il seguito che ha questo spazio è tale da sorprendere anche me quindi un po’ di cose ve le devo raccontare, anche se il divenire di molte cose è sotto gli occhi di molti (cari social amici e amici della – essenziale – vita vera).

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Da una piccola idea di aprile è nata una squadra: anomala, atipica, disorientante per molti, ma ci siamo e in poco tempo abbiamo avuto collaborazioni stupende dai nostri sponsor tecnici ma soprattutto abbiamo ottenuto grande stima e rispetto da parte di tutti, soprattutto da quelli che sono avversari quando siamo in sella, ma restano e resteranno amici quando siamo giù dalla bici. Questo è quello che era il nostro scopo, ora ci aspetta il gran finale e le tappe di avvicinamento stanno andando bene. Non è facile, non lo è mai, vai solo più veloce ma anche gli altri si allenano come e (spesso) meglio di te, ci va il solito mix di cuore testa e gambe, ma stiamo arrivando al gran finale e non si può sbagliare, ci giochiamo un’intera stagione in 45 minuti. A molti va persin peggio, immagino le finali olimpiche di tutti, dove ci si giocano quattro anni di preparazione i cinque secondi di tuffo, quindi va bene così, questo è quello che amiamo fare e lo faremo fino in fondo. Un paio di giorni fa mi son venute di getto queste parole che riporto per fissarle anche qui:

“non lo facciamo per la notorietà, non abbiamo nulla alle spalle, nessun costruttore di bici, nessun negozio, nessuno che ci dia dei soldi per le trasferte, nessuno che ci chieda conto di risultati o meno. Lo facciamo per una incrollabile passione, contro tutto e tutti e per la sete di gareggiare, quella che ti fa alzare sui pedali quando le gambe invece gridano di fermarti. Siamo il Cykeln racing team e siamo qui solo per correre.”

Come andrà è presto per dirlo, di sicuro saranno di nuovo emozioni di quelle che si scolpiscono nel profondo, come le volte precedenti o forse ancor di più.

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Dall’altro lato del pianeta bici quest’anno non sarò ad uno degli appuntamenti che porto nel cuore. L’autunno con il suo fascino merita anche qualche pedalata presa con la giusta calma, con una bici fatta sì per correre, ma come si faceva trent’anni fa, quando ancora qualche strada non era ricoperta dal nero manto di bitume, ma era bianca come la neve, fatta da una moltitudine di polvere e pietre di diversa grandezza ed accarezzarla con i tubolari riempiva di splendide immagini e ricordi la mia mente.

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Non sono stato estratto per l’Eroica, avrei potuto comunque partecipare e molti pettorali mi son stati proposti, ma ho interpretato tutto questo come un segno. Quest’anno mi serve di pausa, per riflettere su quanto così intenso vissuto negli anni scorsi e mettere in fila un po’ di cose, non basta un articolo qui sul blog, no ci vuole qualcosa di più organico ed importante, ancora una nuova sfida, quasi più difficile dei miei ultimi 205km sulle strade delle colline senesi. Spero di darvi notizia presto.

 

Infine, è anche ora di mettersi sul serio a lottare… lottare nel fango, freddo e scavalcare gli ostacoli del ciclocross. Sono già un paio d’anni che corteggio la disciplina, prima un timido assaggio, ma con bici sbagliata, poi arrivò la bici perfetta, ma la stagione era agli sgoccioli, e poi, ancora, un fantastico assaggio nelle sere d’estate dove nel giro di cinque gare e parecchie “sventole” prese ho capito che, benchè piuttosto alla moda oggi, il cross non è una cosa facile, non lo è affatto. Ci va gamba ma anche tanta tecnica e tantissima concentrazione per stare al 110% per tutta la durata della gara (sempre meno di un’ora, ma sembra non finire mai, altro che le granfondo….).

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ostacoli2Il fascino però è enorme, per il fatto stesso di aver voglia di allenarsi e correre quando qualunque ciclista sano di mente se ne starebbe a casa al caldo, quando gli stradisti pensano solo a fare palestra o rulli, quando anche molti biker mollano la presa, il cross ti porta ancora là fuori, quando piove o nevica, quando appoggi le ruote su di un fondo che ti farebbe arrancare anche a piedi, assurdo. Per di più su percorsi creati ad arte da veri e propri geni del male, con curve strettissime, ostacoli spigolosi, scale, sabbia… un inferno… ma di solito all’inferno, clima a parte, la compagnia è sempre ottima e credo che quest’inverno ne avrò di nuovo la riprova.

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Corriamo di notte, per evitare di abbronzarci a pezzi. Le mie #criterium #race a #scattofisso

La domanda, vista la situazione dal di fuori, potrebbe essere la classica: “ma chi te lo fa fare?”

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Eppure lo fai, continui a farlo, recitando un rituale tanto consueto quanto sempre differente, con mille sfumature difficilmente apprezzabili da chi vive la cosa solo superficialmente. Se fai questo perchè semplicemente, va di moda, ti stuferai ben presto.

Invece io, e molti altri a cui sono legato, siamo ancora qui, a fare centinaia di chilometri con la bici nel bagagliaio e mangiare panini sciatti in autogrill, non per raggiungere dei locali da aperitivo o delle discoteche alla moda, ma per trovarsi solitamente in zone industriali semi-abbandonate, dimenticate al punto da esser diventate una risorsa per chi fa del ciclismo non un hobby e forse nemmeno una passione in senso stretto, ma un vero e proprio modo di essere, un approccio trasversale che ci porta a voler esplorare aspetti spesso nascosti ai più.

Non servono bici stratosferiche, carbonio, titanio e accessori al top. Servono delle “semplici” bici da pista, con nulla più dello stretto necessario, ma assolutamente a punto, un solo dado mal stretto e non solo si compromette la gara, ma l’incolumità stessa di chi corre. Poche cose, ma tutte fondamentali, così come fondamentale utilizzare il rapporto giusto tra corona e pignone, funzione di tante cose: del tracciato, della condizione, del tipo di gara che si vuol fare e delle proprie caratteristiche fisiche.

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Si accelera, si cambia marcia e si frena con le gambe, ma questo credo che se siete qui a leggere da qualche tempo già lo sapete, giusto?

Tutto è nato da quella cometa precipitata a Milano nell’ottobre 2010, dove per una serie di combinazioni, tutte a mio favore, mi ritrovai nella prima criterium gara a circuito cittadino riservata a bici da pista (e non scattofisso, dico proprio bici da pista). Essere lì quella sera cambiò le cose, aprì un panorama nuovo ed inesplorato a tutti quelli che vedevano la biciletta non solo come un attrezzo sportivo, ma come un prolungamento di se stessi. Qualcuno sostiene di averla avuta prima di Trimble l’idea, peccato che non bastano le idee, bisogna anche metterle in pratica e questo accadde per la prima volta solo quella sera. Tante facce nuove, molte delle quali ora sono la colonna portante del movimento.

Poi, senza che nessuno pensasse minimamente ad ipotesi affaristiche o di marketing, nacque un inarrestabile movimento spontaneo che aveva colto l’esatto spirito di queste corse, ovvero la pura semplice competizione, senza strategie, senza trucchi, senza vantaggi per chi aveva più soldi da spendere in attrezzatura: bici simili, circuito semplice, pochi giri, tanto pedalare. Milano, Modena, Torino, Novara, Brianza, ogni sera una nuova gara per ritrovarsi, confrontarsi e condividere un qualcosa di dannatamente bello, ogni sera uguale e diverso allo stesso tempo.

Wild side Modena – cap. 2

Quando penso a questo mi viene subito in mente l’immenso Ayrton, quando zittì la platea di giornalisti che gli chiedeva quale fosse stato negli anni il suo miglior avversario, e lui invece di dire un Prost, un Bergher, un Mansell, saltò fuori invece con Fullerton e fece capire a tutti quali sono le vere cose importanti dello sport nella sua accezione più elevata, come vera scuola di vita.

Le cose ora, come è naturale che sia,  stanno facendo il loro corso: chi ha talento sta giustamente raccogliendo i frutti di tanto lavoro, le gare sono sempre più belle tecniche e con corridori molto competitivi. Si corre ormai in tutto il mondo, quasi a cadenza mensile, per le gare più prestigiose, ma nel sottobosco son sicuro che anche a qualche ora di volo da qui ci sono ragazzi che come noi si trovano praticamente tutte le settimane, solo per la gioia di correre. Mentre la redhookcrit è diventato un vero e proprio campionato, emozionante a dir poco.

Mi fa un po’ sorridere chi dice che “non è più come una volta” solo perchè non deve più girarsi ad aspettare gli amici. Oltre agli amici ora ci sono anche i corridori veri, quelli che letteralmente vivono per correre e fanno sacrifici grossi come una cattedrale solo per andare più forte. Sono questi che nobilitano ancora di più queste gare, dove non si vince nulla ma si guadagna il rispetto e la stima degli avversari, fino alla prossima gara: battaglia in sella fino all’ultimo metro, abbracci e birre prima e dopo.

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PS: tutto questo meritava anche da parte mia di passare a fare le cose un po’ più seriamente e di smetterla di fare l’orso solitario, ma questa è un’altra storia che vi racconterò a breve….

EDIT: le splendide foto son ad opera di messer Francesco Rachello aka strict

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NO, non mi conosci…

(non è farina del mio sacco, ma mi rispecchia moltissimo e ci tengo a che sia anche qui su questo piccolo blog, a difesa e per mantenere la memoria di quanto su scritto, di modo che tutto ciò non vada perduto. L’autore è Ferdi aka cronoman, quando c’era un solo gruppo di ciclisti urbani e si chiamava chaingang, a Milano…)

…ma forse ci siamo gia’ incrociati per le vie di questa città.

Ti tolgo subito dal dubbio: non sono un rivoluzionario, non teorizzo la fine del trasporto motorizzato, non sono un ciclista dal cuore ecologista amante del verde e della vita all’aria aperta.

Citta’ perfettamente a misura d’uomo, tranquille, ordinate, con aria respirabile e strade che non siano le attuali terre di nessuno? No grazie, non e’ il mio film. Mi piacerebbe? Forse, ma ti confesso un oscuro segreto: ci sono poche cose che mi affascinano e che mi divertono tanto quanto sfrecciare in bici veloce e silenzioso per le vie inospitali e caotiche…

La strada è un luogo di mille sguardi, preziosi frammenti di vissuto cittadino che colgo con curiosità e piacere. Magari la prossima volta che ci incrociamo anche tu farai caso a me. Ricordati di salutare.

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La maschera al carbonio attivo e’ il mio fragile scafandro e da anni scandaglio affascinato gli insoliti fondali urbani dal riferimento accelerato di una bicicletta lanciata a forte velocità per le vie della città.

Potrà sembrati paradossale, ma penso che per i più lo spazio della mobilità urbana-sotto gli occhi di tutti, tutti i giorni-sia una sconosciuta dimensione parallela inesplorata quasi quanto un profondo e remoto fondale marino. Uno spazio che viene registrato nella corteccia cerebrale come poco più dell’incolore lasso di tempo sprecato tra A e B.

Forse corro il rischio di incuriosire qualcuno al punto di spingerlo alla sperimentazione diretta, il che non è esattamente il massimo dato che con troppi cowboy va a finire che il vecchio West scompare. Mi offre però sicurezza il fatto che le barriere d’accesso a queste moderne lande selvagge sono alte e difficilmente superabili, quindi non prevedo grossi problemi di sovraffolamento nell’immediato futuro.

110Ecco quindi qualche frammento d’emozione dall’arena della mobilità metropolitana, un luogo che considero il palcoscenico di uno dei più affascinanti spettacoli che offra la mia città. Ed il biglietto è pure gratis.

Sotto la fioca luce arancione si aprono spazi immensi, sembra un posto completamente diverso. Dove di giorno bisogna sgusciare via stretti tra pareti di lamiera e di pedoni compattati sui marciapiedi, di notte si vola su rettilinei larghi e sgombri.

In lontananza c’è qualche rumore di mezzo pubblico notturno, ma arriva chiaro il sibilo della ruota che fende sempre più velocemente l’aria. Aumento la cadenza di pedalata, la bici schizza via veloce e silenziosa….

 

NAVIGARE IN BICICLETTA

008nelle acque caotiche del traffico metropolitano e’ un’impresa di una difficoltà che forse neanche immagini. Richiede una destrezza ed una messa a fuoco non dissimile a quella necessaria per sopravvivere ad una discesa in kayak lungo delle rapide insidiose.

Stessa pericolosità, stessa necessità di totale presenza nel momento, stesso squilibrio di forze, stessa emozione elettrizzante, stessa percezione di un qualcosa che va al di là del semplice gesto atletico e della libertà di movimento. Unica differenza: per una dose di adrenalina basta uscire dal portone di casa.

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Torino è la mia città

esco di casa, 10:30 PM, in corpo una schietta e sincera moka da 4…tutta, e ci voleva, mi rimette a nuovo, vado al mio cantiere, ma nel bagagliaio faccio a a tempo a mettere la bici, ovviamente la fissa da città, perchè in testa mi rode il tarlo ma con tanti se:

e se poi piove

e se poi son troppo stanco

e se c’è un intoppo in cantiere e non faccio a tempo

e se faccio il bravo ragazzo e me ne torno a casetta cercando di dormire il più possibile che domani tocca comunque andar in ufficio

e se poi metti che cado e mi faccio male e a quell’ora non c’è nessuno ad aiutarmi…

insomma… i dubbi sono sempre tanti ed il mio pessimismo di base mi porta a lasciare ancora tutte le opzioni aperte…

invece finiamo in tempo, anzi in anticipo, lì inizia a fare freddino, ma mano a mano che mi avvicino alla città i gradi aumentano (grazie cappa di smog…) e anche la voglia di provarci e di andare a conoscere un lato di Torino che ancora mi manca, o meglio che mi manca visto dalla prospettiva di un sellino…

e sia, invece di proseguire per la tangenziale, esco e mi dirigo verso il lungo Po. La città mi lascia entrare in fretta, tra i semafori gialli e e pochissime macchine, come se da se mi accogliesse nelle sue profondità, il primo passaggio in piazza vittorio è già uno spettacolo…ma non mi basta, i filtri che mi dà l’auto mi sono solo di impiccio… devo parcheggiare e di lì a poco lo faccio.

scendo… il silenzio è surreale, come una città fantasma, scarico la bici e parto subito per il centro, voglio vedere tutti i luoghi più affollati come mi si presentano a quest’ora… 4:40AM.

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024inizio da piazza castello, con il suo teatro e palazzo reale… sembra sia più luminoso e austero che mai…. sono solo in tutta la piazza, il rumore delle fontane la fa sembrare una piccola foresta pluviale, ma fatta di mattoni gesso e pietra, e riparto, via Roma, la via chic, troppo che non mi piace così come da sempre appare rimaneggiata dall’epoca fascista, e allora passo da sopra, per la parte liberty ed è già subito un’altra armonia visiva, ridiscendo per arrivare a piazza San Carlo, il salotto buono di Torino, da sempre, austero e proporzionato, simmetrico… ed ancora silenzio…

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via, riparto facendo accarezzare dalle gomme il pavè, gentile e cortese, molto più garbato rispetto all’implacabile ciottolato milanese, si vede che qui c’era la capitale d’Italia, me ne accorgo anche da questi piccoli dettagli… fino a piazza carlina, la più particolare ed intima piazza, con base circolare, come l’infinito girar di ruota e di pedali… vi ancora, un paio di furgoni con già le prime consegne spezzano per un attimo l’atmosfera e allora rifuggo, verso la zona dell’università, dove so di trovare nuova pace e nuovo cibo per la mia mente… qualche luce ancora accesa nei palazzi mi fa fantasticare chissà quale storia, magari qualche giallo che qui a Torino sono sempre a tinte oscure, impossibili da ricreare da qualunque altra parte… forse Praga, se solo ci fossi mai stato…

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ritorno un ultima volta verso il grande fiume, quello che rende ancora più unica questa città come se davvero fosse una piccola Parigi a tratti, vedo i locali già chiusi e qualche panetteria che lascia filtrare profumi che mi fanno ricordare di avere anche uno stomaco.

022vado poi ancora giù, fino in riva al fiume, per un ultima foto alla prospettiva dei lampioni dei murazzi, un ultimo sguardo a quanto di più unico sa offrire questa città a me che qui ed ora sono lo spettatore più privilegiato di tutto il milione di anime che mi sta attorno.

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un velodromo tutto per me…

007solo una piccola storia di quello che mi è capitato proprio ieri sera, in quella che di sicurò sarà l’ultima sessione di allenamento al motovelodromo coppi, almeno per il 2011… Capita che arrivo un po’ più tardi del solito, causa qualche casino di troppo al lavoro e il solito traffico torinese…fa anche buio presto e mi vesto in fretta (un bel tepore negli spogliatoi, ma devo uscire là fuori) per dedicare il più tempo possibile al girare…non c’è nessuno….mi accendono le luci comunque…diciamo un MW solo per me…

 

 

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Tutto sommato sono in centro città, ma vuoi la forma del catino, vuoi che sono tutti in casa a preparare la cena, il silenzio è surreale, sento solo la catena scorrere ed il mio respiro, ogni tanto il crepitare di qualche foglia sotto i tubolari, nulla più. E’ come se il tempo si fosse fermato e io fossi astratto dall’essere nel 2011 o chissà quando chissà dove, sono solo un puntino celeste che gira infinitamente in un ovale bianco come il latte, anche la (solita, immancabile) fatica passa in secondo piano, restano solo le emozioni di avere per un attimo a mia completa disposizione un impianto dedicato al mio sport preferito, che copre qualche migliaia di metri quadri in centro alla città e che oggi se dovesse esser costruito sarebbe relegato in periferia o in qualche zona industriale, invece sono qui, nel cuore della mia città a fare una cosa che amo…ed accelero il ritmo, ancora e ancora. Il freddo che inizia a segnarmi le guance è uno stimolo a spingere ancora di più ed in  men che non si dica l’incantesimo svanisce….però è sempre bello sognare un po’.

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neanche il tempo di gongolare….

…e di far guarire bene i tatuaggi Occhiolino che venerdì sarà subito ora di scannare. Questa volta in squadra, e che squadra, il micro-team dove tutto è nato, i Les Trois Pistard (io, franz, strike e huxley neo acquisto) ci butteremo a cannone nei due-giri-due attorno al Cimitero comunale di Milano…tutto qui.

Pare però che il livello questa volta sia altino anche se il premio in palio è di fatto solo la gloria ed il poter incidere il proprio nome sulla piega “criterium” che è il trofeo della gara, ah dimenticavo: si chiama midnight race!

Lo scorso anno andò in questo modo midnight 2010 ora pare che dall’est giungano gli uomini iridati, mentre gli agguerritissimi uomini neri alla corte del reverendo menthos stiano già adesso facendo rulli per affinare la gamba.

insomma, quel che è certo è che ci sarà parecchio da divertirsi!

PS: portatevi l’autan Sorriso

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