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si stava meglio quando si stava peggio… o forse no? (aka due parole sull’evoluzione delle crit) #ciclismi

sento in questo periodo molto fermento in merito al fenomeno delle criterium a scatto fisso ed alla loro evoluzione e/o direzione che stanno prendendo, mi par necessario qui e ora mettere in chiaro alcune considerazioni dettate solamente dal fatto che ho avuto la fortuna di vedere l’intera loro evoluzione.

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Sta iniziando la stagione di gare 2018, le novità sono tante, i cirucuiti di gara per le criterium a scatto fisso ora sono almeno tre con svaritate tappe in tutta italia ed il fermento di squadre, corridori e costruttori è oggi più vivo che mai. Eppure una parte della cosiddetta “old school” storce un po’ il naso. Si inizia a dire che prima era diverso, che ora manca lo spirito iniziale, non c’è quell’amicizia di fondo che faceva da collante, tutti sono, o si ritengono, dei pro ecc, ecc, ecc…

Seppur dichiaratamente sia da annoverare nella categoria su citata, sia per età anagrafica sia per esser stato fortunatamente presente sin dal giorno zero della nascita di questo piccolo grande fenomeno del ciclsimo, io ad esser un malmostoso brontolone con il dito alzato proprio non ci riesco, ed ora provo a spiegare il perchè.

Tutti gli inizi sono belli e carichi di elettricità statica nell’aria, questo è fuor di dubbio. Esser consapevoli di dar vita ad un qualcosa più grande del nostro quotidiano dà inevitabilmente quell’euforia che riesce, tra le altre cose, ad imprimere nella memoria alcuni momenti in modo indelebile. Una su tutti la prima redhookcrit qui a Milano senza dubbio, ma ancor più la seguente criterium di Modena, in un semplice rettangolo di una zona industriale con bici a volte anche naif ma con un entusiasmo che scaldava come fuoco la fredda notte di inizio novembre, era il 2010. Andava bene tutto, andavano bene i pedali con le gabbiette, il manubrio a bull-horn, i telai vecchi da corsa convertiti, le ruote con il pignone saldato a mano al mozzo in improbabili acrobazie tra metalli ed era sì, certo, divertente e spassoso, sono nate amicizie che ancora oggi sono solidissime e per molti è stato l’inizio di una evoluzione ciclistica del tutto personale che ha portato alcuni a diventare veri e propri viaggiatori in bici, con mia grande stima ed ammirazione nei loro confronti (voi sapete chi siete).

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Ma quello con cui bisogna necessariamente fare i conti è che siamo nell’era di internet, che ci piaccia o no e a giudicare da quanti di quelli che conosco sono, ad esempio, su Instagran, ne deduco che ci piace eccome, la velocità a cui viaggiano e si diffondono le informazione è seconda solo a quella della luce. Bene, se dunque ci piace condividere le nostre esperienze è anche inevitabile che molti si incuriosicano, si informino e sfruttino (in senso completamente positivo) la vostra esperienza per bruciare le tappe e presentarsi pronti e consapevoli alle prossime gare, magari dandoci anche della gran paga!

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Nel contempo, in questi anni, anche reperire l’attrezzatura si è trasformato da un affare per carbonari (ancora ricordo quando grazie ad Aldone ebbi tra le mani il mio primo mozzo pista, quasi pensavo lo avesse forgiato direttamente lui…) ad un fiorire di negozi fisici e, soprattutto, online con tutto quanto serve sia per correre sia semplicemente per provare la pedalata a rapporto fisso. Scatto fisso  che, in realtà, è un gran (bel) ritorno al passato dato che sempre in inverno per preparare la stagione di gare, i corridori veri facevano lunghi allenamenti a scatto fisso per poter avere una pedalata più rotonda ed efficace. La possibilità per tanto di avere un bel panorama tra cui sceglere questo antico/nuovo modo di pedalare non può che far del bene sia a noi sia al nostro mercato italiano, sempre in prima fila quando c’è da innovare, specialmente in campo ciclistico.

E proprio guardando al passato che risulta ancor più facile capire l’intera dinamica di questo fenomeno. Se abbiamo qualche nozione base della storia del ciclismo, vien naturale ricordare che le grandi corse classiche, quelle con ormai più di un secolo di storia sulle spalle, sono nate da idee di persone coraggiose, curiose e con la voglia di sfidare prima di tutto loro stessi. La prima Milano – Torino (no non quella di cui parlo spesso, ma quella del 1876) fu corsa da otto corridori con bici con cui oggi non adremmo nemmeno a prendere un gelato, per il puro piacere di competere con grande spirito d’avventura. Degli otto ne arrivarono solo quattro a Torino ma da lì l’evoluzione naturale delle corse ha portato a quello che il ciclismo è oggi, nel bene e nel male: ed ecco le dirette TV, le ammiraglie, le radioline e (cosa buona) le strade riasfaltate dove sarà poi previsto il passaggio della tal corsa, meglio dell’anas!

Unendo questo scenario e portandolo ai giorni nostri è del tutto comprensibile come un idea fresca ed originale come quella di David Trimble, a cui va attribuito il grande merito di aver saputo mescolare il ciclismo classico al movimento dei messenger, ha in soli dieci anni cambiato radicalmente il panorama di questo nuovo ciclismo, facendolo diventare vera e propria disciplina.

Ritengo, inoltre, sia stato un bene ed un necessario punto di non ritorno l’aver visto nell’ultima redhookcrit di Milano un professionista in attività correre e dominare la gara. In questo modo si evita il classico fenomeno alla “granfondo amatoriale” che poi amatoriale non è ma è dove (scusatemi il termine) vanno a spiaggiare tutta una serie di ex-pro o pro mancati (chi ha detto pummarola pro) che chiaramente hanno in gara vita facile contro dei semplici amatori appassionati con un lavoro da 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana ed una famiglia. La direzione impressa è, quindi, verso la piena spettacolarizzazione del fenomeno, aiutata anche dall’esser una formula di gara molto più telegenica che, ad esempio, la classica tappa del giro d’Italia con  le 3-4 ore di diretta nelle quali per l’80% del tempo obiettivamente non accade nulla di significativo. Qui invece siamo al cospetto di gare corte, meno di un’ora, su circuiti urbani brevi e facilmente copribili interamente con 6-7 telecamere fisse in luogo degli imponenti mezzi del ciclismo classico (moto, elicotteri, postazioni di regia ecc ecc…) e con una serie continua di colpi di scena in gara, per non parlare della possibilità di integrare le riprese delle camere a bordo pista con delle micro camere on-board sulle bici e realizzare quello che potrebbe diventare il MotoGP del ciclismo, investitori siete avvisati.

Nasce quindi, e sul serio, una nuova disciplina come lo fu il keirin in Giappone negli anni 50, ma con il fascino delle corse notturne, brevi e cariche di adrenalina che anche su di un non addetto ai lavori esercitano un grande fascino. Le ali di folla per l’intero chilometro del tracciato milanese non sono fatte da solo da cilclisti assidui, ma da ragazzi e da famiglie, da curiosi e da entusiasti per un qualcosa che unisce il ciclismo, parte integrante della cultura italiana, agli action sport che sono la nuova linfa vitale dell’intrattenimento sportivo. Ci divertiremo.

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Settembre, il mese delle #criterium a #scattofisso

Beh, quest’anno è stato strano per tutta una serie di fattori, non ultima tra le stranezze quella di non aver corso, per ora, nessuna criterium con la bici da pista… ma ho tempo e modo per rimediare…

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… Si inizia subito ovviamente con il top di gamma, dopo le prime due tappe che hanno visto battaglie epiche in condizione anche limite, ecco la tradizionale reedhook di Barcellona! quest’anno sarò alla finestra, diciamo, ma è sempre bello seguire le gesta di quelli che oramai sono atleti di primissimo livello sfidarsi nel circuito più tecnico della stagione, ne vedremo delle belle!

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crit_rhoNemmeno il tempo di far raffreddare le gambe, proprio il 6 settembre, una prima infrasettimanale di prestigio. Grazie alla perfetta organizzaizone di scattofissoCrew (Lissone vi dice nulla?) ci sarà la prima edizione della SDC Biringhello Crit in quel di Rho (MI) con un percorso tecnico dove tirar fuori tutte le skills da specialista

Il 9 una concomitanza fissa la tradizionale National Mutarde crit di Dijon con la tappa conclisiva del trofeo criteriumitalia in quel di Varano, come si divideranno gli alfieri dello scatto fisso?

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Altro infrasettimanale con un classico dei classici: la cirterium Tremens al parco Lambro, ormai il tempio conclamato della velocità milanese. Un circuito classico della quale conosco anche i sassolini, ed unica l’atmosfera che si respira nel parco!

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Arriviamo ad una delle più belle del panorama nazionale, il 23 ci sarà la criterium del ponti a Pogliano milanese, ed è un circuito che miscela alla perfezione velocità, tratti tecnici e porzioni in pavè come una classica crit urbana deve avere. L’organizzazione brianzola non ha mai sbagliato un colpo ed in poco tempo è diventata uno degli appuntamenti più prestigiosi della stagione. Neanche a farlo apposta è da sempre la gara in cui le mie gambe girano meglio e riesco sia a divertirmi sia a fare una ottima prestazione, non si può mancare!

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Il mese si chiude con il botto, proprio nella mia Torino. Al 30 di settempre ci sarà la prima edizione del “god save the cyclists” all’interno del parco Ruffini per quella che si presenta come un’altro grande appuntamento del calendario. Il percorso è selettivo e non sarà facile indovinare il rapporto ideale per essere veloci in tutti i settori. Il tutto supportato da un’organizzazione nuova e dinamica che è anche base ad un progetto importante per la sicurezza di chi tutti i giorni si move o si allena in bici sulle strade!

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https://www.youtube.com/watch?v=aeaOpAphE0s

Arriverà poi l’ottobre della ottava redhook milanese ma questa, per ora, è un’altra storia, ma ho la bici nuova da testare a fondo!

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come se fosse il GP di Monaco, ma sono su di una bici, ed i freni non ci sono. #critdeiponti

Oramai nel bene e nel male son considerato il “vècio” delle criterium dato che ho avuto la fortuna di esser dentro questo mondo sin dal primo giorno. Questa volta sono stati proprio gli amici di sempre a sorprendermi e ad organizzare una gara che mi è rimasta dentro, ora ve la racconto.

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Le cose cambiano, come si dice, ma le persone restano. Qui e oggi questa frase si rende ancora più profonda nel suo significato e si associa ad una delle cose che più mi piace fare in sella ad una bici: le criterium a scatto fisso.

Eh sì, perchè le menti dietro alla criterium dei ponti, sono i ragazzi della Brianza, quelli che dalla preistoria di questa disciplina di nicchia sono sempre stati attivi a correre e ad organizzare una marea di eventi, sempre belli, genuini e divertenti come dovrebbero essere sempre queste gare (o garette, che è meglio). E allora dopo i km violenti, le Milano-Pavia, le alleycat anche loro hanno avuto la voglia, l’ambizione e la capacità di organizzare una criterium in grande stile prendendo a prestito, diciamo così, le strade centrali di un intero paesino del milanese, Pogliano.

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Come sempre non arrivo con grande anticipo, le strade sono già giustamente tutte chiuse al traffico con un notevole ed encomiabile sforzo organizzativo, di fatto senza precedenti a mia memoria eccetto la redhook, ma con un budget di meno di un ventesimo, occhio e croce… Ai gazebo ritrovo gli amici di sempre questa volta siamo ancora più mischiati e variopinti il che ci tiene a distanza siderale dagli eventi del ciclismo ufficiale dove ogni squadra ha il suo “recinto”, qui invece i confini non ci sono, ci si riconosce a naso e dall’esterno capiscono l’appartenenza solo per le maglie indossate prima di entrare nel circuito, bello bellissimo, non abbiamo bisogno d’altro se non di noi stessi per correre, facciamo la differenza anche agli occhi curiosi degli abitanti del posto a cui per oggi togliamo un po’ di libertà di movimento ma doniamo i nostri colori.

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Il percorso è subito pronto per esser testato, mi muovo con un po’ di circospezione insieme ad altri compagni di corsa. Devo essere onesto, la prima sensazione è pessima: zero vie di fuga nelle curve, tracciato veloce e tutto tra muretti, tratti in pavè, cordoli rialzati ovunque… Siamo in un dedalo di vie in un piccolo paesino, avendo in mente quali saranno le velocità in gara non riesco a star tranquillo e ad avere una buona concentrazione per la prima batteria di qualifica che da lì a qualche minuto mi vedrà impegnato. L’organizzazione ha fatto di tutto per mettere in sicurezza il tracciato, ma è la sua morfologia che lo rende estremamente tecnico e delicato.

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Nonostante tutto mi schiero al via della batteria, ho un vantaggio però, conosco praticamente tutti quelli con cui correrò, e sono tutti ragazzi di esperienza che sanno come si guida una bici da pista pura dentro un circuito del genere. So già fin da subito che non giocheranno brutti scherzi nell’impostare curve e traiettorie durante i 10 giri a venire. Non mi sbagliavo.

Appena dato il via dal direttore di gara ci sgraniamo subito al meglio, le curve scivolano via sotto alle nostre ruote, una dopo l’altra e man mano che i giri scorrono capiamo esattamente fin dove poter osare, fino a dove poter mettere millimetricamente le nostre esili impronte dei battistrada delle gomme e fare vere e proprie “barbe” a cordoli e muretti. Dieci giri scorrono veloci e conservo sufficiente lucidità per contare quanti siamo ed esser certo della mia qualificazione in finale, provo anche a risparmiare un po’ di gamba che poi la gara avrà di sicuro un altro passo imposto dai funamboli dello scattofisso.

Dopo la gara podistica sul medesimo tracciato (non ci si fa mancare nulla noi) ecco che, al solito, inizia a salire la vera tensione pre gara, quella che chiude lo stomaco, tende i muscoli “a vuoto” e dà quell’impressione di muoversi al rallentatore, come dentro quei sogni fastidiosi dove si cerca di correre fuggendo e non ci si riesce a muovere. Ma infondo è una delle cose che fanno delle corse quella strana cosa che crea dipendenza una volta che le si prova ed anche qui il copione si ripete, sempre uguale eppure sempre diverso.

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La partenza è subito a tutta, il gruppo benchè piuttosto numeroso (siamo in quaranta) si sgrana subito bene e dopo pochi giri si delineano gli inevitabili tronconi che faranno ognuno la sua gara: i ragazzi davanti, quelli che seguono ma a buon ritmo, chi arranca e chi prova comunque la sensazione di essere dentro una corsa vera. Io mi ritrovo con amici vecchi e nuovi a battagliare nel secondo gruppo di inseguitori, siamo in 6 ed il ritmo è comunque elevato e non ci si risparmia, anzi si aumenta progressivamente che le gambe entrano in temperatura e man mano che le traiettorie vengono interiorizzate da ciascuno di noi, ognuno la sua ma tutte armonicamente insieme.

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Ed è qui che mi viene inevitabile la sensazione di trovarmi dentro il più folle, insensato, anacronistico e storico circuito della Formula1, in quel Montecarlo, dove a farla da padrona non è la pura velocità ma il coraggio e la perizia dei piloti nel pennellare i muri ed i cordoli, curva dopo curva, giro dopo giro. Il tratto prima dell’ultima curva poi è davvero perfetto, interamente attorno alle case, con l’asfalto che termina esattamente contro i muri, dando la possibilità di stare ad un soffio dagli ostacoli per fare meno spazio possibile ed arrivare all’ultima curva in posizione ideale.

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La gara scorre veloce, la trance agonistica fa in modo che nessuno sia lì a risparmiarsi ma tutti a loro modo collaborino per tenere il ritmo il più alto possibile, senza tatticismi dato che qui tutti stiamo inseguendo il gruppo che ci precede, ma ancora di più stiamo inseguendo la nostra voglia di andare sempre più veloce, sempre più vicino al limite di piega che gomme e pedali ci consentono. Verremo “destati” a due giri dalla fine dalla moto di sicurezza che ci segnalerà l’arrivo del gruppo di testa che si approssima a doppiarci. Poco conta, leggo in tutti gli occhi che incrocio l’emozione e la soddisfazione per aver fatto ancora una vota una gara al meglio delle proprie possibilità, ognuno a suo modo.

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Oggi non ci sono stati come nel circus della Formula1 i rombi di motore, è stato tutto silenzioso e rispettoso dei timpani degli spettatori, ma non meno emozionante e carico di adrenalina. Questo è quello che traspare anche sentendo post gara i commenti di quelli capitati lì per caso a vedere questi ciclisti così diversi dal solito. Corridori con bici che oltre a non avere i freni devono essere senza qualche rotella nella testolina, probabilmente devono essere gli ingranaggi interni che trasmettono timore e cautela alle gambe, quell’informazione lì proprio non riesce a propagarsi nè in me nè in quelli che mi ritrovo accanto, sul filo dei 45 orari tra i muretti di un sonnolento paesino milanese che oggi ha visto questo strano circo approdare sulle sue piccole strade.

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PS: le bellissime foto sono di Silvia Galliani ed Emanuele Barbaro

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was hard, now even harder! la mia #redhookcrit #milano con @cykeln_mag racing team

frastornato, dopo quattro giorni sono frastornato e ancora mi riesce un po’ difficile mettere in fila tutte le emozioni in un ordine per lo meno cronologico, ma è meglio ci provi ora, di modo che alcuni dettagli importanti non svaniscano nella mia memoria…

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questa volta non è facile nemmeno scriverne, della Red Hook. Prima era una sfida quasi a se stante, estemporanea. Ora in un certo senso l’intero anno sui pedali è stato incentrato su questa gara. Quarantacinque minuti valgono una stagione? Probabilmente sì e credo che chi c’era, vecchia e nuova conoscenza di questo mondo, ha capito perfettamente il perchè. Aggiungiamoci anche che per la prima volta nella mia vita mi sono anche sentito parte ed al servizio di una squadra vera, non tanto per il prestigio o la visibilità, ma quanto per l’amicizia ed il legame fortissimo che si è venuto a creare in poco meno di sei mesi, intensi, pazzeschi, veloci, faticosi.

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Arrivo presto ed in buona compagnia, per una volta, sul campo di gara, in quella Bovisa che lo scorso anno per tanti motivi ha deciso di prendersi un anno sabbatico dalla redhook,ma che torna e di prepotenza per far capire a tutti, ma proprio a tutti, che queste sono corse nate in periferia e lì devono restare e prosperare. Il grande merito di aver acceso un quartiere dimenticato per quasi un anno, dove la sera tutti si chiudono in casa ed invece ora sono tutti per strada, i chioschetti aperti e tanti volti curiosi e sorridenti fanno da contorno.

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L’anticipo non è poi così grande, tempo di far ritirare il numero al mio amico Andrea ed è subito ora di cambiarsi e scaldarsi, perchè quest’anno c’è un’altra novità ed è bella grossa: non si arriva alla gara serale semplicemente con un’iscrizione fatta in fretta con click veloci sul web, no, questa volta la finale bisogna meritarla e la cosa non è affatto banale, anzi, mi mette una pressione addosso enorme, ne sento tutto il peso e percepisco i miei gesti quasi come fossero alla moviola. Passano gli 85 migliori tempi sul giro secco, indipendentemente dalla batteria, ce ne saranno quattro da 50 atleti per turno. I fattori in gioco sono tanti, e devono incastrarsi tutti perfettamente come in un mobile fatto a cesello: gamba buona, gomme ok, curve prese a tutta, scia giusta, compagni giusti e, soprattutto, un giro intero del tracciato senza trovare altri corridori lenti sul percorso. Siamo ormai tanto tanto vicino a quello che si vede in tele per la motoGP e l’adrenalina vi assicuro che non è meno, anzi.

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Il primo turno, quello di Andrea, è strano. In pochi si conoscono, in pochi si accordano per fare gruppi veloci sfruttando il gioco delle scie. Ne consegue che tante gambe ottime restano imbrigliate nel meccanismo stesso delle qualifiche e si trovano con tempi non alla loro altezza. Una mossa saggia fa il mio amico: prende e va tutto solo incontro al destino in un giro tirato a mille e con sempre il vento in faccia. La sua strategia lo ripagherà ampiamente e si ritroverà in finale, proprio lui che fino a pochi mesi fa sentiva i miei racconti sul mondo delle criterium con bici da pista come una cosa distante e fatta per ciclisti non del tutto assennati.

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Seguo poco il secondo turno, che poi tocca a me. nel mio terzo turno c’è il grosso della mia squadra: io, Paolo, Claudio, Chris e Filippo. In partenza il nostro capitano Alex ci carica come delle molle, il suo contributo non è solo nelle gare e nelle sue vittorie, il merito più grande è quello  di fare da collante e motivarci a dare sempre il massimo, ci riuscirà anche questa volta. Linea di partenza, siamo schierati, abbiamo preso un po’ di accordi con gli amici/avversari di sempre, l’obiettivo e di fare entrare quanti più italiani possibile. E allora via, tempo qualche minuto e parte il “primo treno”, lo perdo. Non mi perdo d’animo ma cerco di prendere un ritmo veloce e capire come interpretare al meglio tutte le veloci curve, qualcuna la ricordo bene ma qualcun’altra è del tutto inedita, va capita. Il secondo treno riesco a prenderlo, con fatica ma sono lì, gli spigoli dei cordoli cittadini passano veloci sotto il mio sguardo, uno dopo l’altro quasi li sfioro ed in un attimo che mi pare eterno rivedo il portale dell’arrivo, mi alzo sui pedali e spremo tutto quello che ho dentro. Saprò dopo che il tempo era buono, ottimo per il mio stato di forma, ma soprattutto sufficiente a raggiungere la finale, ovvero 3/4 del  mio obiettivo di giornata.

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C’è ancora tempo e vedo il mio compagno Filippo un po’ in difficoltà, voglio che si giochi la sua possibilità e ci accordiamo: si mette sulla mia scia e prova a tenermi a ruota fino in fondo per magari poi tentare di uscire allo scoperto e tirare fuori il giro buono. Io ho ancora energia da dare e la sacrifico più che volentieri, ne voglio vedere tanti di body coi fulmini in griglia questa sera. Dopo la metà del giro lanciato sento calare un po’ le forze, non mollo, sono ancora a tutta, spero che Filippo rompa gli indugi e mi passi a velocità ancora maggiore, ma già non è male il vederlo incollato alla mia ruota, arriviamo a tutta sotto il traguardo. Non basterà, ma almeno nessuno avrà rimorsi sull’averci provato al meglio delle proprie possibilità.

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Il lasso di tempo tra fine qualifiche e gara passa piuttosto in fretta, tra le tante chiacchierate con amici vecchi e nuovi, in italiano ed in inglese. Il bello è proprio questo: riuscire a scambiare due battute anche con persone lontanissime, seguite solo attraverso i social network, che oggi e solo per oggi sembrano amici di lunga data con cui raccontarsi e darsi consigli. Alla fine questo mondo è ancora abbastanza piccolo da considerarsi una comunità e questo per me conta tantissimo. Quando questa atmosfera sparirà allora inizierò a dubitare se iscrivermi ancora, ma questo oggi non lo percepisco affatto, anzi, siamo gli amici di sempre e per un giorno tutti siamo lì per dare il meglio di noi stessi.

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Arriva il momento che più aspetto, lo aspetto da un anno. Ci si va a schierare in griglia, lentamente, muovendo il rapporto a scatto fisso fatto per correre sempre sopra i 40km/h e come tutti mi muovo lento, sentendo ogni fibra dei miei muscoli intervenire sincrona per gestire il mio passare attraverso le transenne e raggiungere il mio posto, sono al numero 73 e sono alla finale della Red Hook criterium di Milano.

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gli attimi durano giorni…sento una voce lontana scandire con lentezza ….3…..2…..1…..GO! Non c’è lo sparo dello starter, c’è direttamente una iniezione di adrenalina nel cuore, sono in soglia ancora prima di fare il mio primo metro di gara e ci resterò fino alla fine. Non c’è riposo, non c’è respiro è una gara da correre tutta di un fiato. Se esiste una situazione che incarna la cosiddetta “trance agonistica” allora è proprio ora che si materializza alla perfezione. Lo sguardo rimbalza come un flipper a cercare la ruota migliore, le traiettoria ideale, a scartare quel tombino che il giro prima mi ha scosso il manubrio. Rilancio, una, due, tre volte ad ogni giro. Se fossi da solo le curve le farei meglio e più veloce, ma non raggiungerei di sicuro questa velocità in rettilineo ed allora è meglio restare qua. Sono in coda al gruppetto dei ragazzi che come me ha passato un’intera stagione a correre nelle zone industriali, solo per il gusto di correre veloce e sfidarsi di volta in volta sui differenti tracciati che l’urbanistica ci offre. Questa volta è simile ma differente, questa sera il valore aggiunto sono le centinaia di persone lungo il circuito, la loro energia, le campane, il tifo e il sentire ad ogni tratto voci amiche che ancora una volta gridano il tuo nome e ti fanno spingere ancora più forte sui pedali. Arriva anche un crampo che metto a tacere, le voci dalla strada sono molto più forti di lui, il sogno è qui ed io ci passo attraverso con tutta la forza che ho.

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Mi sveglierà il rombo di una moto, infondo mancano solo pochi giri ed ho dato tutto quello che avevo, va bene così. Anche quest’anno eravamo a correre con i migliori al mondo in questa disciplina di nicchia, dove serve una bici semplice, senza fronzoli, ma ci vuole tanta passione, forza e talento per farla correre veloce sull’asfalto cittadino, dove queste bici un tempo destinate agli ovali si son ritrovate quasi per caso a correre ancora ed a risvegliare una passione che per troppi anni è rimasta silenziosa ma che oggi rompe il muro e grida a tutti che è tornata ed è qui per restare.

PS: ricambio il favore lasciando il link alla giovane scrittrice e blogger che per la prima volta è venuta a contatto con questo mondo e ne ha scritto un pezzo sicuramente più lucido e coerente del mio: emialzosuipedali RHC Milano 2013

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