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due banditi a scalare 21 tornanti, ricordando un #pirata ed un #eroico

In un anno dalla magica avventura del Ventoux sono successe tantissime cose, buone e meno buone…

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luciano-berruti-415122.660x368Partendo da queste ultime in un caldo agosto ci ha lasciato il Lucio, il primo eroico ma soprattutto la persona che fin dal primo sguardo di quei piccoli occhi luminosi sapeva trasmettere una passione immensa per il ciclismo, è andato ma ha lasciato profonde tracce non solo sulle strade bianche di tutto il mondo ma anche dentro di molti di noi.

007La parte buona è che, sia per me che per il mio inossidabile compagno d’avventura Stefano, è iniziata l’era dell’acciaio in tema scattofisso ciclistico. Ovviamente non poteva che essere acciaio Columbus, declinato in due modi diversi ma comunque parenti stretti: il suo un elegantissimo Fabrica Cycles verde satinato ed il mio, un Cinelli Vigorelli steel full black, che più lo guardo più scopro dettagli e particolari che mi incantano.


Entrambe le bici interpretano l’acciaio in chiave completamente moderna e, dal mio canto, posso dire di non aver mai pedalato una fissa così precisa e gestibile in curva come questa, davvero una spanna sopra tutto quando da me usato fino ad oggi e felice che l’avventura con questa bici sia appena all’inizio!alpe 013

Il viaggio, a lungo pianificato, verso Bourg d’Osians si svolge in una domenica d’inizio autunno che sa ancora d’estate. Se non fosse per i colori che sono dipinti sulle montagne ci sarebbe davvero da illudersi d’esser ancora in vacanza, ma quell’aria frizzantina che passa dal finestrino socchiuso ci acutizza i sensi ed al solito è bello confrontarsi e raccontarsi su tutto quanto accaduto in un anno intero, ognuno con le sue storie.

Nonostante sia giorno di festa, il paesino alle pendici dell’Alpe è un brulicare di sportivi di varia estrazione, anche se i ciclisti prevalgono! Una breve sosta a suon di zuccheri sintetici e siamo pronti a pedalare.

Ci scaldiamo per qualche minuto, per entrambi questa prima parte scorre via con ottime sensazioni e le gambe girano sempre molto agili. Sappiamo entrambi, anche se solo io ho scalato in bici da corsa un paio di volte la salita di oggi, che i primi due chilometri saranno l’ago della bilancia della giornata.

Difatti non appena ci lasciamo alle spalle la rotonda in pianura, bastano pochi metri ed è subito un muro di fronte a noi che si staglia, solido come il granito. Le forze sono ancora al 100% ma lo scricchiolio delle nostre pedivelle dichiara subito all’asfalto che lo sforzo è grande ed inversamente proporzionale alla nostra cadenza… ma non è intenzione di nessuno mollare, nemmeno di un centimetro.

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I riser, davvero oversize, aiutano molto in questa fase e spingersi avanti diventa quasi un muoversi in verticale, con gesti cadenzati e precisi che scandiscono la salita come un metronomo. E se di musica dobbiamo parlare, la nostra ascesa ricorda non certo un Andante, ma piuttosto un Largo… ben consapevoli che poi il rovescio della medaglia sarà un bell’Allegro in discesa. Ma andiamo con ordine.

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Arriviamo nella parte centrale della salita dove le cose, pur non essendo proprio banali, si fanno più accessibili. Ci perdiamo anche nei tornanti a legger i nomi dei corridori celebri che hanno fatto la storia di questa salita e, tornante dopo tornante, arriviamo sempre più in quota come in un’ascesa anche spirituale. Fino ad arrivare al tornante numero 3, dove il solo leggere il nome “Marco Pantani” manda un brivido giù per la schiena che è un distillato di anni di emozioni negli infiniti pomeriggi davanti alla TV a tifare e ad entusiasmarsi per le sue imprese e, nel mio caso, anche l’averlo visto una sola volta in azione dal vivo è un qualcosa che non dimenticherò mai.

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Ma dopo questi ricordi, è subito tempo di emozionarci per il nostro, piccolo/grande, traguardo, siamo in cima! L’aria è pungente, non c’è praticamente nessuno nei paraggi e vedere anche tutti gli appartamenti con le imposte serrate rende tutto quasi surreale. Eppure ci siamo, in poco più di 13 chilometri siamo saliti di 1100 metri e siamo in un tempio del ciclismo moderno ma ce lo siamo guadagnato come erano costretti a fare i corridori di inizio ‘900, ad un solo rapporto e con bici ben più pesanti delle nostre.

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alpe 058In ricordo di Luciano Berruti siamo saliti con la sua proverbiale fascia rossa al braccio, a supporto dell’associazione a lui cara che si occupava della ricerca contro la distonia. Una di queste fasce l’abbiamo voluta legare al palo del cartello dell’Alpe d’Huez a ricordo e testimonianza di quanto la passione e l’impegno possano muovere nelle singole coscienze delle persone che sanno ascoltare.

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La seguente sosta al bar è d’obbligo, stante l’orario e le calorie bruciate. Il locale, dichiarando da subito la sua vocazione bike-friendly, ha una maxi sbarra all’esterno dove appender le bici e accostiamo le nostre di fronte al tavolino dove ci gustiamo quella che mi sembra la bibita più buona del mondo ed un panino al prosciutto che nemmeno Cracco potrebbe preparare così bene.

Qualche sguardo degli altri ciclisti, numerosi e pressoché tutti non francesi, ci fa divertire, con quel misto di incuriosito, ammirato ed indispettito che genera ancora il vedere una bici da pista in montagna.

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Ed ora via con la discesa. Il clima ancora mite, anche in quota, ci permette di non esagerare con il vestiario e di affrontare la seconda parte della giornata del tutto a nostro agio. Per la prima volta riesco anche a godermi appieno la folle bellezza di una discesa senza i freni. Complice la strada che pare quella tracciata sulla neve fresca da uno snowboarder, il susseguirsi dei tornanti scandisce un ritmo perfetto tra le fasi di puro controllo della bici e skiddate lunghe in approccio agli stessi hairpin. Il gioco diventa subito sin troppo divertente e vien voglia di ritardare il bloccaggio della ruota per gustarci l’ingresso in curva con la bici leggermente di traverso e le narici piene dell’odore acre di gomma bruciata. Torniamo bambini e il gioco a chi “sgomma” più lungo lascia attonito qualche gruppo di ciclisti in salita e qualche passeggero delle poche auto che ci superano scendendo.

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Se per caso dovessimo rifarla in una delle prossime stagioni, oltre al prezioso supporto di Cinelli/wingedstore si renderà necessaria la sponsorizzazione da parte di qualche brand di copertoncini!

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L’ultimo tratto, nonostante la pendenza, spaventa ora molto meno e l’ampia visibilità ci consente di mollare il controllo della pedalata e far girare vorticosamente le gambe trascinate dal movimento delle pedivelle. Arrivo a leggere una cadenza di 130 pedalate al minuto che in quel momento mi fa sentire come sulla punta di un treno lanciato in corsa sui binari, la sensazione è stupenda perché si affianca a quella di avercela fatta anche questa volta a compiere quello che è la nostra impresa annuale. Impresa che, oltre ad unire un’amicizia separata solo da qualche centinaio di chilometri, riesce ogni volta a farci fare un tuffo ancora più profondo in questo mare splendido che è il “nostro” ciclismo.

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Settembre, il mese delle #criterium a #scattofisso

Beh, quest’anno è stato strano per tutta una serie di fattori, non ultima tra le stranezze quella di non aver corso, per ora, nessuna criterium con la bici da pista… ma ho tempo e modo per rimediare…

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… Si inizia subito ovviamente con il top di gamma, dopo le prime due tappe che hanno visto battaglie epiche in condizione anche limite, ecco la tradizionale reedhook di Barcellona! quest’anno sarò alla finestra, diciamo, ma è sempre bello seguire le gesta di quelli che oramai sono atleti di primissimo livello sfidarsi nel circuito più tecnico della stagione, ne vedremo delle belle!

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crit_rhoNemmeno il tempo di far raffreddare le gambe, proprio il 6 settembre, una prima infrasettimanale di prestigio. Grazie alla perfetta organizzaizone di scattofissoCrew (Lissone vi dice nulla?) ci sarà la prima edizione della SDC Biringhello Crit in quel di Rho (MI) con un percorso tecnico dove tirar fuori tutte le skills da specialista

Il 9 una concomitanza fissa la tradizionale National Mutarde crit di Dijon con la tappa conclisiva del trofeo criteriumitalia in quel di Varano, come si divideranno gli alfieri dello scatto fisso?

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Altro infrasettimanale con un classico dei classici: la cirterium Tremens al parco Lambro, ormai il tempio conclamato della velocità milanese. Un circuito classico della quale conosco anche i sassolini, ed unica l’atmosfera che si respira nel parco!

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Arriviamo ad una delle più belle del panorama nazionale, il 23 ci sarà la criterium del ponti a Pogliano milanese, ed è un circuito che miscela alla perfezione velocità, tratti tecnici e porzioni in pavè come una classica crit urbana deve avere. L’organizzazione brianzola non ha mai sbagliato un colpo ed in poco tempo è diventata uno degli appuntamenti più prestigiosi della stagione. Neanche a farlo apposta è da sempre la gara in cui le mie gambe girano meglio e riesco sia a divertirmi sia a fare una ottima prestazione, non si può mancare!

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Il mese si chiude con il botto, proprio nella mia Torino. Al 30 di settempre ci sarà la prima edizione del “god save the cyclists” all’interno del parco Ruffini per quella che si presenta come un’altro grande appuntamento del calendario. Il percorso è selettivo e non sarà facile indovinare il rapporto ideale per essere veloci in tutti i settori. Il tutto supportato da un’organizzazione nuova e dinamica che è anche base ad un progetto importante per la sicurezza di chi tutti i giorni si move o si allena in bici sulle strade!

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https://www.youtube.com/watch?v=aeaOpAphE0s

Arriverà poi l’ottobre della ottava redhook milanese ma questa, per ora, è un’altra storia, ma ho la bici nuova da testare a fondo!

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Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

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La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

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In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

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Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

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Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

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Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

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Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

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Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

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Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

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Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

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Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

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Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

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Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

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Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

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Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

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L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

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Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

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