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the day when Izoard became #isoHard. un’avventura nelle alpi a #scattofisso

ok, ammetto che ultimamente il blog sta prendendo una piega un po’ autocelebrativa, ma questa è da raccontare dato che proprio un anno fa davo del folle a chi tentava cose simili, quindi vi racconto anche di come si può cambiare idea senza passare (troppo) per opportunisti.

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L’inizio della storia è semplice e parte da una convinzione in me piuttosto radicata in ambito ciclistico: “ogni bici fa il suo mestiere”. E di fatto ancora la applico, altrimenti non mi troverei sette biciclette piuttosto differenti nel mio garage: la bici da cx per il cx, quella da strada per la strada e quella da pista per la pista

Poi si sa che una delle mie fortune ciclistico/sociali e far parte sin dal primo giorno o quasi dell’amato/odiato fixedforum, dove ci si incontra e si discute di ciclismo alternativo, urbano, sempre sopra le righe ma portando anche tante esperienze diverse e tanti modi di intendere la bicicletta senza preconcetti e preclusioni dove alla fine ci si stupisce della diversità di interpretazione di una cosa così semplice come una bici.

“Se non provi non puoi capire” (cit.)

 

005Questo più delle volte fa la differenza, come a chi è titubante ad usar la bici per andare al lavoro: la vera differenza lo fa uscire di casa e provarci. Così tra una discussione e l’altra (anzi, scusate, nel forum si chiamano thread…) ci si ritrova a parlare di far salite pedalando una scatto fisso. Ed intendo salite vere, non cavalcavia ma Alpi, quelle vere e sopra i duemila metri di altitudine.

 

TBMAl giorno d’oggi raramente ci si arriva per primi alle cose, a maggior ragione in un ambiente così frastagliato e vario come il ciclsimo mi trovo a vedere chi già ha tentato cose simili, impensabili ed agli occhi dei più (ciclisti compresi) del tutto prive di fondamento logico. Parlo del gruppo di Track Bike Militia che nel cuore della svizzera sviluppa un’attitudine ed un approccio del tutto particolare alla montagna in biciletta, affrontandola proprio con una bici da pista, con nulla se non lo strettissimo indispensabile: catena-corona-pignone. Il loro risalto mediatico è subito forte e genera in me anche qualche sospetto di una loro caccia alla visibilità. Poi conosco di persona Larz e tutto cambia. Personaggio schivo, essenzialmente un tatuatore, con però un profondo rispetto verso le montagne essendo lui un americano trasferitosi in Svizzera. Princìpi ed attitudine che vanno in positiva collisione con il mio modo di pensare e allora piano piano si insinua il dubbio che forse davvero si riesca a trovar qualcosa anche in questo lato così estremo del pedalare.

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Complice una bici versatile e tuttofare oltre le mie aspettative come il Vigorelli ed una ruota messa a punto per essere un vero “carrarmato della strada”, mi trovo a pedalare un rapporto adatto a strade non del tutto pianeggianti come quelle intorno a casa. Da lì a provare una salita il passo è brevissimo. D’altronde sono nato e cresciuto in montagna ed ho iniziato andare in bici perchè c’erano le salite e la continua sfida con se stessi nell’affrontarle e trovarne si sempre più alte ed ardue da scalare. Il primo impatto è stato forte, fin troppo, benchè breve. C’era ancora da alleggerire il rapporto fino a giungere a quella combinazione quasi magica: 47-17 devo ricordarmi di approfondire questa accoppiata dal punto di vista numerologico, potrei avere altre interessanti sorprese.

Il dubbio diventa voglia di provare, ancora e ancora. Il buon Michele di Mquadro mi fa arrivare proprio quella corona da 47 denti che mancava ed è quello l’ultimo tassello a completare l’intero puzzle. Non si può più andar per piccoli passi, ora si deve fare il salto ed affrontare le montagne vere, con una bici sulla carta (di nuovo…) sbagliata ma che ha nella sua essenzialità la capacità di fare affiorare conoscenze che altrimenti resterebbero lì, sepolte sotto la brace della passione per il ciclismo.

Ne nasce innanzitutto una bella discussione sul forum, per confrontarmi con chi ha già fatto propria questa (non esagero) filosofia e cercare di capirne qualcosa di più e nel contempo organizzare un giro vero su strade vere e, guarda caso, cariche di gloria.

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Si andrà l’ultimo giorno di un luglio troppo isterico dal punto di vista meteo, speriamo di imbroccare la giornata giusta. Cerco qualche compagno di strada, ne troverò solo uno alla fine, ma che vale per dieci visto quanto ha saputo darmi sia umanamente sia dal punto di vista squisitamente tecnico. Viene da lontano, con un sacco di cose da raccontare e con quella luce che vedo accendersi negli occhi quando, ancora in auto, arriviamo a vedere la vallata di Briançon dove scaricheremo le bici ed inizieremo quello che per me è stato un piccolo viaggio di meno di cento chilometri sulla strada, ma anche un vero viaggio interiore a scoprire il sapore di sfidare un colle da 2360metri sul livello del mare con la bici non sbagliata, sbagliatissima proprio.

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Il percorso è il classico giro dell’Izoard, affrontando la salita dal versante storico, quello a sud. Il vantaggio è di avere i primi 50 chilometri molto abbordabili in un cosiddetto “mangia e bevi” ovvero una bella altimetria ondulata unita a dei panorami assolutamente mozza fiato per chi ama la montagna, con gole, rocce e laghi degni ognuno di una sosta e di qualche foto. Partiamo a metà mattina carichi di speranza nei cuori e di zuccheri nel sangue.

 

009Ma non c’è troppo tempo da perdere in foto e soste, dopo un inizio dove sento le gambe un po’ rugginose via via la strada mi dona energia. Sento sensazioni sempre migliori ma fino ad ora non ci sono grandi differenze rispetto ad esser con una bici da strada. Certo, ho mulinato nelle discesine ed mi son alzato sui pedali per superare qualche dislivello, ma questo pedalare a scatto fisso fino ad ora mi è del tutto familiare, gestisco con le gambe e apprezzo l’inerzia del fisso come sempre, come nel tutti-i-giorni cittadino da ormai qualche anno. Mano a mano che ci avviciniamo all’inizio della salita vera sento sia la smania di iniziare a scalare sia la paura di non farcela e dover per qualche motivo desistere e darla vinta alla montagna. Vedo Stefano molto più sereno e questo mi trasmette una piccola dose di tranquillità, lui ha già scalato sua maestà lo Stelvio ha una chiara percezione di cosa vorrà dire passare le prossime due ore in salita con una bici da pista con la consapevolezza che solo l’esperienza diretta può dare.

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Iniziamo, c’è ancora qualche breve tratto pianeggiante che ci fa respirare, la cadenza rallenta ma con qualche sforzo arriviamo in quel paesino da cartolina che è Arvieux. Da lì in poi sarà solo montagna con sopra di se una lingua d’asfalto che l’attraversa.

 

Dopo la breve pausa la salita si fa inesorabile e la strada nel primo tratto è caratterizzata da un unico lungo rettilineo in pendenza attorno all’8,5%. Far girare le pedivelle diventa una questione non più solo di gambe, tutto il corpo è convolto nel movimento e nel frattempo la mente è occupata a convincere il resto di me che si può fare, che non è così dura come temevo ma che non bisogna abbassare la concentrazione perchè ogni movimento superfluo è energia sprecata ed ogni spreco ha un prezzo da pagare. La cadenza è bassa (attorno alle 25-30rpm, per i tecnici) ma costante, la danza che così tante volte ho visto magistralmente eseguita dagli scalatori celebri del ciclismo di ieri e di oggi io la devo ripetere, ma in slow-motion, studiando attentamente ogni singolo istante della continua rivoluzione delle pedivelle. Tutto il corpo si muove in piedi sui pedali ma non c’è affanno, il cardiofrequenzimetro mi conferma che non c’è foga nei miei gesti e che cercare di accelerare equivarrebbe a far saltare l’equilibrio precario su cui si regge il mio avanzare. Non si tratta di fare una buona prestazione si tratta di ripetere quasi all’infinito una serie ben precisa di movimenti codificati, come in un’arte marziale dove al combattimento si affiancano anni di studio del portamento di ogni singolo colpo, fino a destrutturarne del tutto la loro complessità e ad interiorizzarne fino in fondo l’essenza. Ecco questo mi sta accadendo, sto prendendo a poco a poco una nuova, inaspettata e sorprendente consapevolezza di quello che il  mio corpo è in grado di fare, di come sia possibile trasporre il canonico gesto della pedalata su di un nuovo e più profondo piano. Non penso più a quanto manca alla vetta o a quanto dislivello ho superato, tengo il mio ritmo costante, necessariamente differente da quello di Stefano perchè nessuno è uguale all’altro e qui, oggi, non cerchiamo di competere, oggi cerchiamo un nuovo pezzo di noi.

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La salita è completamente silenziosa, i rumori della natura intorno diventano ovattati e ascolto in primo piano il rumore che emette la bici ad ogni pedalata, ogni volta che carico il mio peso per far affondare il pedale e nel contempo tiro con la gamba opposta per favorirne il movimento, il rumore è come uno “swoosh” flebile, gentile, seguito da un altro e poi un altro, monocorde a meno di impercettibili variazioni armoniche. Poco a poco mi rendo conto che io da qualche parte questo suono l’ho già sentito ma in un altro posto, in altre condizioni, ma è proprio quel suono lì. Ad un tratto capisco, non è una stupidaggine, quello lì è proprio il rumore del mare: continuo, inesorabile, noncurante di chi o cosa lo sta a sentire lui suona il suo invisibile spartito perchè così è deciso, quella è la sua natura. Oggi il mare lo sento quassù dove ora non crescono nemmeno più gli alberi data l’altezza e noi abbiamo ancora l’ambizione di salire più in alto. Sono come un violinista, l’archetto è quella sottile striscia di gomma della mia ruota posteriore, le corde sono quell’asfalto che ha visto migliaia di storie differenti su di se e che oggi ne racconta un’altra, probabilmente per la prima volta.

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Passa una mole di tempo che non saprei sul momento quantificare e quasi mi dispiace veder spezzato questo piccolo incantesimo, benchè a risvegliarmi sia il lunare e maestoso paesaggio della Casse Desertes, anzi a ben vedere ciò che ora vedo è del tutto simile ad un fondale oceanico riemerso e allora mi convinco ancor di più che per una volta ho sentito il suono del mare nel cuore delle Alpi, ne sono del tutto certo.

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025A questa incredibile fase ne seguono poi altre, molto meno interiori e (lo scrivo, perdonatemelo) Zen, dove la fatica e la concentrazione lasciano spazio alla gioia e alla soddisfazione di poter condividere con un amico l’esserci riusciti ed aver portato due bici da pista dove non erano mai state, ci sentiamo un po’ degli astronauti a pedali ed il paesaggio alieno aiuta parecchio. Veniamo poi anche avvicinati da un gruppo di motociclisti tedeschi incuriositi da quelle bici così spoglie ma che sanno dare così tanto ha chi ha la perizia di far di loro non solo un attrezzo sportivo, ma uno strumento per capire meglio il proprio corpo e quindi capire più a fondo anche se stessi.

 

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PS: ovviamente c’è stata anche la discesa come parte del giro. Stefano era brakeless, io no ma ho cercato di interpretarla come lo fossi. La differenza sta che lui l’ha affrontata con una sicurezza che mi ha quasi disorientato, io ora ho le braccia a pezzi, le vesciche ovunque sulle mani ed ho spolpato un Vittoria randonneur da 28mm che era nuovo di pacca…

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quando ti dicono: “è impossibile farcela in #singlespeed” la mia @AssiettaLegend #MTB #marathon

Non sono un biker, vado poco in MTB, ma nel 2009 restai folgorato dalle singlespeed, così affini come attitudine al minimalismo delle scatto fisso, in più da usare in montagna, che è il mio vero primo amore. Ora dopo 5 anni e qualche modifica alla mia KHS, acquistata proprio in quell’anno, mi lancio nella folle impresa di fare una gara marathon senza l’ausilio del cambio e delle sospensioni, da molti ritenuti imprescindibili su di una mtb moderna. Più o meno è andata così…

 

Capita, a me molto spesso, di conoscere nuovi amici su instagram, quasi per caso… e combinazione loro sono belli presi con le mtb; poi te la buttano lì: “dai dai iscriviti alla gara del 6 luglio all’Assietta che la facciamo insieme”. Penso, perchè no, infondo in MTB ci vado da tanto, pedalare pedalo (si sa…) e che sarà mai, anche con la mia singlespeed sarà di sicuro fattibile. Poi si avvicina la data della gara, vedo che hanno un sito ufficiale ed inizio a spulciare percorso e profilo altimetrico… cavoli: è durissima e lunghissima! Ottantacinque chilometri in mtb sono un’enormità, non a caso la gara è classificata marathon, quindi roba tosta. Inizio a parlarne un po’ con i cicloamici di sempre ed è lì che accade il “fattaccio”. Uno di loro, esperto stradista ma poco avvezzo alla mtb ed ancor meno a bici che non abbiano il cambio, esce con la classica battuta “no, non ce la puoi fare, è impossibile”. Come una detonazione nel cervello, appare la scritta luminosa nella mia testa <la-devi-fare>, nessuna scusa, nessuna scorciatoia, la sfida è lanciata.

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Mi concedo una sola modifica sostanziale su quella mtb acquistata quasi per gioco, passo da freni a disco meccanici ad idraulici. Dopo un paio di chilometri nel classico giretto test nei boschi dietro casa la risposta è subito lampante: sembra di avere un’altra bici. Precisi sicuri, modulabilità assoluta e controllo totale. Ma soprattutto la possibilità di usare un solo dito per frenare e conservare quindi un’ottima presa sul manubrio, dato che la forcella rigida non permette distrazioni in discesa.

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Arriva il weekend della gara, la forma fisica tutto sommato c’è, soprattutto nei confronti delle salite lunghe e costanti che in questa gara la fanno da padrone, ma un po’ di timore su quanto sto per andare ad affrontare è ancora lì ad occupare un angolino della mia testa e l’obiettivo è scacciarlo quanto prima. Son fortunato però, non sarò il solo con una ss, mi farà compagnia un biker di grande talento e soprattutto sempre disponibile a consigliare ed aiutare: Ambrogio è della partita e conoscendo le sue doti ne vedrò delle belle! Lui opta per un 33-22 come rapporto io resterò leggermente più lungo (1,6 contro 1,5) con il mio solito 32-20 anche per affrontare con un po’ di brio tutti i tratti di falsopiano  in salita ma soprattutto in lieve discesa.

Arrivo a Sestriere che il meteo è buono, temperature accettabili ma la certezza ormai che in quota ci saranno nubi dense e temperature molto distanti dal potersi considerare estive. Sempre su consiglio di “Ambro” decido di viaggiare leggero, quindi niente zainetto/camelback ma la dotazione classica con antivento smanicato, manicotti e guanti a dita intere, più il mio immancabile cappellino da ciclista (su strada) che ormai è un mio vezzo e della quale ho già a casa una bella collezione…. a seguire le classiche cibarie indispensabili come barrette e gel di zuccheri, anche se conto di fermarmi ai ristori senza guardare più di tanto il cronometro.

Ci schieriamo in griglia dopo il classico caffè benaugurale. Accade qui un piccolo fatto che mi caricherà come una molla. Lo speaker della gara si aggira per il gruppo facendo domande qua e là. Ad un certo punto adocchia una splendida  Ritchie in colorazione classica USA, bici un po’ datata ma dal fascino enorme e che ha fatto la storia della mtb. Lo speaker gli chiede (in inglese) come mai una bici del genere per una gara così dura e non una bella mtb ammortizzata magari in carbonio. La risposta è immediata quanto fulminante: “first of all, because men ride steel!”. BUM! deflagrazione mentale, vorrei gridargli qualcosa tipo “cazzo sì!!” ma mi tengo tutto per me e le mie folli convinzioni, gli uomini cavalcano l’acciaio, il resto è per altre categorie. Si parte, ora ci credo  al 100%.

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Dopo un primo (inutile?) giretto intorno al paese inizia la gara vera, si parte subito con un strappetto bello feroce, per me insalibile, ma gioco d’anticipo, scendo e inizio a corricchiare (e dico corricchaire, non come nelle gare di ciclocross dove si è sempre a tutta), morale: mi trovo a sorpassare un bel po’ di riders! Ok che c’è la soddisfazione di non mettere il piede a terra mai, ma se a piedi vai più veloce forse c’è da farsi qualche domanda… Dopo di che inizia una lunghissima discesa intervallata da qualche variante nei boschi ma è tutto persino piacevole, i chilometri scorrono veloci ed è chiaro che la gara/sfida inizierà sulle prime rampe del colle delle Finestre. Ci arrivo abbastanza bene e ancora fresco. Con mia piacevole sorpresa il tratto in asfalto (l’unico, giustamente) è molto godibile e “gentile” con il mio singolo rapporto, salgo di passo senza particolari problemi. Unica nota negativa mi trovo di fronte il mio neo-amico Ricky (lui ha la “C” nel nome, io no) che sta scendendo, causa caduta iniziale la gamba destra non spinge come si deve e continuare sarebbe controproducente. Un vero peccato dato che lui è stata una prima scintilla per me e so quanto ci tenesse alla gara, ma si rifarà presto.

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Finisce poi l’asfalto ed è qui che non si scherza più. La salita è ora lunghissima, costante ma con pendenze molto più accentuate e soprattutto senza la trazione garantita dall’asfalto. Il primo tratto fa subito male, devo cambiare il modo di pedalare e adattarmi alla salita in singlespeed. Spingere sui pedali e basta vuol dire fermarsi con i crampi tra due chilometri. Si cambia tutto quindi, la rotondità e l’efficienza nel pedalare diventano essenziali, la fase di tiro (da 180° a 360° nella rivoluzione del giro pedali) è quella che ti fa salire su, fortuna che qualche anno di scatto fisso mi hanno letteralmente stravolto, in senso buono, il mio modo di stare in bici e questo oggi depone tutto a mio favore.

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La salita è interminabile, qualche piccolo strappo mi convince  a scendere e camminare di tanto in tanto, ma per tratti brevi. Intanto il meteo cambia sostanzialmente, siamo dentro alle nuvole, il panorama è annullato e attorno c’è la sensazione di essere lì a disturbare la pace e la maestosità delle montagne anche se i nostri motori sono le nostre gambe (nel mio caso anche le marce son tutte lì, dentro le mie gambe…).

Si arriva a scollinare, il ristoro in quota è già di per se epico: stufa a legna a scaldare un pentolone di the caldo, credo che la temperatura sia attorno ai 7-8°C e la sensazione di essere a buon punto inizia a farsi avanti. Inizio a capire di aver dato per scontato la discesa, qui non siamo su strada dove la discesa è un momento di riposo, qui si deve guidare, stare attenti, scegliere le linee più pulite per non trovarsi  nelle pietraie e mandare in crisi le gomme, affrontare le curve con cautela dato che al di là c’è sempre un precipizio che aspetta. Il fatto di non aver le sospensioni svela le sue due facce: la prima è una fantastica precisione di guida, anche nei cambi di direzione veloce, quello che imposto con il corpo ed il manubrio viene eseguito al millimetro dalla bici, sensazione stupenda; ma per contro spalle-braccia-mani sono costrette ad un superlavoro e non avendo alcun allenamento per questo ed essendo piuttosto magrino da quelle parti dopo qualche tempo inizio ad andare un po’ in crisi e dover tenere molte più cautele dei miei compagni di discesa. Il bello è che molti di quelli che mi sorpassano a tutta riesco poi a riprenderli nelle successive rampe di salita, e sono in singlespeed…

Ultima picchiata giù dal Col Basset, sterrato molto bello e guidabile, veloce. Mi sono tornate tutte le movenze messe a punto molti anni fa nel mio periodo di amore folle per le moto da enduro/cross. Uso molto più il corpo e meno le braccia, passa anche l’indolenzimento generale e, soprattutto, mi diverto davvero a guidare! Inizia l’unico “single track” di giornata, fatto da una prima parte dal famoso sentiero G.Bordin. Non lo conoscevo ma è assolutamente bellissimo da pedalare, tecnico ma non troppo, senza strappi che mi facciano scendere a parte due piccole rampe e mi trovo a prendere un buon vantaggio da chi mi stava seguendo in quel momento. Ho percorso 80km, è quasi fatta, ma ancora non me la sento di cantar vittoria. Faccio bene, dopo una breve ed ampia discesa inizia l’ultimo sentiero, tracciato solo pochi giorni prima. Questo è stato l’unico tratto che ho veramente sofferto: estremamente tecnico ed impegnativo, con passaggi per me seriamente difficili soprattutto con tutti quei chilometri e dislivello nelle gambe. Restare lucidi è necessario quanto impegnativo, ma sono veramente un po’ seccato da questa ultima difficoltà che poco ha a che fare con il tipo di gara che è stata impostata dagli organizzatori e saprò dopo che non sono l’unico a pensarla così.

Finisce lo sterrato, solo 800 metri mi separano dall’arrivo, c’è ancora una salitella in asfalto che nemmeno mi accorgo di percorrere, ci sono, la mia piccola impresa è compiuta, sono arrivato in fondo all’Assietta Legend con una singlespeed rigida ed in acciaio.  Il mio amore per la montagna ne esce rafforzato e soprattutto, ancora una volta, sono qui a trovare tutto in una bici senza niente, contro i classici pronostici e i saggi consigli. Ci voleva un piccolo folle per poter cambiare le convinzioni di molti e così è stato, fino alla prossima volta che sentirò dire “è impossibile…”.

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550 km per farne 20 scarsi, ma intensi…la mia gara sulla pista “legnosa”

eh, sì…le distanze per raggiungere il sacro tempio della velocità sono un tantino aumentate da quando non soggiorno più a Milano. Sia chiaro che i vantaggi sono ben superiori ora, anche in termini ciclistici (qui ci sono le salite!), ma l’appuntamento che era ormai una certezza settimanale con quei 250 metri di pino siberiano, adagiati, morbidi e ritorti quasi come un perfetto origami giapponese, beh, era quanto di più piacevole in ciclismo mi abbia dato in questi ultimi anni.

 

Quale migliore occasione per tornare al velodromo di Montichiari se non per una bella gara amatoriale, che poi tanto amatoriale non è perchè ci trovi sempre il meglio del meglio d’Italia per i corridori su pista, compresi due campioni del mondo (ok, campioni amatori master, ma a vederli fanno paura).

Mio compagno d’avventure è il fido e tenace malnatt, che in quel del Tattoo Supply di Milano ha già da giorni esposto un cartello a chiare lettere “mercoledì 18 il negozio chiude alle 16:30”, chiaro? Evidentemente pare di no, che un paio di clienti dell’ultim’ora, qualcuno serio e abituè e qualcuno perditempo da competizione, fanno in modo che l’orario di partenza sia quasi le 17, con annessi e connessi di traffico.

Ma nonostante tutto arriviamo al velodromo ancora in tempo per iscriverci ed attaccarci i dorsali 30 e 31…pochi in assoluto i corridori in pista, ma sufficienti a fare gara vera. Ci accavalliamo con il fine allenamento della nazionale femminile,  con conseguente annullamento della fase di riscaldamento…peccato, ma meno male che abbiamo con noi i mitici rulli liberi del “team les trois pistard” che dopo il trattamento del fra girano belli silenziosi…

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Si parte con la velocità, ovvero il tratto cronometrato sui 200 metri lanciati, uno dei genti più belli e tecnici di tutto il ciclismo, parto per penultimo dato il pettorale alto, ma sin dal primo giro (per un totale di 3) trovo subito la confidenza con il legno, due inverni passati lì sopra hanno lasciato la traccia indelebile nel mio subconscio) e tecnicamente non sbaglio nessun movimento, certo i watt che tiro fuori dalle gambe son quelli che sono e qui l’essere leggeri non conta nulla, ciò nonostante il responso è un bel 13.25 secondi, ovvero il mio miglior tempo di sempre con una velocità di picco di 56.92km/h, non male per i miei standard. Per la cronaca i primi sono stati sotto i 12 secondi…fate voi i calcoli…

io2Si passa alla corsa a punti, siamo pochissimi (8), e dovremo scannarci per 70 giri. Inutile dire che il livello è al solito altissimo e dopo pochi giri malnatt si stacca (ma è pure sotto antibiotici, il che non giova) ed anche io provo a tenere una manciata di giri in più, ma una volta perse le ruote buone non ne ho da tenere quei ritmi e subito dopo il doppiaggio ripiego ai box…di più non si poteva fare, anche perchè tra poco sono pure iscritto all’inseguimento, meno male che i rulli sciolgono un po’ le gambe tra una sgasata e l’altra.

A far l’inseguimento siamo ancora meno…tre partenti tra i giovani..il terzo posto è quindi alla mia portata Occhiolino, ma cerco comunque di onorare la corsa e riesco a tenere tutti i 2000 metri sopra i 42km/h, solo un anno fa  a Dalmine finii la prova ai 35 scarsi e scesi dalla bici reggendomi sulle braccia che le gambe erano andate…miglioriamo, lentamente ma miglioriamo.

La pazzia da corridore fa sì che io, malnatt e tamagio decidiamo di fare anche la velocità olimpica: mai avrei creduto essere così divertente come specialità! Si parte da fermi e si va tre giri alla morte, ognuno tira un giro, io sono secondo frazionista, la parte più facile in verità, ma davvero entusiasmante e riusciamo a fare 1’0.15” più che dignitoso non avendola mai mai provata.

Finisce con saluti e strette di mano ed arrivederci alla prossima gara, l’ambiente è davvero magnifico in pista, tanta solidarietà e agonismo sano. Atleti di tutte le età, con menzione speciale al mitico “Lupo” che a settant’anni fa ancora tempi migliori dei miei…bene, in prospettiva ho ancora quasi 40 anni di carriera davanti, forse è ora di un telaio più performante?

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come un vaso di terracotta tra vasi di ferro (e comunque uscirne intero)


Lasciate perdere di venire al Pasta che con una fissa  non riusciresti a fare neanche un giro dietro alla macchina di fine garA  ( … la media non e 40 ma  45 e non e quella che ti  uccide ma le variazioni continue tipo 30 km/h a 50 km/h continue )  quindi di fissa li non ci pensare neanche .

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Per  il Pasta se vieni per mettere il numero non venire in fissa che se no  paghi 10 euro per fare 2 o 3 giri , e’ un consiglio non una cattiveria

per mia natura fin da tenera infanzia il classico “quello non lo puoi fare” veniva letto da me come “provaci subito!”,  e allora anche a 34 anni suonati volevo proprio vedere se davvero è impossibile stare in gruppo con una bici fissa in mezzo ad un plotone di bici da corsa, in una gara a circuito pianeggiante, con velocità sostenute e continue variazioni di ritmo, per una cinquantina di kilometri filati.

pasta

casati_gold2userò la mia ormai fida casati gold line, che già si è dimostrata vero cavallo di razza alla milano-torino con  su il mio solito rapporto 48-15 e doppi freni, ruote a bassissimo profilo…così da eliminare anche il vantaggio aerodinamico.

Per fortuna trovo poco traffico a uscire da torino e riesco a schierarmi in coda al gruppo per la partenza della seconda gara. Ovviamente si parte subito a cannone, l’asfalto fa abbastanza cacare, non ci sono grosse buche, ma è molto sgranato e con qualche radice che fa i classici bozzi….per finire con un paio di tombini. Prima sensazione positiva: le curve si fanno tutte bene in fissa, non devo mollare le ruote di chi mi sta davanti ma allargo solo leggermente per poi tornare bene a ruota, si gira mediamente sui 43-45km/h, fortunatamente abbastanza costanti, a meno dell’allungo prima del traguardo dove ogni giro toccheremo i 50…
…e lì mi accorgo che il 48-15 è troppo agile, giro praticamente a 120rpm in quei tratti, la medi finale saranno 98 pedalate al minuto…un po’ tantine.
siamo una ventina lì dietro la macchina e le scie te le devi guadagnare, benchè non sia la gara vera non fanno mica sconti e tocca tenere sempre i gomiti larghi per star ben coperto dall’aria.
Non ho la borraccia piena e dopo 8 giri sui 20 programmati devo mollare un giro, anche se avessi avuto l’acqua ero comunque al limite, meglio mollare e riprenderli al passaggio dopo e cercare di tenere ancora. Mi fermo e riparto, tutto ok, ritorno nel gruppo e le sensazioni sono ancora buone, come si suol dire, abbiamo rotto il fiato. farò ancora una sosta, a meno 5 giri dalla fine, per poi fare gli ultimi 4 tutti serrati e con volata finale, una volta che la macchina si è tolta dal tracciato.
Bello, direi un allenamento perfetto per chiunque voglia onorare una delle “nostre” criterium, si sta in gruppo si tengono bene le ruote, si affrontano le curve gomito gomito e si fa gamba…meglio di così!
qui tutti i numeri
http://allenamento.b…nits/view/19796
Prossimo obiettivo, con il 14 dietro, fare tutti e i 20 giri senza mollare, ma non la prossima settimana, che il sacro anello di legno ci aspetta e va onorato anche lui 😉
PS: ..comunque…altro che due, massimo tre giri…

 

EDIT: finalmente un mio amico a recuperato (non so dove) una foto con l’autore della citazione lassù in cima ed il sottoscritto, eccola!

io e sergio al pasta

io e sergio al pasta

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