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BE A WOLF. Di notte con il solo rumore della catena a farti compagnia…

Ci sono fin troppe cose che ritenevo assurde prima di cambiare radicalmente atteggiamento nei confronti del ciclismo ed uscire dai soliti clichè: ogni bici fa un solo mestiere, non si va sullo sterrato se non in mtb, la bici da pista serve solo in velodromo, se hanno inventato i deragliatori è sempre opportuno usarli, ma dove vai che non hai nemmeno un freno montato…ecc…ecc…

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Mi mancava una barriera da infrangere nel mio personale curriculum, ovvero il classico detto per cui: “la notte è fatta per riposare, mica per pedalare”.

Ci voleva una piccola spinta, da chi aveva già provato la cosa, una sera giusta, in settimana per non trovare il traffico della movida, in estate per avere una temperatura perfetta e costante. La bici non può a questo punto essere una “normale” bici da corsa e quindi, così come chi sarà con me, decido di usare la scatto fisso. Questa scelta minimale, nonostante ci sarà molto da salire e da scendere, è dettata dal non dover pensare a nulla che non sia il far girare le gambe: niente considerazioni su rapporti, cadenze, sforzo, velocità media o di ascesa, nulla di nulla. Anche il mio Garmin lo lascio in modalità diurna senza retro illuminazione, di modo da non farmi distrarre e potermi concentrare solo su quello che mi circonderà stanotte. Siamo un gruppo non troppo numeroso, perché questa non è una gita, ma un qualcosa che per ognuno può trasformarsi in esperienza da ricordare, uno sguardo a quello che ancora il ciclismo è in grado di dare se interpretato fuori dagli schemi classici.

La partenza ha già di per sé un sapore tutto suo, quel misto di tensione ed aspettativa per un qualcosa che è sul punto di accadere, il tutto condito da euforia ed una serie di prove tecniche su quale e quanta illuminazione adoperare per ciascuna delle nostre bici (guarda caso tutte nere, per amplificare l’effetto notte).

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Dopo le prime rampe il già poco traffico si quieta del tutto, restiamo sono noi tre, il rumore delle catene e delle gomme che rotolano lentamente sull’asfalto con quel tipico accento che hanno quando si pedala da in piedi, cosa che faremo per la maggior parte del tempo trascorso in salita. Salita che, tra l’altro, conosco come le mie tasche ma che questa notte sembra mostrarmi un volto diverso. Il veder meno cose diventa ora un vantaggio. Decidiamo di comune accordo di spegnere i fari più potenti e lascare solo i led. Ed entriamo ancora di più nella notte, in silenzio. Accade, come conseguenza sensoriale, che con meno informazioni visive si acuiscono le sensazioni uditive ed olfattive. La fatica, pur ben presente, passa del tutto in secondo piano: non siamo qui per far prestazione, ma per far esperienza. Ed allora ecco che l’odore del bosco è intenso come quando in mtb sei dentro i sentieri, ma non è necessaria la stessa perizia di guida della bici, c’è ora tutto il tempo per assaporare le sfumature man mano che si sale.. dagli aceri e castagni per passare poi alle prime note al naso delle varie essenze di conifera che attraversiamo quando la quota inizia ad avvicinarsi ai mille metri.

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La parte uditiva non è così rassicurante come quella olfattiva, oltre al fascino del vento tra le fronde ed a qualche piccolo rapace, ogni tanto si avverte provenire dalla boscaglia qualche fruscio di troppo che fa subito pensare a qualcosa di grosso ed imponente come una famigliola di cinghiali, ma non si va oltre questa sensazione, per fortuna, benchè amplificata dai pensieri nel buio della notte. Diciamo che se fossi in solitaria sarebbe ancora diverso e meno rassicurante.

Continuiamo a salire e ad arrampicarci, letteralmente, sulle pendici della montagna. La fatica che si avverte è però molto diversa da quella classica del ciclismo, è più incisiva, colpisce più in profondità le fibre muscolari come a volerle stirare fino al loro limite. Nel salire in scatto fisso si devono per forza coinvolgere tutti i reparti della muscolatura delle gambe e, come ausilio, anche il resto del corpo nel pedalare in piedi deve muoversi in sincrono per accompagnare il ritmico spingere e tirare delle gambe. Benchè lento oltre ogni limite, il movimento non risulta mai goffo ma, come una danza rituale, segue un ritmo dettato dal respiro che rende sempre unica un’esperienza del genere. Ultima sensazione, quella del percepire distintamente se un tratto era esposto al sole o meno, durante la giornata. Nel primo caso si sente chiaramente il calore di queste giornate arrivare dal basso, nel secondo invece il fresco del bosco arriva sulla pelle come un balsamo, spingendoci avanti nel nostro percorso.

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Abbiamo anche la fortuna di esser accompagnati da una luna che si avvia ad esser piena, ed è uno dei migliori fari possibili. Riesce anche a restituire luce tramite il riflesso sull’asfalto dove questo è più usurato e di quel grigio chiaro che ben si intona con i pochi colori intorno a noi. Con questa pallida illuminazione si vedono anche i contorni netti delle montagne di fronte a noi e ci fanno capire con esattezza quando lo scollinamento è vicino.

Una volta in cima, ci prendiamo un po’ di tempo. Riusciamo a trovare un paio di punti panoramici che tolgono letteralmente il fiato dalla bellezza. Il contrasto delle luci, il movimento di auto e treni da qui sembra lentissimo e far parte di un plastico che pare costruito solo per il nostro piacere visivo.

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Le strade sembrano incise sulla terra con un coltello tanto sono precise e geometriche, le luci della bassa valle si diradano via via sui versanti delle montagne fino alla linea in chiaro-scuro delle creste. D’un tratto anche le nostre chiacchiere si riducono fino ad ammutolirci per far salire alle nostre orecchie i sommessi rumori che arrivano fin qui dalla civiltà sotto di noi. La sensazione è talmente nuova che faccio fatica a catalogarla e descriverla, come fossimo dei cosmonauti e sotto di noi avessimo scoperto un nuovo pianeta abitato da una sconosciuta civiltà, distantissima da noi.

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Dopo questi lunghi attimi, ci dirigiamo alla fontana e per radunare le forze e la concentrazione in vista della discesa. Qui ora siamo all’esatto rovescio della medaglia. Se la salita è concentrazione, fatica, intensità e lento avanzare (cosa che di fatto è già da sempre in bici ma in fissa il tutto è amplificato dieci volte), la discesa è pura adrenalina, attenzione totale, controllo, ricerca del limite ed esplosività nei momenti di skid per affrontare le curve. Per meglio godermi il tutto oggi ho montato, al posto del classico manubrio da corsa, un enorme manubrio da mtb, con un po’ di rise e un solido attacco di modo da render la bici un qualcosa di molto vicino alle supermotard in campo motociclistico. Oltre ad esser stato molto utile con il suo enorme braccio di leva ad assecondare la fase di salita, ora nello scendere ho un controllo millimetrico dell’avantreno della bici. Un minimo movimento impresso diventa una grande correzione alla ruota. Il tutto, con la sicurezza e precisione dello sterzo conico e con una ottima aderenza della gomma anteriore, mi dà una sicurezza che raramente ho avuto con le altre bici da pista quando affrontavo lunghe discese tecniche. Sento di poter osare di più e, complice anche un ottimo asfalto, riesco a gestire molto bene tutta la fase di skid prima delle curve, quando la bici tende ad intraversarsi lo fa sempre trasmettendo dai suoi tubi in acciaio una grande confidenza. La miscela del tutto mi riesce a divertire come non mai. Per qualche minuto riesco a mettere in stand-by la parte razionale del cervello e scendere d’istinto su di una discesa che conosco alla perfezione ma che raramente mi ha dato così tanta emozione.

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Arriviamo tutti in fondo, ci ricompattiamo. Da qui le strade si dividono per ciascuno di noi, ci salutiamo con sguardi di divertita soddisfazione per aver condiviso un’esperienza forte e nuova per tutti. Consapevoli che, anche se tutto questo ci costerà i canonici tre giorni interi di male alle gambe, ne è di nuovo valsa la pena ed i pensieri verso nuove idee arriveranno sicuramente ben prima che tutto l’acido lattico sia smaltito dalle nostre fibre.

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Blend your skills, it’s time for RESPUBLICA SUPERIOREM vol.II

l’anno scorso una infelice concomitanza con la LodiLeccoLodi  fece sì che saltai la prima edizione, ma quest’anno l’attesa era altissima per quella che è una gara unica nel panorama nazionale dello scatto fisso…

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La giornata profuma d’estate, anche se siamo solo al primo giorno di aprile. Genova è una città unica e particolare, così racchiusa tra il blu del mare ed il verde aspro dei rilievi subito alle sue spalle, in perenne lotta per ricavare fazzoletti di terra per costruire o dove realizzare strade per inerpicarsi verso i paesini dei dintorni.

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In questa cornice così caratteristica però, oggi si andrà a conficcare come una pugnalata la gara più folle che mente ciclistica abbia potuto architettare. Ci saranno 5 check-point da raggiungere ma non è un’alleycat, dato che abbiamo la traccia GPS; non è una velocity, dato che si esce dalla città per ben due volte; non è  una cronoscalata ma c’è da salire anche se non ci sarà l’aiuto del cambio a poter selezionare il rapporto ideale  (quello bisogna deciderlo la sera prima, montando la bici da pista per l’occasione). Sì perchè la gara oggi è riservata a bici a scatto fisso senza freni, se leggete da un po’ questo blog non è certo una novità, ma qui la novità è che i corridori si misureranno non in pista (e vabbè…) e nemmeno in una criterium su di un circuito cittadino, anche se a ben vedere è sì un anello, ma unico e lungo 50km e soprattutto le strade saranno tutte aperte al regolare (un eufemismo) traffico del sabato pomeriggio genovese. Insomma, si preannuncia come il re dei cocktail nel campo delle competizioni che piacciono a me.

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Una grande mescolanza, per fortuna, è anche il gruppo dei partenti. Li raggiungiamo al parchetto che ospiterà la partenza. Tra molti visi noti e qualche nick finalmente associato ad una persona reale, si sentono anche tante lingue diverse, dall’est e dall’ovest dell’Europa, il che rafforza ancor di più la sensazione di essere una piccola ma bellissima comunità. Tutto questo fa meditare su quanto internet sia da collante per una realtà del genere. Fatico a pensare come si facesse ad organizzare eventi simili nell’era pre-digitale, fatico davvero…

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Al momento dell’iscrizione ci consegnano una piantina cartacea, da usarsi come estrema ratio, il manifest, da completare con i 6 check in successione, e qualche solita indicazione sul fatto di comunque usare la testa prima delle gambe e dell’istinto dato che l’obiettivo è quello di divertirsi a base di fatica ed adrenalina e non certo frequentare le sale del pronto soccorso nè, tantomeno, far male a qualcuno.

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Dopo un’attesa che mi è parsa breve si parte, ore 13:05. L’inevitabile calca della partenza viene scremata in un lasso di tempo piuttosto breve. Bastano un paio di incroci a semaforo, qualche falsopiano e qualche gamba ancora un po’ fredda o qualche rider non avvezzo all’arrembaggio metropolitano ed eccoci già in gruppi di 3-4 in rapida successione. Tra un pizzico di fortuna, qualche scia giusta e la proverbiale idea che qualunque gara, dallo scratch in pista alla transcontinental, va subito presa di petto, mi ritrovo solitario all’inseguimento dei due battistrada.

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Ovviamente il ritmo che sto tenendo è al di sopra delle mie possibilità e non ho alcun aiuto dato che anche il vento laterale di 3/4 non mi fa certo veleggiare, ma il morale alto è tutto dato da quelle due sagome là davanti, una chiara e l’altra sul verdognolo che mulinano come me un rapporto profondamente inadatto alla pianura (di fatto inadatto a tutto quello che affronteremo, ma comunque il miglior compromesso possibile).

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Io me ne sto rannicchiato con i gomiti poggiati sul manubrione da mtb (ci sarà da spingere in salita e verrà estremamente utile) in una pseudo posizione da cronoman della domenica dalla quale, purtroppo o per fortuna non ho la visuale sul mio Garmin edge. Per fortuna perchè se avessi visto il valore dei miei battiti c’era da calmarsi immediatamente, ma purtroppo perchè, complice una mezza curva cieca ed una rotonda, sbaglio strada. Il trillo del “fuori rotta GPS” mi fa  risvegliare dalla trance agonistica e mi ritrovo nel parcheggio di un supermarket. Realizzo l’errore, mi volto in tutte le direzioni per capire il da farsi e trovo un corto vicolo con alla fine una scala in discesa. D’istinto lo imbocco, scendo di corsa le scale con la bici in spalla (gesto ormai automatico dalla stagione crossistica appena conclusa), poggio le ruote e a terra e vedo due ragazzi sfilare avanti a me: percorso ritrovato! La pausa non pianificata ha anche livellato i valori del mio motore umano, quindi riprendere a pedalare diventa un po’ più facile. Iniziano a diradarsi case e palazzi, nel mentre la strada inizia a salire, abbiamo fatto solo 10km, ne restano 40.

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Dopo una rotonda, appare a tutti chiaro che il menù dei prossimi  otto chilometri sarà a portata unica: salita! In realtà il concetto di salita lunga non è così interiorizzato da alcuni ragazzi che attaccano le prime rampe come si potrebbe affrontare un cavalcavia, morale son costretti poi a fermarsi boccheggianti a riprendere fiato. Perchè la salita è così: va conosciuta e rispettata prima, casomai sfidata dopo, molto dopo. Il traffico è praticamente assente, sembra di partecipare ad un’altra gara rispetto a quella dei minuti subito precedenti. Il silenzio è interrotto solo dal nostro respiro e dallo scricchiolare delle pedivelle, sottoposte ad uno sforzo per la quale non erano progettate. Le cadenze stanno al di sotto delle 35 pedalate al minuto, una condizione che qualunque biomeccanico o preparatore atletico sconsiglierebbe vivamente, noi oggi faremo anche di peggio.

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Alex in salita vola, io me la cavo, riesco a divertirmi e a riprendere un po’ di corridori, qualche rampa piatta ci fa prendere ritmo e coraggio, ed ammirare una vista su Genova che toglie il fiato, anche se di fiato ce n’è rimasto a tutti molto poco.

002Inizia un tratto a “scaloni” intervallato solo da una rampetta al 18%, dove ci mettiamo tutti a camminare, ed un ultimo strappo dove purtroppo mi coglie con una stilettata il primo, e per fortuna unico, crampo di giornata. Impossibile ignorarlo ed altrettanto impossibile rimettermi in sella e ripartire, riagganciando i pedali su questa pendenza con questo rapporto (l’immancabile 47-17 n.d.t.). Non resta che farsi un’altra camminata nemmeno troppo breve dove un paio di corridori, tra cui il toscanissimo Matteo mi passano lentamente ma inesorabilmente: li rivedrò solo al traguardo.

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Fatto vistare il manifest in cima (siamo a ben 750 metri sul mare, ed il mare è a vista)  è ora di gustare il terzo piatto forte di giornata: dopo il traffico e la salita vien naturale far un po’ di discesa! Non voglio far il supereroe che non sono e raccontarvi inesattezze: con una bici da pista senza i freni, un po’ di pratica, un po’ di gamba e molta testa è possibile andare in discesa.

respublica genova-112Non siamo super uomini o funamboli, solo abbiamo imparato come fare e ci diverte farlo, alla stessa maniera come sci e snowboard non son dotati di freni meccanici come un bob ma nonostante questo si usano giù dai pendii innevati. L’unica distinzione è che di fatto siamo ancora in pochi a farlo e abbiamo questa smania di finanziare i produttori di copertoncini da bici. Oggi questa prima discesa è tecnica ma non proibitiva e con un po’ di accortezza si lascia percorrere senza riservare tranelli. Vado comunque tranquillo, senza osare troppo e riesco anche a divertirmi, tanto ormai, nel mentre che percorro le prime curve, Alex è già al fondo e, come un Gilbert dello scattofisso, inizia la sua fuga solitaria di 20km che lo porterà a trionfare nella gara di casa (proprio come farà Philippe il giorno dopo, vestito col tricolore belga, in una delle classiche monumento più belle che abbia mai visto).

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Il lungo rettilineo a fianco del fiume Polcevera (per un ingegnere civile anche solo poter osservare quel ponte sul fiume è di per se un’emozione) diventa  il perfetto banco di prova per testare quello che è rimasto delle gambe e verificare che tutto l’apparato meccanico, gomma in primis, siano ancora in ordine ed efficienti. E’ così. Raggiungo ben presto il mio concittadino Marco con il quale farò il resto della gara e lui, come un novello Coppi (o fu Bartali?), mi passa la sua borraccia con i sali minerali che scacceranno definitivamente il problema crampi, almeno per oggi.

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Dopo una breve nuova capatina tra le vie cittadine iniziamo a risalire verso la borgata Granarolo, rampe sempre insidiose ma ormai le posizioni sono stabilizzate e restare in condizione lucida e presente è ora più importante della prestazione pura… l’ultima discesa di per se corta viene un po’ funestata da un asfalto in condizioni pessime che ci fa faticare più del dovuto per controllare la bici. Nonostante tutto arriviamo nell’ultima parte di gara.

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Come si suol dire: la gara finisce sempre al traguardo, mai prima. Nell’ultimo tratto di misto cittadino mi trovo a mio agio, cala un po’ la tensione e spingo bene sui pedali, ormai voglio solo arrivare e la mente inizia a disattivare qualche suo radar interno, grave errore. In una piccola discesa, prima di un tornante a sinistra, durante un banalissimo skid per impostare la curva, mi si sgancia il pedale sinistro. Quello che segue è la descrizione di un lasso di tempo durato non più di tre secondi, ma che è stato intenso e “pieno” come nemmeno un intero pomeriggio al lunapark. Primo pensiero: farà male, molto. Secondo pensiero: non ho nemmeno deciso a chi lasciare le bici dopo la mia dipartita. Terzo pensiero (decisivo): cazzarola ma in bmx l’ho fatto per una vita di frenare con il piede dietro, vuoi che non ne sia capace ora? Sposto il peso e caccio tutta la pressione possibile sul piede sganciato che va a incastrarsi tra ruota e fodero alto del telaio. Al naso arriva quasi subito odore di plastica e gomma bruciata, un sibilo l’accompagna e sento un rallentamento efficace… riesco a far la curva e fermarmi poco dopo. Come un novello casco nero in Spaceballs dico al mio amico Marco: “abbiamo frenato? ok, allora pausa, 5 minuti di pausa….”. Il cardiofrequenzimetro registra un picco di battiti, scendo dalla bici e controllo nell’ordine il pedale, la scarpa e la gomma posteriore. Incredibilmente è tutto in ordine ed il motivo della sganciata non può che essere un movimento maldestro. Ripartiamo.

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Dopo qualche incertezza riacquisto comunque fiducia e ci dirigiamo verso l’arrivo, un ultimo vialone dritto in discesa mi regala, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’ultimo fiotto di adrenalina nello scendere senza freni attraverso il traffico, par di essere su Market street a San Francisco e, a ben vedere, non è poi così idealmente distante quella città, dove una grossa fetta di questo movimento è nata e cresciuta.

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L’arrivo è festoso e pieno di sorrisi. Chiudo con un insperato ottavo posto, frutto di un mix di cose andate per il verso giusto, un pizzico di fortuna e tutte le gambe che avevo oggi.

015Scambiarsi poi racconti, esperienze  e  darsi appuntamento alle prossime gare della stagione è d’obbligo, il tutto annaffiato da un’ottima birra e una buona dose della proverbiale “fugassa” genovese. Ci rivedremo presto con molti, ma questa gara resterà nella memoria e, spero, nelle future stagioni come un qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, d’altronde di Genova al mondo ce n’è una sola!

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Le foto di questo articolo sono di Francesco Bartoli x SCVDO, Silvia Galliani, Dino Zoor, Chiara Redaschi, Guido Gazzaniga.

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“l’ostinata fatica vince ogni cosa” [F.P.] ascesa (e discesa) al #Ventoux con le sole gambe a far da marce (e freno)

Ne parlavamo in pratica dal giorno dopo dell’ascesa al Galibier, sempre in due, sempre con le bici da pista, che la prossima avventura sarebbe necessariamente stata sulle pendici di quel monte che fin dai tempi del Petrarca fa sognare imprese al di sopra delle proprie possibilità o quasi…

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Arriva finalmente il giorno, questa volta il monte è troppo lontano per partire da casa il giorno stesso, di conseguenza nel caldo pomeriggio di venerdì partiamo alla volta della Provenza, io ed il mio “brother in madness” Stefano.

Il viaggio di avvicinamento, benchè in auto (con una moto sarebbe stato davvero strepitoso), è molto bello e ci regala panorami sempre diversi, dalle familiari Alpi del Monginevro, giù fino al placido lago di Embrun e poi via dentro i canyon du Lèoux dove sembra di stare in qualche parco nazionale degli stati uniti d’america  data la bellezza selvaggia delle zone che si vanno ad attraversare: formazioni di roccia imponenti e acque limpide del fiume in fondovalle. Usciti dal canyon, anzi dalle “gorges”, si apre davanti a noi la Provenza. Non fosse per alcuni dettagli stradali e per le auto sarei certo di trovarmi in Toscana, dove ritrovo le stesse sfumature di colori con il verde acceso delle vigne e dei fichi, frapposto al marrone chiaro della terra e delle case nei borghi. In poche parole il paesaggio è nuovo ma sa di familiare, il che rende tutto ancora più intenso. E per finire, dopo una svolta ad una rotonda appare lui, il Mont Ventoux. E’ ormai sera, ma la punta è ancora assolata e rende quel bianco ancora più bianco ed è notevole come si distingua chiaramente l’osservatorio meteorologico posto in cima. Viaggiamo ancora ma faccio fatica a tenere lo sguardo sulla strada, il monte ci guarda e sembra dirci: “benvenuti, vi aspettavo”. Nel bagagliaio i nostri due zaini e (per la prima volta) due bici uguali, ma proprio uguali uguali, di quelle che si vedono nelle foto della redhook criterium o in qualche video di ragazzi che usano bici da pista al di fuori del loro contesto naturale del velodromo… ecco, la nostra idea domani è quella di scalare il versante più duro del Ventoux e ridiscendere dal lato opposto con due Cinelli Vigorelli: bici da pista, un solo rapporto (47/17) e nessun freno. Ma andiamo con ordine.

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Il paesino che ci ospita per la notte è Mazan, un piccolo borgo medioevale che conserva anche la perfetta urbanistica dell’epoca: un unica strada che la cinge e piccole viuzze al suo interno che convergono alla piazza della chiesa romanica. E’ la sera ideale per parlare di mille argomenti e confrontarci su come intendiamo noi lo stare sui pedali, in un certo senso liberi dai condizionamenti del mercato ma prendendo da esso il meglio che può offrire per reinterpretarlo a nostro modo. La bici da pista è vecchia come il ciclismo, ma vive una nuova giovinezza sia per gli straordinari risultati sportivi di questi ultimi tempi, sia per quello voglia di provare ad essere su di un mezzo talmente essenziale da sconfinare quasi nel filosofico, se lo si interpreta in modo personale. Ecco questa è una delle nostre vie di intendere il ciclismo, lontano dalle competizioni, davanti ad una buona birra in uno sperduto paesino della Francia.

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La mattina partiamo di buon ora per evitare le ore più calde. Le prime pedalate sono di riscaldamento su di un tratto poco trafficato lungo una decina di chilometri che ci permette di far girare le gambe a modo ed ascoltare le prime sensazioni in bici. Dopo poco arriviamo al paese di partenza, Bedoin, e da lì inizia l’ascesa. Siamo cauti ma entusiasti, ogni tanto un’occhiata al cardio per tener a bada l’entusiasmo e sin da subito vediamo di fronte a noi una lenta processione di altri gruppi di ciclisti che salgono. E’ un sabato qualunque d’estate, non ci sono manifestazioni particolari, ma non ho mai visto così tanta gente in bici come oggi, giunta da ogni parte del mondo per sfidarsi sul grande monte. Il sorpassare qualche gruppetto ci fa entusiasmare e pian piano il ritmo (anche cardiaco) sale… ma, come nei migliori film, arriva il primo colpo di scena.

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Superate le ultime case, si arriva ad un tornante e si entra nel bosco. Avrebbero quasi potuto metter una stele in pietra con su scritto “lasciate ogni speranza o voi che entrate” magari in occitano, dato che siamo nel cuore di questa antica regione ora transnazionale. Dopo le prime rampe il dialogo tra me e Stefano diventa sempre più rarefatto fino a sparire del tutto. La strada ha una pendenza che non molla mai e si mantiene attorno ai 9-11% sempre… il contapedalate del mio Garmin sotto le 25rpm si rifiuta di darmi indicazioni precise ma qui ora tutto va a rilento, tranne il respiro.  Abbiamo saggiamente montato entrambe dei manubri da mtb per avere più braccio di leva in fase di spinta e questo ci aiuta, ma pare non bastare. Il pensiero che si fa largo è: “ma è tutta così questa salita?”.

DCIM\100GOPRONon molliamo. Incontriamo una coppia di ragazzi (lui-lei) che salgono anch’essi cautamente, il ragazzo ci vede e dice alla sua compagna: “if they do it on a fixed gear, you can do it on a road bike!”. Sorridiamo a mezza bocca, ma è un grande stimolo a non mollare, ogni pedalata fatta lascia dietro un pezzo di strada per il momento da dimenticare, focalizzandoci su quello che si pone di fronte a noi.

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Dopo un tempo che ci è parso interminabile, in realtà poco più di un’ore e un quarto, arriviamo allo chalet posto al bivio tra la salita del versante Bedoin e quella da Sault. E’ quasi come un’oasi in mezzo al deserto, meta e rifugio per i viandanti che qui sono praticamente tutti con un mezzo a due ruote. All’hotel ci avevano detto che quello era l’ultimo posto in cui rifornirsi di acqua e da lì fino alla cima non avremmo trovato altro. Il ristoro ci ridà forza anche morale e lo scenario che ora abbiamo di fronte è diametralmente opposto a quello fin d’ora attraversato. Stiamo per entrare nel tratto lunare, stiamo per percorrere gli ultimi sei chilometri che ci separano dall’osservatorio.

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Da qui in poi, complici sia pendenze più umane sia l’avere sempre a vista la cima, cambia il nostro modo di pedalare. Siamo più sereni ma soprattutto più consapevoli di farcela, in qualche modo, ad arrivar fin su. Il collegamento occhi-cervello è saturo di traffico di informazioni: c’è il blu perfetto del cielo di oggi, il grigio scuro del nastro d’asfalto che taglia come una ferita il bianco dell’immensa pietraia davanti a noi, la vastità del panorama al di sotto della strada che costringe l’occhio a cercare quale sia il puntino di case da dove si era partiti al mattino, perso nella campagna provenzale che sembra ora così distante da noi e poi, letteralmente come ciliegina sulla torta, c’è quel pennacchio rosso sulla punta dell’osservatorio che si incastra nel blu del cielo come dipinta con una spatola.

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Ci fermiamo qualche attimo al monumento di Tommy Simpson e poi via, gli ultimi 1200 metri di strada che facciamo in apnea, con la testa siamo già su, ora facciamo solo in modo che bici e gambe le raggiungano sotto il leggendario cartello pieno zeppo di stickers.

 

 

 

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In vetta è una festa, ci sono ciclisti che si congratulano con noi, altri che avevano scommesso sulla nostra nazionalità vedendoci salire, altri ancora che ci guardano come alieni, senza sapere che in realtà siamo esattamente come loro, solo che abbiamo voluto fare un qualcosa di diverso affinchè la semplicità disarmante delle nostre bici ci facesse spostare il pensiero su altro che non fosse quale rapporto scegliere o con che cadenza procedere.

 

Ancora una volta questa salita è stato un tramite per poterci conoscere meglio e capire in profondità la bellezza nello stabilire un contatto tra terra e cielo attraverso di noi.

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Rivediamo i ragazzi che avevamo incontrato nel tratto boscoso. Lui è un ragazzo di Tel Aviv in Francia per studi, ed è incredulo dal vedere due bici da pista quassù, ci vuole perfino fotografare! Gli spieghiamo che non siamo dei pro o super atleti, lo facciamo perchè abbiamo voglia e curiosità di sperimentare qualcosa di nuovo e sfidare noi stessi riuscendo anche a divertirci. Continuiamo la piacevole chiacchierata nel bar pochi metri sotto l’osservatorio. Poi arriva il tempo della discesa.

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Partiamo molto carichi, ma scopriamo in breve che anche il lato verso Malaucene non è affatto banale. Sono, come per la salita, circa 20km con un tratto centrale al 10% costante. Quello che i profili altimetrici reperibili in rete non ci avevano raccontato è che proprio quel tratto centrale è asfaltato con una mescola bituminosa molto abrasiva e scura che rende difficile la tecnica di skid per far scivolare la ruota posteriore e gestire la derapata rallentando la bici. I muscoli iniziano a far male e ci vuole una bella dose di sangue freddo e tecnica per mantenere tutto nei ranghi della sicurezza. In fondo siamo due quarantenni con famiglia, non dei giovani supereroi.  Per fortuna passata metà discesa tutto diventa più gestibile e da quel punto in poi, nonostante la fatica accumulata, ci si trova più a nostro agio a fare quello che sappiamo fare, scendere in controllo con la bici a scatto fisso, considerato che una discesa del genere fatta tutta a suon di skid ci avrebbe fatto distruggere i copertoncini posteriori e di certo non avevamo l’ammiraglia al seguito per un rapido cambio ruote.

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Dei numerosi ciclisti che ci hanno sorpassato nella discesa, con nostra sorpresa, ne troviamo un gruppetto di 7-8 che ci aspettava al fondo, sia per complimentarsi sia per farci un bel po’ di domande tecniche in merito a rapporti, velocità di discesa, cadenze e gomme usate. Siamo lieti di far quattro chiacchiere con loro, in un misto anglo-francese gesticolato, e di sapere che ora da qui manca solo qualche dolce chilometro all’arrivo in hotel dove ci aspettano una doccia ed un pasto rigeneranti.

 

 https://www.relive.cc/view/690580683 

Gli ultimi tratti di strada scorrono via veloci in mezzo al paesaggio che ora mi colpisce per i profumi che ci arrivano: uva, fichi, lavanda e resina di pino. Tutto mescolato dal vento (che comunque oggi è stato molto clemente) e con la temperatura che ora inizia a farsi importante, sopra i 30°.

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Il viaggio di ritorno in auto passa veloce, intervallato solo da qualche crampo che mi costringe a chiedere il cambio alla guida, ma tutte cose messe ampiamente in conto, compresi i tre giorni successivi con qualche difficoltà motoria… ne valeva la pena? assolutamente sì! Torniamo da questi due giorni anche un po’ cambiati, come se il bianco di quella montagna ci avesse ripulito dal superfluo e lasciato solo in noi l’essenziale: l’amicizia e la voglia di pedalare.

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