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Vi racconto delle mie bici – puntata 7 di (ehm…) 9: la prima MTB non si scorda mai…

… e nemmeno si hanno la forza ed il coraggio per venderla, perchè come diceva mio zio Paulin, spentosi a 98 anni, “prima o poi tutto torna di nuovo utile!”

Facciamo prima un piccolo salto nel passato non troppo remoto. Quando sul finire degli anni ‘80 l’Italia fu investita dall’onda delle mountain bike. Complice anche quel geniaccio di Colombo con la sua rampichino (sogno proibito di molti di noi), tutti noi ragazzini su 12-13 anni passata la sbornia da BMX volevamo avere qualcosa da pedalare di serio e robusto per sfidare i sentieri in montagna. All’epoca vivevo al centro della Valsusa e dai monti ero letteralmente circondato. La smania (con pericolosità annessa…) del motorino era alle porte e per tamponare la situazione i miei decisero di cogliere la palla al balzo e regalarmi una bella mountain bike di modo da sopirmi altre voglie motorizzate. Ora non ricordo su base di quale dritta, ma andammo a prendere la bici direttamente in una fabbrica nella prima cintura torinese. A detta di chi ci accolse, loro in ditta ricevevano gli stock di telai e componenti, pre-assemblavano e successivamente mandavano da altri rivenditori i quali ri-marchiavano le biciclette con conseguente ricarico monetario per la vendita al dettaglio. Mi sentivo dunque un privilegiato e, ovviamente, non scorderò mai il prezzo che pagammo: un milione di lire! Come dei novelli Bonaventura  al contrario, tornammo a casa con questa bici, bianca, trasmetteva una sensazione di grande solidità ed i componenti mi parevano così esotici, con quel marchio che veniva dall’estremo oriente: Shimano.

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Fu la prima bici che mi donò la vera sensazione di libertà, le mie estati in alta valle assunsero i toni di avventure quotidiane, la montagna mi entrò nelle ossa definitivamente. Scoprii anche, in enorme anticipo sul ciclismo ufficiale, il colle delle finestre all’epoca frequentato solo da montanari e motociclisti rigorosamente tedeschi, fu una vera e propria epifania.

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Gli anni passarono e, anche se offuscata dal mio lungo periodo come motociclista, lei c’era. Silente in garage e sempre pronta per una pedalata che spezzasse la monotonia. Venne poi la sua riscoperta, dopo i primi anni di nuova (mia) era pedalatoria, tramite la prima grande trasformazione in singlespeed. Gli ingredienti erano già praticamente tutti lì e la semplicità del mezzo mi fece ri-innamorare del pedalare nei boschi e sui sentieri. Certo pesante, impacciata, ma con un nuovo manubrione dal giusto rise e un rapportino agile agile è tornata a divertirmi.

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24C1804_08635La sorte a voluto che, in un outlet online, io sia riuscito a trovare l’occasione dell’anno e a far mia una mtb da 29 pollici singlespeed nativa, ne parlerò a breve. Questo relegò di nuovo la bianchina in un angolo, la cosa certa è che, nonostante la sua evidente vetustà e ancorchè del tutto senza mercato, mi era/è comunque impossibile venderla, prestarla, regalarla ecc… non si può, non si fa.

La aggiornai, pensando di darle una ulteriore svecchiata, passando alle 8 velocità posteriori abbinate ad una guarnitura con tripla corona e comandi al manubrio. Non male ma aveva perso, forse per sempre, l’indole ad essere una bici per i boschi e le montagne, stante le mie parallele esperienze con l’altra mtb del garage.

Faccio un piccolo inciso. Se nel campo delle bici da corsa le innovazioni davvero determinanti negli ultimi 20 anni si contano sulle dita della mano (comandi cambio integrati ai freni, pedali automatici, sterzo maggiorato e…), sulle mtb i passi evolutivi sono stati enormi e tutti imprescindibili.  Una bici da corsa di 20-30 anni fa è elegante, si fa ammirare e pedalare con gusto. Una mtb di 20-25 anni fa intenerisce un po’, forse, ma attira pochi sguardi e non scatena alcuna voglia di lanciarsi con essa giù per i pendii. Finì dunque che la mia bianchina mise su un portapacchi, un seggiolino per bambini e nonostante tutto per sei lunghi anni divenne la gioia dei miei figli dove assaporarono per la prima volta le gioie di correre con il loro papà e sentire il vento sul viso, conoscendo la dea della libertà a forma di bicicletta.

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Passata anche questa era tornò in un angolo del garage. I componenti funzionavano bene, ma aveva nuovamente perso la sua ragion d’essere e rimase lì ferma per ben due anni, i copertoncini si screpolarono, polvere e ragnatele giocavano tra loro a rimpiattino sui tubi del telaio.

Poi per caso, ma nulla accade mai per caso, nel mio periodico consultare lo splendido blog di cycleExif, che per inciso ospita anche una mia bici, mi imbatto in un progetto in grado di folgorarmi a prima vista: la cosiddetta “urban cruiser”. In questo caso veniva messa sotto i ferri una vecchia mtb Moser e ne usciva un mezzo strepitoso quanto insolito.

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Nel mio piccolo volevo, anzi dovevo, provare a replicare l’esperimento e vedere cosa ne poteva uscir fuori. Primo passo: smontare tutto!

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Un paio di componenti restavano colonne portanti, ma nel frattempo mi trovavo nella mia piccola officina degli orrori mi ritrovavo un gruppo Campagnolo ad 8 velocità che era perfetto per dare il via alle danze.

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Altra cosa: non poteva restar così verniciata e con addosso i segni del tempo, il bianco non è un colore adatto alle bici e lo spessore di questa era anche esagerato. Portai il telaio a sabbiare ed il risultato fu per me a dir poco sorprendente!

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004Quello che ho da sempre tra le mani è un ottimo e robustissimo telaio in tubazioni Tange, realizzato da sapienti mani artigiane con congiunzioni e saldature ad ottone davvero ammirevoli! La cosa mi diete l’ultima spallata motivatrice per affrettare i tempi e mettere a punto gli ultimi dettagli per finalizzare il progetto. La mia metà Laura, che sarà anche lei utilizzatrice di questa bici, scelse il viola elettrico e, dopo qualche settimana, il telaio era pronto per il montaggio!

130Affidai il tutto al mio amico Enry che, oltre ad essere un ottimo meccanico, per questi esperimenti qui, degni del miglior Sheldon Brown, ci va proprio a nozze.  Nel giro di pochi giorni e risolvendo una serie di problemi che avrebbero fatto gettar la spugna a molti, mi scrisse il messaggio della vittoria: “la tua bici è pronta”. MI precipitai da lui e fu subito, ancora una volta, amore a prima vista. Sotto una nuova veste, camuffata da cruiser urbana la mia vecchia mtb torna oggi a vita nuova, andando a riempire quel piccolo ma fastidioso vuoto che c’era tra le mie bici. Una splendida via di mezzo tra la scattofisso da città e la bici da ciclocross, il tutto rimiscelato per essere insensibile al pavè ed alle condizioni disperate di certe nostre vie cittadine.

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024Le prime pedalate sono confortanti, lei è comodissima ed asseconda le manovre con grazia, non si lascia mai scomporre da buche e tombini, viaggia sicura e restituisce tranquillità a chi la pedala. La piega da corsa offre un buon numero di prese per le mani a seconda della situazione ed è stretta quanto serve per incunearsi tra le onnipresenti file di macchine agli incroci. Mi piace, mi diverte e mi fa felice sapere che, anche se sono solo oggetti, avere una storia legata ad essi li fa sembrare parte del nostro viaggio e non dei semplici strumenti con cui viaggiare.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 2 di 7: la Colnago super del ‘78, solo per passione…

Questa è, numeri alla mano, la bici che pedalo meno nel corso dell’anno, e nasce prima di tutto dal mio amore per la storia e la tradizione ciclistica italiana e per tutto quanto prodotto da Campagnolo, infatti è una bici nata alla rovescia…

Sì perchè solitamente le persone dotate di senno prima acquistano, o per lo meno identificano,  il telaio. Poi man mano arrivano i componenti da abbinarci. Invece no, qui la scintilla iniziale fu scoccata da un annuncio su di un mercatino online che recitava semplicemente: “gruppo super record completo” e da lì a non resistere, visto anche l’ottimo prezzo, il passo fu brevissimo!

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!ByHoCrw!mk~$(KGrHqYOKkIEwQNZwOpIBMQcJ8di0w~~_3Appena arrivato a casa il sospirato pacco, mi soffermai diversi giorni a rimirare la bellezza meccanica di quegli oggetti, una vera sintesi di ingegneria meccanica. Ogni componente è la perfetta unione dei concetti base di forma e funzione, senza fronzoli, concepiti ancora da Tullio in persona, che non credo badasse alle sciccherie quanto più al supportare con prodotti eccellenti i corridori di mezzo mondo e a quell’epoca obiettivamente Campagnolo non aveva rivali.

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Iniziai quindi a ricercare un telaio di pari epoca e soprattutto che fosse in buone condizioni e della mia misura. Tutto subito pensa ad un Olmo, nobile telaista e corridore in quel di Celle Ligure. Il tutto era anche un bel dejavù visto che da piccolo andavo al mare proprio in quella cittadina della riviera e mio nonno, lungimirante, spesso mi portava a vedere le vetrine del loro negozio (oggi dovremmo chiamarlo flagship store, ma ci siamo capiti..).

_MG_0480Poi d’improvviso una folgorazione: su quel mercatino del tanto chiacchierato fixedforum e preciso che non sono solito passare il rassegna quella sezione, ne preferisco l’aspetto di comunità e di incontri agli eventi. Ma fattostà che sembrava aspettarmi, taglia perfetta, condizioni perfette, un Colnago super di razza e su tutte quel colore strepitoso, riassumibile nel classico “carta da zucchero” ma con una tonalità ancor più particolare che in un attimo mi fece dire: “sì, sei tu!”. Qualche malpensante utente del forum stesso potrebbe anche dire che forse ho salvato quel telaio dall’esser sabbiato, riverniciato fluo, amputato dei passacavi e riassemblato come bici a scatto fisso modaiola, giusto per andare agli aperitivi. Beh, non lo sapremo mai, ma pochi giorni dopo il telaio era insieme al gruppo, mancavano solo qualche dettaglio e poi il quadro sarebbe stato completo e pronto per il montaggio finale.

Per alcuni dettagli mi venne in aiuto il buon Pietro detto “pogliaghi” e non a torto vista la usa infinita conoscenza nel campo del ciclismo d’epoca unita ad un garage che per me è stato come quando ho visto Gardaland la prima volta… quindi dissigillammo insieme un paio di cerchi Nisi bruniti a 36 fori, perfetti per i mozzi record, in più trovo pipa e piega manubrio pantografati Colnago, in modo da rendere tutto davvero perfetto.

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Una menzione la merita la sella, è una Brooks B77 ma non è frutto di commercio, mi fu regalata da mio zio Paolo, il primo ad instillarmi la passione del ciclismo e quella stessa sella fu da lui usata per anni e migliaia di chilometri, quindi non solo è una sella bella, comodissima e perfettamente rodata, ma è anche un ricordo ed un omaggio a chi per primo mi ha fatto conoscere la bellezza della bicicletta.

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Assemblato il tutto, la prima impressione è stata da subito splendida: è insospettabilmente leggera per essere in acciaio, molto stabile nella guida, specialmente in discesa e soprattutto, anche in raffronto alle bici moderne, è silenziosissima: senti solo un lieve fruscìo e lei scorre che è una meraviglia nonostante sia una bici di quasi quarant’anni! La prova del nove è stata usarla sia nel tragitto quotidiano per andare al lavoro dove si dimostra molto fruibile, sia (soprattutto) nel suo ambiente naturale ovvero in quella Eroica che per tre volte mi ha dato emozioni incredibili e sempre diverse di anno in anno.

_MG_0479Una piccola menzione anche ai tanto sottovalutati tubolari. In primis una delle classiche fonti di foratura, la cosiddetta “pizzicata” è scongiurata alla fonte, poi nonostante abbia montato (anzi, imparato a montare) dei semplici Vittoria rally si sono dimostrati assolutamente eccellenti, sia in scorrevolezza e tenuta, sia, soprattutto, in una eccellente resistenza alle forature, quindi mi permetto comunque di consigliarne l’uso anche per una bici da tutti i giorni.

Vi lascio con le splendide foto che il mio amico,anche lui grande appassionato di ciclismo, Angelo Ferrillo ha fatto di questa Colnago super.

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Dovrei raccontare di #Eroica ma mi serve più tempo…

Ancora una volta di ritorno da quel paradiso che è il Chianti, ancora un volta con la mente e l’anima carichi di ricordi ed emozioni per aver percorso quelle colline, sempre uguali eppure sempre diverse… L’urgenza di fissare le immagini mentali ed i ricordi di tutti e cinque i sensi si scontrano con l’esigenza di dare una veste più organica a tutto quello che è l’Eroica. Con qualche nube all’orizzonte ma anche molte speranze, sto iniziando a scrivere sulla lunga distanza, non più un semplice articolo qui. C’è così tanto nell’Eroica che, a differenza degli anni passati, non riesco più a contenerlo in un racconto da pausa caffè. Ci spostiamo allora sul divano, magari con un bicchiere di vin santo, e del tempo da dedicare all’approfondire l’universo del ciclismo.

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Man mano pubblicherò qualche estratto, qualche bozza a tinte colorante, tanto per anticiparvi quale direzione sta prendendo… che sia un libro vero e proprio o una serie di puntate di un racconto più ampio ancora non lo so dire, ma come si dice, l’importante alla fine non è la meta raggiunta, ma il viaggio percorso.

Parto ora, vi scriverò strada (bianca) facendo…

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Bici collezionate e #bici pedalate…

prendo spunto da una bella discussione nata su fixedforum per raccontare a chi ha la pazienza di leggere le mie personali impressioni e sensazioni pedalando bici d’epoca e bici attuali, per cercare di dare con un po’ di obiettività un giudizio complessivo su quali siano pregi e difetti di telai concepiti in epoche differenti e con materiali differenti.

La domanda è semplice: per un amatore medio, che si dedica a qualche gara qua e là con risultati altalenanti e che magari conosce e pratica i tanti aspetti del ciclismo (strada, pista, cross, mtb), sono davvero così superate e relegabili al puro collezionismo le classiche bici di 30 e più anni fa con i telai a tubi tondi e componenti dell’epoca?

Per il mio, ad oggi, limitato panorama faccio un esame per disciplina partendo ovviamente dal mio grande amore per la… Pista!

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In pista si è nell’ambiente ideale per concentrarci sulle sensazioni che ci dona la bicicletta. Non ci sono curve (sembra, ma guidando spariscono…) non ci sono buche (parzialmente vero, se consideriamo la media dei velodromi italiani…) non si frena, ma si rallenta con le gambe e soprattutto si rilancia, si fanno volate, siano esse in gruppo o siano quelle con il classico e bellissimo gesto tecnico della discesa dalle paraboliche per i 200 metri lanciati.

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4776409217_9c3591ff6f_bIl mio percorso in pista nasce, come per molti, attraverso i primi esperimenti con una bici convertita: telaio stradale anni 70/80, forcellini orizzontali, pignone fisso e via a sperimentare. Fino a che quella bici la usai in strada, per allenamenti in agilità essa si confermo un ottima bici (era pur sempre una GIOS torino) ma alla prova del velodromo fu vera difficoltà. Lì percepivo tutti i movimenti del telaio, necessari su strada ad assecondare le asperità del fondo, ma assolutamente dispersive in pista, dove ogni grammo di forza deve necessariamente esser tramutata in spinta a terra, minimizzando le dispersioni. Ed ecco percepire la cedevolezza del carro (che ti evita i mal di schiena dopo ore ed ore in sella su strada…) ecco la forcella troppo rilassata per stare sulle paraboliche e tante altre cose che mi fecero capire che se volevo davvero intraprendere la disciplina della pista (eccome se lo volevo) allora la via obbligata era un telaio da pista vero. Arrivò in soccorso il buon FabioK1 vendendomi a prezzo da amico un classico telaio in acciaio, anni 80, di quelli commissionati dalle scuole di ciclismo dei velodromi per le scuole di avviamento alla pista. E quella bici fu enormemente propedeutica anche per me. Telaio rigido per davvero, il carro mi pareva di granito, una forcella fatta apposta per correre in pista, tutto estremamente funzionale e senza mezze misure. Avevo conosciuto una bici da pista. Non avevo metri di paragone se non nel passato con la convertita, sicchè fu una vera rivoluzione e con quella bici mi affacciai anche alle prime gare amatoriali nonchè alla prima ed indimenticabile Red Hook crit italiana.

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Poi qualcosa cambiò. La voglia di nuovo e di provare un telaio moderno ebbero la meglio ed ecco arrivare da me il mio primo telaio da pista moderno: alluminio, tubi oversize, e soprattutto forcella in carbonio e serie sterzo da 1-1/8”. E si aprì un mondo. Guidare quella bici era essere un tutt’uno con lei, la sensibilità e la precisione millimetrica dell’avantreno sia in volata sia nella guida, percepire di avere le mai direttamente sul mozzo anteriore. Ecco una volta trovato questo, non credo che farà mai un passo indietro, se non per una rievocazione storica o simile. Resta il fatto che il peso del telaio in una bici da pista sia un fattore del tutto secondario e che ci siano telaisti oggi in grado, per lo meno nel nuovo ambito delle criterium a scatto fisso, di creare dei veri capolavori in acciaio, guarda caso anche vincenti!

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Passiamo alle bici da strada, anzi, da corsa.

Anche qui ho fatto tutti i classici passaggi, da bici con telaio in acciaio, pedali a gabbiette e cambi al telaio mano a mano son passato alla bici moderna di oggi: cambi integrati, pedali a sgancio rapido (ritengo questa un’innovazione davvero epocale e al giorno d’oggi imprescindibile) e telaio in carbonio (beh, il mio per la verità è ancora un misto alu-carbon della Deda, ma regge ancora con i rivali migliori, peso a parte). Nonostante questo in garage c’è anche un piccolo gioiello del passato, anzi dell’epoca d’oro del ciclismo. La mia Colnago del 1978. Con quest’ultima ho fatto già tre eroiche, di cui l’ultima (era il 2012)  nel percorso lungo da 205km. Qui le considerazioni da fare sono più articolate. Una bici da strada deve in un certo senso saper “accogliere” chi la pedala. Deve essere anche se possibile capace di perdonare gli errori in discesa e alleviare tutte le vibrazioni che la strada trasmette. Tutto questo però senza essere impacciata o pesante nei cambi di direzione repentini e nelle salite. Ebbene, tolta la scomodità dei cambi al telaio, dei pochi rapporti a disposizione (sono sei ma credo che se fossero 8-9 non percepirei differenze), dei pedali a gabbietta e dei freni efficaci ma duri da azionare, ecco che un telaio del genere conserva dopo 35 anni tutta la bontà della concezione originaria, telai fatti per correre ovunque, dalle stradine liguri al pavè del nord, dalle coste sull’oceano alle alpi. Guidare quella bici è ancora un vero piacere e riesce ad assecondarmi sempre, regalando belle sensazioni, anche uditive. E’ una bicicletta silenziosissima, complici anche i tubolari, essa scorre producendo solo un soffio leggero e riesce a non far rimpiangere le tre decadi di grande evoluzioni tecniche che le sono seguiti.

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Ammetto di non usarla spesso, ma sono più che convinto che un buon telaio in acciaio, concepito in maniera attuale, con le soluzioni meccaniche odierne abbia tutte, ma proprio tutte le carte in regola per rivaleggiare alla pari con l’ormai arcinoto telaio in fibra di carbonio di costruzione industriale. Basterebbe avere un telaista giovane, senza preconcetti, convinto della bontà ed attualità dell’acciaio e con la voglia di trovare una nuova via per costruire biciclette al di fuori degli standard di omologazione industriali, cucirla di nuovo sulla pelle del cliente e fare per lui la bici da tenere una vita intera… ecco a tal proposito un paio di nomi a riguardo già li ho in mente e se tutto va bene questo potrebbe essere l’anno in cui avrò qualche bella sorpresa…

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molte cose successe, molte ne dovranno succedere… #ciclismi

tanto, troppo tempo che non scrivevo nulla qui…

…un po’ me ne scuso, alla fine il seguito che ha questo spazio è tale da sorprendere anche me quindi un po’ di cose ve le devo raccontare, anche se il divenire di molte cose è sotto gli occhi di molti (cari social amici e amici della – essenziale – vita vera).

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Da una piccola idea di aprile è nata una squadra: anomala, atipica, disorientante per molti, ma ci siamo e in poco tempo abbiamo avuto collaborazioni stupende dai nostri sponsor tecnici ma soprattutto abbiamo ottenuto grande stima e rispetto da parte di tutti, soprattutto da quelli che sono avversari quando siamo in sella, ma restano e resteranno amici quando siamo giù dalla bici. Questo è quello che era il nostro scopo, ora ci aspetta il gran finale e le tappe di avvicinamento stanno andando bene. Non è facile, non lo è mai, vai solo più veloce ma anche gli altri si allenano come e (spesso) meglio di te, ci va il solito mix di cuore testa e gambe, ma stiamo arrivando al gran finale e non si può sbagliare, ci giochiamo un’intera stagione in 45 minuti. A molti va persin peggio, immagino le finali olimpiche di tutti, dove ci si giocano quattro anni di preparazione i cinque secondi di tuffo, quindi va bene così, questo è quello che amiamo fare e lo faremo fino in fondo. Un paio di giorni fa mi son venute di getto queste parole che riporto per fissarle anche qui:

“non lo facciamo per la notorietà, non abbiamo nulla alle spalle, nessun costruttore di bici, nessun negozio, nessuno che ci dia dei soldi per le trasferte, nessuno che ci chieda conto di risultati o meno. Lo facciamo per una incrollabile passione, contro tutto e tutti e per la sete di gareggiare, quella che ti fa alzare sui pedali quando le gambe invece gridano di fermarti. Siamo il Cykeln racing team e siamo qui solo per correre.”

Come andrà è presto per dirlo, di sicuro saranno di nuovo emozioni di quelle che si scolpiscono nel profondo, come le volte precedenti o forse ancor di più.

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Dall’altro lato del pianeta bici quest’anno non sarò ad uno degli appuntamenti che porto nel cuore. L’autunno con il suo fascino merita anche qualche pedalata presa con la giusta calma, con una bici fatta sì per correre, ma come si faceva trent’anni fa, quando ancora qualche strada non era ricoperta dal nero manto di bitume, ma era bianca come la neve, fatta da una moltitudine di polvere e pietre di diversa grandezza ed accarezzarla con i tubolari riempiva di splendide immagini e ricordi la mia mente.

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Non sono stato estratto per l’Eroica, avrei potuto comunque partecipare e molti pettorali mi son stati proposti, ma ho interpretato tutto questo come un segno. Quest’anno mi serve di pausa, per riflettere su quanto così intenso vissuto negli anni scorsi e mettere in fila un po’ di cose, non basta un articolo qui sul blog, no ci vuole qualcosa di più organico ed importante, ancora una nuova sfida, quasi più difficile dei miei ultimi 205km sulle strade delle colline senesi. Spero di darvi notizia presto.

 

Infine, è anche ora di mettersi sul serio a lottare… lottare nel fango, freddo e scavalcare gli ostacoli del ciclocross. Sono già un paio d’anni che corteggio la disciplina, prima un timido assaggio, ma con bici sbagliata, poi arrivò la bici perfetta, ma la stagione era agli sgoccioli, e poi, ancora, un fantastico assaggio nelle sere d’estate dove nel giro di cinque gare e parecchie “sventole” prese ho capito che, benchè piuttosto alla moda oggi, il cross non è una cosa facile, non lo è affatto. Ci va gamba ma anche tanta tecnica e tantissima concentrazione per stare al 110% per tutta la durata della gara (sempre meno di un’ora, ma sembra non finire mai, altro che le granfondo….).

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ostacoli2Il fascino però è enorme, per il fatto stesso di aver voglia di allenarsi e correre quando qualunque ciclista sano di mente se ne starebbe a casa al caldo, quando gli stradisti pensano solo a fare palestra o rulli, quando anche molti biker mollano la presa, il cross ti porta ancora là fuori, quando piove o nevica, quando appoggi le ruote su di un fondo che ti farebbe arrancare anche a piedi, assurdo. Per di più su percorsi creati ad arte da veri e propri geni del male, con curve strettissime, ostacoli spigolosi, scale, sabbia… un inferno… ma di solito all’inferno, clima a parte, la compagnia è sempre ottima e credo che quest’inverno ne avrò di nuovo la riprova.

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non più naufragio, ma una infinita navigazione, nel mare della mia #eroica 2012

è possibile che lo stesso luogo, le stesse persone (all’incirca), e la stessa splendida manifestazione riesca a suscitare emozioni così diverse a distanza di un anno intero? beh, penso di sì, di mezzo ci sta la fatica, sempre uguale, ma sempre diversa….

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Inizia facile, con un appuntamento in cantiere al venerdì pomeriggio, in quel di Piacenza, il mio lungo viaggio, sia nella terra più bella d’Italia (ma è una mia personale e parziale opinione) sia anche un po’ dentro me stesso… la strada scorre veloce, facile sotto quattro buone ruote, l’idea comunque di spezzare in due parti il viaggio di andata si rivela estremamente azzeccata. Sabato mattina mi trovo già a parcheggiare nel limitare di quel piccolo capolavoro che è Gaiole in Chianti.

C’è fermento, quest’anno ci siamo davvero tutti qui, è il posto che “ci devi essere il primo weekend di ottobre” perchè anche se sotto ormai una spessa coltre di marketing virale e risalto mediatico fine a se stesso, riesci a respirare un’atmosfera che non ha pari. E inizi a salutare che sembra di essere quasi ad un matrimonio (il tuo); dove ora che hai fatto il giro a salutare tutti tocca ripartire quasi da capo per farci anche due parole… Dopo le formalità del ritiro pettorale per fortuna però resta spazio per assaggiare un buon bicchiere di Chianti e raccontarsi di bici con gli amici più cari, e fare un giretto di prova, tanto per “slegare la gamba” in vista del giorno dopo.

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Grazie ai ragazzi di Ravenna e Bologna ho trovato ospitalità in un grazioso albergo, ad una trentina di km da Gaiole, la sistemazione è più che ottima per il tempo che ci dovrò stare… La parte migliore al solito la cena, a base di carboidrati e risate, amabilmente mischiati tra loro.

029A tarda sera entra in scena uno dei riti per me più belli: attaccarsi il numero di corsa sulla maglia e sulla bici, momenti ogni volta carichi di significato, benchè sempre diversi. E poi un’ultima ispezione alla bici, passare la mano sui tubolari per controllare che non ci siano tagli o screpolature ed un po’ parlare a quei otto chili e mezzo di metallo e gomma, cuoio e stoffa, per chiedergli il favore di non far brutti scherzi domani, che già non sarà semplice di suo, senza guasti almeno ci si potrà concentrare solo sull’impresa.

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Ore 3:35, la sveglia suona, la sento (e di suo è già una notizia) poche cose da fare ma tutte importanti, mangiare, vestirsi, caricare tutto senza dimenticare qualche pezzo in stanza, e via: partire verso quello che è già un mini-traguardo… alle 5 meno qualcosa del mattino sono in piazzetta di Gaiole in attesa del mio turno al foglio firme, sorseggiando un provvidenziale tè caldo fornito dai ragazzi di le coq sportif (ah, grazie eh!). Incontro subito un veterano della manifestazione, quest’anno al foglio firme, ed inauguro quel foglietto a parte che raduna i partecipanti di fixedforum, può sembrare una stupidata, ma alle 5 del mattino no, resta una cosa importante e soprattutto motivante. Infatti gli prometto che se l’inizio è per il verso giusto questa volta si imbocca il bivio che porta al giro lungo, quello da 205km (e qualcosina in più ). Quello che ti dicono “se non fai quello almeno una volta non hai mai provato la vera <Eroica>” (e hanno ragione, tanto per dire…)

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E allora via, aiutato dall’unica attrezzatura moderna sulla bici, rappresentata dal led posteriore rosso e dal faro anteriore. Le prime pedalate su asfalto scorrono via come sul velluto, merito forse anche dei tubolari da 21mm che mi ritroverò ad elogiare più e più volte nel corso della giornata. Si arriva a quel castello di Brolio che lo scorso anno tanto mi emozionò e che ancora sa dare molto, ma la testa quest’anno ha un obiettivo ambizioso e forse un po’ più grande di me, dato che non sono uno di quelli che solitamente fa i classici giri lunghi e dislivelli himalayani, anzi, prediligo le sparate da un’oretta e qualcosa impostate come crono individuali, ma oggi tutto è diverso.

 

Anche per questo la voglia di provarci è tantissima, di farmi amministratore delegato di me stesso e far in modo di non bruciarmi nelle prime ore, dove la gamba gira bene e la voglia di pigiare un po’ a fondo è tanta. Invece no, tocca amministrarsi, tocca risparmiare ogni grammo di fatica perchè diventerà prezioso come l’oro quando arriverà il momento della verità, e arriverà di sicuro.

Continuo a pedalare e mi chiedo se per il 7 ottobre mattino sia ancora prevista l’alba sulla Toscana, dato che i km passano ma il buio resta sempre intorno. Passo intorno a Siena e se l’anno scorso l’avevo ben intravista, oggi è ancora tutta arrotolata come un gatto nel dormiveglia, che ha già aperto un occhio scintillante di luce, ma ancora sa che può permettersi qualche altro attimo di riposo.

Arriva l’alba e mi porta in dono il primo ristoro, che passa veloce. Cerco di dedicare un tempo sufficiente per mangiare qualcosa anche se non ho fame e sto attento a scegliere solo cose zuccherose e digeribili, lo so che lo spirito della manifestazione sarebbe quello di gozzovigliare un minimo, ma oggi il mio intento è nuovamente quello di sfidare me stesso. Abbassare la guardia già ora sarebbe come mettersi le scarpe nuove per giocare una partita di calcio importante… può andarti lo stesso bene, ma meglio non rischiare.

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Iniziano anche gli sterrati lunghi, quelli impegnativi che per fortuna ho imparato a conoscere lo scorso anno, che alla fine fanno dell’eroica quello che è ora noto in tutto il mondo, ed impari a guidarci dentro, a cercare sempre sempre la linea pulita, la traccia migliore già segnata dal passaggio di qualche centinaio di ruote, dove sai che i leggeri tubolari troveranno qualcosa che quasi li accarezza e che non li prende a schiaffi… che a furia di schiaffi il cedere e forare è un qualcosa da mettere in conto, ma meglio non prestare il fianco alla sfortuna (o all’incapacità di prevedere gli eventi come diceva un altro eroe, tal Enzo Ferrari). Anche le discese non sono un vero problema, fatto l’occhio alle temute “ondine” si trova anche qualche bella curva con un minimo di appoggio e mi ritornano nella mente tutte le lezioni imparate a suon di sdraioni durante il passato inverno a base di ciclocross, una vera palestra  a cielo aperto.

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I nomi dei paesi scorrono via come i ventiquattro fotogrammi al secondo di un film, Radi, Murlo, Piana, Bibbiano… via, come promesso al km 63+000 si arriva al bivio. Zero dubbi, si va su lungo… saranno quindici tratti di strada bianca in tutto, uno diverso dall’altro, ognuno con le sue insidie e con i suoi lati deboli su cui approfittarne e provare anche a divertirsi, talvolta superando altri e talvolta venendo superati da veri e propri talenti della bici, che poi si fa in fretta a riconoscerli, basta vedere quattro pedalate per distinguere chi la bici ce l’ha nel sangue e la sa portare come la dama in un tango, con delicatezza e decisione, con pugno di ferro racchiuso in un guanto di velluto.

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Senza troppe difficoltà ed affrontando alcune salite, lunghe e pedalabili come piacciono a me, si arriva al ristoro clou, quello di Asciano. Non è nemmeno l’una di pomeriggio e tutto mi fa ben sperare. La stanchezza già c’è  (siamo al km 143 su 205) ma le sensazioni sono ancora ottime e questa volta le famose salite del monte Sante Marie non  spaventano… semplicemente perchè decido di farle a piedi! La vocina del buon senso infatti suggerisce che è meglio evitare di farsi venire i crampi qui, dato che c’è ancora “del lavoro daffare” e ogni fatica risparmiata sarà una preziosa risorsa…poi la planata su asfalto fino a Pianelle mi regala attimi di puro piacere, con i tubolari che di nuovo grazie al loro profilo mi consentono di osare pieghe  che nemmeno con la bici da corsa buona e copertoncini dal costo più che doppio di solito oso.. e allora capisco che queste bici, vecchie di oltre trent’anni, son state pensate e costruite con una perizia ed una passione tali da renderle adatte ai più svariati utilizzi, contrapponendosi all’iper-specializzazione dei giorni d’oggi che, soprattutto la nostro livello di amatori, fa davvero sorridere (so di gente che ha una bici per le salite e una per le gare a circuito in pianura,  mentre su queste qui, fior di professionisti ci facevano stagioni intere di gare dal pavè ai grandi giri alle classiche autunnali…).

Dal controllo di Vagliagli in poi arriva il momento della verità. I freddi numeri dicono che mancan “solo” una trentina di chilometri, ma saranno ancora quasi tutti sterrati e con ancora tanta tanta salita da fare, di quella tira e molla (o mangia e bevi come dicono i ciclisti) fatta apposta per spezzarti le gambe peggio di un colle alpino a duemila metri, che lì almeno prendi il tuo ritmo e vai su, come in un blues a 4/4, qui invece sei dentro una jam session jazz in 7/8 tutta sincopata e con cambi di ritmo improvvisi, non si pianifica più nulla, si va usando quello che è  rimasto dentro, poco, ma te lo devi far bastare, qui non c’è l’aiuto da casa, alla fine ci sono solo le tue gambe; anche se per la mente un grande appoggio è arrivato nell’aver trovato un’ottimo compagno di fatiche in un ex-corridore valtellinese, con tanti capelli argentati ma con ancora quelle movenze sui pedali che lo qualificano come cavallo di razza. L’età conta poco, l’attitudine è tutto (e lui quest’oggi ci metterà un’ora in meno di me…).

Il mio compagno di strada è al suo terzo lungo qui in terra di chianti e ben sa che una volta arrivati a Radda sarà quasi un unica discesa verso il traguardo… non ha mentito, le nostre bici ormai di un colore inevitabilmente “marrone terra di Siena” iniziano l’ultimo tratto verso l’abitato di Gaiole, si arriva dall’alto oggi, e a questo punto capisci che è fatta, che le gambe e la testa han tenuto, che la bici ancora una volta ha grato meglio di un orologio svizzero (ma di quelli buoni, tipo un Patek&Philippe, mica un volgarotto rolex…) e che anche quei bistrattati tubolari trovati per pochi euro al decathlon han fatto ancora un egregio lavoro.

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Vedi la scritta rossa su quel drappo bianco lì a sussurrarti. nel frastuono del paese in festa, che tu, sì proprio tu ce l’hai fatta: hai trotterellato per più di 200km tra le meravigliose colline toscane quasi senza sosta, per un giorno intero, lo stesso che nella routine quotidiana scorre via come un ruscello oggi è stato interminabile, ogni minuto scandito dall’infinito gesto del mulinare dei pedali, dallo scorrere di quella piccola striscia di gomma che ci lega indissolubilmente al suolo e si fa garante del nostro precario equilibrio che, come ha detto qualche d’uno, la vita è come andare in bicicletta: per stare in equilibrio ti devi sempre muovere.

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Al prossimo anno…

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le settimane sante dei #ciclismi alternativi: #eroica @redhookcrit #stairwaytohell @BFFMILANO

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Angelo Ferrillo Photographyormai ci siamo, giusto un post attendista ma manca poco al classico finale di stagione con il botto. Tutto si concentra nel giro di due weekend, iniziamo subito con l’eroica, e non vi devo dire nulla, ci vedremo tra la polvere ed il buon vino per assaporare emozioni in grado di cambiare il nostro sguardo su quei pezzi di ferro un tempo dimenticati nelle cantine ed ora tornati a splendere e soprattutto a correre come loro stessi volevano (sì sono convinto che proprio come i giocattoli di Toy Story, le bici fatte a mano con passione abbiano un qualcosa che alcuni chiamano anima, altri solo personalità, ma ce l’anno diamine…)

Poi nemmeno il tempo di riposarsi ed è subito ora di buttarsi nel colorato mondo del Bicycle Film Festival a Milano, con eventi di tutti i tipi, da perderci le giornate…

Stairwaytohell_def_low….a corollario del festival due garettine niente male, la prima è l’alleycat suprema, quest’anno si chiama “Stairway to Hell” ed il titolo ha tutte la regioni per essere minaccioso, con la sfida nel semifreddo autunno meneghino, condito dai soliti ingredienti di pavè traffico e caos, sapientemente miscelati dal buon Matteo di UBM.

La sera stessa il pomeriggio del giorno segnente (in concomitanza anche con la domenica senza auto a Milano)però arriva il mio appuntamento cardine, quello che aspetto da un anno intero, dove non ho velleità di vittoria (ci mancherebbe) ma l’iniezione di adrenalina diretta in vena che questa gara sa dare le altre se lo scordano, roba che ti rivolta come un calzino ancora prima di partire, in quegli infiniti attimi che precedono il via, dove come al solito il cuore va in soglia stando ancora fermi. David e la Red Hook Criterium sono lì ad aspettare il tributo di fatica e sudore!

Beh, voi che fate? io andrei…            ci vediamo sulla strada.

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