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il nuovo portale @endusport con il mio racconto della 12h di Monza fatta in solitaria e a #scattofisso

è stata una vera avventura, nonostante il teatro della gara sia stato il sicuro autodromo di monza, sul rinnovato magazine di ENDUsport vi racconto come è andata, con la testa che già pensa a cosa fare di ancora più folle la prossima stagione!

10 settembre 2016 Comments (0) Racconti dei partecipanti, Racconto in evidenza 12h Cycle Marathon (a scatto fisso)

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Quando un corridore organizza una corsa non può che venir su una gran gara: #NOVARENBERG – 9/10/’16

…se poi quel corridore è anche un amico da anni, ecco che la cosa assume i contorni dell’evento dell’anno ed in pratica così è stato!

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L’idea è semplice quanto ambiziosa, portare un pezzo di Belgio nella pianura piemontese e coniugare il tutto a tema ciclistico con una spruzzatina di scatto fisso. Partendo da questo embrione, Paolo aka bludado ha messo in piedi una gara dal sapore di patatine e birra trappista posata su asfalto ma soprattutto ciottoli e terra battuta! Essendo lui un corridore eclettico, che dà sempre il meglio sia su strada che nel ciclocross ed è famoso per essere l’alfiere del team Cinelli Chrome per le criterium a scatto fisso, ha unito con maestria, come uno chef dei pedali, tutti gli ingredienti qui sopra menzionati, per tirare fuori una gara di fatto nuova nel panorama delle corse non ufficiali (anzi, unsanctioned come direbbe un certo Trimble…), per giunta collocandola in un periodo perfetto. Siamo, infatti, in bilico tra la fine della lunghissima stagione di criterium e corse su strada e nell’imminenza dell’avvio della tanto attesa stagione di ciclocross, la quale ha un calendario fittissimo per i piemontesi appassionati della disciplina, con gare praticamente ogni singolo weekend dalla metà di ottobre agli inizi di febbraio, senza soluzione di continuità.

E così il risultato si chiama Novarenberg, ovvero l’unione di Novara, sede di partenza nonchè casa di Paolo, ed Arenberg, una stradina nel nord della Francia così famosa che non mi dilungo oltre. Siamo alla seconda domenica di ottobre e il meteo prevede il canonico freddo, umido e vento che fa molto clima belga, soprattutto quest’ultimo è ingrediente essenziale, che separa i corridori duri da chi si fa intimorire dal dio Eolo (ndt: vedasi prodezza proprio della nazionale belga ai recentissimi mondiali di ciclismo a Doha). Il piatto di giornata prevede 115km non certo ondulati, ma caratterizzati da una decina di settori in strada bianca, insomma, sterrati qui chiamati in semi-dialetto “ribinoù”! Altra specifica prevista della gara è l’uso di biciclette con trasmissione a scatto fisso, il che presuppone un minimo di ragionamento pre gara su quale miglior combinazione corona/pignone scegliere, ovvero il classico toto rapporto.

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Di mio ho la fortuna di avere in garage quella che praticamente si dimostra essere la bici ideale per affrontare questa gara: la Storm cx singlespeed con freni a disco. La modifica da fare per portarla a scatto fisso è semplicissima dato che la mia ruota posteriore che solitamente uso sulla Vigorelli da pista, ha già la predisposizione per esser montata su un telaio con battuta a 135mm come la Storm, tramite due semplici spessori che si incastrano nel perno del mozzo. Rapporto scelto 50-18, parente stretto di quel 47-17 che già così in alto mi ha portato pochi mesi orsono.

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Siamo un plotoncino di circa quaranta corridori, di questi però in pochi siamo con la scatto fisso ed in lizza per la classifica finale, gli altri semplicemente si faranno una bella galoppata godendo delle tante variazioni che promette in percorso. Dalla sommità del cavalcavia ferroviario, dopo un breve countdown in cerimoniere e patron Paolo fa partire la gara!

Pronti via, siamo subito a tutto gas e vedo che subito Fabio e Giorgio prendono qualche decina di metri di vantaggio! Sono già al limite, anche perchè più vado avanti con gli anni e meno le partenze al fulmicotone mi si addicono, ma qui passa la differenza tra il subire e il fare la corsa ed oggi io la corsa la voglio fare.

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Non demordo, siamo già sul primo settore di strada bianca ed io sono ovviamente fuori soglia cardiaca, come se la gara finisse tra 15 minuti, ma complici un paio di svolte e l’arrivo puntuale del vento contrario, la coppia di testa diventa per (mia) fortuna un plotoncino da una decina di unità.

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Il gruppo è splendidamente eterogeneo: ci sono delle vecchie volpi delle gravel race, un paio di bravi ciclocrossisti, stradisti, triatleti, cultori dello scatto fisso… niente male come assortimento per una gara quasi definibile “tra amici”.  Menzione d’onore per Claudio, il papà di Paolo che nonostante gli anni ci dà del filo da torcere, e per Marco e Fabio che sono con una bici da pista pura, brakeless e con geometrie le meno adatte possibili a lanciarle sopra il 30 di media negli sterrati, ma son qui a dimostrazione (se ancora ce ne fosse bisogno) che testa e manico superano di molto le finezze da farmacista sull’attrezzatura con la quale si pedala!

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Iniziamo a risalire il Ticino e il ritmo si va più tranquillo, ne approfittiamo tutti per mangiare e bere qualcosa dato che la prima ora di gara è già alle spalle. Il panorama del Ticino è bellissimo, un piccolo tesoro per chi sa apprezzare i nostri fiumi. Ma è poco dopo il cinquantesimo chilometro che c’è la prima bomba pronta a far deflagrare il gruppo. Una apparente piccola ed innocua salita, cosa rara da queste parti, fatta di tre tornanti, settecento metri di lunghezza per trentacinque di elevazione. Tanto basta. Una pendenza crescente dal 5 all’8% fa si che la selezione naturale si compia. Io mi trovo a spinger abbastanza bene il mio rapporto, ma altri vanno in crisi, non potendosi nemmeno alzare sui pedali dato che altrimenti la ruota posteriore slitterebbe sul terreno. La grande scuola dell’eroica anche qui dà ottimi frutti…. dopo un tempo che a tutti è parso interminabile, in realtà poco meno di tre minuti, ci troviamo solo in tre al comando della gara: io, Fabio e Giorgio. Aumenta il vento, cade qualche goccia di pioggia e siamo solo a metà gara.

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Ricominciamo la (formale) discesa lungo il Ticino dopo una breve ma tecnica discesa, Fabio che non ha nemmeno i freni è messo in difficoltà anche dall’asfalto umido, ma non molla e dopo poco rientra nel trio. Siamo amici prima di esser corridori e tutti e tre iniziamo a darci cambi regolari per condurre al meglio questa seconda parte di gara. Il vento aumenta, qualche volta è a favore, spesso di 3/4. Verso il 64° chilometro arriva uno dei punti più difficili e belli della gara, l’Arenberg novarese: si tratta di poco più di un chilometro pavimentato a ciottoli, sostanzialmente rettilineo ma che sa fare la differenza, ed oggi è pure un po’ umido. Nessuno si tira indietro anzi, se nel tratto prima si veleggiava attorno ai 30km/h l’ingresso nel segmento è ai 35! Inizia tutto a tremare, cerco di tener salda la presa sul manubrio in qualche modo mentre tutta la bici è messa a dura prova. Fabio, che aveva meticolosamente studiato il tracciato, trova un esiguo canaletto a lato che, proprio come nelle leggendarie strade della Parigi-Roubaix, non ha i ciottoli e ci supera di slancio! Noi non molliamo e alla fine del tratto ci ricompattiamo. E’ stato come fare un giro dentro al tagadà delle fiere di paese ed involontariamente a tutti si dipinge sul volto un sorriso di soddisfazione.

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Segue poi il lungo sterrato della sponda ovest del Ticino dove nuovamente Fabio (con di fatto la stessa bici con cui il sabato prima era con me a sfidarsi alla Redhookcrit di Milano) spinge il suo granitico rapporto 49-16 con una potenza davvero notevole, io tengo il passo ma sono sempre sul chi va là nel cercare la linea migliore sullo sterrato e Giorgio dall’alto della sua esperienza di corridore ci lascia fare amministrando qualche metro dietro di noi. Arriviamo in breve all’ultima salita di giornata, anche qui è una semplice rampetta di 300 metri al 7% ma sufficiente a mettere alla corda le gambe già stanche dai primi 80km di gara. Giorgio chiaramente adotta un rapporto congruo, noi che non ne abbiamo modo fatichiamo come se fosse l’ultima rampa dello Zoncolan, ma ne veniamo comunque a capo. Al novantesimo chilometro, piccolo colpo di scena: Giorgio fora il tubolare posteriore ed è costretto a fermarsi, purtroppo nemmeno il gonfia-e-ripara riuscirà a risolvere il danno e sarà costretto al ritiro, un vero peccato.

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Restiamo in due al comando della corsa e nemmeno a combinare la cosa siamo entrambe con lo scatto fisso, che entrambe conosciamo ed amiamo da anni. Al centesimo chilometro esatto ci ritroviamo di fronte al lunghissimo rettilineo della SS11, siamo quasi controvento e Fabio fa l’andatura. Ma è un andatura che non riesco a sostenere, mulino i pedali molto agilmente mentre lui di forza riesce ad aumentare via via il ritmo, in progressione, fino a staccarmi di una manciata di metri. Poi, come l’inesorabile stillicidio di un rubinetto mal chiuso, i metri iniziano ad aumentare. Uno ad uno, prima fino ad impedirmi di leggere le scritte sul suo jersey, poi vedo mescolarsi le tonalità di blu della bici e della sua divisa fino a farle diventare un’unica sagoma lontana, troppo lontana. Sembra non sentire nemmeno il forte vento laterale e lo vedo svoltare verso sud un’ultima volta.

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Resto solo, per la prima volta mi giro a vedere se qualcuno ci segue. No, sono proprio da solo, manca poco al traguardo. Gli ultimi due settori di strada bianca sono però durissimi, vento perfettamente contrario, gambe e testa sfiniti dalla stanchezza e la sagoma del Duomo di Novara troppo lontana per considerarsi già arrivati in fondo. Mi alzo spesso in piedi sui pedali nel gesto di rilanciare l’andatura, ma la velocità non aumenta, lo prendo come un modo per sgranchirmi le gambe e far lavorare qualche altra fibra muscolare. Il cuore è in soglia, non vado oltre i 25 orari, penso di essere in salita anche se non è vero, ma psicologicamente mi aiuta di più che combattere contro l’invisibile forza del vento, non sono un corridore dal fisico belga, anzi, non sono proprio un corridore ma tuti questi anni sui pedali mi hanno insegnato che la soddisfazione maggiore è nel ricordo di quando si stava per mollare e non gliela si è data vinta, restando in sella e con gli scarpini agganciati ai pedali e poi mi aspetta la birra al traguardo, perchè oggi siamo in Belgio, mica in Piemonte!

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Vedo il cavalcavia, sento le grida dei ragazzi dell’organizzazione ed è fatta, l’ultima salitella del cavalcavia è quasi impercettibile e il traguardo ha sempre la sua dura dolcezza. Secondo assoluto all’edizione zero della Novarenberg, nulla di meglio per finire la stagione delle corse in linea, si dia il via al ciclocross!

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Il seguito del pomerigigo è vera festa, chiacchiere e battute e parlare sempre e solo di bici, bici, bici con chi, come me, non ne ha proprio mai mai abbastanza.

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ndt: le foto sono del bravissimo Chris Leustein

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come se fosse il GP di Monaco, ma sono su di una bici, ed i freni non ci sono. #critdeiponti

Oramai nel bene e nel male son considerato il “vècio” delle criterium dato che ho avuto la fortuna di esser dentro questo mondo sin dal primo giorno. Questa volta sono stati proprio gli amici di sempre a sorprendermi e ad organizzare una gara che mi è rimasta dentro, ora ve la racconto.

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Le cose cambiano, come si dice, ma le persone restano. Qui e oggi questa frase si rende ancora più profonda nel suo significato e si associa ad una delle cose che più mi piace fare in sella ad una bici: le criterium a scatto fisso.

Eh sì, perchè le menti dietro alla criterium dei ponti, sono i ragazzi della Brianza, quelli che dalla preistoria di questa disciplina di nicchia sono sempre stati attivi a correre e ad organizzare una marea di eventi, sempre belli, genuini e divertenti come dovrebbero essere sempre queste gare (o garette, che è meglio). E allora dopo i km violenti, le Milano-Pavia, le alleycat anche loro hanno avuto la voglia, l’ambizione e la capacità di organizzare una criterium in grande stile prendendo a prestito, diciamo così, le strade centrali di un intero paesino del milanese, Pogliano.

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Come sempre non arrivo con grande anticipo, le strade sono già giustamente tutte chiuse al traffico con un notevole ed encomiabile sforzo organizzativo, di fatto senza precedenti a mia memoria eccetto la redhook, ma con un budget di meno di un ventesimo, occhio e croce… Ai gazebo ritrovo gli amici di sempre questa volta siamo ancora più mischiati e variopinti il che ci tiene a distanza siderale dagli eventi del ciclismo ufficiale dove ogni squadra ha il suo “recinto”, qui invece i confini non ci sono, ci si riconosce a naso e dall’esterno capiscono l’appartenenza solo per le maglie indossate prima di entrare nel circuito, bello bellissimo, non abbiamo bisogno d’altro se non di noi stessi per correre, facciamo la differenza anche agli occhi curiosi degli abitanti del posto a cui per oggi togliamo un po’ di libertà di movimento ma doniamo i nostri colori.

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Il percorso è subito pronto per esser testato, mi muovo con un po’ di circospezione insieme ad altri compagni di corsa. Devo essere onesto, la prima sensazione è pessima: zero vie di fuga nelle curve, tracciato veloce e tutto tra muretti, tratti in pavè, cordoli rialzati ovunque… Siamo in un dedalo di vie in un piccolo paesino, avendo in mente quali saranno le velocità in gara non riesco a star tranquillo e ad avere una buona concentrazione per la prima batteria di qualifica che da lì a qualche minuto mi vedrà impegnato. L’organizzazione ha fatto di tutto per mettere in sicurezza il tracciato, ma è la sua morfologia che lo rende estremamente tecnico e delicato.

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Nonostante tutto mi schiero al via della batteria, ho un vantaggio però, conosco praticamente tutti quelli con cui correrò, e sono tutti ragazzi di esperienza che sanno come si guida una bici da pista pura dentro un circuito del genere. So già fin da subito che non giocheranno brutti scherzi nell’impostare curve e traiettorie durante i 10 giri a venire. Non mi sbagliavo.

Appena dato il via dal direttore di gara ci sgraniamo subito al meglio, le curve scivolano via sotto alle nostre ruote, una dopo l’altra e man mano che i giri scorrono capiamo esattamente fin dove poter osare, fino a dove poter mettere millimetricamente le nostre esili impronte dei battistrada delle gomme e fare vere e proprie “barbe” a cordoli e muretti. Dieci giri scorrono veloci e conservo sufficiente lucidità per contare quanti siamo ed esser certo della mia qualificazione in finale, provo anche a risparmiare un po’ di gamba che poi la gara avrà di sicuro un altro passo imposto dai funamboli dello scattofisso.

Dopo la gara podistica sul medesimo tracciato (non ci si fa mancare nulla noi) ecco che, al solito, inizia a salire la vera tensione pre gara, quella che chiude lo stomaco, tende i muscoli “a vuoto” e dà quell’impressione di muoversi al rallentatore, come dentro quei sogni fastidiosi dove si cerca di correre fuggendo e non ci si riesce a muovere. Ma infondo è una delle cose che fanno delle corse quella strana cosa che crea dipendenza una volta che le si prova ed anche qui il copione si ripete, sempre uguale eppure sempre diverso.

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La partenza è subito a tutta, il gruppo benchè piuttosto numeroso (siamo in quaranta) si sgrana subito bene e dopo pochi giri si delineano gli inevitabili tronconi che faranno ognuno la sua gara: i ragazzi davanti, quelli che seguono ma a buon ritmo, chi arranca e chi prova comunque la sensazione di essere dentro una corsa vera. Io mi ritrovo con amici vecchi e nuovi a battagliare nel secondo gruppo di inseguitori, siamo in 6 ed il ritmo è comunque elevato e non ci si risparmia, anzi si aumenta progressivamente che le gambe entrano in temperatura e man mano che le traiettorie vengono interiorizzate da ciascuno di noi, ognuno la sua ma tutte armonicamente insieme.

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Ed è qui che mi viene inevitabile la sensazione di trovarmi dentro il più folle, insensato, anacronistico e storico circuito della Formula1, in quel Montecarlo, dove a farla da padrona non è la pura velocità ma il coraggio e la perizia dei piloti nel pennellare i muri ed i cordoli, curva dopo curva, giro dopo giro. Il tratto prima dell’ultima curva poi è davvero perfetto, interamente attorno alle case, con l’asfalto che termina esattamente contro i muri, dando la possibilità di stare ad un soffio dagli ostacoli per fare meno spazio possibile ed arrivare all’ultima curva in posizione ideale.

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La gara scorre veloce, la trance agonistica fa in modo che nessuno sia lì a risparmiarsi ma tutti a loro modo collaborino per tenere il ritmo il più alto possibile, senza tatticismi dato che qui tutti stiamo inseguendo il gruppo che ci precede, ma ancora di più stiamo inseguendo la nostra voglia di andare sempre più veloce, sempre più vicino al limite di piega che gomme e pedali ci consentono. Verremo “destati” a due giri dalla fine dalla moto di sicurezza che ci segnalerà l’arrivo del gruppo di testa che si approssima a doppiarci. Poco conta, leggo in tutti gli occhi che incrocio l’emozione e la soddisfazione per aver fatto ancora una vota una gara al meglio delle proprie possibilità, ognuno a suo modo.

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Oggi non ci sono stati come nel circus della Formula1 i rombi di motore, è stato tutto silenzioso e rispettoso dei timpani degli spettatori, ma non meno emozionante e carico di adrenalina. Questo è quello che traspare anche sentendo post gara i commenti di quelli capitati lì per caso a vedere questi ciclisti così diversi dal solito. Corridori con bici che oltre a non avere i freni devono essere senza qualche rotella nella testolina, probabilmente devono essere gli ingranaggi interni che trasmettono timore e cautela alle gambe, quell’informazione lì proprio non riesce a propagarsi nè in me nè in quelli che mi ritrovo accanto, sul filo dei 45 orari tra i muretti di un sonnolento paesino milanese che oggi ha visto questo strano circo approdare sulle sue piccole strade.

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PS: le bellissime foto sono di Silvia Galliani ed Emanuele Barbaro

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tre giorni per sentirsi un po’ bike messenger, i miei #icmc2014 a Milano

Lo so che sto scrivendo in assoluto fuori tempo massimo, ma è più una mia esigenza del voler lasciare qui sul blog una memoria dell’esperienza unica che ho avuto l’occasione di vivere in quei tre bei giorni dei primi campionati italiani di corrieri in bicicletta.

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Già dall’acronimo c’è un bel retrogusto di internazionalità: ICMC ok forse fa un po’ WMCA ma racchiude un progetto ed una voglia anche nella piccola (piccolissima…) Italia di iniziare a pensare a qualcosa di buono, quindi ICMC2014 ovvero Italian Cycle Messenger Championship, tradotto, campionati italiani per corrieri in bicicletta, prima edizione. In pratica una tre giorni intensa per celebrare prima di tutto quello che è un mestiere, antico come la bici stessa ma talmente moderno che può davvero rappresentare uno dei modi che le nostre città hanno di diventare vivibili (anzi sostenibili come si dice oggi) belle, nuove e soprattutto di nuovo centro delle occasioni per chi è giovane ed ha un’idea da sviluppare e far crescere. Oltre a questo è anche un modo per ritrovarsi, contarsi e riconoscersi anche tra chi questo mestiere non lo vive nel tutti i giorni ma che ne è affine e che ha capito che certo l’auto serve ma che tante tante volte se ne può anche far a meno e non per essere ecologisti-naturisti-viversaniebelli-alternativi-puristi-immacolati-senzapaura, ma perchè semplicemente ci conviene in termini di tempo e costi, due cose che di sicuro vi/ci stanno a cuore molto più dell’ambiente, almeno nell’immediato.

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Veniamo alla cronaca un po’ più spiccia. La mente di tutto questo è quel Matteo Castronuovo che da vero uomo del sud ci mette una passione sconfinata in quello che fa, fino in fondo. Così, invece di pensare al solo nostro “orticello” italico, pensa bene di invitare una buona fetta dei suoi amici e colleghi europei, e lo fa per un sacco di buoni motivi: in primis perchè se è vero che l’appetito vien mangiando allora da ICMC si potrà magari poi pensare a dei ECMC dove E sta per Europa, con tutta un’altra dimensione e peso, poi perchè è bello esser tra gente nuova e diversa ed uscire un po’ dagli schemi classici e poi perchè (questo lui non ce l’ha detto prima…) i ragazzi dal nord Europa sanno fare questo mestiere come pochi altri e magari vengono qui a farci vedere come si fa, senza presunzione, ma con il rigore e l’efficienza che solo chi è nato al freddo sa attuare (andrà a finire esattamente così, ma non anticipiamo troppo).

Si parte il venerdì dal Vigorelli, vero tempio del ciclismo mondiale oggi ancora girante addormentato ma chissà, arrivano un po’ tutti alla spicciolata, magari a gruppetti ed il giro di saluti mi diventa subito più lungo che ad un matrimonio nel salento, ma altrettanto piacevole. Il bello è che nonostante tutto va ancora di moda l’abbraccio, pure tra maschi (sarà lo scatto fisso mi sa…) il che crea davvero una connessione forte, molto più forte che in altri ambienti. Qui si corre e si scanna lo stesso ma prima ancora ci si aiuta, ci si sostiene vicendevolmente e con un ospitalità che io ritrovo solo nei racconti della grecia classica.

Partiamo con l’alleycat riservata ai corridori di fuori città (out of town – OOT – per farla anglosassone) siamo quasi una cinquantina, metà di questi non italiani, organizza il buon Benza VeganGrizzly. Quel guascone di Andrea, che mi conosce e sa benissimo che ho abitato in Milano e che ci scorrazzo fin troppo spesso, inizia a dire a tutti: “follow this guy, he knows the streets!” Grazie per la manata di stress da responsabilità skilly, davvero Sorriso .

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0123,2,1 via! nella classica, bella quanto inutile corsetta iniziale dell’alleycat mi cade la mappa dalla tasca, non la ritroverò più. Poco male ho quella di riserva, peccato che abbia un po’ troppe alley sulle spalle e ne porti i segni sulla carta fin troppo evidenti: sembra la sacra sindone in pratica, non ci arrendiamo. Io e Pier da Bologna iniziamo a segnare i punti sulla mappa, sono 4 prese e 4 consegne in ordine libero, fattibile, si salta in sella.

Subito io e Pier ci troviamo a guidare un bel plotone di una dozzina di ciclisti, che dire indisciplinati è ancora poco. Parliamo italoinglese, escono neologismi ad ogni svolta, Milano ci accoglie tutto sommato bene, sarà che è un weekend di ponte lungo e che è ora di cena, ma riusciamo a girare molto bene e soprattutto in maniera organica, senza mai tornare sui nostri passi e soprattutto senza sbagliare clamorosamente direzione. Bello anche vedere sempre facce amiche ai checkpoint, l’alley scorre via liscia, momento migliore il lungo drittone di via Monza fatto avanti e indietro per arrivare fino alla Martesana, trovando al ritorno un filotto di semafori verdi meglio di un incastro magico di Tetris! Alla fine mi classifico attorno alla ventesima posizione, va bene, era un warm-up e la soddisfazione in un alleycat è chiuderla nel tempo limite (o vincerla chiaramente) le mezze misure non ci piacciono.

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La festa poi prosegue al Vigorelli, tra salamelle e birrette, senza esagerare però che domani ci sono le qualifiche!

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Ed eccoci al mattino di sabato, belli freschi e riposati. Arrivo a metà mattina al parco Lambro, quello che ormai è non solo il centro di questa manifestazione ma è il vero cuore pulsante di tutto il circuito ciclistico milanese d’inverno come d’estate.

008Sbrigo le procedure di registrazione ed in poco tempo sono già sul percorso a provare ed iniziare a memorizzare tutte le regole e le scorciatoie di quella che a tutti gli effetti è una vera e propria città in miniatura, con ponti, salite, discese, fiumi, scale e ben dodici punti dove fare prese e consegne. Si parte finalmente, 90 minuti secchi per fare più lavoro possibile, regola ferrea: ogni minuto di ritardo annulla una consegna, tutti avvisati.

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859925_10152083432363325_5066339902329771087_oInizio abbastanza bene, la mappa che ho fascettato sul manubrio è chiara e ben leggibile e gli appunti segnati con il pennarellino sono funzionali. Oggi (come ieri, chiaramente) uso la mia bici da città che mi tiene compagnia da ormai molti anni, telaio da corsa di fine anni 70, un po’ come me, e ruota fissa ricavata da un mozzo mtb anteriore, un vero carroarmato, il rapporto 43-17 si rivela persin duro per scalare la collinetta che porta ad un paio di check, mentre è chiaramente troppo corto quando si tratta di fare il giro dell’anello delle criterium sapientemente messo a circolazione  a senso unico. Vedo gli stranieri con rapporti  ben più lunghi del mio comunque letteralmente mangiarsi le salitine, volare sull’anellone e non sentire il pavè dissestato di alcuni tratti… scoprirò che non stanno dando nemmeno tutto perchè hanno nel mirino la finale, impressionante. Io non demordo, riesco a spingere bene e sto costantemente a tutta pur di completare il manifest delle consegne. Ci riesco, ma per un mio grossolano errore di valutazione finisco cinque minuti in ritardo, ergo, cinque consegne cancellate. Disperazione. So di aver fatto un buon lavoro, al meglio delle mie possibilità, ma temo di non esser passato dato che solo in 35 accederanno alla finale. Risultati a sera!

Sfinito dalla stanchezza riesco a farmi una doccia e a mangiarmi un buon gelato, poco a poco tornano un po’ di energie ma il mio fisico si rifiuta di partire all’alleycat che ci sarà di lì a poco, benchè si chiami Private IV e sia l’alley più importante della stagione. Non riesco però a starmene con le mani in mano (vabbè gambe in gamba non suonava bene) e mi offro per gestire un checkpoit, una cosa che non ho mai fatto, magari è divertente. Ne assegnano uno comodo, conosco bene la strada per arrivarci ed è sotto un ponticello, mi fa compagnia in buon Gufo come me vero entusiasta di questi ICMC e grande appassionato di kebab, appena arrivati infatti va subito alla ricerca del kebabbaro più prossimo e tornerà di lì a breve con il divin panino. Ho scritto che è sotto un ponticello non a caso, dopo poco dall’inizio della gara inzia un temporale intenso, noi al riparo siamo testimoni dell’arrivo di gruppi di corridori in condizioni davvero limite, ma non così limite come i manifest che ci chiedono di firmare, talvolta divenuti degli ammassi informi di cellulosa o poco più.

Storia nella storia, arriva il mio pupillo Eddy, lo vedo però con lo sguardo perso, ha appena bucato. Decidiamo al volo di scambiarci la ruota (per fortuna l’anteriore) e lui può ripartire di slancio, io ho tutto il tempo di cambiarmi la camera fino alla fine del tempo limite. Scoprirò dopo, rientrato al Lambro, che questo gesto gli ha permesso di vincere la sua prima alleycat, ed iniziare vincendo una Private fa davvero sperare nel buon futuro del ragazzo.

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Scocca l’ora di chiusura del check e se per caso lassù qualcuno ci ama quella sera ci stava osservando per benino, ripartiamo alla volta del Lambro che ha appena smesso di piovere, l’aria è fresca ed arriviamo al quartier generale degli ICMC da asciutti, gli unici su più di ottanta persone, mi sentivo quasi a disagio, ma il fisico ho ringraziato.

Passano momenti di trepidante attesa, Matteo ed i ragazzi dell’organizzazione sono riuniti in un conclave serratissimo per conteggiare tutti i dati delle qualifiche, mi affaccio un paio di volte fino a meritarmi delle minacce… resto in attesa. Ad un certo punto li vedo uscire, Matteo mi guarda e mi dice quello che tutto subito fatico quasi a realizzare: “sei in finale”. BUM!

Il terzo giorno dei campionati subisce un po’ di rivoluzioni negli orari, ci si adegua e si correrà nel primo pomeriggio, questa volta saranno due ore piene di consegne nella mini-città con un monte di lavoro molto superiore, giusto per far salire l’ansia ai corridori. Oggi non ho più la “blue bike”, sulla scorta della performance di Andrea ho optato per usare la mia Zino da ciclocross che si adatta perfettamente al percorso e con le marce consente di salire al meglio la collinetta e buttar giù denti quando c’è da correre sui lunghi rettilinei dell’anello criterium. Le gambe hanno riposato, la gioia di essere tra i finalisti è enorme, la voglia di far bene ancora di più, l’entusiasmo di avere la mia famiglia accanto è la vera benzina della giornata.

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Parto bene, riesco ad organizzare le varie prese e consegne in modo piuttosto proficuo e nel rispetto delle regole scritte, su questo c’è giustamente molta rigidità e non si ammettono eccezioni, in breve il primo manifest è consegnato.

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Questa volta non è come nelle qualifiche, un singolo secondo di ritardo oltre il tempo limite squalifica il corridore, l’occhio al mio orologio cade costantemente. Il secondo manifest è più semplice come organizzazione del lavoro ma i percorsi sono decisamente più lunghi e la fatica inizia a farsi sentire, ma ad ogni check trovo acqua in abbondanza oltre alle belle facce amiche che mi incitano a dare tutto. Riesco ad iniziare anche il terzo manifest. Scoprirò che questo farà, e di molto, la differenza per la classifica finale. Mi accordo che mancano pichi minuti al termine quando sento che le mie gambe avrebbero voglia di fare ancora molto, ma come dice sempre Matteo, è la testa che deve fare da padrona, sempre. Decido di consegnare un po’ in anticipo e mi sento soddisfatto della prova, le sensazioni sono state ottime, la giornata splendida che chiude un weekend davvero unico e penso irripetibile.

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A distanza di un giorno arriverà anche la classifica finale. Diciassette nomi soltanto sui 35 finalisti, diciassette che hanno avviato le consegne del terzo manifest e chiuso nel tempo regolamentare la prova, di questi ben dodici sono stranieri a dimostrazione che loro sanno come si fa e ancora una volta ci insegnano a prendere le cose con il giusto spirito e la necessaria concentrazione. Restano cinque italiani, beh, sono tra quei cinque.

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La soddisfazione è enorme, non in quanto mi senta particolarmente bravo o migliore di altri, ma per quanto sia riuscito a mantenere la calma e la lucidità per tutto il corso della gara e dei tre giorni, per l’esserci stato ed aver vissuto a contatto con chi fa di questo un lavoro ed ancor più uno stile di vita e per aver saputo interpretare al meglio anche questo aspetto del ciclismo, così distante dalle gare classiche fatte di tatticismi e a volte qualche furberia. Per la serie “se non provi non puoi capire fino in fondo” ecco gli ICMC sono stati un’occasione unica per essere dentro una comunità in genere un po’ chiusa e poterne condividere tutti gli aspetti, da quello festoso (e a far festa ne sanno un tot) a quello di solidarietà ed unità tra chi lavora sulla strada tutto l’anno, con il sole a picco o la pioggia battente, non conta, conta solo  consegnare velocemente ed in sicurezza tutto quanto riesca a stare nella borsa dietro la propria schiena. Il problema ora è la voglia di sostituire alla I di ICMC una E, o magari chissà una W… alla prossima!

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Saper fare tutto bene – OMNIUM race (e divagazioni varie su che cosa è una gara in #pista)

La primavera è sbocciata e oltre ai fiori si aprono anche i velodromi all’aperto. Una delle cose più divertenti ed allenanti, ma anche a loro modo difficili, è gareggiare in pista in una cosiddetta “riunione”. Ora vi racconto di cosa si tratta.

(lo stesso articolo lo potete trovare qui insieme a molte altre cose interessanti!)

A meno che non siate già dei pro della pista (e se mi leggete qui in tutta onestà ne dubito) vi segnalo che il bello delle gare amatoriali in pista è lo sfidarsi in 4-5 discipline diverse nell’arco di un pomeriggio o di una sera. La differenza con una gara secca su strada, mtb o ciclocross è che qui diventa fondamentale sapersi gestire nell’intero arco temporale dell’evento, dove non si può mai abbassare la tensione agonistica.

In breve, una omnium classica così come interpretata anche alle olimpiadi è composta da ben 6 prove in quest’ordine:

– Giro lanciato

– Inseguimento individuale

– Corsa a punti

– Corsa ad eliminazione

– Scratch

– Chilometro da fermo

Molto spesso però, nelle gare amatoriali la si riduce a 3 discipline: giro lanciato, corsa a punti (o scratch) ed inseguimento individuale. Il problema essenziale è che le tre discipline, benché si tratti sempre di ciclismo su pista, sono del tutto antitetiche tra loro: allenarne una sola significa perdere molta prestazione nei confronti delle altre. Analogamente, il giorno della gara, andare in fuori giri in una comporta letteralmente il “saltar per aria” nelle restanti. Oppure, cosa forse ancor peggiore dato che fa salire un rimorso notevole, risparmiarsi troppo all’inizio e avere risultati al di sotto delle proprie potenzialità per il timore di “bruciarsi” subito.

Come si può capire l’equilibrio è molto delicato, ritrovarsi a fine gara a fare i conti con un classifica impietosa o salire sul podio con una bella bottiglia di vino come trofeo sono due situazioni molto più vicine di quanto si possa pensare. Ora proviamo a raccontare qualcosa in più.

Una delle cose che ritengo importanti è una delle più semplici: arrivare in buon anticipo! Pare banale, ma non lo è. Si viaggia in auto sereni, senza correre che quello sarà da fare dopo (anche se abitate vicino al velodromo prima o poi la trasferta vi toccherà) ci si distende mentalmente e si pregusta il bello di essere in pista a sfidarsi. Non avere l’ansia di non fare in tempo causa traffico o di arrivare trafelati si porta via una grossa fetta di concentrazione mentale e purtroppo le gambe seguiranno i nervosismi della testa, evitate.

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Riscaldarsi senza spendere troppe energie. Il primo scoglio è sempre il giro veloce, la specialità più breve di tutto il ciclismo, ma non per questo la più semplice. Ci si deve arrivare con le gambe “calde a puntino” ma con ancora tutto il 100% della esplosività che possono dare. Lo sprint è la regina delle gare in pista e va sempre onorata. Scaldandosi sui rulli si deve cercare di salire man mano con il ritmo cardiaco e di dare una o due “sgasate” ad alta cadenza, di modo da avere il motore preparato a dare il massimo nel puro sforzo anaerobico. Infatti dopo il giro lanciato non ci si sente stanchi, non nel senso classico del ciclismo, l’errore peggiore però è dopo il giro lanciato rientrare e stare fermi, ecco quello è come spararsi nelle gambe. Indispensabile quindi riprendere subito a far girare le gambe e far riassobire lo sforzo muscolare. Ci va una buona dose di testa per agire in questo modo; di solito ci si ferma per parlare con gli avversari (che almeno nel “nostro” modo delle gare amatoriali in pista sono sempre anche amici e spesso veri maestri) o ci si siede e si beve qualcosa, dato che la giornata di gare è ancora lunga. Ecco, non fatelo e imponetevi questa piccola violenza di risalire sui rulli, in fondo bastano solo 10-15 minuti.

box2A proposito di rulli, specie nelle gare in pista sono un gran sostenitore dei rulli liberi, quelli a tre cilindri. Enormemente più pratici di quelli fissi a cavalletto, sono anche un vero viatico per chi vuole aumentare l’eleganza e l’efficienza della pedalata. Insegnano a stare in equilibrio, a “sentire la bicicletta sotto di noi e portano enormi vantaggi quando poi ci si troverà a pedalare in un folto gruppo su strada. Hanno anche un costo relativamente basso e si trovano abbastanza facilmente sull’usato, pensateci.

 

Si passa poi alla corsa di gruppo, che sia a punti, scratch o eliminazione poco conta ai fini del corretto approccio, e nuovamente toccherà scaldarsi a dovere, non senza aver fatto anche un buon riferimenti di zuccheri. Sarà la gara più lunga di giornata ed essendo una corsa su pista chiaramente non si beve e non ci si alimenta in corsa. Sicchè ci si deve pensare prima, senza esagerare ma si devono avere le risorse per essere efficienti in tutto l’arco della gara anche perché tutte le corse di gruppo sono in crescendo: si parte ad una buona velocità e via via si va aumentando il ritmo. Per chi ha più set di ruote trovo utile fare questo riscaldamento con un pignone di uno o due denti in più di quello che si è usato nel giro lanciato. Infatti, per stare in corsa e non arrancare sugli scatti, quelli ripetuti nelle volate di una corsa a punti ad esempio, il segreto è di avere una buona agilità che consente accelerazioni molto più repentine e meno dannose per le gambe. Per questo molti corridori usano un dente in più anche in gara, ma scenderemmo in considerazioni un po’ troppo ampie per questo spazio.

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Finita la corsa di gruppo subito reintegrare zuccheri e liquidi ma soprattutto non abbassare la concentrazione! Il lavoro non è finito, spesso la disciplina di gruppo ci lascia svuotati di energie sia fisiche sia mentali data la battaglia sul filo di scie e scatti. Invece si deve cercare di dimenticare alla svelta ciò che è successo per concentrarsi sull’ultima disciplina, dove l’avversario sarà ancora più implacabile perché sarà il semplice ed inesorabile scorrere del tempo.

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Nuovamente ci si ritroverà sui rulli con un differente assetti di guida dato che entrano in gioco le prolunghe da crono. Si percepiranno così le diverse fasce muscolari che alimentano l’azione della pedalata, per fortuna ancora non troppo stressate dal lavoro svolto fino a qui. Per quanto possibile ci si deve concentrare sulla posizione da mantenere, sia sotto l’aspetto della compostezza sia, soprattutto, curando la respirazione e usando molto più il diaframma rispetto a quando si è soliti fare. Nell’inseguimento è fondamentale conservare un buon ritmo dall’inizio alla fine, stando molto concentrati nella guida per non sbandare e fare così più strada e non scomponendosi per non offrire il fianco alla malevola ed implacabile resistenza dell’aria al nostro incedere. Qui è la mente a farla da padrona, vuoi perché le gambe iniziano quasi da subito a fare male e a dar segnali di cedimento, vuoi perché i due terzi di gara ci hanno già fatto capire se è una buona giornata o meno. Serve tutta la concentrazione possibile per muovere il nostro corpo come fosse una macchina nata per pedalare. Sono pochi chilometri da affrontare ma mai come ora assumono la valenza di “eterni” nel passare sotto le nostre ruote. Non abbassate la guardia, non scomponetevi, è peggio calare leggermente il ritmo restando composti che muovere il busto ed aprire i gomiti o peggio alzarsi sui pedali a rilanciare, l’aerodinamica non perdona, così come il cronometro.

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A questo punto la fatica è compiuta, se nell’arco dei successivi 2-3 giorni non avete altre gare potete davvero rilassarvi, diversamente ancora qualche minuto a far frullare le gambe potrebbe salvarvi il prossimo appuntamento. Il bello ora è godersi le sensazioni che ci regala il nostro corpo. Sentirsi stanchi e soddisfatti per aver espresso tutto ciò di cui si è capaci ed assaporare il divertimento che c’è nella sana competizione tra avversari leali in pista ed amici quando si è giù dal sellino.

Vi aspetto alla prossima gara, non abbiate timore a sfidare prima di tutto voi stessi. La bici da pista già ce l’avete, giusto?

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trova le differenze: il mio test del @cinelliusa @mashsf #parallax alla #Lambrocrit @columbustubi

Le cose sembrano sempre accadere per caso, ma a vederle con un altro occhio e soprattutto volgendosi in dietro a guardare “i puntini che si son tra loro collegati” tutto acquista un senso ed una logica.

Accade così che di punto in bianco mi arriva il messaggio di un ragazzo di Torino, lo conosco per tramite del solito “giro delle fisse” ma dire che siamo molto amici sarebbe una piccola bugia, per ora. Mi contatta e mi fa una proposta a me nuova, particolare e che di fatto mi inorgoglisce un tot. Il messaggio era di questo tenore qui: “ciao, ho preso da poco un Cinelli mash parallax, è una bici stupenda, ma alla fine io ci faccio solo piccoli percorsi in ambito cittadino, mi piacerebbe capire come reagisce agli stimoli di una corsa e capire quale sia la resa e la bontà di questo telaio così improntato all’agonismo”.

Ora, non sono certo nè il Cavendish nel il sir Chris Hoy di turno, ma ormai qualche gara con quelle bici “strane e senza i freni” ormai l’ho fatta, sicchè mi fa piacere la proposta e soprattutto lo vedo anche come un test su me stesso ovvero: sono capace di cogliere le differenze tra un telaio ed un altro? ho la necessaria sensibilità di guida e la capacità di spingere al limite una bicicletta? eh…. belle domande! Ma se non ci si prova non lo si saprà mai, e allora buttiamoci.

Ci vediamo sotto il mio ufficio e Federico arriva in sella alla sua bici. E’ già montata molto bene, le ruote sono identiche alle mie, l’allestimento è di alta gamma, chiaramente il rapporto è un classico 46-16 adatto all’uso cittadino e dintorni.

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Non resisto comunque più di mezzo pomeriggio. Ero già preparato, cambio i pedali con i miei, adatto altezza ed arretramento sella e via per un primo test. In primis trovo comunque una buona accoglienza. La bici non è ostica nè da guidare nè da rilanciare. Ha tutte le caratteristiche che hanno reso ormai lo standard dell’alluminio oversize come architettura ottimale per bici con questa destinazione d’uso: carro rigido e reattivo, sterzo preciso e solido, proprio come ho scritto poco tempo fa.

Viste le buone premesse allestisco la bici con tutto il mio materiale, di modo da avere pari condizioni con il mio telaio 8bar che mi tiene compagnia ormai da un anno tra gare ed allenamenti. Quindi trittico Deda elementi base per piega, attacco e reggisella, sella fizik arione, le mie ruote con l’ottimo vittoria evo cx all’anteriore (trattato, ma questo è un segreto…) e soprattutto il rapporto che uso in gara: 49-14 con corona Mquadro.

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La gara test è l’immancabile criterium del parco Lambro ormai classica come la Milano-Sanremo nel panorama delle criterium a scatto fisso. Conosco molto bene il tracciato, il tipo di gara ed ormai gli avversari di corsa sono tutti amici, anche se solo giù dalla sella… In quel tracciato ci sono solo 4 curve, di cui due piuttosto strette, da guidare, e due da percorrere in pieno con la manetta del gas tutta aperta.

Questa volta i giri sono 15 per un totale di circa 30km. La partenza, ancor più del solito, è al fulmicotone, si è tutti gomito a gomito fino alla prima curva ma ci si sgrana bene. La mia posizione classica è verso la coda del gruppo di testa, di fatto una delle più faticose perchè si rilancia molto all’uscita delle curve. La bici la sento solida, molto concreta sotto i pedali. I rilanci sono efficaci e il classico gesto di “chiudere il buco” viene piuttosto agevole, la sensazione di buon rendimento del carro posteriore (in particolare dei foderi bassi, veramente oversize) si percepisce molto molto bene. Discorso analogo per l’ergonomia di pedalata, sento la mia posizione in sella molto buona da seduto ed in scia al gruppo, nella curva veloce a 90° prima dell’arrivo riesco anche a non alzarmi sui pedali e accelerare da seduto in posizione molto più aerodinamica e redditizia. Ad essere onesto ci vorrebbero molti più watt nelle gambe per capire fino in fondo il comportamento del telaio in rilancio, diciamo che per il mio stato attuale di forma non intravedo il limite del telaio in quella fase, il che è già una buona notizia.

Veniamo al pezzo forte: le curve. Mi piace da matti guidare una bici da pista nelle curve,  mi ricorda gli anni passati sulle moto e sentire di essere alla corta con la trazione “in presa” è una sensazione che in bici da corsa raramente si riesce ad ottenere e mai così intensa. qui le curve vere sono due, diverse tra loro ed ugualmente insidiose anche se le conosco fin troppo bene (anche il mio zigomo destro le conosce, ma questa è un’altra storia…). Facciamola semplice: il parallax in curva si comporta divinamente, anche se l’impostazione è molto molto corsaiola. La traiettoria viene mantenuta sempre precisa, un vero binario e soprattutto con minimi gesti si riesce ad uscire dalla curva molto forte ed iniziare a rilanciare due/tre pedalate prima dell’avversario davanti, un bel vantaggio. La sensazione di solidità è eccellente, il mix di sterzo conico integrato e forcella con rake pista la rende una vera arma da combattimento. Chiaramente il rovescio della medaglia c’è. La bici non è molto generosa nel perdonare un errore di traiettoria, una sbagliata impostazione della curva è più difficile da recuperare che sulla mia bici con cui ho corso l’ultima red hook. Questo può significare che a volte l’essere in mezzo al gruppo è più delicato da gestire e ci va un po’ di perizia e mestiere. Per contro se ci si lancia in una fuga o si deve rientrare nel gruppo e si hanno le idee chiare di come guidare, il parallax asseconda alla grande i voleri del corridore.

Gran bel prodotto, si vede che è stato sviluppato e pensato non per un uso a 360° ma ben focalizzato su questo tipo di gare, dove di fatto le case concorrenti di Cinelli arrancano un po’, adattando i loro modelli pensati per la pista con risultati non sempre a questo livello.

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was hard, now even harder! la mia #redhookcrit #milano con @cykeln_mag racing team

frastornato, dopo quattro giorni sono frastornato e ancora mi riesce un po’ difficile mettere in fila tutte le emozioni in un ordine per lo meno cronologico, ma è meglio ci provi ora, di modo che alcuni dettagli importanti non svaniscano nella mia memoria…

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questa volta non è facile nemmeno scriverne, della Red Hook. Prima era una sfida quasi a se stante, estemporanea. Ora in un certo senso l’intero anno sui pedali è stato incentrato su questa gara. Quarantacinque minuti valgono una stagione? Probabilmente sì e credo che chi c’era, vecchia e nuova conoscenza di questo mondo, ha capito perfettamente il perchè. Aggiungiamoci anche che per la prima volta nella mia vita mi sono anche sentito parte ed al servizio di una squadra vera, non tanto per il prestigio o la visibilità, ma quanto per l’amicizia ed il legame fortissimo che si è venuto a creare in poco meno di sei mesi, intensi, pazzeschi, veloci, faticosi.

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Arrivo presto ed in buona compagnia, per una volta, sul campo di gara, in quella Bovisa che lo scorso anno per tanti motivi ha deciso di prendersi un anno sabbatico dalla redhook,ma che torna e di prepotenza per far capire a tutti, ma proprio a tutti, che queste sono corse nate in periferia e lì devono restare e prosperare. Il grande merito di aver acceso un quartiere dimenticato per quasi un anno, dove la sera tutti si chiudono in casa ed invece ora sono tutti per strada, i chioschetti aperti e tanti volti curiosi e sorridenti fanno da contorno.

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L’anticipo non è poi così grande, tempo di far ritirare il numero al mio amico Andrea ed è subito ora di cambiarsi e scaldarsi, perchè quest’anno c’è un’altra novità ed è bella grossa: non si arriva alla gara serale semplicemente con un’iscrizione fatta in fretta con click veloci sul web, no, questa volta la finale bisogna meritarla e la cosa non è affatto banale, anzi, mi mette una pressione addosso enorme, ne sento tutto il peso e percepisco i miei gesti quasi come fossero alla moviola. Passano gli 85 migliori tempi sul giro secco, indipendentemente dalla batteria, ce ne saranno quattro da 50 atleti per turno. I fattori in gioco sono tanti, e devono incastrarsi tutti perfettamente come in un mobile fatto a cesello: gamba buona, gomme ok, curve prese a tutta, scia giusta, compagni giusti e, soprattutto, un giro intero del tracciato senza trovare altri corridori lenti sul percorso. Siamo ormai tanto tanto vicino a quello che si vede in tele per la motoGP e l’adrenalina vi assicuro che non è meno, anzi.

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Il primo turno, quello di Andrea, è strano. In pochi si conoscono, in pochi si accordano per fare gruppi veloci sfruttando il gioco delle scie. Ne consegue che tante gambe ottime restano imbrigliate nel meccanismo stesso delle qualifiche e si trovano con tempi non alla loro altezza. Una mossa saggia fa il mio amico: prende e va tutto solo incontro al destino in un giro tirato a mille e con sempre il vento in faccia. La sua strategia lo ripagherà ampiamente e si ritroverà in finale, proprio lui che fino a pochi mesi fa sentiva i miei racconti sul mondo delle criterium con bici da pista come una cosa distante e fatta per ciclisti non del tutto assennati.

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Seguo poco il secondo turno, che poi tocca a me. nel mio terzo turno c’è il grosso della mia squadra: io, Paolo, Claudio, Chris e Filippo. In partenza il nostro capitano Alex ci carica come delle molle, il suo contributo non è solo nelle gare e nelle sue vittorie, il merito più grande è quello  di fare da collante e motivarci a dare sempre il massimo, ci riuscirà anche questa volta. Linea di partenza, siamo schierati, abbiamo preso un po’ di accordi con gli amici/avversari di sempre, l’obiettivo e di fare entrare quanti più italiani possibile. E allora via, tempo qualche minuto e parte il “primo treno”, lo perdo. Non mi perdo d’animo ma cerco di prendere un ritmo veloce e capire come interpretare al meglio tutte le veloci curve, qualcuna la ricordo bene ma qualcun’altra è del tutto inedita, va capita. Il secondo treno riesco a prenderlo, con fatica ma sono lì, gli spigoli dei cordoli cittadini passano veloci sotto il mio sguardo, uno dopo l’altro quasi li sfioro ed in un attimo che mi pare eterno rivedo il portale dell’arrivo, mi alzo sui pedali e spremo tutto quello che ho dentro. Saprò dopo che il tempo era buono, ottimo per il mio stato di forma, ma soprattutto sufficiente a raggiungere la finale, ovvero 3/4 del  mio obiettivo di giornata.

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C’è ancora tempo e vedo il mio compagno Filippo un po’ in difficoltà, voglio che si giochi la sua possibilità e ci accordiamo: si mette sulla mia scia e prova a tenermi a ruota fino in fondo per magari poi tentare di uscire allo scoperto e tirare fuori il giro buono. Io ho ancora energia da dare e la sacrifico più che volentieri, ne voglio vedere tanti di body coi fulmini in griglia questa sera. Dopo la metà del giro lanciato sento calare un po’ le forze, non mollo, sono ancora a tutta, spero che Filippo rompa gli indugi e mi passi a velocità ancora maggiore, ma già non è male il vederlo incollato alla mia ruota, arriviamo a tutta sotto il traguardo. Non basterà, ma almeno nessuno avrà rimorsi sull’averci provato al meglio delle proprie possibilità.

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Il lasso di tempo tra fine qualifiche e gara passa piuttosto in fretta, tra le tante chiacchierate con amici vecchi e nuovi, in italiano ed in inglese. Il bello è proprio questo: riuscire a scambiare due battute anche con persone lontanissime, seguite solo attraverso i social network, che oggi e solo per oggi sembrano amici di lunga data con cui raccontarsi e darsi consigli. Alla fine questo mondo è ancora abbastanza piccolo da considerarsi una comunità e questo per me conta tantissimo. Quando questa atmosfera sparirà allora inizierò a dubitare se iscrivermi ancora, ma questo oggi non lo percepisco affatto, anzi, siamo gli amici di sempre e per un giorno tutti siamo lì per dare il meglio di noi stessi.

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Arriva il momento che più aspetto, lo aspetto da un anno. Ci si va a schierare in griglia, lentamente, muovendo il rapporto a scatto fisso fatto per correre sempre sopra i 40km/h e come tutti mi muovo lento, sentendo ogni fibra dei miei muscoli intervenire sincrona per gestire il mio passare attraverso le transenne e raggiungere il mio posto, sono al numero 73 e sono alla finale della Red Hook criterium di Milano.

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gli attimi durano giorni…sento una voce lontana scandire con lentezza ….3…..2…..1…..GO! Non c’è lo sparo dello starter, c’è direttamente una iniezione di adrenalina nel cuore, sono in soglia ancora prima di fare il mio primo metro di gara e ci resterò fino alla fine. Non c’è riposo, non c’è respiro è una gara da correre tutta di un fiato. Se esiste una situazione che incarna la cosiddetta “trance agonistica” allora è proprio ora che si materializza alla perfezione. Lo sguardo rimbalza come un flipper a cercare la ruota migliore, le traiettoria ideale, a scartare quel tombino che il giro prima mi ha scosso il manubrio. Rilancio, una, due, tre volte ad ogni giro. Se fossi da solo le curve le farei meglio e più veloce, ma non raggiungerei di sicuro questa velocità in rettilineo ed allora è meglio restare qua. Sono in coda al gruppetto dei ragazzi che come me ha passato un’intera stagione a correre nelle zone industriali, solo per il gusto di correre veloce e sfidarsi di volta in volta sui differenti tracciati che l’urbanistica ci offre. Questa volta è simile ma differente, questa sera il valore aggiunto sono le centinaia di persone lungo il circuito, la loro energia, le campane, il tifo e il sentire ad ogni tratto voci amiche che ancora una volta gridano il tuo nome e ti fanno spingere ancora più forte sui pedali. Arriva anche un crampo che metto a tacere, le voci dalla strada sono molto più forti di lui, il sogno è qui ed io ci passo attraverso con tutta la forza che ho.

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Mi sveglierà il rombo di una moto, infondo mancano solo pochi giri ed ho dato tutto quello che avevo, va bene così. Anche quest’anno eravamo a correre con i migliori al mondo in questa disciplina di nicchia, dove serve una bici semplice, senza fronzoli, ma ci vuole tanta passione, forza e talento per farla correre veloce sull’asfalto cittadino, dove queste bici un tempo destinate agli ovali si son ritrovate quasi per caso a correre ancora ed a risvegliare una passione che per troppi anni è rimasta silenziosa ma che oggi rompe il muro e grida a tutti che è tornata ed è qui per restare.

PS: ricambio il favore lasciando il link alla giovane scrittrice e blogger che per la prima volta è venuta a contatto con questo mondo e ne ha scritto un pezzo sicuramente più lucido e coerente del mio: emialzosuipedali RHC Milano 2013

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