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La #gravel race più bella e faticosa dell’anno rinnova la sua magia: #LodiLeccoLodi 2015

Anche se è un po’ una frase fatta, sono convinto che questa gara, nonostante sia solo alla terza edizione, si possa ormai annoverare tra le grandi classiche del panorama ciclistico-alternativo italiano e direi quasi europeo.

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La giornata promette subito bene, ho avuto modo di dormire a casa di Andrea a Milano e partiamo alla volta di Lodi tutto sommato riposati e con una bella provvista di barrette e zuccheri per la giornata che si prevede intensa sia dal punto di vista fisico che mentale.

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Andremo infatti ad affrontare 163km di strada quasi tutta sterrata, a partire da Lodi, risalendo le alzaie dell’Adda e su fino a Lecco per fare il giro del lago di Garlate e poi giù in picchiata di nuovo fino a Lodi, con l’ultimo tratto che costeggia il canale Muzza.

Lo scorso anno mi ha conquistato questo percorso e lo spirito con cui 40 ciclisti ognuno a suo modo hanno interpretato la gara. Andrea è alla sua prima esperienza in una gravel ed è super entusiasta gambe comprese che vengono da un’esaltante avventura per l’intero percorso del giro delle Fiandre,  quindi sarà un osso duro per tutti quelli che hanno ambizione a “fare la corsa”.

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Al ritrovo noto subito tante facce amiche alcune delle quali non vedo proprio dalla scorsa edizione… ma soprattutto siamo tanti, tantissimi di più! L’organizzatore mi confermerà poi addirittura di 115 partecipanti che è davvero tantissimo e segnalano la vera esplosione sia di questa gara sia del fenomeno “gravel race” in generale in quanto capace di avvicinare tanti appassionati dato che il tipo di bici quasi non conta. Questo è anche uno degli aspetti unici della gravel: alla partenza c’è di tutto, la maggioranza sono bici da ciclocross con i rapporti, ma è un fiorire di singlespeed, mtb sia da 29” che a 26”, bici da viaggio, vecchie bici da corsa con gommature generose e addirittura anche una bici da pista a scattofisso che si rivelerà una delle sorprese della giornata.

Partiamo abbastanza puntuali ed i primi chilometri sono piacevoli e sereni: siamo all’inizio di una avventura e si respira nell’aria la voglia di stare bene e di divertirsi pedalando. Dopo pochi chilometri già il paesaggio è del tutto agreste, con il fiume placido alla nostra sinistra e gradualmente ma inesorabilmente il gruppo che inizia ad allungarsi in fila indiana, sia per percorrere al meglio la stradina sterrata, sia per il fatto che l’andatura si sta alzando decisamente in anticipo rispetto allo scorso anno. Ma ogni gara è una storia scritta in un differente capitolo dello stesso libro del ciclismo  e quindi inutile lamentarsi o recriminare, testa bassa e anche io mi dirigo quanto più possibile verso la testa del gruppo.

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Ritmo alto, ma sostenibile e sento sassi e polvere della strada scorrere via veloci sotto le mi e ruote: una bella sensazione, come se risalissimo l’acqua del fiume al nostro fianco invece di spingere sui pedali delle nostre bici. Al momento tutto mi pare leggero, l’attenzione la riservo tutta per guidare al meglio, le gambe invece fanno il loro lavoro come se avessi inserito il pilota automatico.

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Cambia il paesaggio. Dopo la classica incursione all’interno della stazione di Cassano d’Adda, dove mi resterà impressa la sinfonia di ticchettii delle scarpe da ciclismo all’interno del sottopasso sotto gli sguardi stupidi dei passanti, siamo ora nella gola del fiume. Questa è la parte più emozionante del percorso, tra chiuse leonardesche e centrali idroelettriche dei primi del ‘900 attraversiamo paesaggi incantevoli, incorniciati anche da ponti in ferro dell’epoca d’oro delle costruzioni, che ci sovrastano con la loro maestosità, come archi di passaggio verso terre da esplorare.

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I chilometri passano veloci, tutti riusciamo comunque ad alimentarci bene e a incamerare la nostra benzina a forma di zuccheri. Facciamo una prima sosta per riempir le borracce e svuotare le vesciche.  Un altro aspetto insuperabile delle “nostre” garette è che in questi frangenti a nessuno passa nemmeno per la testa di provare a scattare o allungare su chi si è fermato, non avrebbe senso, non sarebbe etico e rispettoso del ciclismo stesso e questo nobilita ancora di più quello che siamo qui oggi a fare con spirito cavalleresco e di amicizia, dove competizione non fa rima con sopraffazione.

Mi balza in mente un pensiero: “cavoli, ma siamo già al giro di boa?!”. In effetti l’andata è volata via ed il ritorno promette emozioni ancora maggiori dato che tecnicamente saremo in leggera discesa e sicuramente qualcuno si inventerà qualcosa per animare la gara. Siamo ora un plotoncino di 11 corridori, piuttosto omogenei e conosco praticamente tutti. Mi sento al sicuro in un certo senso.

Arriviamo a superare il centesimo chilometro. Già di per se questa distanza è un simbolo: fare centomila metri tutti in fila in sella non è cosa banale, su queste strade ed a questa andatura ancora meno. Ma ora mente e corpo sono settati (lo so che è una brutta parola, perdonatemela) sulle 100 … miglia… quindi gioco un po’ di rimessa, cerco di stare il più possibile a ruota ed a tratti di godermi anche un po’ la pedalata che rimane bella da togliere il fiato.

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Nemmeno il tempo di elaborare tutto questo che accade l’episodio clou della giornata. Con una eleganza che da sempre gli appartiene il buon Jacopo del team Legor si alza sui pedali ed esce a palla di cannone dal gruppo. Primo pensiero (di molti, me compreso): “dai, è uno scherzo, ora si volta e vede se ridiamo o meno e poi si prosegue così, insieme”. Nient’affatto. Questa è una di quelle azioni che farebbe saltare sui divani gli appassionati se fosse una gara pro tour. La testa, le gambe e la follia di provare una fuga a sessanta chilometri dal traguardo e un qualcosa che letteralmente annichilisce il nostro gruppo. Dopo qualche istante di esitazione che a me pare eterno vedo Andrea lanciarsi all’inseguimento, con lo stile che gli è proprio: niente scatto secco ma una progressione micidiale da seduto in sella, in un attimo prende distanza dal gruppo e via via accelera ancora fino a candidarsi come primo inseguitore. A questo punto, con un abile ma leale gioco di squadra,  Marcello (il Lolly) si mette davanti ai restanti e fa ragionevolmente calare l’andatura, permettendo la creazione di un buon margine di terreno per i primi due. Ci guardiamo tra noi: dobbiam decidere il da farsi. Siamo in bilico tra il restare passivi o rischiare lanciandoci all’inseguimento; potrebbe andare bene come male, stiamo tirando i dadi della corsa. Ci pensa proprio il buon Marcello a scacciare i pensieri per passare all’azione. Parte anche lui, pedalata fluida e potente. La mia posizione è congeniale, non dò retta alla mia parte razionale e mi lancio al suo inseguimento tentando il tutto per tutto. Non mi volto, spremo le mie energie per portarmi il più possibile alla sua ruota. Ma Marcello è più forte, porta la sua bici (una slpendida Legor, che di fatto vuol dire lepre…) ad accarezzare leggera e veloce quelle che dovrebbero essere stradine fatte per passeggiarci. Rimane avanti a me di qualcosa come trenta metri, ma pian piano questo gap aumenta, mentre diminuisce il suo su Andrea e Jacopo.

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Sono rimasto da solo. Anzi no. Arriva a darmi manforte, reale e psicologica, un ragazzo che per ora non conosco, su di una Cinelli Zydeco che sembra avere una condizione ed una lucidità migliore della mia al momento. Basta un’occhiata per capire che collaboreremo, ognuno per la sua parte. Ora l’obiettivo è provare a rientrare sui primi tre. Ce la metto tutta, ma dopo interminabili minuti a tutto gas le mie gambe gridano alla parte irrazionale del mio cervello di darmi una calmata, ora! Il classico “shut up legs!” mi funziona non troppo bene e devo per forza calare il ritmo. Mi si para di fronte il monolite dei –50km all’arrivo, sono tantissimi cinquanta chilometri, ora si deve giocoforza passare al piano B: arrivare interi al traguardo. Mentre ragioniamo di questo sbuca come dal nulla il mio amico Paolo, il più pazzo dell’intero parco ciclistico di oggi. Lui oggi corre con la stessa bici che usa quando ci sfidiamo nelle criterium a scatto fisso: ha una bici da pista, scatto fisso, freno anteriore e gomme da 28mm stradali. Un pazzo, attitudine fantastica con un unico credo: “l’importante è pedalare forte!”.

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Ora che siamo un trio mi sento molto meglio, ho la sensazione che tutto filerà liscio ed arriveremo a Lodi nel migliore dei modi. Nonostante i nostri GPS facciano un lavoro egregio e determinante, ogni tanto incappiamo in qualche piccolo errore di percorso, ma ci aspettiamo, collaboriamo, ormai più con le parole che con le scie dato che l’andatura è sensibilmente calata. Ma la mente sta meglio del corpo è questa è da annoverare comunque tra le notizie positive.

L’ultima crisi mi colpisce duro ai meno venti dalla fine, dove lo sterrato è il più difficile, molto sassoso, pieno di buche e non concede nemmeno una tregua per poter bere dalla borraccia. Passo il mio momento peggiore, ogni minima variazione del ritmo dei miei due compagni mi fa sentire al limite come un elastico teso, pronto a saltare da un momento all’altro. L’unica cosa da fare è stringere i denti e far comandare la testa, in qualche modo il resto mi ubbidirà.

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Cerco di concentrarmi sulla bellezza del canale Muzza e non pensare a quanto mi senta allo stremo delle forze. Finalmente l’agonia finisce ed arriviamo al tratto in asfalto che attraversa Paullo, quell’asfalto mi pare liscio come il velluto e mi godo il riposo di braccia e mani, nel frattempo Paolo con la sua fissa balza avanti a tirare con la sicurezza del suo navigatore che ci traccia la rotta, mi riprendo un po’. La ripresa definitiva accade quando leggo 9.5km all’arrivo: vedere quel numero ad una sola cifra ha un effetto migliore dell’ultimo gel di zuccheri che ho appena trangugiato. Riprendo coraggio e fiducia nelle mie possibilità, le gambe sembrano aver captato  i miei pensieri e oso anche fare l’andatura per qualche tratto. A Casolta abbandoniamo definitivamente la vicinanza delle vie d’acqua che ci hanno tenuto compagnia per l’intera giornata, entriamo nell’ultimo tratto che è un divertente singletrack tutto da guidare in presa alta che sembra quasi di essere in sella ad una mtb.

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E’ fatta, ci guardiamo negli occhi in tre e conveniamo che non abbia senso fare la volata per il quarto posto, sapremo poi che anche i primi tre non hanno sprintato e va più che bene così. Il valore di ciascuno dei corridori nelle nostre gare si misura per tutto l’arco della corsa e non in base ad un elenco stampato su di un foglio A4, probabilmente una delle magie della Lodi Lecco Lodi è anche questa, applaudire tutti quelli che tornano sorridenti alla cascina dove erano partiti al mattino per questa splendida avventura. Al prossimo anno!

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la #MiTo in fissa sta alla Sanremo come la #LodiLeccoLodi sta alla #Roubaix–la mia prima gravel race

Hey c’è una gara nuova, una bici adatta ce l’ho e allora perchè non provare? Bando alla noia e mi imbarco nella mia prima gravel race, che nemmeno a farlo apposta è la più dura e (diventerà) prestigiosa del panorama ciclistico amatorial /alternativo italiano: Lodi Lecco Lodi o più semplicemente LLL.

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La sfida è di quelle toste già sulla carta, sono 165km già lunghi al solo pronunciarlo, ma il cuore della gara sta nel fatto che di questi circa 140 sono su sterrati, alzaie, sentieri… in una parola gravel. Detto così suona strano ma gravel fa rima con libertà, sia nella scelta della bici sia nel modo in cui si può interpretare il percorso, dalla gita alla gara senza esclusione di colpi… sceglierò quest’ultima ma non mi reputo certo migliore di chi ha fatto una splendida gita di 8-9 ore in mezzo a paesaggi stupendi.

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L’acqua caratterizza il percorso, dal lungo Adda, al naviglio della Martesana, al lago di Garlate e ritorno. La stessa acqua che è proprio il simbolo del progresso della civiltà umana, dalle vie di navigazione, ai mulini fino alle centrali idroelettriche il percorso è anche di una portata storica fuori dal comune, oggi ancora dolorante ma felice mi rimane la voglia di approfondire su tutto quanto quel territorio è capace di raccontare. Per il momento provo io a raccontarvi la mia gara.

Mi ritrovo puntuale al parcheggio indicato da Damiano, l’immenso organizzatore che nulla ma proprio nulla ha lasciato al caso. Iniziano ad arrivare le prime auto e mi parcheggio di fianco ad un ragazzo che sta scaricando la sua bici da ciclocross come la mia; di lì a pochissimo scende da un camper un signore un po’ più in età di noi ma a veder le gambe si direbbe molto tonico. Senza saperlo (combinazione davvero incredibile) ho già davanti il podio, ma andiamo con ordine.

014Apre il luogo del ritrovo, un locale all’aperto davvero gradevole di quelli dove respiri aria di famiglia appena ne varchi la soglia. Le procedure di iscrizione sono la cosa più semplice e lineare del mondo, si registra il tuo nome su di un foglio, fine. Aspettiamo qualche ritardatario, rimiriamo bici di tutti i tipi, dalla ciclocross agonistica alla monster cross, alla mtb anche in declinazione fat-bike, a bici da corsa d’epoca belle e semplici a qualche folle (peggio di me) con bici a scatto fisso, qualcuna anche senza freni in bilico tra il puro hardcore e l’assetto da armata Brancaleone.

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Ribadisco, e ne avrò altre mille conferme, che l’organizzazione non ha lasciato nulla al caso: oltre al blog dove si racconta che tipo di gara è una gravel, si chiarisce nei minimi particolari il regolamento, si fornisce un completissimo road book ed una traccia gps da caricare sui cicloPC moderni, tutti i partecipanti hanno ugual importanza, si aspetta qualche ritardatario e in classico stile MiTo i primi chilometri sono una passeggiata dove ci si sacalda, si chiacchiera, si ascolta la bici per capire se anche per lei è una giornata buona. Questa prima parte di gara è splendida anche perchè, al  pari della MiTo, ti fa prendere consapevolezza della bella esperienza che si sta per affrontare, in tanti, tutti differenti e tutti contraddistinti da una incrollabile passione. Nessuno lo fa perchè ha ordini di squadra, nessuno si aspetta ricompense o premi, il prestigio è già nell’essere lì con il sorriso sulle labbra consci di essere capaci di affrontare a proprio modo una gara sulla carta massacrante su strade bianche e sterrate.

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Dopo poco, infatti, la gara si fa Gara: chi vuole interpretarla al massimo delle sue possibilità è pregato di farsi avanti ora o restare nel gruppo dei festosi. Decido di provarci. Mi aggrego a due ragazzi in mtb che menano come dei dannati, in qualche occhiata repentina al garmin leggo 31-33km/h e penso “hey, è un ritmo insostenibile anche per solo 50km, figuriamoci i 145 che ancora mancano!”. Ma siamo in ballo, inutile lanciar la sfida e mollare subito… mano a mano vedo il gruppo di testa avvicinarsi, altri 3 allunghi e siamo dentro. Mi affianca il ragazzo che aveva parcheggiato di fianco a me, Jacopo, lo vedo pedalare e capisco subito che è un di quelli “buoni”, mi guarda e mi dice semplicemente: “benvenuto”. Questo mi resterà in testa per tutta la gara ed è qui anche oggi a farmi compagnia. Quel “benvenuto” detto così in quel momento è stato più efficace di una dozzina di barrette energetiche, sta a dire benvenuto nella corsa vera, benvenuto al massacro, benvenuto ad altri 140km di polvere buche e sofferenza, benvenuto tra chi vive per la bici in tutte le sue forme, benvenuto in una gara non comune, benvenuto in un oceano di insidie, ti potrai concedere una distrazione solo tra 5 ore abbondanti, quando avrai superato la linea d’arrivo. Sarà esattamente così.

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Si arriva ben presto ad un primo ostacolo: il ponte bailey che consentiva l’attraversamento dell’Adda dopo 5 anni di servizio è avviato alla demolizione, iniziata 3 giorni prima! Niente panico, qualcuno del posto conosce bene la zona, ci dirigiamo attraverso i campi navigando a vista, fino alla ferrovia, la attraversiamo e proseguiamo lungo questa fino alla stazione di Cassano passandoci proprio dentro, sottopasso pedonale incluso. In questa fase nemmeno mi accorgo che tre tra i più esperti corridori ne hanno approfittato per fuggire solitari verso Lecco. Rientrati sullo sterrato il mio neo amico non ci sta, provare a riprendere i fuggitivi è un obbligo morale e inizia a dettare un ritmo altissimo. Dove il fondo e buono viaggiamo con una velocità di crociera attorno ai 35km/h, non sono ammessi cali di attenzione, anche solo bere dalla borraccia va pianificato con cura.

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Dopo diverso tempo si unisce a noi Emanuele, mi sembra sbucato da dietro un albero, fresco come una rosa, con la sua singlespeed ed un colpo di pedale efficacissimo, sembra non far fatica, anzi ci incita dicendo che i fuggitivi non son poi così lontani, si alterna davanti a tirare tenendo un passo altissimo e si concede anche il lusso di farci le foto: un vero manico!

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Cinquanta chilometri di assalto all’arma bianca attraverso paesaggi via via diversi e sempre incantevoli dove si alterna il fascino della natura ad altrettante suggestive tracce tangibili dell’ingegno umano, dall’altissimo Leonardo da Vinci, a mirabili ponti alle prime centrali idroelettriche d’Italia, belle da sembrare castelli medioevali. Mi imprimo immagini stupende nella memoria insieme ad una cantilena del tipo: “qui ci devo tornare, qui ci devo assolutamente tornare, magari con più calma…”

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Come un miraggio che si materializza rientriamo sui tre fuggitivi, loro non la prendono benissimo, ma tant’è. Ora siamo in otto ed il lago di Garlate è oramai in vista.

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Il giro del lago è tutto su pista ciclabile, certo scorrevole ma di fatto il tratto più carico di insidie, come tutte le piste ciclabili della nostra piccola italia: gente che passeggia a piedi, che fa zig zag in bici, cani a zonzo, podisti con le cuffie nelle orecchie che li isolano dal mondo esterno… insomma, cento occhi ma tutto fila (quasi) liscio… Il quasi è perchè senza cause esterne due corridori si toccano tra loro e finiscono inevitabilmente a terra. E’ una gara ma siamo anche appassionati che conoscono cosa significhi assaggiare la durezza di una caduta, ci fermiamo tutti. Chi ha avuto la peggio nel volo ha un po’ di escoriazioni e botte ma non avverte segnali peggiori, anche la sua bici è ok. Dopo qualche minuto dove approfitto per la classica sosta “idrica” è lui stesso a dirci di proseguire perchè lo farà anche lui fino a Lodi, solo con un ritmo più blando (e sarà effettivamente così, davvero eroico).

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Si inizia a ridiscendere verso sud, son riuscito a bene e ad alimentarmi, la stanchezza compare ma accompagnata da buone sensazioni, siamo in 5 dopo un po’. Emanuele mi dice: “ormai se sei arrivato fin qui vai con loro fino all’arrivo” non gli dò troppo peso perchè una foratura od una scivolata son sempre dietro l’angolo, ma quella frase unita al “benvenuto” iniziale mi dona una carica pazzesca, mi sento dannatamente bene.

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Poco dopo aver pensato che una foratura potrebbe farmi perdere la testa della corsa e proprio Emanuele vede l’anteriore perdere di pressione progressivamente, sapeva che non avrebbe potuto arrivare fino a Lodi per impegni personali, ma così presto proprio no. Quasi ci ordina di proseguire e di scannare fino alla fine, lo ascoltiamo. Siamo in quattro e siamo quelli che si giocheranno la vittoria finale.

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Non avverto la lieve pendenza favorevole che ci fa pedalare nella stessa direzione dello scorrere delle acque ma ciononostante i chilometri passano veloci, il ritmo è sempre notevole ma non più indemoniato come la risalita della corrente, c’è anche negli altri la consapevolezza di avere nelle gambe una buona prestazione.

Il percorso per fortuna prevede gli ultimi 30km diversi da quelli (tecnici e complessi) dell’andata: si deve costeggiare il canale Muzza fin quasi dentro Lodi, semplice… a parole.

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Ci troviamo a centellinare l’acqua e a scambiarci la borraccia, come fossimo compagni di squadra. Io ne ho ancora un paio di sorsi ma alla domanda di Jacopo non ci penso nemmeno un istante e gli sporgo la mia acqua in uno dei gesti più classici e popolari del ciclismo, di quello che ancora piace a tutti.

I tratti lungo il canale non sono scorrevolissimi. Ora ogni buca è una frustata sulla schiena. Ad un tratto compare l’argine in calcestruzzo con un cordolo a bordo canale di nemmeno 30cm, ci saliamo su tutti, la cautela è sempre al massimo e mantenere l’attenzione sempre più difficile, ma per contro la scorrevolezza di quella superficie è una manna. Il canale negli attraversamenti delle strade ha la classica sbarra che impedisce l’intrusione delle auto ma consente il passaggio di pedoni e bici. Questo diventa un’arma nelle mani, anzi nelle gambe, di Jacopo che parte con degli allunghi per fare ancora una ulteriore selezione da corridore vero qual è. Uno…due….tre, alla terza accelerazione resto attaccato solo per forza di volontà, con le unghie e con i denti. Mi volto e Matteo, il quarto, non c’è più. Il podio è già tutto qui.

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L’ultimo tratto di sterrato nel bosco corre via facile, meno sassoso e superficie dura e veloce, in un attimo siamo sull’asfalto e mancano due soli chilometri. A nostro modo iniziano i giochi di sguardi per capire chi ha ancora l’ultima cartuccia e chi no, chi vuol fare la volata e chi no. Il bello è che non ci si guarda in cagnesco, ci si studia certo ma si avverte il puro piacere della competizione del gioco assurdo di voler fare uno sprint conclusivo perchè 163 chilometri di fatica povere e sudore non sono stati ancora capaci di selezionarne uno solo. La gioia di avercela fatta si alterna alla voglia di mettere anche la ciliegina su una torta dal sapore unico e dolcissimo. L’esperienza di Marcello Lolli salta fuori in tutta la sua classe: nemmeno il tempo di realizzare  e ci ha preso sei metri buoni, proviamo ma abbiamo l’evidenza che ci dice che il vincitore quest’anno ha una maglia rossa e una gamba stellare unita ad una testa fredda e lucida nonostante le sei ore di fatica!

Io studio Jacopo, ormai voglio tener fede al trend dell’anno dei miei compagni di squadra e stampare un altro 2 sul ruolino di marcia. Un po’ di gare in pista qualcosa mi hanno insegnato, non mollo la ruota e sul viale d’arrivo provo la volata con il suo punto d’appoggio. Via, non mi volto fino al cortile dell’arrivo, ma lo scatto va in porto e sono secondo e felice!

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Mi resterà dentro questa gara come tutte quelle che sono nate così, dalla fantasia e dalla curiosità di chi fa della bici uno stile di vita e ha voglia di condividerlo nella maniera più semplice  e antica attraverso la pura e sana competizione.

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Corriamo di notte, per evitare di abbronzarci a pezzi. Le mie #criterium #race a #scattofisso

La domanda, vista la situazione dal di fuori, potrebbe essere la classica: “ma chi te lo fa fare?”

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Eppure lo fai, continui a farlo, recitando un rituale tanto consueto quanto sempre differente, con mille sfumature difficilmente apprezzabili da chi vive la cosa solo superficialmente. Se fai questo perchè semplicemente, va di moda, ti stuferai ben presto.

Invece io, e molti altri a cui sono legato, siamo ancora qui, a fare centinaia di chilometri con la bici nel bagagliaio e mangiare panini sciatti in autogrill, non per raggiungere dei locali da aperitivo o delle discoteche alla moda, ma per trovarsi solitamente in zone industriali semi-abbandonate, dimenticate al punto da esser diventate una risorsa per chi fa del ciclismo non un hobby e forse nemmeno una passione in senso stretto, ma un vero e proprio modo di essere, un approccio trasversale che ci porta a voler esplorare aspetti spesso nascosti ai più.

Non servono bici stratosferiche, carbonio, titanio e accessori al top. Servono delle “semplici” bici da pista, con nulla più dello stretto necessario, ma assolutamente a punto, un solo dado mal stretto e non solo si compromette la gara, ma l’incolumità stessa di chi corre. Poche cose, ma tutte fondamentali, così come fondamentale utilizzare il rapporto giusto tra corona e pignone, funzione di tante cose: del tracciato, della condizione, del tipo di gara che si vuol fare e delle proprie caratteristiche fisiche.

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Si accelera, si cambia marcia e si frena con le gambe, ma questo credo che se siete qui a leggere da qualche tempo già lo sapete, giusto?

Tutto è nato da quella cometa precipitata a Milano nell’ottobre 2010, dove per una serie di combinazioni, tutte a mio favore, mi ritrovai nella prima criterium gara a circuito cittadino riservata a bici da pista (e non scattofisso, dico proprio bici da pista). Essere lì quella sera cambiò le cose, aprì un panorama nuovo ed inesplorato a tutti quelli che vedevano la biciletta non solo come un attrezzo sportivo, ma come un prolungamento di se stessi. Qualcuno sostiene di averla avuta prima di Trimble l’idea, peccato che non bastano le idee, bisogna anche metterle in pratica e questo accadde per la prima volta solo quella sera. Tante facce nuove, molte delle quali ora sono la colonna portante del movimento.

Poi, senza che nessuno pensasse minimamente ad ipotesi affaristiche o di marketing, nacque un inarrestabile movimento spontaneo che aveva colto l’esatto spirito di queste corse, ovvero la pura semplice competizione, senza strategie, senza trucchi, senza vantaggi per chi aveva più soldi da spendere in attrezzatura: bici simili, circuito semplice, pochi giri, tanto pedalare. Milano, Modena, Torino, Novara, Brianza, ogni sera una nuova gara per ritrovarsi, confrontarsi e condividere un qualcosa di dannatamente bello, ogni sera uguale e diverso allo stesso tempo.

Wild side Modena – cap. 2

Quando penso a questo mi viene subito in mente l’immenso Ayrton, quando zittì la platea di giornalisti che gli chiedeva quale fosse stato negli anni il suo miglior avversario, e lui invece di dire un Prost, un Bergher, un Mansell, saltò fuori invece con Fullerton e fece capire a tutti quali sono le vere cose importanti dello sport nella sua accezione più elevata, come vera scuola di vita.

Le cose ora, come è naturale che sia,  stanno facendo il loro corso: chi ha talento sta giustamente raccogliendo i frutti di tanto lavoro, le gare sono sempre più belle tecniche e con corridori molto competitivi. Si corre ormai in tutto il mondo, quasi a cadenza mensile, per le gare più prestigiose, ma nel sottobosco son sicuro che anche a qualche ora di volo da qui ci sono ragazzi che come noi si trovano praticamente tutte le settimane, solo per la gioia di correre. Mentre la redhookcrit è diventato un vero e proprio campionato, emozionante a dir poco.

Mi fa un po’ sorridere chi dice che “non è più come una volta” solo perchè non deve più girarsi ad aspettare gli amici. Oltre agli amici ora ci sono anche i corridori veri, quelli che letteralmente vivono per correre e fanno sacrifici grossi come una cattedrale solo per andare più forte. Sono questi che nobilitano ancora di più queste gare, dove non si vince nulla ma si guadagna il rispetto e la stima degli avversari, fino alla prossima gara: battaglia in sella fino all’ultimo metro, abbracci e birre prima e dopo.

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PS: tutto questo meritava anche da parte mia di passare a fare le cose un po’ più seriamente e di smetterla di fare l’orso solitario, ma questa è un’altra storia che vi racconterò a breve….

EDIT: le splendide foto son ad opera di messer Francesco Rachello aka strict

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e dopo aver assaggiato la #pista, se provassimo il #keirin ?

Visto che molti che ora leggeranno questo articolo probabilmente oggi hanno ancora quei bei residui di acido lattico nei muscoli che la pista regala. Ancora con le narici piene di quel sottile aroma dell’abete svedese dove ieri hanno solcato le nostre ruote, vi lascio di seguito il pezzo che avevo scritto per Cykeln Mag inerente al keirin, che magari vi ci appassionate e finite anche voi a sfidarvi sul filo dei 60km/h, buona lettura.

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Iniziamo a sgombrare il campo da un po’ di preconcetti e falsi miti: il keirin è la più giovane disciplina della pista, escludendo ovviamente la “combinata” omnium. Non solo, ma è anche in un certo senso “antiecologica”, dato che mette in campo (ok, in pista) anche un mezzo a motore, il derny, che altro non fa che portare i corridori ad una velocità piuttosto sostenuta senza farli faticare troppo…perchè? Presto detto. Il keirin è totalmente devoto alla spettacolarità, all’estremizzazione della volata furiosa, un assalto con il coltello tra i denti dove non servono solo gambe da velocista, ma spesso è vincente la combinazione letale tra lucidità e spregiudicatezza, il saper trovare quel varco impossibile che generalmente nessuno stradista riesce a vedere perchè molto spesso non c’è, o meglio nasce prima nella testa del pistard e solo dopo si tramuta in un corridoio che porta dritto alla vittoria.

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Facciamo prima una piccola spiegazione delle regole base, tanto per consentire (spero) a qualcuno di voi di provarci. Infondo basta poco, un velodromo, quattro corridori almeno ed un quinto che faccia il derny. Si sorteggia il primo che dovrà accodarsi al “motorino” e via via gli altri. Si parte e ci si mette in scia al derny (sia esso a motore o a pedali) per 1500 metri circa dove la velocità crescerà gradualmente. Qui si svolge la battaglia di nervi per la ricerca delle ruote migliori. Ci si studia, cercando di capire chi avrà l’ardire di iniziare per primo la volata una volta che il derny sarà uscito di scena. Poco spettacolare da vedere questa parte di gara ma dice moltissimo a chi è dentro la specialità, perchè un buon corridore è proprio in questi momenti che mette su i mattoncini che si riveleranno determinanti per vincere.

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Si arriva ai 50 orari prima che il derny esca dalla pista (se la provate tra voi anche i 40 son sufficienti, giusto per conservare la necessaria lucidità) e poi via, seicento metri di pura velocità. Non è una volata normale, non lo è mai. Quella distanza è troppa per un velocista puro e troppo poca per un inseguitore. Non si può partire presto, ma non si può nemmeno stare ad aspettare che qualcosa accada. Il bello è proprio quello: la totale imprevedibilità che il gioco delle scie riesce a determinare, la spregiudicatezza dei corridori con più potenza nelle gambe che provano a condurre dall’inizio alla fine si scontra con l’astuzia dei velocisti d’esperienza, in grado di mettere la ruota davanti di quel paio di spanne che fanno la differenza. In tutto ciò l’unica regola sacra è quella della linea rossa: chi è all’interno può essere superato solo fuori dalla fascia tra la corda e la linea rossa, quindi facendo più strada, per poi entrare in quel corridoio quando il vantaggio sia ampio di almeno una bicicletta. Ma, e qui sta il bello, non è detto che essere all’interno sia sempre un vantaggio! Spesso accade di essere sì alla corda, ma trovarsi chiusi tra gli altri corridori. E allora non conta più nulla, nè la gamba nè l’intuito, si può solo fare in modo che la prossima gara vada meglio.

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A volte però capita che sembri solo dall’esterno di trovarsi “incastrati” tra i corridori, mentre il varco è lì, si crea nelle prossime mosse dei compagni di volata, visibile qualche secondo prima solo a chi sa “sentire la pista”, analogamente ad un giocatore di scacchi che vede cinque, sei mosse avanti dell’avversario, così lo specialista del keirin capisce in anticipo i movimenti attorno a se e trova il modo di sorprendere tutti non con lo scatto imperioso e muscolare, ma con la stoccata talmente rapida e apparentemente folle da apparire chiara agli altri solo una volta messa in azione, quando ormai per tutti è troppo tardi. Per tutti tranne che per uno, perchè di fatto, anche se formalmente viene sempre celebrato il podio, nel keirin non ci sono piazzamenti, c’è un vincitore e gli altri che ci proveranno la prossima volta.

PS: per vedere come si fa chiedete ad un certo sir Chris Hoy, anche lui nato in un’annata piuttosto buona…

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