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della mia allergia ai “best of”

Molto probabilmente è un problema tutto mio, ma non riesco a digerire i best of, le raccolte di…il meglio del meglio…

Nonostante iTunes e tutto il sottobosco che c’è in rete, dove a primeggiare sono le canzoni, i tre minuti e qualche cosa che devono per forza colpirti, altrimenti il fallimento è irrinunciabile, sono profondamente legato alla forma-album. L’album è un libro scritto in musica, un racconto con una serie di capitoli, conseguenza naturale è che tale racconto ha senso solo se letto dall’inizio alla fine, tutto di un fiato, possibilmente. 

Certo, capita di trovare il brano più noioso e la tentazione di premere quell’amato/odiato tastino con i due triangolini è sempre più forte…personalmente aggiro il problema preferendo il vinile (aridaje…) e il telecomando del lettore cd non ce l’ho, quindi limito in senso buono la mia libertà di scelta e cerco di tenere viva l’attenzione anche nelle parti “transitorie” di ogni disco.

Molto spesso queste parti musicali secondarie ad un secondo ascolto restano ancora più impresse nella mente dei canonici ritornelli e inizio a trovarle assolutamente funzionali all’insieme del disco, che diventa ancora più interessante proprio per la sua complessità non ostentata.

Per non parlare dell’ascolto mischiato (leggi: shuffle-mode per che ne sa…), sovvertendo con inutile anarchia l’ordine dei brani, alla quale l’autore (dovrei dire l’artista, ma è troppo abusato il termine…) ha dato criterio, ha speso tempo ed energie per stabilire il corretto ordine ed equilibrio nella delicata architettura dell’album.

Ogni tessera del mosaico è arte solo in quanto parte del mosaico stesso, altrimenti è solo un sasso colorato, per quanto gradevole.

Quindi smettetela di guardare le pietroline, trovate il tempo necessario, anche se in questa epoca il tempo è il vero bene rifugio, e cibate la vostra mente di opere di senso compiuto. Vi avvicinerete molto di più alle menti (e forse ai cuori) di vostri musicisti preferiti.

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la vita scorre a 33 ⅓ rpm

è incredibile quanto faccia bene al mio equilibrio mentale il movimento circolare…il vederlo o il compierlo per un tempo sufficientemente lungo ha di per se la capacità di placare le ansie della vita di tutti giorni, per lasciar spazio ad un luogo-non-luogo, tutto mentale, dove vanno a sedimentare i ricordi che più mi restano impressi.

E se per quanto riguarda il pedalare e affini temo di avervi già tediato a sufficienza (o forse no…) oggi volevo parlare di quel meraviglioso strumento di riproduzione musicale che è il vinile.

Un cerchio di plastica nera, che è figlio del genio di Edison, ma che soprattutto parla di umano e non di macchina-automatica, parla a tutti i 5 sensi, con il piacere (che davvero sa renderti una giornata migliore) di guardare una copertina che è un piccolo quadro, scartare dal cellophane un album e sentirne il profumo di carta, cera, colla e pensare alle mani che l’hanno confezionato, per poi soffermarsi sui microsolchi, infinitesime ondulazioni custodi della musica stessa.

Sarebbe già un magnifico oggetto fin qui, invece ha anche la facoltà di suonare. Adoro le gestualità rituali che ormai il mio subconscio pone in atto con precisione chirurgica: estrarlo senza metterci le dita sopra, avviare il pesante piatto in metallo e metterlo sopra, aderente al sughero che separa i due freddi materiali, infine far cadere quel frammento di diamante che asseconderà in tutto e per tutto il volere della musica, andando a parlare direttamente al mio cervello in una lingua che non si insegna, si conosce e basta.

Nota tecnica: lo sbriciolare un’onda continua di per se come la musica, andando a sezionarla per 44.100 volte ogni secondo e per ogni punto rilevato assegnargli un numero binario, per quanto accurato sia il metodo e per quanto bene inganni il nostro orecchio, non me la sento di chiamarla musica…diciamo una rappresentazione quantica di essa, al limite.

PS: un vero dj deve saper usare i vinili, altrimenti è solo un intrattenitore da cocktail…

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