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Lottare, e vincere, contro (se stessi), 138km di vento e un oceano di colline bianche…

Era alcuni anni che non partecipavo a delle granfondo, vuoi per l’ambiente non tra i più accoglienti nel campo ciclistico, vuoi per l’impegno in termini di ore fuori casa e trasferte… grazie all’avventura con Trek, invece, la ripartenza è stata oltre le mie più rosee aspettative!

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Dopo un viaggio che per fortuna si è svolto a tappe e per fortuna anche in buona compagnia, per una volta mi trovo di fronte al morbido profilo delle colline senesi che l’aria non odora di inizio autunno ma di fine inverno. Infatti questa volta di eroico ci saranno solo le strade bianche ma non tutto il contorno di acciaio, tubolari Clèment, scarpette in cuoio e magliette in lana. Questa volta sono qui per un qualcosa che pur rimanendo ciclismo è totalmente diverso e, per me, fortunatamente nuovo.

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Il sabato farò lo spettatore ammirando i migliori corridori al mondo cimentarsi nella strade bianche pro,  a seguire la domenica sarà la mia volta, su di un percorso più corto (circa 140km al posto dei loro 200) ma non per questo meno duro, selettivo, affascinante ed evocativo.

Compagna di viaggio al nostro ultimo appuntamento è la Trek in declinazione Domane 6.2 disc che mi ha tenuto compagna per quasi un intero mese dove ho avuto modo di conoscerne tutti i suoi lati, anche i più nascosti, ma queste è un’altra storia (o il prossimo articolo, se più vi piace). Per una serie di scelte fatte in precedenza ho montato la bici con dei pedali da mtb, in previsione di dover magari camminare sullo sterrato (la mia condizione fisica è ancora molto lontana dal potersi dire accettabile) ma come conseguenza posso muovermi un ina città bomboniera come Siena in tutta libertà all’interno della cerchia delle mura. Quindi, jeans, giubbotto, casco (sempre),  scarpe Chrome mille usi e via, si va a vedere l’arrivo della gara dei pro!

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Erano più di vent’anni che non entravo in piazza del Campo e la sensazione di ricadere nella magia del rinascimento italiano è fortissima, devo solo fare un po’ di astrazione ed immaginarmi che non ci siano le comitive di turisti russi e giapponesi e nemmeno quel portale di fronte a palazzo della signoria, anche se per la verità è proprio per quel portale che oggi sono qui. Sono in anticipo e la voglia di esplorare e pedalare è troppa per lasciarmi davanti al maxischermo che inizia a trasmettere le prime immagini della corsa. Mi lascio allora trasportare dalla curiosità e vago per le strade selciate tutte in sali-scendi della città. Scorci ed angoli strepitosi si susseguono uno dopo l’altro, poi dopo un paio di discese mi trovo ad incrociare proprio il percorso della gara di oggi e la tentazione di percorrere il “loro” ultimo chilometro è troppo forte per potergli resistere! Dopo poche pedalate mi trovo di fronte ad un muro devastante, il tratto più tosto sulla carta è “solo” 300 metri ma ad una pendenza poco al di sotto del 20%. Arranco e mi aggrappo al manubrio, devo usare tutto il corpo per far girare le ruote. Sotto gli sguardi anche un po’ incuriositi di qualche turista arrivo in punta e da lì solo un paio di svolte per arrivare sul traguardo. In cima a quella salita io boccheggio ma so già che sarà, come gli anni passati, quella la chiave di volta dell’intera gara ed ho i brividi a pensare ad un corridore con la forza di poter scattare su di una rampa simile dopo duecento chilometri di gara. Dopo poco mi raggiungono in piazza i miei compagni di avventura in questo weekend: Luca ed Emiliano, due (tri)atleti con cui dividerò gioie dolori ed emozioni di essere in questa terra magnifica per pedalare. Ci appostiamo per l’arrivo con vista sia della linea del traguardo sia del maxischermo… Alla fine non sbagliavo troppo la previsione, uno scatto a tutta di Van Avermaet con Stybar che tiene comunque il passo e si riserva quel guizzo in più e quell’abilità a svicolare tra le transenne che solo un ex campione del mondo di ciclocross ha nel DNA e va a vincere! Seguono un incolore (per me) Valverde ed un caparbio Diego Rosa che ha saputo muoversi benissimo sugli sterrati essendo un’anima da ruota grassa!

La festa e l’emozione per un arrivo così entusiasmante ed incerto lasciano ora spazio alla preparazione della nostra piccola grande impresa. Ci dirigiamo al ritiro dei pettorali, e trovo subito una graditissima sorpresa. Chi mi conosce sa bene che il mio numero portafortuna è il 3… ecco qui me ne trovo addirittura due da cucire addosso. Il mio numero di gara per domani sarà il 303, auspicio migliore non potevo avere. Poi dopo cena ancora gli ultimi gesti di rito: le ultime regolazioni alla bici, una passata per tutta l’estensione dei copertoncini per cercare eventuali tagli che potrebbero compromettere la gara, ed infine quelle quattro spille da balia pronte ad appuntare il numero sulla schiena. E’ la prima volta quest’anno che compio questo gesto antico come il ciclismo stesso ed ancora non so dove mi porterà questa stagione di gare.

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La sveglia ha bisogno di pochissimi trilli, in un attimo sono nel cortile dell’hotel, pronto. La colazione è quella classica da albergo ma cerco di incamerare quanti più zuccheri possibile. Partiamo da lì direttamente in bici, tagliano a metà per il centro cittadino sino al luogo della partenza. La griglia che ci hanno riservato come ospiti è molto davanti, il che è un po’ un’arma a doppio taglio: facile seguire le ruote buone ma difficile gestire tutti i cavalli di razza che sopraggiungeranno alle nostre spalle. In questo mi arrogo un piccolo vantaggio, ho confidenza con le gare fianco a fianco ad altri ciclisti, mentre i miei due soci ad bravi triatleti solitamente spingono sui pedali in assoluta solitudine, la loro bagarre è solo nella fase di nuoto solitamente!

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Compare anche il grande Fabian “spartacus” Cancellara e darci un saluto e qualche consiglio, poi 3, 2, 1 via! Avevano detto che i primi 5km sarebbero stati ad andatura controllata, ma non avevano specificato quale, dopo i primi istanti lancio un’occhiata al Garmin e leggo 54 orari, benissimo, si parte senza riserve e così sarà per tutta la gara: dare il massimo sapendo di dover gestire una corsa di almeno 5 ore sulla sella.

lasciato l’abitato di Siena una cosa prende sopravvento (parola non casuale) sul mio gruppo, un vento forte, laterale o di tre/quarti anteriore, a folate continue e nemmeno tanto caldo. Sarà il compagno di tutti i corridori fino all’arrivo ed è una bella gatta da pelare… a condire la situazione, perchè la legge di murphy non sbaglia mai, dopo poco mi ritrovo anche da solo a sfidare gli elementi. Ma per fortuna arriva uno dei motivi per cui sono qui: il primo tratto di strada bianca! Come già sapevo, anche con una bici molto diversa dalla mia acciaiona con il fiore, queste strade mi fanno tornare bambino. Non mi accorgo e sto spingendo sui pedali a tutta, sento la bici letteralmente galleggiare sulle asperità e sul  brecciolino, la simbiosi è perfetta e non fosse per l’energia spesa dalle mie gambe quasi che ho la sensazione di sentirmi su di una moto da enduro… strepitoso! Inizio a vedere anche le classiche scene a bordo strada di un buon numero di forature… un po’ ancora mi stupisco, io alla fine con oggi sono cinque volte che percorro queste strade senza risparmiarmi ed ho sempre riportato a casa le camere/tubolari di scorta, meglio così: è anche importante capire dove mettere le ruote e scegliere con attenzione la pressione di gonfiaggio.

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La strada scivola comunque veloce ed è sempre bello poter scambiare qualche battuta con gli sconosciuti compagni di corsa, è un po’ come agli esami universitari dove nell’attesa di sedersi al tavolo del professore e ci si scambia quelle battute magari banali ma che fanno sentire dannatamente meglio, una condivisione necessaria non tanto per le informazioni scambiate quanto per l’empatia che si viene a creare.

Mi fermo a tutti i ristori, trovando volontari davvero gentili e (novità) con la voglia di scherzare! Non ho fretta e mi prendo qualche minuto, soprattutto per fare il pieno di sali alla borraccia perchè so che prima o poi i crampi arriveranno ed è opportuno farsi trovare preparati. I tratti di salita li trovo sempre via via più impegnativi. Non ho una condizione per una gara del genere, ne ero consapevole, ma come dice un mio amico del mestiere: “nel nostro ciclismo l’importante è darsi obiettivi nettamente al di spora delle proprie possibilità.” e vi assicuro che la cosa funziona alla grande. Con queste parole nella testa le colline volano via una ad una, ognuna con la sua caratteristica sia nella salita che nella loro discesa. A tre quarti di gara mi raggiunge un bel gruppetto, saranno una decina circa e riesco a tenere il loro passo sentendomi al sicuro, discese comprese dove finalmente riesco anche a trovare il 100% di feeling con la mia Domane e a gestire al meglio la ottima modulabilità dei dischi freno.

Passati i 110km di strada inizio davvero a sentirmi in riserva, come si suol dire sulle peggiori rampe ora ho solo più la compagnia dell’uomo col martello che arriva implacabile portando con se anche i primi crampi. Non mollo, anche se qualche passo a piedi sono costretto a farlo. Poco male,  ho anche le scarpe da mtb che mi fanno camminare benissimo sullo sterrato, quindi la prendo quasi come un’attività di scarico dalla pedalata.

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Inizio a vedere le costruzioni di Siena, sono ancora in basso ma annuso l’aria del traguardo e questo porta nuova linfa nelle mie gambe, i crampi se ne stanno buoni e gli ultimi chilometri, di nuovo in solitaria, passano via veloci. Arrivo alla svolta chiave che mi fa entrare sul selciato cittadino dell’ultimo chilometro.

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Come sempre, come al solito passa tutto: stanchezza, intorpidimento del fisico per le cinque ore e mezza in sella, via, ci sono solo io che spremo e zittisco le gambe per arrivare in piazza del Campo che dopo l’ultima svolta mi si para di fronte, in leggera discesa ed eccomi, posso anche concedermi di chiudere gli occhi un istante e sentirmi a mio modo vincitore dell’ennesima sfida con me stesso.

Taglio il traguardo in una delle piazze più bella del mondo e questa emozione so già che non se ne andrà tanto presto dalla mia mente, anzi sedimenterà per creare un altro di quei ricordi indelebili che solo la mia ingestibile passione per il ciclismo sa regalarmi. Fino alla prossima volta.

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un mese di avventure pedalate in compagnia di una dama bianca: la Trek Domane 6.2 disc. “I’m an ambassador, dudes!”

E’ proprio vero che quando fai le cose per pura passione, senza aspettarti nulla in cambio, ti accadono le migliori cose possibili. Così è con questo blog, nato come valvola di sfogo per far fronte ad una mia intima esigenza di scrivere, raccontare e condividere le cose che mi fanno stare bene. Proprio grazie (anche) a questo spazio web che arriva tanto inaspettata quanto entusiasmante proposta di diventare “ambassador” per una grandissima casa come Trek, ma andiamo con ordine.

 

Nel mio costante disordine, reale e mentale, mi ritrovo con cinque indirizzi email a mio nome: troppi, lo so. Di conseguenza vi lascio immaginare la mole spropositata di spam che mi arriva quotidianamente. Ho vinto viaggi, crociere, migliaia di dollaroni da consoli africani vari, casse di viagra e via di seguito. Poi “in un pigro martedì pomeriggio” (cit.)  mi arriva una mail all’apparenza come tante. E invece no.

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Anche se l’inizio è classico: “ciao riccardo, sono J dell’agenzia K e ti abbiamo selezionato perchè il tuo profilo risponde alla nostra filosofia….ecc…ecc.” ma c’è quel finale che, a mia memoria, non avevo mai letto; messo lì senza dargli un peso ed invece è quello che gira la frittata… Tanto semplice quanto perfetto con il suo: “E no, non è una  mail di spam Occhiolino” C’era anche la faccina… ed invitava non a cliccare su di un link, ma a rispondere alla mail stessa per parlare e confrontarsi su questa proposta. Ok, allora è tutto vero!

Di fatto poi nei giorni successivi si instaura anche un bel dialogo vero e proprio e realizzo ancora di più la felicità e l’onore di essere stato scelto non per una estrazione a sorte, ma per quella che è la mia visione del ciclismo e per l’urgenza che ne ho di raccontarla e di trasmetterla a chi ha la pazienza di leggere.

In sostanza, il mio ruolo mi concede il  privilegio di avere in prova per quasi un mese intero una bici Trek di alta gamma e di poter partecipare alla Granfondo stradebianche che si terrà l’8 di marzo con partenza da Siena e ricalcando in parte quelle strade da sogno che già ben conosco dalle frequentazioni con l’Eroica.

L’arrivo della bici già di per se è stato un piccolo evento. Un pacco enorme (evidentemente) recapitatomi direttamente in ufficio, con sommo stupore dei colleghi e con dentro una bici davvero spettacolare, nuova nel senso letterale del termine. Ha una quantità enorme di piccole e grandi soluzioni (per me) inedite e sicuramente innovative, volta a candidarsi in tutto e per tutto a “bici totale” adatta sia a novizi che ad esperti.

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La bici è la Trek Domane 6.2 disc. Già il nome ne dice molto per chi conosce la gamma dei modelli della casa. E’ il mezzo nato per le lunghe e lunghissime percorrenze, adatto alle gran fondo ma soprattutto un modello nato e sviluppato per gli inferni del nord ovvero le classiche del pavè.

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Questo non fa altro che mettermi addosso ancora più curiosità per una bicicletta curata nei minimi dettagli e che si propone di tener compagnia al suo utilizzatore in ogni condizione atmosferica e di fondo stradale. Su questa linea di principio si colloca anche una piccola chicca aggiuntiva, il supporto a scomparsa per i parafanghi, veramente utile e ben ingegnerizzato. Misurando con il calibro ho poi anche verificato che si possono installare degli pneumatici fino a 30-32mm ed ho giusto pronti un paio di cx-pro tassellati da 30 che saranno certamente montati per una serie di prove per quella che potrebbe diventare una “killer bike” delle gravel, questa nuova formula di gara che mi appassiona moltissimo e che già mi ha dato un sacco di emozioni.

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Per ora è tutto, ho già preso un primo contatto ovviamente con la bici e mi sto iniziando a fare un’idea abbastanza precisa. Il resto nelle prossime puntate.

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Vi racconto delle mie bici – puntata 2 di 7: la Colnago super del ‘78, solo per passione…

Questa è, numeri alla mano, la bici che pedalo meno nel corso dell’anno, e nasce prima di tutto dal mio amore per la storia e la tradizione ciclistica italiana e per tutto quanto prodotto da Campagnolo, infatti è una bici nata alla rovescia…

Sì perchè solitamente le persone dotate di senno prima acquistano, o per lo meno identificano,  il telaio. Poi man mano arrivano i componenti da abbinarci. Invece no, qui la scintilla iniziale fu scoccata da un annuncio su di un mercatino online che recitava semplicemente: “gruppo super record completo” e da lì a non resistere, visto anche l’ottimo prezzo, il passo fu brevissimo!

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!ByHoCrw!mk~$(KGrHqYOKkIEwQNZwOpIBMQcJ8di0w~~_3Appena arrivato a casa il sospirato pacco, mi soffermai diversi giorni a rimirare la bellezza meccanica di quegli oggetti, una vera sintesi di ingegneria meccanica. Ogni componente è la perfetta unione dei concetti base di forma e funzione, senza fronzoli, concepiti ancora da Tullio in persona, che non credo badasse alle sciccherie quanto più al supportare con prodotti eccellenti i corridori di mezzo mondo e a quell’epoca obiettivamente Campagnolo non aveva rivali.

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Iniziai quindi a ricercare un telaio di pari epoca e soprattutto che fosse in buone condizioni e della mia misura. Tutto subito pensa ad un Olmo, nobile telaista e corridore in quel di Celle Ligure. Il tutto era anche un bel dejavù visto che da piccolo andavo al mare proprio in quella cittadina della riviera e mio nonno, lungimirante, spesso mi portava a vedere le vetrine del loro negozio (oggi dovremmo chiamarlo flagship store, ma ci siamo capiti..).

_MG_0480Poi d’improvviso una folgorazione: su quel mercatino del tanto chiacchierato fixedforum e preciso che non sono solito passare il rassegna quella sezione, ne preferisco l’aspetto di comunità e di incontri agli eventi. Ma fattostà che sembrava aspettarmi, taglia perfetta, condizioni perfette, un Colnago super di razza e su tutte quel colore strepitoso, riassumibile nel classico “carta da zucchero” ma con una tonalità ancor più particolare che in un attimo mi fece dire: “sì, sei tu!”. Qualche malpensante utente del forum stesso potrebbe anche dire che forse ho salvato quel telaio dall’esser sabbiato, riverniciato fluo, amputato dei passacavi e riassemblato come bici a scatto fisso modaiola, giusto per andare agli aperitivi. Beh, non lo sapremo mai, ma pochi giorni dopo il telaio era insieme al gruppo, mancavano solo qualche dettaglio e poi il quadro sarebbe stato completo e pronto per il montaggio finale.

Per alcuni dettagli mi venne in aiuto il buon Pietro detto “pogliaghi” e non a torto vista la usa infinita conoscenza nel campo del ciclismo d’epoca unita ad un garage che per me è stato come quando ho visto Gardaland la prima volta… quindi dissigillammo insieme un paio di cerchi Nisi bruniti a 36 fori, perfetti per i mozzi record, in più trovo pipa e piega manubrio pantografati Colnago, in modo da rendere tutto davvero perfetto.

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Una menzione la merita la sella, è una Brooks B77 ma non è frutto di commercio, mi fu regalata da mio zio Paolo, il primo ad instillarmi la passione del ciclismo e quella stessa sella fu da lui usata per anni e migliaia di chilometri, quindi non solo è una sella bella, comodissima e perfettamente rodata, ma è anche un ricordo ed un omaggio a chi per primo mi ha fatto conoscere la bellezza della bicicletta.

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Assemblato il tutto, la prima impressione è stata da subito splendida: è insospettabilmente leggera per essere in acciaio, molto stabile nella guida, specialmente in discesa e soprattutto, anche in raffronto alle bici moderne, è silenziosissima: senti solo un lieve fruscìo e lei scorre che è una meraviglia nonostante sia una bici di quasi quarant’anni! La prova del nove è stata usarla sia nel tragitto quotidiano per andare al lavoro dove si dimostra molto fruibile, sia (soprattutto) nel suo ambiente naturale ovvero in quella Eroica che per tre volte mi ha dato emozioni incredibili e sempre diverse di anno in anno.

_MG_0479Una piccola menzione anche ai tanto sottovalutati tubolari. In primis una delle classiche fonti di foratura, la cosiddetta “pizzicata” è scongiurata alla fonte, poi nonostante abbia montato (anzi, imparato a montare) dei semplici Vittoria rally si sono dimostrati assolutamente eccellenti, sia in scorrevolezza e tenuta, sia, soprattutto, in una eccellente resistenza alle forature, quindi mi permetto comunque di consigliarne l’uso anche per una bici da tutti i giorni.

Vi lascio con le splendide foto che il mio amico,anche lui grande appassionato di ciclismo, Angelo Ferrillo ha fatto di questa Colnago super.

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Dovrei raccontare di #Eroica ma mi serve più tempo…

Ancora una volta di ritorno da quel paradiso che è il Chianti, ancora un volta con la mente e l’anima carichi di ricordi ed emozioni per aver percorso quelle colline, sempre uguali eppure sempre diverse… L’urgenza di fissare le immagini mentali ed i ricordi di tutti e cinque i sensi si scontrano con l’esigenza di dare una veste più organica a tutto quello che è l’Eroica. Con qualche nube all’orizzonte ma anche molte speranze, sto iniziando a scrivere sulla lunga distanza, non più un semplice articolo qui. C’è così tanto nell’Eroica che, a differenza degli anni passati, non riesco più a contenerlo in un racconto da pausa caffè. Ci spostiamo allora sul divano, magari con un bicchiere di vin santo, e del tempo da dedicare all’approfondire l’universo del ciclismo.

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Man mano pubblicherò qualche estratto, qualche bozza a tinte colorante, tanto per anticiparvi quale direzione sta prendendo… che sia un libro vero e proprio o una serie di puntate di un racconto più ampio ancora non lo so dire, ma come si dice, l’importante alla fine non è la meta raggiunta, ma il viaggio percorso.

Parto ora, vi scriverò strada (bianca) facendo…

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molte cose successe, molte ne dovranno succedere… #ciclismi

tanto, troppo tempo che non scrivevo nulla qui…

…un po’ me ne scuso, alla fine il seguito che ha questo spazio è tale da sorprendere anche me quindi un po’ di cose ve le devo raccontare, anche se il divenire di molte cose è sotto gli occhi di molti (cari social amici e amici della – essenziale – vita vera).

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Da una piccola idea di aprile è nata una squadra: anomala, atipica, disorientante per molti, ma ci siamo e in poco tempo abbiamo avuto collaborazioni stupende dai nostri sponsor tecnici ma soprattutto abbiamo ottenuto grande stima e rispetto da parte di tutti, soprattutto da quelli che sono avversari quando siamo in sella, ma restano e resteranno amici quando siamo giù dalla bici. Questo è quello che era il nostro scopo, ora ci aspetta il gran finale e le tappe di avvicinamento stanno andando bene. Non è facile, non lo è mai, vai solo più veloce ma anche gli altri si allenano come e (spesso) meglio di te, ci va il solito mix di cuore testa e gambe, ma stiamo arrivando al gran finale e non si può sbagliare, ci giochiamo un’intera stagione in 45 minuti. A molti va persin peggio, immagino le finali olimpiche di tutti, dove ci si giocano quattro anni di preparazione i cinque secondi di tuffo, quindi va bene così, questo è quello che amiamo fare e lo faremo fino in fondo. Un paio di giorni fa mi son venute di getto queste parole che riporto per fissarle anche qui:

“non lo facciamo per la notorietà, non abbiamo nulla alle spalle, nessun costruttore di bici, nessun negozio, nessuno che ci dia dei soldi per le trasferte, nessuno che ci chieda conto di risultati o meno. Lo facciamo per una incrollabile passione, contro tutto e tutti e per la sete di gareggiare, quella che ti fa alzare sui pedali quando le gambe invece gridano di fermarti. Siamo il Cykeln racing team e siamo qui solo per correre.”

Come andrà è presto per dirlo, di sicuro saranno di nuovo emozioni di quelle che si scolpiscono nel profondo, come le volte precedenti o forse ancor di più.

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Dall’altro lato del pianeta bici quest’anno non sarò ad uno degli appuntamenti che porto nel cuore. L’autunno con il suo fascino merita anche qualche pedalata presa con la giusta calma, con una bici fatta sì per correre, ma come si faceva trent’anni fa, quando ancora qualche strada non era ricoperta dal nero manto di bitume, ma era bianca come la neve, fatta da una moltitudine di polvere e pietre di diversa grandezza ed accarezzarla con i tubolari riempiva di splendide immagini e ricordi la mia mente.

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Non sono stato estratto per l’Eroica, avrei potuto comunque partecipare e molti pettorali mi son stati proposti, ma ho interpretato tutto questo come un segno. Quest’anno mi serve di pausa, per riflettere su quanto così intenso vissuto negli anni scorsi e mettere in fila un po’ di cose, non basta un articolo qui sul blog, no ci vuole qualcosa di più organico ed importante, ancora una nuova sfida, quasi più difficile dei miei ultimi 205km sulle strade delle colline senesi. Spero di darvi notizia presto.

 

Infine, è anche ora di mettersi sul serio a lottare… lottare nel fango, freddo e scavalcare gli ostacoli del ciclocross. Sono già un paio d’anni che corteggio la disciplina, prima un timido assaggio, ma con bici sbagliata, poi arrivò la bici perfetta, ma la stagione era agli sgoccioli, e poi, ancora, un fantastico assaggio nelle sere d’estate dove nel giro di cinque gare e parecchie “sventole” prese ho capito che, benchè piuttosto alla moda oggi, il cross non è una cosa facile, non lo è affatto. Ci va gamba ma anche tanta tecnica e tantissima concentrazione per stare al 110% per tutta la durata della gara (sempre meno di un’ora, ma sembra non finire mai, altro che le granfondo….).

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ostacoli2Il fascino però è enorme, per il fatto stesso di aver voglia di allenarsi e correre quando qualunque ciclista sano di mente se ne starebbe a casa al caldo, quando gli stradisti pensano solo a fare palestra o rulli, quando anche molti biker mollano la presa, il cross ti porta ancora là fuori, quando piove o nevica, quando appoggi le ruote su di un fondo che ti farebbe arrancare anche a piedi, assurdo. Per di più su percorsi creati ad arte da veri e propri geni del male, con curve strettissime, ostacoli spigolosi, scale, sabbia… un inferno… ma di solito all’inferno, clima a parte, la compagnia è sempre ottima e credo che quest’inverno ne avrò di nuovo la riprova.

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ragione e sentimento parlando di @campagnolosrl e di #ciclismo

da troppo tempo volevo scrivere il mio punto di vista sull’argomento e ancora a adesso non so dove andrà a parare l’articolo, ma una cosa è certa: Campagnolo non la scegli facendo una comparativa su pesi, prezzi, misure e recensioni scritte sulle riviste specializzate…

 

Se capita, ti capita da giovane. Io, complice lo zio appassionatissimo, mi ci son scontrato nella classica età in cui non sei nè uomo nè ragazzino e per qualche alchemico motivo la tua mente possiede una miriade di recettori in più, tutti maledettamente consapevoli, a differenza di quando eri bambino. Così, zio Paolo, stufo di vedermi su quel macigno di mountain bike (sgraziato, pesante, con le ruote piccole e grasse) mi disse: “domani vieni in bici da corsa con me, facciamo anche un po’ di salita”.

Non sapevo che aspettarmi, vedevo il ciclismo classico solo come quella mezza giornata di svago quando alle elementari ti portavano a vedere il passaggio del giro

Certo, di per se era una festa, anche se non capivo chi era il festeggiato, ma un pomeriggio al sole di fine maggio a quell’età ti lascia sempre un bel ricordo.

 

 

Arrivo a casa sua e le bici sono già lì nel cortile che ti aspettano, una bianca ed una celeste: la seconda, di poco più piccola, sarà mia per un giorno (la prima la riceverò in eredità molti anni dopo, ma questa è un’altra storia). Zio inizia a spiegarmi come frenare data la loro posizione su quello strano manubrio e, soprattutto, come cambiare rapporto. Ma quasi non ce n’è bisogno. Resto incuriosito ed incantato a guardare quei meccanismi così complessi e così semplici al tempo stesso, non trovo artifici o prodigi in quell’insieme di cavi, molle e rotelline, anzi, sforzandomi un po’ trovo tutto intuitivo nella perfetta sintesi di quello che poi scoprirò guiderà anche una parte dei miei studi: forma e funzione uniti strettamente insieme, unicamente al servizio delle esigenze di chi le andrà ad utilizzare. Partimmo subito e inutile dirlo che, complice il lungo falsopiano in discesa, fu amore alla prima pedalata. Scorrevole e silenziosa, questo mi impressionò, non c’era più il sottofondo dei tacchetti che mordeva l’asfalto, ma un fruscìo dei tubolari accompagnato a volte dal ticchettio cristallino della ruota libera. E poi i cambi, quelle due leve al telaio che comandavano i parallelogrammi, aiutandomi tanto in pianura quanto nella lunga salita finale, faticosa ma che premiava con una stupenda discesa dove sempre si torna bambini, ogni volta, ancora oggi.

“Cambia con decisione e ascolta quello che ti dice la catena, sarà lei a farti capire quando è in posizione giusta” le parole sentite quel giorno continuarono a riecheggiarmi nella testa per tantissimi anni. Abbandonai infatti i cambi al telaio molto tardi (2006) semplicemente perchè non sentivo esigenze diverse. Mi son dovuto ricredere: i pedali a sgancio e le leve con i comandi integrati sono due vere e proprie rivoluzioni, che se da un lato rendono molto più piacevole e redditizia la pedalata, diventano proprio insostituibili nelle situazioni di gara, dove da qualche anno mi trovo a navigare, anche se, come si dice, il primo amore non si scorda mai.

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Un po’ per coincidenze ed un po’ per scelta, da un passaggio all’altro la constante è sempre stata quella scritta in corsivo sui componenti. quella “C” che racconta di un passato fin troppo epico, ma di base animato dal processo più semplice del mondo: esigenza – idea – prodotto – uso. Al giorno d’oggi tutto questo è ormai affollato da troppi orpelli tipo marketing, focus group, ricerche di mercato ecc…ma a me piace ancora pensare che in quel di Vicenza ci siano persone dalla visione chiara, che vogliono solo creare il miglior prodotto possibile per le esigenze di chi fa della bici non solo uno strumento sportivo, ma un tramite per migliorare se stessi, non solo fisicamente.

Ed alla fine mi trovo da anni a compiere lo stesso divertente gesto, forse anche un po’ snob, al termine di ogni salita, allo scollinamento, ancora in presa alta, allungo solo il mignolo della mano destra e “clack” scalo qualche pignone, quasi come il gesto del fine sorseggiatore di caffè. Ne apprezzo anche il rumore, secco e preciso nella calata dei pignoni, così diverso dai gruppi concorrenti, ma come dice un mio amico toscano: “in gara l’è mejo, così tutti gli avversari sentono che te tu ne hai perchè ha tirato giù tre denti  e l’inizian a hacarsi sotto!”

Infondo sono solo oggetti, ma mi piace scherzosamente accostare i tre grandi marchi di gruppi da ciclismo alle donne dei loro rispettivi paesi… C’è la novità e l’esuberanza delle americane, in forma perfetta, veloci e leggere, con il loro entusiasmo e qualche grossolanità ancora da limar via… a volte difficili da capire nel loro slang ma vincenti per natura. Poi le giapponesi, consapevoli del loro grande equilibrio tra tradizione ed innovazione, sempre silenziose, mai fuori posto, mai appariscenti o sopra le righe; al servizio incondizionato dei loro compagni…ma sotto sotto un po’ freddine e povere di personalità.

001E alla fine arrivano le italiane, ancora più difficili da capire ed assecondare (regolare). Si pongono sempre a pari livello di chi le accompagna, spesso tenendo loro testa. Non sono maniache del fitness e del peso, ma hanno sempre le curve al posto giusto. Affascinanti mai per un unica ragione, ma per un insieme di indecifrabili fattori, che noi semplici uomini (corridori? ciclisti?) non capiremo mai, ma ne restiamo innegabilmente affascinati. Poi capita, e non di rado, che quando tutte le combinazioni sono in sincronia tra loro, si instaura una complicità che difficilmente si riesce a dimenticare.

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non più naufragio, ma una infinita navigazione, nel mare della mia #eroica 2012

è possibile che lo stesso luogo, le stesse persone (all’incirca), e la stessa splendida manifestazione riesca a suscitare emozioni così diverse a distanza di un anno intero? beh, penso di sì, di mezzo ci sta la fatica, sempre uguale, ma sempre diversa….

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Inizia facile, con un appuntamento in cantiere al venerdì pomeriggio, in quel di Piacenza, il mio lungo viaggio, sia nella terra più bella d’Italia (ma è una mia personale e parziale opinione) sia anche un po’ dentro me stesso… la strada scorre veloce, facile sotto quattro buone ruote, l’idea comunque di spezzare in due parti il viaggio di andata si rivela estremamente azzeccata. Sabato mattina mi trovo già a parcheggiare nel limitare di quel piccolo capolavoro che è Gaiole in Chianti.

C’è fermento, quest’anno ci siamo davvero tutti qui, è il posto che “ci devi essere il primo weekend di ottobre” perchè anche se sotto ormai una spessa coltre di marketing virale e risalto mediatico fine a se stesso, riesci a respirare un’atmosfera che non ha pari. E inizi a salutare che sembra di essere quasi ad un matrimonio (il tuo); dove ora che hai fatto il giro a salutare tutti tocca ripartire quasi da capo per farci anche due parole… Dopo le formalità del ritiro pettorale per fortuna però resta spazio per assaggiare un buon bicchiere di Chianti e raccontarsi di bici con gli amici più cari, e fare un giretto di prova, tanto per “slegare la gamba” in vista del giorno dopo.

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Grazie ai ragazzi di Ravenna e Bologna ho trovato ospitalità in un grazioso albergo, ad una trentina di km da Gaiole, la sistemazione è più che ottima per il tempo che ci dovrò stare… La parte migliore al solito la cena, a base di carboidrati e risate, amabilmente mischiati tra loro.

029A tarda sera entra in scena uno dei riti per me più belli: attaccarsi il numero di corsa sulla maglia e sulla bici, momenti ogni volta carichi di significato, benchè sempre diversi. E poi un’ultima ispezione alla bici, passare la mano sui tubolari per controllare che non ci siano tagli o screpolature ed un po’ parlare a quei otto chili e mezzo di metallo e gomma, cuoio e stoffa, per chiedergli il favore di non far brutti scherzi domani, che già non sarà semplice di suo, senza guasti almeno ci si potrà concentrare solo sull’impresa.

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Ore 3:35, la sveglia suona, la sento (e di suo è già una notizia) poche cose da fare ma tutte importanti, mangiare, vestirsi, caricare tutto senza dimenticare qualche pezzo in stanza, e via: partire verso quello che è già un mini-traguardo… alle 5 meno qualcosa del mattino sono in piazzetta di Gaiole in attesa del mio turno al foglio firme, sorseggiando un provvidenziale tè caldo fornito dai ragazzi di le coq sportif (ah, grazie eh!). Incontro subito un veterano della manifestazione, quest’anno al foglio firme, ed inauguro quel foglietto a parte che raduna i partecipanti di fixedforum, può sembrare una stupidata, ma alle 5 del mattino no, resta una cosa importante e soprattutto motivante. Infatti gli prometto che se l’inizio è per il verso giusto questa volta si imbocca il bivio che porta al giro lungo, quello da 205km (e qualcosina in più ). Quello che ti dicono “se non fai quello almeno una volta non hai mai provato la vera <Eroica>” (e hanno ragione, tanto per dire…)

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E allora via, aiutato dall’unica attrezzatura moderna sulla bici, rappresentata dal led posteriore rosso e dal faro anteriore. Le prime pedalate su asfalto scorrono via come sul velluto, merito forse anche dei tubolari da 21mm che mi ritroverò ad elogiare più e più volte nel corso della giornata. Si arriva a quel castello di Brolio che lo scorso anno tanto mi emozionò e che ancora sa dare molto, ma la testa quest’anno ha un obiettivo ambizioso e forse un po’ più grande di me, dato che non sono uno di quelli che solitamente fa i classici giri lunghi e dislivelli himalayani, anzi, prediligo le sparate da un’oretta e qualcosa impostate come crono individuali, ma oggi tutto è diverso.

 

Anche per questo la voglia di provarci è tantissima, di farmi amministratore delegato di me stesso e far in modo di non bruciarmi nelle prime ore, dove la gamba gira bene e la voglia di pigiare un po’ a fondo è tanta. Invece no, tocca amministrarsi, tocca risparmiare ogni grammo di fatica perchè diventerà prezioso come l’oro quando arriverà il momento della verità, e arriverà di sicuro.

Continuo a pedalare e mi chiedo se per il 7 ottobre mattino sia ancora prevista l’alba sulla Toscana, dato che i km passano ma il buio resta sempre intorno. Passo intorno a Siena e se l’anno scorso l’avevo ben intravista, oggi è ancora tutta arrotolata come un gatto nel dormiveglia, che ha già aperto un occhio scintillante di luce, ma ancora sa che può permettersi qualche altro attimo di riposo.

Arriva l’alba e mi porta in dono il primo ristoro, che passa veloce. Cerco di dedicare un tempo sufficiente per mangiare qualcosa anche se non ho fame e sto attento a scegliere solo cose zuccherose e digeribili, lo so che lo spirito della manifestazione sarebbe quello di gozzovigliare un minimo, ma oggi il mio intento è nuovamente quello di sfidare me stesso. Abbassare la guardia già ora sarebbe come mettersi le scarpe nuove per giocare una partita di calcio importante… può andarti lo stesso bene, ma meglio non rischiare.

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Iniziano anche gli sterrati lunghi, quelli impegnativi che per fortuna ho imparato a conoscere lo scorso anno, che alla fine fanno dell’eroica quello che è ora noto in tutto il mondo, ed impari a guidarci dentro, a cercare sempre sempre la linea pulita, la traccia migliore già segnata dal passaggio di qualche centinaio di ruote, dove sai che i leggeri tubolari troveranno qualcosa che quasi li accarezza e che non li prende a schiaffi… che a furia di schiaffi il cedere e forare è un qualcosa da mettere in conto, ma meglio non prestare il fianco alla sfortuna (o all’incapacità di prevedere gli eventi come diceva un altro eroe, tal Enzo Ferrari). Anche le discese non sono un vero problema, fatto l’occhio alle temute “ondine” si trova anche qualche bella curva con un minimo di appoggio e mi ritornano nella mente tutte le lezioni imparate a suon di sdraioni durante il passato inverno a base di ciclocross, una vera palestra  a cielo aperto.

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I nomi dei paesi scorrono via come i ventiquattro fotogrammi al secondo di un film, Radi, Murlo, Piana, Bibbiano… via, come promesso al km 63+000 si arriva al bivio. Zero dubbi, si va su lungo… saranno quindici tratti di strada bianca in tutto, uno diverso dall’altro, ognuno con le sue insidie e con i suoi lati deboli su cui approfittarne e provare anche a divertirsi, talvolta superando altri e talvolta venendo superati da veri e propri talenti della bici, che poi si fa in fretta a riconoscerli, basta vedere quattro pedalate per distinguere chi la bici ce l’ha nel sangue e la sa portare come la dama in un tango, con delicatezza e decisione, con pugno di ferro racchiuso in un guanto di velluto.

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Senza troppe difficoltà ed affrontando alcune salite, lunghe e pedalabili come piacciono a me, si arriva al ristoro clou, quello di Asciano. Non è nemmeno l’una di pomeriggio e tutto mi fa ben sperare. La stanchezza già c’è  (siamo al km 143 su 205) ma le sensazioni sono ancora ottime e questa volta le famose salite del monte Sante Marie non  spaventano… semplicemente perchè decido di farle a piedi! La vocina del buon senso infatti suggerisce che è meglio evitare di farsi venire i crampi qui, dato che c’è ancora “del lavoro daffare” e ogni fatica risparmiata sarà una preziosa risorsa…poi la planata su asfalto fino a Pianelle mi regala attimi di puro piacere, con i tubolari che di nuovo grazie al loro profilo mi consentono di osare pieghe  che nemmeno con la bici da corsa buona e copertoncini dal costo più che doppio di solito oso.. e allora capisco che queste bici, vecchie di oltre trent’anni, son state pensate e costruite con una perizia ed una passione tali da renderle adatte ai più svariati utilizzi, contrapponendosi all’iper-specializzazione dei giorni d’oggi che, soprattutto la nostro livello di amatori, fa davvero sorridere (so di gente che ha una bici per le salite e una per le gare a circuito in pianura,  mentre su queste qui, fior di professionisti ci facevano stagioni intere di gare dal pavè ai grandi giri alle classiche autunnali…).

Dal controllo di Vagliagli in poi arriva il momento della verità. I freddi numeri dicono che mancan “solo” una trentina di chilometri, ma saranno ancora quasi tutti sterrati e con ancora tanta tanta salita da fare, di quella tira e molla (o mangia e bevi come dicono i ciclisti) fatta apposta per spezzarti le gambe peggio di un colle alpino a duemila metri, che lì almeno prendi il tuo ritmo e vai su, come in un blues a 4/4, qui invece sei dentro una jam session jazz in 7/8 tutta sincopata e con cambi di ritmo improvvisi, non si pianifica più nulla, si va usando quello che è  rimasto dentro, poco, ma te lo devi far bastare, qui non c’è l’aiuto da casa, alla fine ci sono solo le tue gambe; anche se per la mente un grande appoggio è arrivato nell’aver trovato un’ottimo compagno di fatiche in un ex-corridore valtellinese, con tanti capelli argentati ma con ancora quelle movenze sui pedali che lo qualificano come cavallo di razza. L’età conta poco, l’attitudine è tutto (e lui quest’oggi ci metterà un’ora in meno di me…).

Il mio compagno di strada è al suo terzo lungo qui in terra di chianti e ben sa che una volta arrivati a Radda sarà quasi un unica discesa verso il traguardo… non ha mentito, le nostre bici ormai di un colore inevitabilmente “marrone terra di Siena” iniziano l’ultimo tratto verso l’abitato di Gaiole, si arriva dall’alto oggi, e a questo punto capisci che è fatta, che le gambe e la testa han tenuto, che la bici ancora una volta ha grato meglio di un orologio svizzero (ma di quelli buoni, tipo un Patek&Philippe, mica un volgarotto rolex…) e che anche quei bistrattati tubolari trovati per pochi euro al decathlon han fatto ancora un egregio lavoro.

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Vedi la scritta rossa su quel drappo bianco lì a sussurrarti. nel frastuono del paese in festa, che tu, sì proprio tu ce l’hai fatta: hai trotterellato per più di 200km tra le meravigliose colline toscane quasi senza sosta, per un giorno intero, lo stesso che nella routine quotidiana scorre via come un ruscello oggi è stato interminabile, ogni minuto scandito dall’infinito gesto del mulinare dei pedali, dallo scorrere di quella piccola striscia di gomma che ci lega indissolubilmente al suolo e si fa garante del nostro precario equilibrio che, come ha detto qualche d’uno, la vita è come andare in bicicletta: per stare in equilibrio ti devi sempre muovere.

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Al prossimo anno…

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