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tre giorni per sentirsi un po’ bike messenger, i miei #icmc2014 a Milano

Lo so che sto scrivendo in assoluto fuori tempo massimo, ma è più una mia esigenza del voler lasciare qui sul blog una memoria dell’esperienza unica che ho avuto l’occasione di vivere in quei tre bei giorni dei primi campionati italiani di corrieri in bicicletta.

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Già dall’acronimo c’è un bel retrogusto di internazionalità: ICMC ok forse fa un po’ WMCA ma racchiude un progetto ed una voglia anche nella piccola (piccolissima…) Italia di iniziare a pensare a qualcosa di buono, quindi ICMC2014 ovvero Italian Cycle Messenger Championship, tradotto, campionati italiani per corrieri in bicicletta, prima edizione. In pratica una tre giorni intensa per celebrare prima di tutto quello che è un mestiere, antico come la bici stessa ma talmente moderno che può davvero rappresentare uno dei modi che le nostre città hanno di diventare vivibili (anzi sostenibili come si dice oggi) belle, nuove e soprattutto di nuovo centro delle occasioni per chi è giovane ed ha un’idea da sviluppare e far crescere. Oltre a questo è anche un modo per ritrovarsi, contarsi e riconoscersi anche tra chi questo mestiere non lo vive nel tutti i giorni ma che ne è affine e che ha capito che certo l’auto serve ma che tante tante volte se ne può anche far a meno e non per essere ecologisti-naturisti-viversaniebelli-alternativi-puristi-immacolati-senzapaura, ma perchè semplicemente ci conviene in termini di tempo e costi, due cose che di sicuro vi/ci stanno a cuore molto più dell’ambiente, almeno nell’immediato.

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Veniamo alla cronaca un po’ più spiccia. La mente di tutto questo è quel Matteo Castronuovo che da vero uomo del sud ci mette una passione sconfinata in quello che fa, fino in fondo. Così, invece di pensare al solo nostro “orticello” italico, pensa bene di invitare una buona fetta dei suoi amici e colleghi europei, e lo fa per un sacco di buoni motivi: in primis perchè se è vero che l’appetito vien mangiando allora da ICMC si potrà magari poi pensare a dei ECMC dove E sta per Europa, con tutta un’altra dimensione e peso, poi perchè è bello esser tra gente nuova e diversa ed uscire un po’ dagli schemi classici e poi perchè (questo lui non ce l’ha detto prima…) i ragazzi dal nord Europa sanno fare questo mestiere come pochi altri e magari vengono qui a farci vedere come si fa, senza presunzione, ma con il rigore e l’efficienza che solo chi è nato al freddo sa attuare (andrà a finire esattamente così, ma non anticipiamo troppo).

Si parte il venerdì dal Vigorelli, vero tempio del ciclismo mondiale oggi ancora girante addormentato ma chissà, arrivano un po’ tutti alla spicciolata, magari a gruppetti ed il giro di saluti mi diventa subito più lungo che ad un matrimonio nel salento, ma altrettanto piacevole. Il bello è che nonostante tutto va ancora di moda l’abbraccio, pure tra maschi (sarà lo scatto fisso mi sa…) il che crea davvero una connessione forte, molto più forte che in altri ambienti. Qui si corre e si scanna lo stesso ma prima ancora ci si aiuta, ci si sostiene vicendevolmente e con un ospitalità che io ritrovo solo nei racconti della grecia classica.

Partiamo con l’alleycat riservata ai corridori di fuori città (out of town – OOT – per farla anglosassone) siamo quasi una cinquantina, metà di questi non italiani, organizza il buon Benza VeganGrizzly. Quel guascone di Andrea, che mi conosce e sa benissimo che ho abitato in Milano e che ci scorrazzo fin troppo spesso, inizia a dire a tutti: “follow this guy, he knows the streets!” Grazie per la manata di stress da responsabilità skilly, davvero Sorriso .

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0123,2,1 via! nella classica, bella quanto inutile corsetta iniziale dell’alleycat mi cade la mappa dalla tasca, non la ritroverò più. Poco male ho quella di riserva, peccato che abbia un po’ troppe alley sulle spalle e ne porti i segni sulla carta fin troppo evidenti: sembra la sacra sindone in pratica, non ci arrendiamo. Io e Pier da Bologna iniziamo a segnare i punti sulla mappa, sono 4 prese e 4 consegne in ordine libero, fattibile, si salta in sella.

Subito io e Pier ci troviamo a guidare un bel plotone di una dozzina di ciclisti, che dire indisciplinati è ancora poco. Parliamo italoinglese, escono neologismi ad ogni svolta, Milano ci accoglie tutto sommato bene, sarà che è un weekend di ponte lungo e che è ora di cena, ma riusciamo a girare molto bene e soprattutto in maniera organica, senza mai tornare sui nostri passi e soprattutto senza sbagliare clamorosamente direzione. Bello anche vedere sempre facce amiche ai checkpoint, l’alley scorre via liscia, momento migliore il lungo drittone di via Monza fatto avanti e indietro per arrivare fino alla Martesana, trovando al ritorno un filotto di semafori verdi meglio di un incastro magico di Tetris! Alla fine mi classifico attorno alla ventesima posizione, va bene, era un warm-up e la soddisfazione in un alleycat è chiuderla nel tempo limite (o vincerla chiaramente) le mezze misure non ci piacciono.

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La festa poi prosegue al Vigorelli, tra salamelle e birrette, senza esagerare però che domani ci sono le qualifiche!

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Ed eccoci al mattino di sabato, belli freschi e riposati. Arrivo a metà mattina al parco Lambro, quello che ormai è non solo il centro di questa manifestazione ma è il vero cuore pulsante di tutto il circuito ciclistico milanese d’inverno come d’estate.

008Sbrigo le procedure di registrazione ed in poco tempo sono già sul percorso a provare ed iniziare a memorizzare tutte le regole e le scorciatoie di quella che a tutti gli effetti è una vera e propria città in miniatura, con ponti, salite, discese, fiumi, scale e ben dodici punti dove fare prese e consegne. Si parte finalmente, 90 minuti secchi per fare più lavoro possibile, regola ferrea: ogni minuto di ritardo annulla una consegna, tutti avvisati.

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859925_10152083432363325_5066339902329771087_oInizio abbastanza bene, la mappa che ho fascettato sul manubrio è chiara e ben leggibile e gli appunti segnati con il pennarellino sono funzionali. Oggi (come ieri, chiaramente) uso la mia bici da città che mi tiene compagnia da ormai molti anni, telaio da corsa di fine anni 70, un po’ come me, e ruota fissa ricavata da un mozzo mtb anteriore, un vero carroarmato, il rapporto 43-17 si rivela persin duro per scalare la collinetta che porta ad un paio di check, mentre è chiaramente troppo corto quando si tratta di fare il giro dell’anello delle criterium sapientemente messo a circolazione  a senso unico. Vedo gli stranieri con rapporti  ben più lunghi del mio comunque letteralmente mangiarsi le salitine, volare sull’anellone e non sentire il pavè dissestato di alcuni tratti… scoprirò che non stanno dando nemmeno tutto perchè hanno nel mirino la finale, impressionante. Io non demordo, riesco a spingere bene e sto costantemente a tutta pur di completare il manifest delle consegne. Ci riesco, ma per un mio grossolano errore di valutazione finisco cinque minuti in ritardo, ergo, cinque consegne cancellate. Disperazione. So di aver fatto un buon lavoro, al meglio delle mie possibilità, ma temo di non esser passato dato che solo in 35 accederanno alla finale. Risultati a sera!

Sfinito dalla stanchezza riesco a farmi una doccia e a mangiarmi un buon gelato, poco a poco tornano un po’ di energie ma il mio fisico si rifiuta di partire all’alleycat che ci sarà di lì a poco, benchè si chiami Private IV e sia l’alley più importante della stagione. Non riesco però a starmene con le mani in mano (vabbè gambe in gamba non suonava bene) e mi offro per gestire un checkpoit, una cosa che non ho mai fatto, magari è divertente. Ne assegnano uno comodo, conosco bene la strada per arrivarci ed è sotto un ponticello, mi fa compagnia in buon Gufo come me vero entusiasta di questi ICMC e grande appassionato di kebab, appena arrivati infatti va subito alla ricerca del kebabbaro più prossimo e tornerà di lì a breve con il divin panino. Ho scritto che è sotto un ponticello non a caso, dopo poco dall’inizio della gara inzia un temporale intenso, noi al riparo siamo testimoni dell’arrivo di gruppi di corridori in condizioni davvero limite, ma non così limite come i manifest che ci chiedono di firmare, talvolta divenuti degli ammassi informi di cellulosa o poco più.

Storia nella storia, arriva il mio pupillo Eddy, lo vedo però con lo sguardo perso, ha appena bucato. Decidiamo al volo di scambiarci la ruota (per fortuna l’anteriore) e lui può ripartire di slancio, io ho tutto il tempo di cambiarmi la camera fino alla fine del tempo limite. Scoprirò dopo, rientrato al Lambro, che questo gesto gli ha permesso di vincere la sua prima alleycat, ed iniziare vincendo una Private fa davvero sperare nel buon futuro del ragazzo.

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Scocca l’ora di chiusura del check e se per caso lassù qualcuno ci ama quella sera ci stava osservando per benino, ripartiamo alla volta del Lambro che ha appena smesso di piovere, l’aria è fresca ed arriviamo al quartier generale degli ICMC da asciutti, gli unici su più di ottanta persone, mi sentivo quasi a disagio, ma il fisico ho ringraziato.

Passano momenti di trepidante attesa, Matteo ed i ragazzi dell’organizzazione sono riuniti in un conclave serratissimo per conteggiare tutti i dati delle qualifiche, mi affaccio un paio di volte fino a meritarmi delle minacce… resto in attesa. Ad un certo punto li vedo uscire, Matteo mi guarda e mi dice quello che tutto subito fatico quasi a realizzare: “sei in finale”. BUM!

Il terzo giorno dei campionati subisce un po’ di rivoluzioni negli orari, ci si adegua e si correrà nel primo pomeriggio, questa volta saranno due ore piene di consegne nella mini-città con un monte di lavoro molto superiore, giusto per far salire l’ansia ai corridori. Oggi non ho più la “blue bike”, sulla scorta della performance di Andrea ho optato per usare la mia Zino da ciclocross che si adatta perfettamente al percorso e con le marce consente di salire al meglio la collinetta e buttar giù denti quando c’è da correre sui lunghi rettilinei dell’anello criterium. Le gambe hanno riposato, la gioia di essere tra i finalisti è enorme, la voglia di far bene ancora di più, l’entusiasmo di avere la mia famiglia accanto è la vera benzina della giornata.

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Parto bene, riesco ad organizzare le varie prese e consegne in modo piuttosto proficuo e nel rispetto delle regole scritte, su questo c’è giustamente molta rigidità e non si ammettono eccezioni, in breve il primo manifest è consegnato.

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Questa volta non è come nelle qualifiche, un singolo secondo di ritardo oltre il tempo limite squalifica il corridore, l’occhio al mio orologio cade costantemente. Il secondo manifest è più semplice come organizzazione del lavoro ma i percorsi sono decisamente più lunghi e la fatica inizia a farsi sentire, ma ad ogni check trovo acqua in abbondanza oltre alle belle facce amiche che mi incitano a dare tutto. Riesco ad iniziare anche il terzo manifest. Scoprirò che questo farà, e di molto, la differenza per la classifica finale. Mi accordo che mancano pichi minuti al termine quando sento che le mie gambe avrebbero voglia di fare ancora molto, ma come dice sempre Matteo, è la testa che deve fare da padrona, sempre. Decido di consegnare un po’ in anticipo e mi sento soddisfatto della prova, le sensazioni sono state ottime, la giornata splendida che chiude un weekend davvero unico e penso irripetibile.

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A distanza di un giorno arriverà anche la classifica finale. Diciassette nomi soltanto sui 35 finalisti, diciassette che hanno avviato le consegne del terzo manifest e chiuso nel tempo regolamentare la prova, di questi ben dodici sono stranieri a dimostrazione che loro sanno come si fa e ancora una volta ci insegnano a prendere le cose con il giusto spirito e la necessaria concentrazione. Restano cinque italiani, beh, sono tra quei cinque.

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La soddisfazione è enorme, non in quanto mi senta particolarmente bravo o migliore di altri, ma per quanto sia riuscito a mantenere la calma e la lucidità per tutto il corso della gara e dei tre giorni, per l’esserci stato ed aver vissuto a contatto con chi fa di questo un lavoro ed ancor più uno stile di vita e per aver saputo interpretare al meglio anche questo aspetto del ciclismo, così distante dalle gare classiche fatte di tatticismi e a volte qualche furberia. Per la serie “se non provi non puoi capire fino in fondo” ecco gli ICMC sono stati un’occasione unica per essere dentro una comunità in genere un po’ chiusa e poterne condividere tutti gli aspetti, da quello festoso (e a far festa ne sanno un tot) a quello di solidarietà ed unità tra chi lavora sulla strada tutto l’anno, con il sole a picco o la pioggia battente, non conta, conta solo  consegnare velocemente ed in sicurezza tutto quanto riesca a stare nella borsa dietro la propria schiena. Il problema ora è la voglia di sostituire alla I di ICMC una E, o magari chissà una W… alla prossima!

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Archiviato in bici

come se fosse una piccola Milano – Roubaix #private2 #alleycat

flyer privatepartiamo dal fondo, dalla certezza di aver vissuto quella che non poteva che essere l’alleycat dell’anno, il piccolo (in rapporto al ciclismo) grande (in rapporto alla nicchia del ciclismo urbano, scatto fisso ecc…) evento del 2012. Rientrando a casa sull’A4 i chilometri sembrano scorrere veloci, mai così veloci rispetto a tutti i miei tanti rientri dalla città dalle mille facce, i residui di adrenalina ancora in corpo e le ottime chiacchiere scambiate con il mio amico Luca, che a condiviso con me la giornata, anche se da una differente prospettiva (quella di essere ad un checkpoint).

Ed eccoci, lanciati sull’A4 verso milano, sole caldo, la giornata promette bene, sento al telefono gli altri torinesi e mi conforto, non sono poi così in ritardo come temevo, da buon maniaco della puntualità. Io e Luca parliamo di un po’ di cose e al solito un compagno di viaggio mi è tanto d’aiuto a spezzare la tensione che caratterizza ogni mia gara (ed in fondo resta uno degli aspetti migliori delle “mie” gare). Parcheggio facile, vicinissimo alla partenza, quel parco Ravizza a cui son passato mille volte a fianco senza avere un motivo per addentrarmi; oggi il motivo è la Private 2 alleycat, la gara per ciclisti urbani, dove (magari già lo sapete ma la faccio breve….) non servono solo le gambe ma anche parecchio la testa, dove l’itinerario migliore lo devi ideare tu e non sempre è il più breve o il più rettilineo, dove devi organizzare e gestire le tre ore di gara come se fosse un vero lavoro da bike messenger e, come accade loro, al termine della giornata non ci sono ricchi premi e “pasta party” (brrrrr) ma una pacca sulla spalla ed una birra fresca quello sì.

iscrizioni

Siamo tanti, tantissimi in proporzione (i numeri diranno oltre 140) e dopo il sipario fotografico dei riders, le mille chiacchiere e le formalità dell’iscrizione si inizia a far sul serio: bici tutte a terra, legate e corridori giù in fondo…

piccola sorpresina, il Manifest_private 2 (il foglio dove sono segnate tutte le prese e consegne da effettuare) non è consegnato alla partenza, ma in piazza Sraffa, a soli 500 metri, ma che fanno già subito la differenza, arriviamo al parchetto della piazza come un’orda di barbari e agguantare un foglio A4 diventa di per sè una piccola impresa.

flyer

flyer da prendere sull'albero

Trovo però un bell’angolino all’ombra dove fare quel che Matteo dice sempre: ragionare, ragionare e ragionare. Inizio a fare una selezione delle consegne, le due da “soli” 5 punti proprio non le considero, visto che finire oltre il tempo massimo di 3 ore è un mio spauracchio e dopo una volta, non mi voglio più scottare.

Inizio a segnare i punti su quel drappo di carta che racchiude un’intera città, qualche parte ancora sana e ragionante del mio cervello AB-Normale (cit.) inizia ad “unire i puntini” e a creare una serie di ipotetici tracciati, come una ragnatela che si costruisce al contrario, da tanti fili man a mano iniziano a sparirne alcuni gruppi e via via da una tela complessa emerge una sola linea spezzata, che d’ora in poi sarà il mio filo che separa me dal traguardo… magari ci sarà qualche piccola deviazione, ma la rotta è questa: nel bene o nel male la gara è già vinta o persa qui.

milano

milano sulla carta

E allora via, banalmente alla presa più vicina in viale Filippetti, ovviamente non in vista, ma in un parchetto interno di una via interna, vedo subito due facce amiche, la Lolla ed il mio twitter-idolo Pak (finalmente in carne-ossa-baffi-alcol), sono appena partito e quasi vorrei far 2 chiacchiere, ma il tempo corre ed uno dei pregi/difetti delle alleycat e che se anche la corri da solo (come piace a me) alla fine hai perennemente quel fastidio addosso, alla bianconiglio per intenderci, di sentirti in ritardo… e forse una delle caratteristiche che ti fa amare queste gare è (anche) questa.
Riparto e la consegna corrispondente è piuttosto vicina e in linea con la mia rotta generale; e allora su per corso di Porta Romana, ad iniziare ad assaggiare il pavé milanese (e se non lo conoscete fatelo almeno una volta in bici, altrimenti il mio racconto perde circa il 35% di efficacia…). Consegna facile e veloce e pronti fino in fondo al corso per la prossima presa, nulla di difficilissimo, solo un po’ di giri attorno a piazza Missori ed il check è bello che fatto.
La prossima presa però è un filino distante, sopra il parco sempione e l’istinto mi guida fino al mio “caro” castello sforzesco, quindi cordusio-via Dante….ma attenzione: se il traffico delle auto oggi è piuttosto magnanimo stante il ponte del 1° maggio, la folla di turisti e affini che affolla la pedonalissima via dante è come un campo di asteroidi per un pilota di X-Wing, una bella sfida, dove la gestione della velocità con lo scatto fisso mi aiuta tantissimo nello svicolare a testa alta e sguardo a 180° fino in foro Bonaparte, da dove i vialoni mi conducono in poche pedalate fino alla piazzetta della Santissima Trinità, dove ancora non lo so ma la prima matteo-bastardata è in agguato.

Piazza con bambini, vecchietti, cani al guinzaglio…ma del check nemmeno l’ombra, faccio un giro… due….ed iniziano i pensieri malsani (oddio, ho sbagliato, era piazzetta “alla” trinità e non “della”… oppure ce ne sono due e io non lo so, oppure era la trinità di rozzano e non di milano…) se non chè arriva un altro corridore, che ha l’ardore di chiedere informazioni ad un cameriere e come d’incanto ci indica una viuzza senza uscita dove giù in fondo nascosti c’erano gli omini del check, simpatici affabili quanto fottutamente introvabili. Anche se non li ho mai visti prima loro conoscono me (potere del forum social web networking? boh…) e, dopo avermi offerto acqua e una provvidenziale banana, mi fan subito capire che non sarà così banale da qui in poi: c’è una consegna intermedia prima di fare la consegna finale di questa presa…ergo eccola qui la sorpresina n°2! Al momento non ci dò troppo peso, la consegna intermedia è comunque ancora sulla mia rotta, vado, non è distante ma devo attraversare una piazzetta pedonale con qualche zig zag, arrivo in vicolo Chizzolini dove non ho nemmeno il tempo di riorganizzarmi e stendere la mappa che accade la svolta della mia alleycat, la svolta della giornata tutta: arriva al check la brigata UBM-unita, milano+bologna, con quelli che sono anche amici: Pier, Giò, Vale e Simone (che conosco oggi) più messer richard aka mr. fixedforum  in persona (ed era anche ora di conoscerlo, stante il mio esser moderatore con ormai più di ottomila post all’attivo).

io pier e richard

io pier e richard

Da qui in poi starò con loro e il mio approccio alla gara cambia radicalmente, cambio la casacca e divento una specie di gregario (di lusso? beh, non esageriamo) e cerco di tenere compatto il gruppo e far l’andatura per tutto il resto della gara (mancano poco meno di 2 ore ancora). Mi fido ciecamente di loro, ovviamente, e d’ora in poi so che potrò anche esplorare il lato puramente ludico di girare a cannone per milano, senza avere il costante dubbio di fare o no il percorso migliore e di dove conviene svoltare.

io e gli ubm al check

io e gli ubm al check

Arriviamo alla consegna finale di via Correggio che l’omino del check è arrivato da 2 minuti 2… quel che si dice “just in time”! Arriviamo in via Fara per la presa in una volata: intensa, adrenalinica come volevo/speravo e alla fine devo constatare con piacere che oggi la gamba c’è, poche storie, quindi la tattica è non risparmiarmi nemmeno un metro, star davanti o al massimo affiancato a chi è davanti (quasi sempre Pier di bologna, che spingeva un rapporto degno di cancellara nei giorni migliori). Anche qui la consegna è da fare in due parti, ma ormai questo non ci spaventa più, anche piazza Gambara è lontana…. ce la teniamo per dopo. Ora siamo in rotta su via Lincon, altra viuzza, ma troviamo facile l’uomo di Ciclistica Squadra Corse, che come un demone tentatore ci offre una nuova opportunità: un extra check da fare per 10 succulenti punti. Qui interviene la vale, taciturna quanto preziosa, che esclama un fragoroso “la SO!!” e che conosce l’impossibile , di fatto a pochi metri da piazza della Scala, mentre la consegna è nell’arcinoto ponte che collega porta Genova a via Tortona (il centro gravitazionale del fuorisalone-Milano-capitale-design).

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E qui arriva il cuore della gara, quello che mi ha suggerito il titolo che avete letto qualche centinaio di parole prima, ovvero che infondo questa alleycat, come penso sia stata pensata nella diabolica mente di Matteo, è di fatto una sorta di piccola “Roubaix a spirale” che si contorce per la città meneghina e via via ti fa percorrere tutti i principali tratti in pavé, qualcuno più scorrevole, qualcuno corto, ma anche qualcuno pesante, sconnesso, lungo, impossibile. Ecco, stante il paragone, qui (da piazza alla scala giù per tutta via torino – via correnti – corso genova) siamo in piena foresta di Aremberg, dove un qualsiasi errore non viene perdonato, dove un guasto alla bicicletta di fa rimanere lì ad aspettare un ammiraglia che non arriverà mai, dove un calo di concentrazione, anche minimo può essere fatale, visto che qui a complicare il tutto ci sono anche le maledette rotaie del tram e dove, infine, se la gamba non è quella giusta e la presa sul manubrio non è ben salda, i pochi kilometri da fare diventano oltremodo massacranti e maledettamente infiniti…. con me oggi la nera foresta è stata buona, sarà anche il set-up della bici azzeccato in pieno (ruote basso profilo, gomme extralarge, rapporto agile, pedali automatici) e quel giusto mix di esperienza-allenamento-culo, ma alla fine arriviamo al verde ponte dove anche far le scale a salire e a scendere con la bici in spalla (deja vù pazzesco del mio primo inverno passato a far ciclocross…) non è affatto un grosso problema.

Il resto ormai è (quasi) roba facile, ci resta solo da fare un bel tratto di circonvallazione dove mi improvviso una specie di Tom Boonen dei poveri e mi metto davanti a tirare per tutto il tratto, fatto così tante volte nel mio passato milanese e che oggi scorre sotto i copertoni come il velluto, e mi sento con i conti a posto a faticare a testa bassa e tenere tutti dietro di me a godere della scia; loro infondo ci hanno messo la testa e la conoscenza della città come solo chi fa 70-80km in giro tutto il giorno (5 su 7, estate/inverno) può avere e gli ultimi check ed il traguardo sono talmente limpidi nelle nostre menti che arrivano ancor prima di quanto mi immaginavo.

Il traguardo di via Conchetta è raggiunto con quasi 20 minuti di anticipo sul tempo limite, siamo di fatto il secondo gruppo arrivato, e poco importa se io a differenza degli UBM boys ho saltato a piè pari i due check da 5 punti ciascuno, la soddisfazione di aver corso in quel modo fino alla fine è superiore. I freddi numeri di cronaca diranno decimo assoluto e terzo tra gli out of town.

qui l’intero mio percorso.

arrivo

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La festa di fine gara è rilassata e piacevole, come lo è stare tra amici che sembrano essere amici da sempre e che mi dimostrano, ancora una volta, che la semplicità di una bici a cui manca quasi tutto, alla fine ti dà molto di più di quanto tu possa pensare, anzi è proprio pedalando su di una bici senza niente che alla fine molti di noi hanno trovato un nuovo punto di vista da cui osservare e qualche volta capire un po’ del mondo che gira intorno a noi.

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I’m a fakenger – Marco Cremascoli Portfolio

I’m a fakenger – Marco Cremascoli Portfolio.

quello che sta diventando uno dei miei fotografi preferiti, sa dare un tocco di poesia a tutto quello che passa tra le lenti delle sue macchine.

In più si parla di un ragazzo (ma ache di un amico) che ha fatto della sua passione un lavoro, con tutti i lati positivi/negativi che questo comporta…senza mai mollare la presa su due pilastri fondamentali:

dignità e coerenza.

buona lettura (è in inglese…dai che lo sapete….)

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