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2/6/2016 il giorno che il #Vigorelli di #Milano tornò dalla sua gente

… come d’incanto verrebbe da dire, ed invece no. Tutto grazie alla testardaggine, alla passione ed alle lotte di un piccolo gruppo di appassionati veri. Alcuni di loro si erano ancora emozionati a vedere i campioni di un tempo sfidarsi lì, e non ce la facevano a vederlo morire senza fare nulla. Altri, più giovani, scoperta la magia della pedalata continua, avevano voglia di provare a pedalarci dentro e sentire sulla pelle la carezza dell’aria del Vigorelli. Dopo anni di battaglie questo è successo, oggi, il 2 giugno dell’anno 2016.

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032Mi ritrovo per una volta ad entrare in una Milano ancora addormentata, ma non perché sia particolarmente presto, bensì perché oggi è giorno di festa per tutti, ma per noi ciclisti è un po’ più festa che per gli altri. Oggi è la giornata di riapertura (benché molto provvisoria) del velodromo Vigorelli di Milano, forse la più grande icona del ciclismo su pista mondiale.

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Siamo ancora in pochi, ma vedo già molte facce amiche, e subito saluto Dane, il Guerriero. E’ lui infatti uno degli artefici di questo successo del “ciclismo dal basso”, come lui stesso lo definirà dopo, durante la cerimonia ufficiale di inaugurazione. Insieme a quel comitato che invece di far parole e proclami come spesso accade, si è attivamente impegnato per anni. Prima con l’ottenimento del vincolo come patrimonio culturale ed architettonico della pista stessa (era vincolato infatti il solo edificio), poi con la richiesta, l’ottenimento, dei fondi per realizzare il completo restauro della pista nella sua geometria storica, recuperandone anche parte del legname originale.

Mi aspettavo un pienone di ciclisti, invece constato che non siamo molti, anche per la concomitanza con il ponte festivo e il poco preavviso ricevuto in merito all’evento.

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La vista del gigante in legno, con i suoi 397,27 metri, la larghezza di oltre sette metri e le due grandi paraboliche,  incute subito rispetto e un pizzico di timore reverenziale. Si vede subito che alla pista serviranno ancora alcune settimane di lavoro per essere completa: mancano le linee, la fascia di riposo, le progressive e tutto quanto serve per essere considerata un luogo per le competizioni.

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C’è però un fascino particolarissimo a vedere quel legno così, ancora grezzo e disuniforme, come se non avesse paura di nascondere i segni del tempo, così come sanno fare le signore di classe che non si coprono di trucco il viso ma lo sanno valorizzare per quello che è, e per quanto di intenso ha vissuto. Oggi il Vigorelli si mostra nella sua essenza a chi lo sa cogliere, a chi non ha paura di pedalare sulle sue pendici a 42° di inclinazione perché sa che con il dovuto mestiere, e rispetto, questa pista non ha mai tradito nessun corridore.

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Ed ora via, il “clack” secco dello scarpino sul pedale mi fa pensare a quando da ragazzino mettevo giù il gettone delle autoscontro ed il divertimento aveva inizio. Non siamo molto distanti da quel piccolo brivido, ma come spesso accade, ora il motore sono le mie gambe. I primi giri in quella che sarà la fascia di riposo mi fanno da subito giungere alle narici il profumo dell’abete rosso della Val di Fiemme, lo stesso utilizzato per la costruzione dei violini, e qui ci si sente davvero dentro la cassa armonica di un grande strumento, come solo gli artigiani italiani sanno realizzare.

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I chilometri ed i giri scorrono veloci (alla fine per me saranno quasi 50km in 87 giri totali), tra trenini ben organizzati e furiosi lanci sui 200 metri. Ogni tanto si sente scricchiolare qualcosa, quasi ci si trovasse a pedalare sul fasciame della chiglia di un galeone dei pirati. In effetti oggi un po’ pirati ci sentiamo tutti; giovani e meno giovani, così variamente assortiti da far risultare riduttiva la definizione di “ciclisti”. Siamo una sorta di tribù sui pedali, ognuno con la propria storia e le sue ambizioni diverse, ognuno con la sua bici, così personale e cucita addosso al proprio corridore, ma tutti con la voglia di essere oggi testimoni di una grande rinascita.

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Di seguito altre splendide foto di Emanuele Barbaro e Francesco Rachello ed alcuni link delle notizia sui media locali e non.

http://www.repubblica.it/sport/ciclismo/2016/06/02/news/riapertura_vigorelli-141151914/#gallery-slider=141158572

http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2016/06/02/dopo-15-anni-riapre-vigorelli-a-milano_7b097311-7c2b-4b04-bd7a-330411a7762a.html

http://www.lastampa.it/2016/06/02/sport/ciclismo/la-rinascita-del-vigorelli-di-milano-ha-riaperto-lo-storico-tempio-del-ciclismo-su-pista-eP5ISwg6mZjKLRL670KG2O/pagina.html

http://www.metronews.it/16/06/02/vigorelli-bici-festa-sulla-storica-pista-milanese-le-foto.html

http://www.02blog.it/post/90637/la-festa-per-la-riapertura-del-vigorelli

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come se fosse il GP di Monaco, ma sono su di una bici, ed i freni non ci sono. #critdeiponti

Oramai nel bene e nel male son considerato il “vècio” delle criterium dato che ho avuto la fortuna di esser dentro questo mondo sin dal primo giorno. Questa volta sono stati proprio gli amici di sempre a sorprendermi e ad organizzare una gara che mi è rimasta dentro, ora ve la racconto.

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Le cose cambiano, come si dice, ma le persone restano. Qui e oggi questa frase si rende ancora più profonda nel suo significato e si associa ad una delle cose che più mi piace fare in sella ad una bici: le criterium a scatto fisso.

Eh sì, perchè le menti dietro alla criterium dei ponti, sono i ragazzi della Brianza, quelli che dalla preistoria di questa disciplina di nicchia sono sempre stati attivi a correre e ad organizzare una marea di eventi, sempre belli, genuini e divertenti come dovrebbero essere sempre queste gare (o garette, che è meglio). E allora dopo i km violenti, le Milano-Pavia, le alleycat anche loro hanno avuto la voglia, l’ambizione e la capacità di organizzare una criterium in grande stile prendendo a prestito, diciamo così, le strade centrali di un intero paesino del milanese, Pogliano.

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Come sempre non arrivo con grande anticipo, le strade sono già giustamente tutte chiuse al traffico con un notevole ed encomiabile sforzo organizzativo, di fatto senza precedenti a mia memoria eccetto la redhook, ma con un budget di meno di un ventesimo, occhio e croce… Ai gazebo ritrovo gli amici di sempre questa volta siamo ancora più mischiati e variopinti il che ci tiene a distanza siderale dagli eventi del ciclismo ufficiale dove ogni squadra ha il suo “recinto”, qui invece i confini non ci sono, ci si riconosce a naso e dall’esterno capiscono l’appartenenza solo per le maglie indossate prima di entrare nel circuito, bello bellissimo, non abbiamo bisogno d’altro se non di noi stessi per correre, facciamo la differenza anche agli occhi curiosi degli abitanti del posto a cui per oggi togliamo un po’ di libertà di movimento ma doniamo i nostri colori.

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Il percorso è subito pronto per esser testato, mi muovo con un po’ di circospezione insieme ad altri compagni di corsa. Devo essere onesto, la prima sensazione è pessima: zero vie di fuga nelle curve, tracciato veloce e tutto tra muretti, tratti in pavè, cordoli rialzati ovunque… Siamo in un dedalo di vie in un piccolo paesino, avendo in mente quali saranno le velocità in gara non riesco a star tranquillo e ad avere una buona concentrazione per la prima batteria di qualifica che da lì a qualche minuto mi vedrà impegnato. L’organizzazione ha fatto di tutto per mettere in sicurezza il tracciato, ma è la sua morfologia che lo rende estremamente tecnico e delicato.

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Nonostante tutto mi schiero al via della batteria, ho un vantaggio però, conosco praticamente tutti quelli con cui correrò, e sono tutti ragazzi di esperienza che sanno come si guida una bici da pista pura dentro un circuito del genere. So già fin da subito che non giocheranno brutti scherzi nell’impostare curve e traiettorie durante i 10 giri a venire. Non mi sbagliavo.

Appena dato il via dal direttore di gara ci sgraniamo subito al meglio, le curve scivolano via sotto alle nostre ruote, una dopo l’altra e man mano che i giri scorrono capiamo esattamente fin dove poter osare, fino a dove poter mettere millimetricamente le nostre esili impronte dei battistrada delle gomme e fare vere e proprie “barbe” a cordoli e muretti. Dieci giri scorrono veloci e conservo sufficiente lucidità per contare quanti siamo ed esser certo della mia qualificazione in finale, provo anche a risparmiare un po’ di gamba che poi la gara avrà di sicuro un altro passo imposto dai funamboli dello scattofisso.

Dopo la gara podistica sul medesimo tracciato (non ci si fa mancare nulla noi) ecco che, al solito, inizia a salire la vera tensione pre gara, quella che chiude lo stomaco, tende i muscoli “a vuoto” e dà quell’impressione di muoversi al rallentatore, come dentro quei sogni fastidiosi dove si cerca di correre fuggendo e non ci si riesce a muovere. Ma infondo è una delle cose che fanno delle corse quella strana cosa che crea dipendenza una volta che le si prova ed anche qui il copione si ripete, sempre uguale eppure sempre diverso.

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La partenza è subito a tutta, il gruppo benchè piuttosto numeroso (siamo in quaranta) si sgrana subito bene e dopo pochi giri si delineano gli inevitabili tronconi che faranno ognuno la sua gara: i ragazzi davanti, quelli che seguono ma a buon ritmo, chi arranca e chi prova comunque la sensazione di essere dentro una corsa vera. Io mi ritrovo con amici vecchi e nuovi a battagliare nel secondo gruppo di inseguitori, siamo in 6 ed il ritmo è comunque elevato e non ci si risparmia, anzi si aumenta progressivamente che le gambe entrano in temperatura e man mano che le traiettorie vengono interiorizzate da ciascuno di noi, ognuno la sua ma tutte armonicamente insieme.

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Ed è qui che mi viene inevitabile la sensazione di trovarmi dentro il più folle, insensato, anacronistico e storico circuito della Formula1, in quel Montecarlo, dove a farla da padrona non è la pura velocità ma il coraggio e la perizia dei piloti nel pennellare i muri ed i cordoli, curva dopo curva, giro dopo giro. Il tratto prima dell’ultima curva poi è davvero perfetto, interamente attorno alle case, con l’asfalto che termina esattamente contro i muri, dando la possibilità di stare ad un soffio dagli ostacoli per fare meno spazio possibile ed arrivare all’ultima curva in posizione ideale.

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La gara scorre veloce, la trance agonistica fa in modo che nessuno sia lì a risparmiarsi ma tutti a loro modo collaborino per tenere il ritmo il più alto possibile, senza tatticismi dato che qui tutti stiamo inseguendo il gruppo che ci precede, ma ancora di più stiamo inseguendo la nostra voglia di andare sempre più veloce, sempre più vicino al limite di piega che gomme e pedali ci consentono. Verremo “destati” a due giri dalla fine dalla moto di sicurezza che ci segnalerà l’arrivo del gruppo di testa che si approssima a doppiarci. Poco conta, leggo in tutti gli occhi che incrocio l’emozione e la soddisfazione per aver fatto ancora una vota una gara al meglio delle proprie possibilità, ognuno a suo modo.

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Oggi non ci sono stati come nel circus della Formula1 i rombi di motore, è stato tutto silenzioso e rispettoso dei timpani degli spettatori, ma non meno emozionante e carico di adrenalina. Questo è quello che traspare anche sentendo post gara i commenti di quelli capitati lì per caso a vedere questi ciclisti così diversi dal solito. Corridori con bici che oltre a non avere i freni devono essere senza qualche rotella nella testolina, probabilmente devono essere gli ingranaggi interni che trasmettono timore e cautela alle gambe, quell’informazione lì proprio non riesce a propagarsi nè in me nè in quelli che mi ritrovo accanto, sul filo dei 45 orari tra i muretti di un sonnolento paesino milanese che oggi ha visto questo strano circo approdare sulle sue piccole strade.

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PS: le bellissime foto sono di Silvia Galliani ed Emanuele Barbaro

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Saper fare tutto bene – OMNIUM race (e divagazioni varie su che cosa è una gara in #pista)

La primavera è sbocciata e oltre ai fiori si aprono anche i velodromi all’aperto. Una delle cose più divertenti ed allenanti, ma anche a loro modo difficili, è gareggiare in pista in una cosiddetta “riunione”. Ora vi racconto di cosa si tratta.

(lo stesso articolo lo potete trovare qui insieme a molte altre cose interessanti!)

A meno che non siate già dei pro della pista (e se mi leggete qui in tutta onestà ne dubito) vi segnalo che il bello delle gare amatoriali in pista è lo sfidarsi in 4-5 discipline diverse nell’arco di un pomeriggio o di una sera. La differenza con una gara secca su strada, mtb o ciclocross è che qui diventa fondamentale sapersi gestire nell’intero arco temporale dell’evento, dove non si può mai abbassare la tensione agonistica.

In breve, una omnium classica così come interpretata anche alle olimpiadi è composta da ben 6 prove in quest’ordine:

– Giro lanciato

– Inseguimento individuale

– Corsa a punti

– Corsa ad eliminazione

– Scratch

– Chilometro da fermo

Molto spesso però, nelle gare amatoriali la si riduce a 3 discipline: giro lanciato, corsa a punti (o scratch) ed inseguimento individuale. Il problema essenziale è che le tre discipline, benché si tratti sempre di ciclismo su pista, sono del tutto antitetiche tra loro: allenarne una sola significa perdere molta prestazione nei confronti delle altre. Analogamente, il giorno della gara, andare in fuori giri in una comporta letteralmente il “saltar per aria” nelle restanti. Oppure, cosa forse ancor peggiore dato che fa salire un rimorso notevole, risparmiarsi troppo all’inizio e avere risultati al di sotto delle proprie potenzialità per il timore di “bruciarsi” subito.

Come si può capire l’equilibrio è molto delicato, ritrovarsi a fine gara a fare i conti con un classifica impietosa o salire sul podio con una bella bottiglia di vino come trofeo sono due situazioni molto più vicine di quanto si possa pensare. Ora proviamo a raccontare qualcosa in più.

Una delle cose che ritengo importanti è una delle più semplici: arrivare in buon anticipo! Pare banale, ma non lo è. Si viaggia in auto sereni, senza correre che quello sarà da fare dopo (anche se abitate vicino al velodromo prima o poi la trasferta vi toccherà) ci si distende mentalmente e si pregusta il bello di essere in pista a sfidarsi. Non avere l’ansia di non fare in tempo causa traffico o di arrivare trafelati si porta via una grossa fetta di concentrazione mentale e purtroppo le gambe seguiranno i nervosismi della testa, evitate.

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Riscaldarsi senza spendere troppe energie. Il primo scoglio è sempre il giro veloce, la specialità più breve di tutto il ciclismo, ma non per questo la più semplice. Ci si deve arrivare con le gambe “calde a puntino” ma con ancora tutto il 100% della esplosività che possono dare. Lo sprint è la regina delle gare in pista e va sempre onorata. Scaldandosi sui rulli si deve cercare di salire man mano con il ritmo cardiaco e di dare una o due “sgasate” ad alta cadenza, di modo da avere il motore preparato a dare il massimo nel puro sforzo anaerobico. Infatti dopo il giro lanciato non ci si sente stanchi, non nel senso classico del ciclismo, l’errore peggiore però è dopo il giro lanciato rientrare e stare fermi, ecco quello è come spararsi nelle gambe. Indispensabile quindi riprendere subito a far girare le gambe e far riassobire lo sforzo muscolare. Ci va una buona dose di testa per agire in questo modo; di solito ci si ferma per parlare con gli avversari (che almeno nel “nostro” modo delle gare amatoriali in pista sono sempre anche amici e spesso veri maestri) o ci si siede e si beve qualcosa, dato che la giornata di gare è ancora lunga. Ecco, non fatelo e imponetevi questa piccola violenza di risalire sui rulli, in fondo bastano solo 10-15 minuti.

box2A proposito di rulli, specie nelle gare in pista sono un gran sostenitore dei rulli liberi, quelli a tre cilindri. Enormemente più pratici di quelli fissi a cavalletto, sono anche un vero viatico per chi vuole aumentare l’eleganza e l’efficienza della pedalata. Insegnano a stare in equilibrio, a “sentire la bicicletta sotto di noi e portano enormi vantaggi quando poi ci si troverà a pedalare in un folto gruppo su strada. Hanno anche un costo relativamente basso e si trovano abbastanza facilmente sull’usato, pensateci.

 

Si passa poi alla corsa di gruppo, che sia a punti, scratch o eliminazione poco conta ai fini del corretto approccio, e nuovamente toccherà scaldarsi a dovere, non senza aver fatto anche un buon riferimenti di zuccheri. Sarà la gara più lunga di giornata ed essendo una corsa su pista chiaramente non si beve e non ci si alimenta in corsa. Sicchè ci si deve pensare prima, senza esagerare ma si devono avere le risorse per essere efficienti in tutto l’arco della gara anche perché tutte le corse di gruppo sono in crescendo: si parte ad una buona velocità e via via si va aumentando il ritmo. Per chi ha più set di ruote trovo utile fare questo riscaldamento con un pignone di uno o due denti in più di quello che si è usato nel giro lanciato. Infatti, per stare in corsa e non arrancare sugli scatti, quelli ripetuti nelle volate di una corsa a punti ad esempio, il segreto è di avere una buona agilità che consente accelerazioni molto più repentine e meno dannose per le gambe. Per questo molti corridori usano un dente in più anche in gara, ma scenderemmo in considerazioni un po’ troppo ampie per questo spazio.

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Finita la corsa di gruppo subito reintegrare zuccheri e liquidi ma soprattutto non abbassare la concentrazione! Il lavoro non è finito, spesso la disciplina di gruppo ci lascia svuotati di energie sia fisiche sia mentali data la battaglia sul filo di scie e scatti. Invece si deve cercare di dimenticare alla svelta ciò che è successo per concentrarsi sull’ultima disciplina, dove l’avversario sarà ancora più implacabile perché sarà il semplice ed inesorabile scorrere del tempo.

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Nuovamente ci si ritroverà sui rulli con un differente assetti di guida dato che entrano in gioco le prolunghe da crono. Si percepiranno così le diverse fasce muscolari che alimentano l’azione della pedalata, per fortuna ancora non troppo stressate dal lavoro svolto fino a qui. Per quanto possibile ci si deve concentrare sulla posizione da mantenere, sia sotto l’aspetto della compostezza sia, soprattutto, curando la respirazione e usando molto più il diaframma rispetto a quando si è soliti fare. Nell’inseguimento è fondamentale conservare un buon ritmo dall’inizio alla fine, stando molto concentrati nella guida per non sbandare e fare così più strada e non scomponendosi per non offrire il fianco alla malevola ed implacabile resistenza dell’aria al nostro incedere. Qui è la mente a farla da padrona, vuoi perché le gambe iniziano quasi da subito a fare male e a dar segnali di cedimento, vuoi perché i due terzi di gara ci hanno già fatto capire se è una buona giornata o meno. Serve tutta la concentrazione possibile per muovere il nostro corpo come fosse una macchina nata per pedalare. Sono pochi chilometri da affrontare ma mai come ora assumono la valenza di “eterni” nel passare sotto le nostre ruote. Non abbassate la guardia, non scomponetevi, è peggio calare leggermente il ritmo restando composti che muovere il busto ed aprire i gomiti o peggio alzarsi sui pedali a rilanciare, l’aerodinamica non perdona, così come il cronometro.

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A questo punto la fatica è compiuta, se nell’arco dei successivi 2-3 giorni non avete altre gare potete davvero rilassarvi, diversamente ancora qualche minuto a far frullare le gambe potrebbe salvarvi il prossimo appuntamento. Il bello ora è godersi le sensazioni che ci regala il nostro corpo. Sentirsi stanchi e soddisfatti per aver espresso tutto ciò di cui si è capaci ed assaporare il divertimento che c’è nella sana competizione tra avversari leali in pista ed amici quando si è giù dal sellino.

Vi aspetto alla prossima gara, non abbiate timore a sfidare prima di tutto voi stessi. La bici da pista già ce l’avete, giusto?

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trova le differenze: il mio test del @cinelliusa @mashsf #parallax alla #Lambrocrit @columbustubi

Le cose sembrano sempre accadere per caso, ma a vederle con un altro occhio e soprattutto volgendosi in dietro a guardare “i puntini che si son tra loro collegati” tutto acquista un senso ed una logica.

Accade così che di punto in bianco mi arriva il messaggio di un ragazzo di Torino, lo conosco per tramite del solito “giro delle fisse” ma dire che siamo molto amici sarebbe una piccola bugia, per ora. Mi contatta e mi fa una proposta a me nuova, particolare e che di fatto mi inorgoglisce un tot. Il messaggio era di questo tenore qui: “ciao, ho preso da poco un Cinelli mash parallax, è una bici stupenda, ma alla fine io ci faccio solo piccoli percorsi in ambito cittadino, mi piacerebbe capire come reagisce agli stimoli di una corsa e capire quale sia la resa e la bontà di questo telaio così improntato all’agonismo”.

Ora, non sono certo nè il Cavendish nel il sir Chris Hoy di turno, ma ormai qualche gara con quelle bici “strane e senza i freni” ormai l’ho fatta, sicchè mi fa piacere la proposta e soprattutto lo vedo anche come un test su me stesso ovvero: sono capace di cogliere le differenze tra un telaio ed un altro? ho la necessaria sensibilità di guida e la capacità di spingere al limite una bicicletta? eh…. belle domande! Ma se non ci si prova non lo si saprà mai, e allora buttiamoci.

Ci vediamo sotto il mio ufficio e Federico arriva in sella alla sua bici. E’ già montata molto bene, le ruote sono identiche alle mie, l’allestimento è di alta gamma, chiaramente il rapporto è un classico 46-16 adatto all’uso cittadino e dintorni.

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Non resisto comunque più di mezzo pomeriggio. Ero già preparato, cambio i pedali con i miei, adatto altezza ed arretramento sella e via per un primo test. In primis trovo comunque una buona accoglienza. La bici non è ostica nè da guidare nè da rilanciare. Ha tutte le caratteristiche che hanno reso ormai lo standard dell’alluminio oversize come architettura ottimale per bici con questa destinazione d’uso: carro rigido e reattivo, sterzo preciso e solido, proprio come ho scritto poco tempo fa.

Viste le buone premesse allestisco la bici con tutto il mio materiale, di modo da avere pari condizioni con il mio telaio 8bar che mi tiene compagnia ormai da un anno tra gare ed allenamenti. Quindi trittico Deda elementi base per piega, attacco e reggisella, sella fizik arione, le mie ruote con l’ottimo vittoria evo cx all’anteriore (trattato, ma questo è un segreto…) e soprattutto il rapporto che uso in gara: 49-14 con corona Mquadro.

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La gara test è l’immancabile criterium del parco Lambro ormai classica come la Milano-Sanremo nel panorama delle criterium a scatto fisso. Conosco molto bene il tracciato, il tipo di gara ed ormai gli avversari di corsa sono tutti amici, anche se solo giù dalla sella… In quel tracciato ci sono solo 4 curve, di cui due piuttosto strette, da guidare, e due da percorrere in pieno con la manetta del gas tutta aperta.

Questa volta i giri sono 15 per un totale di circa 30km. La partenza, ancor più del solito, è al fulmicotone, si è tutti gomito a gomito fino alla prima curva ma ci si sgrana bene. La mia posizione classica è verso la coda del gruppo di testa, di fatto una delle più faticose perchè si rilancia molto all’uscita delle curve. La bici la sento solida, molto concreta sotto i pedali. I rilanci sono efficaci e il classico gesto di “chiudere il buco” viene piuttosto agevole, la sensazione di buon rendimento del carro posteriore (in particolare dei foderi bassi, veramente oversize) si percepisce molto molto bene. Discorso analogo per l’ergonomia di pedalata, sento la mia posizione in sella molto buona da seduto ed in scia al gruppo, nella curva veloce a 90° prima dell’arrivo riesco anche a non alzarmi sui pedali e accelerare da seduto in posizione molto più aerodinamica e redditizia. Ad essere onesto ci vorrebbero molti più watt nelle gambe per capire fino in fondo il comportamento del telaio in rilancio, diciamo che per il mio stato attuale di forma non intravedo il limite del telaio in quella fase, il che è già una buona notizia.

Veniamo al pezzo forte: le curve. Mi piace da matti guidare una bici da pista nelle curve,  mi ricorda gli anni passati sulle moto e sentire di essere alla corta con la trazione “in presa” è una sensazione che in bici da corsa raramente si riesce ad ottenere e mai così intensa. qui le curve vere sono due, diverse tra loro ed ugualmente insidiose anche se le conosco fin troppo bene (anche il mio zigomo destro le conosce, ma questa è un’altra storia…). Facciamola semplice: il parallax in curva si comporta divinamente, anche se l’impostazione è molto molto corsaiola. La traiettoria viene mantenuta sempre precisa, un vero binario e soprattutto con minimi gesti si riesce ad uscire dalla curva molto forte ed iniziare a rilanciare due/tre pedalate prima dell’avversario davanti, un bel vantaggio. La sensazione di solidità è eccellente, il mix di sterzo conico integrato e forcella con rake pista la rende una vera arma da combattimento. Chiaramente il rovescio della medaglia c’è. La bici non è molto generosa nel perdonare un errore di traiettoria, una sbagliata impostazione della curva è più difficile da recuperare che sulla mia bici con cui ho corso l’ultima red hook. Questo può significare che a volte l’essere in mezzo al gruppo è più delicato da gestire e ci va un po’ di perizia e mestiere. Per contro se ci si lancia in una fuga o si deve rientrare nel gruppo e si hanno le idee chiare di come guidare, il parallax asseconda alla grande i voleri del corridore.

Gran bel prodotto, si vede che è stato sviluppato e pensato non per un uso a 360° ma ben focalizzato su questo tipo di gare, dove di fatto le case concorrenti di Cinelli arrancano un po’, adattando i loro modelli pensati per la pista con risultati non sempre a questo livello.

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was hard, now even harder! la mia #redhookcrit #milano con @cykeln_mag racing team

frastornato, dopo quattro giorni sono frastornato e ancora mi riesce un po’ difficile mettere in fila tutte le emozioni in un ordine per lo meno cronologico, ma è meglio ci provi ora, di modo che alcuni dettagli importanti non svaniscano nella mia memoria…

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questa volta non è facile nemmeno scriverne, della Red Hook. Prima era una sfida quasi a se stante, estemporanea. Ora in un certo senso l’intero anno sui pedali è stato incentrato su questa gara. Quarantacinque minuti valgono una stagione? Probabilmente sì e credo che chi c’era, vecchia e nuova conoscenza di questo mondo, ha capito perfettamente il perchè. Aggiungiamoci anche che per la prima volta nella mia vita mi sono anche sentito parte ed al servizio di una squadra vera, non tanto per il prestigio o la visibilità, ma quanto per l’amicizia ed il legame fortissimo che si è venuto a creare in poco meno di sei mesi, intensi, pazzeschi, veloci, faticosi.

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Arrivo presto ed in buona compagnia, per una volta, sul campo di gara, in quella Bovisa che lo scorso anno per tanti motivi ha deciso di prendersi un anno sabbatico dalla redhook,ma che torna e di prepotenza per far capire a tutti, ma proprio a tutti, che queste sono corse nate in periferia e lì devono restare e prosperare. Il grande merito di aver acceso un quartiere dimenticato per quasi un anno, dove la sera tutti si chiudono in casa ed invece ora sono tutti per strada, i chioschetti aperti e tanti volti curiosi e sorridenti fanno da contorno.

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L’anticipo non è poi così grande, tempo di far ritirare il numero al mio amico Andrea ed è subito ora di cambiarsi e scaldarsi, perchè quest’anno c’è un’altra novità ed è bella grossa: non si arriva alla gara serale semplicemente con un’iscrizione fatta in fretta con click veloci sul web, no, questa volta la finale bisogna meritarla e la cosa non è affatto banale, anzi, mi mette una pressione addosso enorme, ne sento tutto il peso e percepisco i miei gesti quasi come fossero alla moviola. Passano gli 85 migliori tempi sul giro secco, indipendentemente dalla batteria, ce ne saranno quattro da 50 atleti per turno. I fattori in gioco sono tanti, e devono incastrarsi tutti perfettamente come in un mobile fatto a cesello: gamba buona, gomme ok, curve prese a tutta, scia giusta, compagni giusti e, soprattutto, un giro intero del tracciato senza trovare altri corridori lenti sul percorso. Siamo ormai tanto tanto vicino a quello che si vede in tele per la motoGP e l’adrenalina vi assicuro che non è meno, anzi.

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Il primo turno, quello di Andrea, è strano. In pochi si conoscono, in pochi si accordano per fare gruppi veloci sfruttando il gioco delle scie. Ne consegue che tante gambe ottime restano imbrigliate nel meccanismo stesso delle qualifiche e si trovano con tempi non alla loro altezza. Una mossa saggia fa il mio amico: prende e va tutto solo incontro al destino in un giro tirato a mille e con sempre il vento in faccia. La sua strategia lo ripagherà ampiamente e si ritroverà in finale, proprio lui che fino a pochi mesi fa sentiva i miei racconti sul mondo delle criterium con bici da pista come una cosa distante e fatta per ciclisti non del tutto assennati.

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Seguo poco il secondo turno, che poi tocca a me. nel mio terzo turno c’è il grosso della mia squadra: io, Paolo, Claudio, Chris e Filippo. In partenza il nostro capitano Alex ci carica come delle molle, il suo contributo non è solo nelle gare e nelle sue vittorie, il merito più grande è quello  di fare da collante e motivarci a dare sempre il massimo, ci riuscirà anche questa volta. Linea di partenza, siamo schierati, abbiamo preso un po’ di accordi con gli amici/avversari di sempre, l’obiettivo e di fare entrare quanti più italiani possibile. E allora via, tempo qualche minuto e parte il “primo treno”, lo perdo. Non mi perdo d’animo ma cerco di prendere un ritmo veloce e capire come interpretare al meglio tutte le veloci curve, qualcuna la ricordo bene ma qualcun’altra è del tutto inedita, va capita. Il secondo treno riesco a prenderlo, con fatica ma sono lì, gli spigoli dei cordoli cittadini passano veloci sotto il mio sguardo, uno dopo l’altro quasi li sfioro ed in un attimo che mi pare eterno rivedo il portale dell’arrivo, mi alzo sui pedali e spremo tutto quello che ho dentro. Saprò dopo che il tempo era buono, ottimo per il mio stato di forma, ma soprattutto sufficiente a raggiungere la finale, ovvero 3/4 del  mio obiettivo di giornata.

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C’è ancora tempo e vedo il mio compagno Filippo un po’ in difficoltà, voglio che si giochi la sua possibilità e ci accordiamo: si mette sulla mia scia e prova a tenermi a ruota fino in fondo per magari poi tentare di uscire allo scoperto e tirare fuori il giro buono. Io ho ancora energia da dare e la sacrifico più che volentieri, ne voglio vedere tanti di body coi fulmini in griglia questa sera. Dopo la metà del giro lanciato sento calare un po’ le forze, non mollo, sono ancora a tutta, spero che Filippo rompa gli indugi e mi passi a velocità ancora maggiore, ma già non è male il vederlo incollato alla mia ruota, arriviamo a tutta sotto il traguardo. Non basterà, ma almeno nessuno avrà rimorsi sull’averci provato al meglio delle proprie possibilità.

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Il lasso di tempo tra fine qualifiche e gara passa piuttosto in fretta, tra le tante chiacchierate con amici vecchi e nuovi, in italiano ed in inglese. Il bello è proprio questo: riuscire a scambiare due battute anche con persone lontanissime, seguite solo attraverso i social network, che oggi e solo per oggi sembrano amici di lunga data con cui raccontarsi e darsi consigli. Alla fine questo mondo è ancora abbastanza piccolo da considerarsi una comunità e questo per me conta tantissimo. Quando questa atmosfera sparirà allora inizierò a dubitare se iscrivermi ancora, ma questo oggi non lo percepisco affatto, anzi, siamo gli amici di sempre e per un giorno tutti siamo lì per dare il meglio di noi stessi.

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Arriva il momento che più aspetto, lo aspetto da un anno. Ci si va a schierare in griglia, lentamente, muovendo il rapporto a scatto fisso fatto per correre sempre sopra i 40km/h e come tutti mi muovo lento, sentendo ogni fibra dei miei muscoli intervenire sincrona per gestire il mio passare attraverso le transenne e raggiungere il mio posto, sono al numero 73 e sono alla finale della Red Hook criterium di Milano.

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gli attimi durano giorni…sento una voce lontana scandire con lentezza ….3…..2…..1…..GO! Non c’è lo sparo dello starter, c’è direttamente una iniezione di adrenalina nel cuore, sono in soglia ancora prima di fare il mio primo metro di gara e ci resterò fino alla fine. Non c’è riposo, non c’è respiro è una gara da correre tutta di un fiato. Se esiste una situazione che incarna la cosiddetta “trance agonistica” allora è proprio ora che si materializza alla perfezione. Lo sguardo rimbalza come un flipper a cercare la ruota migliore, le traiettoria ideale, a scartare quel tombino che il giro prima mi ha scosso il manubrio. Rilancio, una, due, tre volte ad ogni giro. Se fossi da solo le curve le farei meglio e più veloce, ma non raggiungerei di sicuro questa velocità in rettilineo ed allora è meglio restare qua. Sono in coda al gruppetto dei ragazzi che come me ha passato un’intera stagione a correre nelle zone industriali, solo per il gusto di correre veloce e sfidarsi di volta in volta sui differenti tracciati che l’urbanistica ci offre. Questa volta è simile ma differente, questa sera il valore aggiunto sono le centinaia di persone lungo il circuito, la loro energia, le campane, il tifo e il sentire ad ogni tratto voci amiche che ancora una volta gridano il tuo nome e ti fanno spingere ancora più forte sui pedali. Arriva anche un crampo che metto a tacere, le voci dalla strada sono molto più forti di lui, il sogno è qui ed io ci passo attraverso con tutta la forza che ho.

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Mi sveglierà il rombo di una moto, infondo mancano solo pochi giri ed ho dato tutto quello che avevo, va bene così. Anche quest’anno eravamo a correre con i migliori al mondo in questa disciplina di nicchia, dove serve una bici semplice, senza fronzoli, ma ci vuole tanta passione, forza e talento per farla correre veloce sull’asfalto cittadino, dove queste bici un tempo destinate agli ovali si son ritrovate quasi per caso a correre ancora ed a risvegliare una passione che per troppi anni è rimasta silenziosa ma che oggi rompe il muro e grida a tutti che è tornata ed è qui per restare.

PS: ricambio il favore lasciando il link alla giovane scrittrice e blogger che per la prima volta è venuta a contatto con questo mondo e ne ha scritto un pezzo sicuramente più lucido e coerente del mio: emialzosuipedali RHC Milano 2013

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molte cose successe, molte ne dovranno succedere… #ciclismi

tanto, troppo tempo che non scrivevo nulla qui…

…un po’ me ne scuso, alla fine il seguito che ha questo spazio è tale da sorprendere anche me quindi un po’ di cose ve le devo raccontare, anche se il divenire di molte cose è sotto gli occhi di molti (cari social amici e amici della – essenziale – vita vera).

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Da una piccola idea di aprile è nata una squadra: anomala, atipica, disorientante per molti, ma ci siamo e in poco tempo abbiamo avuto collaborazioni stupende dai nostri sponsor tecnici ma soprattutto abbiamo ottenuto grande stima e rispetto da parte di tutti, soprattutto da quelli che sono avversari quando siamo in sella, ma restano e resteranno amici quando siamo giù dalla bici. Questo è quello che era il nostro scopo, ora ci aspetta il gran finale e le tappe di avvicinamento stanno andando bene. Non è facile, non lo è mai, vai solo più veloce ma anche gli altri si allenano come e (spesso) meglio di te, ci va il solito mix di cuore testa e gambe, ma stiamo arrivando al gran finale e non si può sbagliare, ci giochiamo un’intera stagione in 45 minuti. A molti va persin peggio, immagino le finali olimpiche di tutti, dove ci si giocano quattro anni di preparazione i cinque secondi di tuffo, quindi va bene così, questo è quello che amiamo fare e lo faremo fino in fondo. Un paio di giorni fa mi son venute di getto queste parole che riporto per fissarle anche qui:

“non lo facciamo per la notorietà, non abbiamo nulla alle spalle, nessun costruttore di bici, nessun negozio, nessuno che ci dia dei soldi per le trasferte, nessuno che ci chieda conto di risultati o meno. Lo facciamo per una incrollabile passione, contro tutto e tutti e per la sete di gareggiare, quella che ti fa alzare sui pedali quando le gambe invece gridano di fermarti. Siamo il Cykeln racing team e siamo qui solo per correre.”

Come andrà è presto per dirlo, di sicuro saranno di nuovo emozioni di quelle che si scolpiscono nel profondo, come le volte precedenti o forse ancor di più.

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Dall’altro lato del pianeta bici quest’anno non sarò ad uno degli appuntamenti che porto nel cuore. L’autunno con il suo fascino merita anche qualche pedalata presa con la giusta calma, con una bici fatta sì per correre, ma come si faceva trent’anni fa, quando ancora qualche strada non era ricoperta dal nero manto di bitume, ma era bianca come la neve, fatta da una moltitudine di polvere e pietre di diversa grandezza ed accarezzarla con i tubolari riempiva di splendide immagini e ricordi la mia mente.

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Non sono stato estratto per l’Eroica, avrei potuto comunque partecipare e molti pettorali mi son stati proposti, ma ho interpretato tutto questo come un segno. Quest’anno mi serve di pausa, per riflettere su quanto così intenso vissuto negli anni scorsi e mettere in fila un po’ di cose, non basta un articolo qui sul blog, no ci vuole qualcosa di più organico ed importante, ancora una nuova sfida, quasi più difficile dei miei ultimi 205km sulle strade delle colline senesi. Spero di darvi notizia presto.

 

Infine, è anche ora di mettersi sul serio a lottare… lottare nel fango, freddo e scavalcare gli ostacoli del ciclocross. Sono già un paio d’anni che corteggio la disciplina, prima un timido assaggio, ma con bici sbagliata, poi arrivò la bici perfetta, ma la stagione era agli sgoccioli, e poi, ancora, un fantastico assaggio nelle sere d’estate dove nel giro di cinque gare e parecchie “sventole” prese ho capito che, benchè piuttosto alla moda oggi, il cross non è una cosa facile, non lo è affatto. Ci va gamba ma anche tanta tecnica e tantissima concentrazione per stare al 110% per tutta la durata della gara (sempre meno di un’ora, ma sembra non finire mai, altro che le granfondo….).

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ostacoli2Il fascino però è enorme, per il fatto stesso di aver voglia di allenarsi e correre quando qualunque ciclista sano di mente se ne starebbe a casa al caldo, quando gli stradisti pensano solo a fare palestra o rulli, quando anche molti biker mollano la presa, il cross ti porta ancora là fuori, quando piove o nevica, quando appoggi le ruote su di un fondo che ti farebbe arrancare anche a piedi, assurdo. Per di più su percorsi creati ad arte da veri e propri geni del male, con curve strettissime, ostacoli spigolosi, scale, sabbia… un inferno… ma di solito all’inferno, clima a parte, la compagnia è sempre ottima e credo che quest’inverno ne avrò di nuovo la riprova.

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Corriamo di notte, per evitare di abbronzarci a pezzi. Le mie #criterium #race a #scattofisso

La domanda, vista la situazione dal di fuori, potrebbe essere la classica: “ma chi te lo fa fare?”

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Eppure lo fai, continui a farlo, recitando un rituale tanto consueto quanto sempre differente, con mille sfumature difficilmente apprezzabili da chi vive la cosa solo superficialmente. Se fai questo perchè semplicemente, va di moda, ti stuferai ben presto.

Invece io, e molti altri a cui sono legato, siamo ancora qui, a fare centinaia di chilometri con la bici nel bagagliaio e mangiare panini sciatti in autogrill, non per raggiungere dei locali da aperitivo o delle discoteche alla moda, ma per trovarsi solitamente in zone industriali semi-abbandonate, dimenticate al punto da esser diventate una risorsa per chi fa del ciclismo non un hobby e forse nemmeno una passione in senso stretto, ma un vero e proprio modo di essere, un approccio trasversale che ci porta a voler esplorare aspetti spesso nascosti ai più.

Non servono bici stratosferiche, carbonio, titanio e accessori al top. Servono delle “semplici” bici da pista, con nulla più dello stretto necessario, ma assolutamente a punto, un solo dado mal stretto e non solo si compromette la gara, ma l’incolumità stessa di chi corre. Poche cose, ma tutte fondamentali, così come fondamentale utilizzare il rapporto giusto tra corona e pignone, funzione di tante cose: del tracciato, della condizione, del tipo di gara che si vuol fare e delle proprie caratteristiche fisiche.

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Si accelera, si cambia marcia e si frena con le gambe, ma questo credo che se siete qui a leggere da qualche tempo già lo sapete, giusto?

Tutto è nato da quella cometa precipitata a Milano nell’ottobre 2010, dove per una serie di combinazioni, tutte a mio favore, mi ritrovai nella prima criterium gara a circuito cittadino riservata a bici da pista (e non scattofisso, dico proprio bici da pista). Essere lì quella sera cambiò le cose, aprì un panorama nuovo ed inesplorato a tutti quelli che vedevano la biciletta non solo come un attrezzo sportivo, ma come un prolungamento di se stessi. Qualcuno sostiene di averla avuta prima di Trimble l’idea, peccato che non bastano le idee, bisogna anche metterle in pratica e questo accadde per la prima volta solo quella sera. Tante facce nuove, molte delle quali ora sono la colonna portante del movimento.

Poi, senza che nessuno pensasse minimamente ad ipotesi affaristiche o di marketing, nacque un inarrestabile movimento spontaneo che aveva colto l’esatto spirito di queste corse, ovvero la pura semplice competizione, senza strategie, senza trucchi, senza vantaggi per chi aveva più soldi da spendere in attrezzatura: bici simili, circuito semplice, pochi giri, tanto pedalare. Milano, Modena, Torino, Novara, Brianza, ogni sera una nuova gara per ritrovarsi, confrontarsi e condividere un qualcosa di dannatamente bello, ogni sera uguale e diverso allo stesso tempo.

Wild side Modena – cap. 2

Quando penso a questo mi viene subito in mente l’immenso Ayrton, quando zittì la platea di giornalisti che gli chiedeva quale fosse stato negli anni il suo miglior avversario, e lui invece di dire un Prost, un Bergher, un Mansell, saltò fuori invece con Fullerton e fece capire a tutti quali sono le vere cose importanti dello sport nella sua accezione più elevata, come vera scuola di vita.

Le cose ora, come è naturale che sia,  stanno facendo il loro corso: chi ha talento sta giustamente raccogliendo i frutti di tanto lavoro, le gare sono sempre più belle tecniche e con corridori molto competitivi. Si corre ormai in tutto il mondo, quasi a cadenza mensile, per le gare più prestigiose, ma nel sottobosco son sicuro che anche a qualche ora di volo da qui ci sono ragazzi che come noi si trovano praticamente tutte le settimane, solo per la gioia di correre. Mentre la redhookcrit è diventato un vero e proprio campionato, emozionante a dir poco.

Mi fa un po’ sorridere chi dice che “non è più come una volta” solo perchè non deve più girarsi ad aspettare gli amici. Oltre agli amici ora ci sono anche i corridori veri, quelli che letteralmente vivono per correre e fanno sacrifici grossi come una cattedrale solo per andare più forte. Sono questi che nobilitano ancora di più queste gare, dove non si vince nulla ma si guadagna il rispetto e la stima degli avversari, fino alla prossima gara: battaglia in sella fino all’ultimo metro, abbracci e birre prima e dopo.

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PS: tutto questo meritava anche da parte mia di passare a fare le cose un po’ più seriamente e di smetterla di fare l’orso solitario, ma questa è un’altra storia che vi racconterò a breve….

EDIT: le splendide foto son ad opera di messer Francesco Rachello aka strict

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