l’alluminio è morto, viva l’alluminio! prova del CAAD12 di @RideCannondale #cannondale

Dopo essere stato cavalcato, nel corso degli anni ‘90,  come la soluzione di ogni male in termini di materiale ad uso ciclistico, con il re Leone Cipollini che gli scaricava addosso i suoi quasi mille Watt di pura energia in volata, ora l’alluminio ha subito un doppio colpo quasi mortale, il primo con l’avvento delle fibre composite con la loro lavorabilità estrema e caratteristiche meccaniche di un ordine di grandezza superiori al metallo, poi con l’attuale grande ritorno dell’acciaio rigorosamente artigiano e su misura che vede una schiera di talentuosi telaisti al di qua ed al di là dell’oceano che stanno dando forse la spallata definitiva all’alluminio.

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Per fortuna, però, ci sono della case illuminate che hanno capito che è la progettazione a fare la differenza e non il solo materiale in se. Quindi si trovano sul mercato, purtroppo e per fortuna, ottimi e pessimi telai in tutti i materiali classici (tengo fuori il titanio perchè è da cicloamatori molto molto evoluti che raramente sbagliano acquisto). Restando nel campo dell’alluminio, c’è un modello che è definibile come la porsche 911 delle bici. il CAAD di Cannondale. Sempre in evoluzione anno dopo anno (Cannondale Advance Aluminium Design), ma sempre fedele ai suoi principi base: tubazioni oversize, grande cura costruttiva seppur all’interno di soluzioni industriali e non artigianali stanti i grandi volumi di produzione in gioco.

Ed è proprio questo modello nella fortunata declinazione CAAD12 (misteriosamente l’11 è stato saltato nei passi evolutivi del telaio) che ho avuto modo di provare per qualche giorno in maniera approfondita e della quale vorrei raccontarvi le mie personali sensazioni alla guida di questa icona del ciclismo su strada.

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L’equipaggiamento è quello di fascia media con l’ultegra 11v e le mavic aksiumm elite (abbastanza base per il lignaggio del telaio), una classica sella fizik R7 e la splendida guarnitura di casa Cannondale: la Hollowgram Si che a vederla dal vivo incanta, con corone da amatore evoluto (quale vorrei essere…) 52-36. Noto subito che il reggisella è molto esile, ed infatti è di soli 25,4mm in carbonio: questo perchè si affida al componente il compito dello smorzamento delle vibrazioni provenienti dalle asperità della strada e lavora in coppia con la forcella conica anch’essa full carbon e dalla geometria molto particolare, quasi esile a prima vista ma assolutamente ben ideata se analizzata per bene dal vivo.

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Osservare la bici da vicino è assolutamente una sorpresa per la cura costruttiva e le soluzioni progettuali intelligenti. Pur non essendo un fan dei cavi interni (la manutenzione mi piace farla da me…) apprezzo come è stato ideato il percorso del cavo del deragliatore posteriore, estremamente razionale ed anche protetto da eventuali urti. Colpisce ovviamente anche la dimensione oversize delle tubazioni idroformate del triangolo principale, accoppiate al movimento centrale BB30 tipico della casa americana (anche se ora potrebbero aprirsi ad altri standard come il press-fit e rendere così disponibile la loro guarnitura in aftermarket).

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015Il primo giro che faccio è il mio classico colle Braida, che conosco come le mie tasche, di modo da avere subito un raffronto annullando la variabile delle incognite di un nuovo percorso. Prima sensazione di chiara e precisa rigidezza del telaio. Me lo aspettavo, chiaramente, ma dove questa sensazione si fa più evidente è in salita, fatto questo che mi sorprende e non poco! Avrei pensato al CAAD come una tipica bici da gara a circuito ed invece mi trovo a soffrire meno (in proporzione…) proprio sui classici strappi in salita, anzi meglio: subito dopo questi dove ho modo di recuperare senza dover rallentare la pedalata. Efficienza è la definizione che meglio trovo calzante per il settore della salita. Questa caratteristica mi verrà confermata ancora per tutte le uscite con questa bici e come si dice: tre indizi fanno una prova! Altro aspetto particolare è la discesa. C’è da dire che rispetto al mio telaio, improntato al 100% sull’aspetto racing con il doppio angolo caratteristico di 74°, qui abbiamo uno sterzo molto più aperto, ovvero di 72.9°, che, abbinato ad una forcella conica con rake da 45mm, crea un connubio di estrema stabilità nei curvoni veloci. Nonostante non riesca a trovare un grandissimo feeling con le coperture della Mavic, il telaio e la bici in generale scende in piega trasmettendo grande sicurezza anche alle alte velocità ed in presenza di asfalto non perfetto (ecco, ditemi voi dove al girono d’oggi posso trovare un asfalto perfetto su strade locali e ci vado a pedalare subito!). Per contro la rapidità nei tratti tecnici non è fulminea come sulla mia bici, compromesso comunque accettabile, e con un po’ di dimestichezza, è sufficiente solo un po’ di risolutezza in più e la bici cambia traiettoria in modo molto sincero. Aspetto sorprendente la frenata, davvero d’eccellenza i freni Ultegra, nonostante le piste dei cerchi Mavic non siano certo lo stato dell’arte, anzi si avverta chiaramente il passaggio non ben raccordato del punto di saldatura del cerchio, ma ripeto una frenata del genere su ruote d’alluminio toglie qualunque voglia di desiderare tutto il peso e la complessità di un impianto frenante a disco (almeno a me di sicuro…).

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Ho cercato anche di fare un giro lungo, almeno per i miei canoni, per testare il confort della bici e confermare (o smentire) il classico spauracchio dell’alluminio = spacca schiena. Devo dire che il non bellissimo reggisella trovo faccia comunque un buon lavoro per tagliare una parte delle vibrazioni provenienti dalla strada. Piccola nota personale: non mi sono trovato benissimo con la sella. Benchè venga da anni di arione, classica sempre di casa fizik, questa che dovrebbe essere la sua naturale evoluzione è stata un po’ meno gradita dalle mie ossa ischiatiche, ma si sa che la sella è un fatto troppo personale per poterne trattare in generale.

Unico commento che mi sento di fare sul gruppo, oltre agli eccellenti freni di cui ho detto, è che continuo a non trovare all’altezza del resto la gestione del deragliatore anteriore, mentre per il cambio ad 11v tutto come da pronostico, silenzioso e preciso anche se da campagnolista incallito quale sono la cambiata multipla nelle due direzioni mi manca un po’.

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In definitiva posso dire che ho avuto per le mani una bici assolutamente improntata per le competizioni o per chi vuole “sentire” la bici da corsa in tutto e per tutto, ma anche (ed aggiungerei finalmente) accessibile e non scorbutica come i vecchi telai in alluminio. Ancora una volta il paragone calza con l’evoluzione del mito 911 Carrera, ora guidabile anche da chi non è avvezzo a gestire un controsterzo ma che ama il puro piacere di guida. Per il Cannondale CAAD12 siamo direi al massimo oggi ottenibile da un telaio in alluminio da strada. Rispetto alla versione che ho provato sono certo di affermare che si merita ruote di livello ben superiore a quelle del modello a montaggio medio in vendita: sapranno esaltare ancora di più gli aspetti racing di questa grande bici da corsa.

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3 commenti

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3 risposte a “l’alluminio è morto, viva l’alluminio! prova del CAAD12 di @RideCannondale #cannondale

  1. macpaolino

    hola riky, mi è scappata via la quinta stella, alle sette de matina ci ho i diti incriccati; indi, cinque stelle per il tuo test!🙂

  2. Fabio

    Posso chiederti che taglia hai comprato???e la tua statura??? Sono in dubbio tra 56 e 58 e nn capisco quanta differenza ci possa essere

    • non ho comprato! era in prova!! era una M ovvero 54.7 di orizzontale, e mi andava bene ma con un attacco manubrio da 100mm, di solito uso 54.5 con un 110 di stem.

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