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Vi racconto delle mie bici – puntata 6bis di 7: far la #BMX al figliolo, con buon anticipo!

Prima della bici da corsa, prima della prima mtb c’era lei nei miei sogni: la BMX! eravamo in pieni anni ‘80 ed era il fenomeno nuovo che arrivava dritto dal miraggio USA, la volevo, arrivò e ci passai anni lì sopra…

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Poi persi traccia di quella bmx blu, ma il tarlo di averne una era sempre lì e complice i figli che crescono ed amici super, mi arriva un giorno un messaggio da messer PELT che mi dice, in dialetto fiorentino scritto: “o i se tu voi l’ho qui una biemmeiccse da sistemare ma l’è bona vera anche se non recentissima”.

Detto fatto, il pacco dopo un breve e sicuro viaggio era in ufficio da me. Oltre alla gioia di avere una bici nuova e totalmente diversa da quelle in garagge (n.d.t.: la doppia g è voluta), c’era l’ancor più intrigante sfida dello smontare, pulire ingrassare, sostituire e rimontare, di modo da avere un pezzo sì del 2005 ma del tutto attualizzato agli standard odierni ed anche se non con la progressione delle mtb, constato subito che i passi in avanti dalla gloriosa epoca “Atala gold” ad oggi sono stati molti ed importanti!

La bmx in questione è una WeThePeolpe primate, modello Dave Osato, grande rider dei primi anni 2000, questa la foto ed i dati da catalogo:

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Innanzitutto il telaio è davvero compatto e granitico, tubi giapponesi Sanko al cromo-molibdeno di sezione davvero importante, ovviamente acciaio. La situazione della bici così “out of the box” era questa:

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Inizio subito ad incuriosirmi nell’osservare la guarnitura: siamo distanti anni luce dalla ricerca del rigido/leggero/scorrevole che caratterizza le bici da strada, qui tutto deve essere a prova di bomba!

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A differenza di strada e mtb qui il perno (poderoso acciaio da 19mm) è del tutto indipendente ed a 48 scanalature dove incastrano le pedivelle, due travi in acciaio praticamente, con l’attacco per la corona indifferente sia a destra che a sinistra (i bene informati mi dicono che sia funzionale per alcuni trick avere la trasmissione a sinistra…). Il tutto su di un movimento centrale che gira su due coppie di cuscinetti industriali da 19mm… anzi pensavo fossero 19mm ma in realtà qui siamo in campo imperiale e quindi si parla di tre quarti di pollice! Ne consegue che mi risulta praticamente impossibile trovare i cuscinetti industriali equivalenti e mi affido al super negozio, il riferimento nel nord Italia, di Front Ocean dove trovo ragazzi molto disponibili e super competenti in ambito BMX!

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Inizio poi una ricerca di pezzi e pezzettini per attualizzare e sistemare al meglio la bici, scoprendo che uno dei miei canali preferiti, ovvero ebay.it, è praticamente sguarnito del tutto di ricambi da bmx seria, mentre il classico CRC ha un catalogo vastissimo ed a prezzi eccellenti! Così arrivano ruote, corona, manubrio, sella e reggisella nuovi che portano la bici da residuato 2005 a ottimo pezzo del 2016.

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Scopro infine anche un bel punto di contatto. La serie sterzo è esattamente identica a quella montata sul mio Vigorelli, classico standard Campagnolo per le serie integrate! Ne avevo giusto una presa per scorta che calza alla perfezione.

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La bici così come è montata ora mi piace tantissimo nonostante sia un po’ una arlecchinata di colori, ma è molto pratica e divertente da usare anche per un newbie totale come me e dà l’impressione di essere una bicicletta a prova di bomba: la buttassi giù da un balcone al limite ci sarebbe solo qualche graffio in più, granitica!

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Il mio piccolo matto già la guarda con enorme interesse e sa che sarà la bici con la quale si farà le ossa (sperando di non rompersele…). Io non vedo l’ora di vederlo felice lì sopra ma nel frattempo, ovviamente, la WTP Osato la curo io!!

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perchè un #blog non bastava, nuova avventura per @endusport – mySDAM #ciclismi

Già, come si dice l’appetito vien mangiando e dalle chiacchierate fatte con nuovi amici in quello splendido weekend sulle strade bianche è nata l’opportunità di scrivere anche per il nuovo portale ENDU, ovvero la declinazione in parole di tutto quanto la macchina organizzativa di SDAM ha fatto per lo sport amatoriale in questi anni.

Per me un onore essere tra i primi contributor al progetto ma anche tanto entusiasmo di raccontare un po’ del mondo del ciclismo amatoriale, fatto non solo di granfondo ma soprattutto di esperienze ed amicizie, questo di seguito il mio primo articolo ma ne seguiranno molti a cadenza costante, a presto!

IL CICLISMO CAMBIA SPESSO, PER NON CAMBIARE MAI

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Vi racconto delle mie bici – puntata 2 di 7: la Colnago super del ‘78, solo per passione…

Questa è, numeri alla mano, la bici che pedalo meno nel corso dell’anno, e nasce prima di tutto dal mio amore per la storia e la tradizione ciclistica italiana e per tutto quanto prodotto da Campagnolo, infatti è una bici nata alla rovescia…

Sì perchè solitamente le persone dotate di senno prima acquistano, o per lo meno identificano,  il telaio. Poi man mano arrivano i componenti da abbinarci. Invece no, qui la scintilla iniziale fu scoccata da un annuncio su di un mercatino online che recitava semplicemente: “gruppo super record completo” e da lì a non resistere, visto anche l’ottimo prezzo, il passo fu brevissimo!

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!ByHoCrw!mk~$(KGrHqYOKkIEwQNZwOpIBMQcJ8di0w~~_3Appena arrivato a casa il sospirato pacco, mi soffermai diversi giorni a rimirare la bellezza meccanica di quegli oggetti, una vera sintesi di ingegneria meccanica. Ogni componente è la perfetta unione dei concetti base di forma e funzione, senza fronzoli, concepiti ancora da Tullio in persona, che non credo badasse alle sciccherie quanto più al supportare con prodotti eccellenti i corridori di mezzo mondo e a quell’epoca obiettivamente Campagnolo non aveva rivali.

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Iniziai quindi a ricercare un telaio di pari epoca e soprattutto che fosse in buone condizioni e della mia misura. Tutto subito pensa ad un Olmo, nobile telaista e corridore in quel di Celle Ligure. Il tutto era anche un bel dejavù visto che da piccolo andavo al mare proprio in quella cittadina della riviera e mio nonno, lungimirante, spesso mi portava a vedere le vetrine del loro negozio (oggi dovremmo chiamarlo flagship store, ma ci siamo capiti..).

_MG_0480Poi d’improvviso una folgorazione: su quel mercatino del tanto chiacchierato fixedforum e preciso che non sono solito passare il rassegna quella sezione, ne preferisco l’aspetto di comunità e di incontri agli eventi. Ma fattostà che sembrava aspettarmi, taglia perfetta, condizioni perfette, un Colnago super di razza e su tutte quel colore strepitoso, riassumibile nel classico “carta da zucchero” ma con una tonalità ancor più particolare che in un attimo mi fece dire: “sì, sei tu!”. Qualche malpensante utente del forum stesso potrebbe anche dire che forse ho salvato quel telaio dall’esser sabbiato, riverniciato fluo, amputato dei passacavi e riassemblato come bici a scatto fisso modaiola, giusto per andare agli aperitivi. Beh, non lo sapremo mai, ma pochi giorni dopo il telaio era insieme al gruppo, mancavano solo qualche dettaglio e poi il quadro sarebbe stato completo e pronto per il montaggio finale.

Per alcuni dettagli mi venne in aiuto il buon Pietro detto “pogliaghi” e non a torto vista la usa infinita conoscenza nel campo del ciclismo d’epoca unita ad un garage che per me è stato come quando ho visto Gardaland la prima volta… quindi dissigillammo insieme un paio di cerchi Nisi bruniti a 36 fori, perfetti per i mozzi record, in più trovo pipa e piega manubrio pantografati Colnago, in modo da rendere tutto davvero perfetto.

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Una menzione la merita la sella, è una Brooks B77 ma non è frutto di commercio, mi fu regalata da mio zio Paolo, il primo ad instillarmi la passione del ciclismo e quella stessa sella fu da lui usata per anni e migliaia di chilometri, quindi non solo è una sella bella, comodissima e perfettamente rodata, ma è anche un ricordo ed un omaggio a chi per primo mi ha fatto conoscere la bellezza della bicicletta.

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Assemblato il tutto, la prima impressione è stata da subito splendida: è insospettabilmente leggera per essere in acciaio, molto stabile nella guida, specialmente in discesa e soprattutto, anche in raffronto alle bici moderne, è silenziosissima: senti solo un lieve fruscìo e lei scorre che è una meraviglia nonostante sia una bici di quasi quarant’anni! La prova del nove è stata usarla sia nel tragitto quotidiano per andare al lavoro dove si dimostra molto fruibile, sia (soprattutto) nel suo ambiente naturale ovvero in quella Eroica che per tre volte mi ha dato emozioni incredibili e sempre diverse di anno in anno.

_MG_0479Una piccola menzione anche ai tanto sottovalutati tubolari. In primis una delle classiche fonti di foratura, la cosiddetta “pizzicata” è scongiurata alla fonte, poi nonostante abbia montato (anzi, imparato a montare) dei semplici Vittoria rally si sono dimostrati assolutamente eccellenti, sia in scorrevolezza e tenuta, sia, soprattutto, in una eccellente resistenza alle forature, quindi mi permetto comunque di consigliarne l’uso anche per una bici da tutti i giorni.

Vi lascio con le splendide foto che il mio amico,anche lui grande appassionato di ciclismo, Angelo Ferrillo ha fatto di questa Colnago super.

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tre giorni per sentirsi un po’ bike messenger, i miei #icmc2014 a Milano

Lo so che sto scrivendo in assoluto fuori tempo massimo, ma è più una mia esigenza del voler lasciare qui sul blog una memoria dell’esperienza unica che ho avuto l’occasione di vivere in quei tre bei giorni dei primi campionati italiani di corrieri in bicicletta.

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Già dall’acronimo c’è un bel retrogusto di internazionalità: ICMC ok forse fa un po’ WMCA ma racchiude un progetto ed una voglia anche nella piccola (piccolissima…) Italia di iniziare a pensare a qualcosa di buono, quindi ICMC2014 ovvero Italian Cycle Messenger Championship, tradotto, campionati italiani per corrieri in bicicletta, prima edizione. In pratica una tre giorni intensa per celebrare prima di tutto quello che è un mestiere, antico come la bici stessa ma talmente moderno che può davvero rappresentare uno dei modi che le nostre città hanno di diventare vivibili (anzi sostenibili come si dice oggi) belle, nuove e soprattutto di nuovo centro delle occasioni per chi è giovane ed ha un’idea da sviluppare e far crescere. Oltre a questo è anche un modo per ritrovarsi, contarsi e riconoscersi anche tra chi questo mestiere non lo vive nel tutti i giorni ma che ne è affine e che ha capito che certo l’auto serve ma che tante tante volte se ne può anche far a meno e non per essere ecologisti-naturisti-viversaniebelli-alternativi-puristi-immacolati-senzapaura, ma perchè semplicemente ci conviene in termini di tempo e costi, due cose che di sicuro vi/ci stanno a cuore molto più dell’ambiente, almeno nell’immediato.

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Veniamo alla cronaca un po’ più spiccia. La mente di tutto questo è quel Matteo Castronuovo che da vero uomo del sud ci mette una passione sconfinata in quello che fa, fino in fondo. Così, invece di pensare al solo nostro “orticello” italico, pensa bene di invitare una buona fetta dei suoi amici e colleghi europei, e lo fa per un sacco di buoni motivi: in primis perchè se è vero che l’appetito vien mangiando allora da ICMC si potrà magari poi pensare a dei ECMC dove E sta per Europa, con tutta un’altra dimensione e peso, poi perchè è bello esser tra gente nuova e diversa ed uscire un po’ dagli schemi classici e poi perchè (questo lui non ce l’ha detto prima…) i ragazzi dal nord Europa sanno fare questo mestiere come pochi altri e magari vengono qui a farci vedere come si fa, senza presunzione, ma con il rigore e l’efficienza che solo chi è nato al freddo sa attuare (andrà a finire esattamente così, ma non anticipiamo troppo).

Si parte il venerdì dal Vigorelli, vero tempio del ciclismo mondiale oggi ancora girante addormentato ma chissà, arrivano un po’ tutti alla spicciolata, magari a gruppetti ed il giro di saluti mi diventa subito più lungo che ad un matrimonio nel salento, ma altrettanto piacevole. Il bello è che nonostante tutto va ancora di moda l’abbraccio, pure tra maschi (sarà lo scatto fisso mi sa…) il che crea davvero una connessione forte, molto più forte che in altri ambienti. Qui si corre e si scanna lo stesso ma prima ancora ci si aiuta, ci si sostiene vicendevolmente e con un ospitalità che io ritrovo solo nei racconti della grecia classica.

Partiamo con l’alleycat riservata ai corridori di fuori città (out of town – OOT – per farla anglosassone) siamo quasi una cinquantina, metà di questi non italiani, organizza il buon Benza VeganGrizzly. Quel guascone di Andrea, che mi conosce e sa benissimo che ho abitato in Milano e che ci scorrazzo fin troppo spesso, inizia a dire a tutti: “follow this guy, he knows the streets!” Grazie per la manata di stress da responsabilità skilly, davvero Sorriso .

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0123,2,1 via! nella classica, bella quanto inutile corsetta iniziale dell’alleycat mi cade la mappa dalla tasca, non la ritroverò più. Poco male ho quella di riserva, peccato che abbia un po’ troppe alley sulle spalle e ne porti i segni sulla carta fin troppo evidenti: sembra la sacra sindone in pratica, non ci arrendiamo. Io e Pier da Bologna iniziamo a segnare i punti sulla mappa, sono 4 prese e 4 consegne in ordine libero, fattibile, si salta in sella.

Subito io e Pier ci troviamo a guidare un bel plotone di una dozzina di ciclisti, che dire indisciplinati è ancora poco. Parliamo italoinglese, escono neologismi ad ogni svolta, Milano ci accoglie tutto sommato bene, sarà che è un weekend di ponte lungo e che è ora di cena, ma riusciamo a girare molto bene e soprattutto in maniera organica, senza mai tornare sui nostri passi e soprattutto senza sbagliare clamorosamente direzione. Bello anche vedere sempre facce amiche ai checkpoint, l’alley scorre via liscia, momento migliore il lungo drittone di via Monza fatto avanti e indietro per arrivare fino alla Martesana, trovando al ritorno un filotto di semafori verdi meglio di un incastro magico di Tetris! Alla fine mi classifico attorno alla ventesima posizione, va bene, era un warm-up e la soddisfazione in un alleycat è chiuderla nel tempo limite (o vincerla chiaramente) le mezze misure non ci piacciono.

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La festa poi prosegue al Vigorelli, tra salamelle e birrette, senza esagerare però che domani ci sono le qualifiche!

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Ed eccoci al mattino di sabato, belli freschi e riposati. Arrivo a metà mattina al parco Lambro, quello che ormai è non solo il centro di questa manifestazione ma è il vero cuore pulsante di tutto il circuito ciclistico milanese d’inverno come d’estate.

008Sbrigo le procedure di registrazione ed in poco tempo sono già sul percorso a provare ed iniziare a memorizzare tutte le regole e le scorciatoie di quella che a tutti gli effetti è una vera e propria città in miniatura, con ponti, salite, discese, fiumi, scale e ben dodici punti dove fare prese e consegne. Si parte finalmente, 90 minuti secchi per fare più lavoro possibile, regola ferrea: ogni minuto di ritardo annulla una consegna, tutti avvisati.

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859925_10152083432363325_5066339902329771087_oInizio abbastanza bene, la mappa che ho fascettato sul manubrio è chiara e ben leggibile e gli appunti segnati con il pennarellino sono funzionali. Oggi (come ieri, chiaramente) uso la mia bici da città che mi tiene compagnia da ormai molti anni, telaio da corsa di fine anni 70, un po’ come me, e ruota fissa ricavata da un mozzo mtb anteriore, un vero carroarmato, il rapporto 43-17 si rivela persin duro per scalare la collinetta che porta ad un paio di check, mentre è chiaramente troppo corto quando si tratta di fare il giro dell’anello delle criterium sapientemente messo a circolazione  a senso unico. Vedo gli stranieri con rapporti  ben più lunghi del mio comunque letteralmente mangiarsi le salitine, volare sull’anellone e non sentire il pavè dissestato di alcuni tratti… scoprirò che non stanno dando nemmeno tutto perchè hanno nel mirino la finale, impressionante. Io non demordo, riesco a spingere bene e sto costantemente a tutta pur di completare il manifest delle consegne. Ci riesco, ma per un mio grossolano errore di valutazione finisco cinque minuti in ritardo, ergo, cinque consegne cancellate. Disperazione. So di aver fatto un buon lavoro, al meglio delle mie possibilità, ma temo di non esser passato dato che solo in 35 accederanno alla finale. Risultati a sera!

Sfinito dalla stanchezza riesco a farmi una doccia e a mangiarmi un buon gelato, poco a poco tornano un po’ di energie ma il mio fisico si rifiuta di partire all’alleycat che ci sarà di lì a poco, benchè si chiami Private IV e sia l’alley più importante della stagione. Non riesco però a starmene con le mani in mano (vabbè gambe in gamba non suonava bene) e mi offro per gestire un checkpoit, una cosa che non ho mai fatto, magari è divertente. Ne assegnano uno comodo, conosco bene la strada per arrivarci ed è sotto un ponticello, mi fa compagnia in buon Gufo come me vero entusiasta di questi ICMC e grande appassionato di kebab, appena arrivati infatti va subito alla ricerca del kebabbaro più prossimo e tornerà di lì a breve con il divin panino. Ho scritto che è sotto un ponticello non a caso, dopo poco dall’inizio della gara inzia un temporale intenso, noi al riparo siamo testimoni dell’arrivo di gruppi di corridori in condizioni davvero limite, ma non così limite come i manifest che ci chiedono di firmare, talvolta divenuti degli ammassi informi di cellulosa o poco più.

Storia nella storia, arriva il mio pupillo Eddy, lo vedo però con lo sguardo perso, ha appena bucato. Decidiamo al volo di scambiarci la ruota (per fortuna l’anteriore) e lui può ripartire di slancio, io ho tutto il tempo di cambiarmi la camera fino alla fine del tempo limite. Scoprirò dopo, rientrato al Lambro, che questo gesto gli ha permesso di vincere la sua prima alleycat, ed iniziare vincendo una Private fa davvero sperare nel buon futuro del ragazzo.

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Scocca l’ora di chiusura del check e se per caso lassù qualcuno ci ama quella sera ci stava osservando per benino, ripartiamo alla volta del Lambro che ha appena smesso di piovere, l’aria è fresca ed arriviamo al quartier generale degli ICMC da asciutti, gli unici su più di ottanta persone, mi sentivo quasi a disagio, ma il fisico ho ringraziato.

Passano momenti di trepidante attesa, Matteo ed i ragazzi dell’organizzazione sono riuniti in un conclave serratissimo per conteggiare tutti i dati delle qualifiche, mi affaccio un paio di volte fino a meritarmi delle minacce… resto in attesa. Ad un certo punto li vedo uscire, Matteo mi guarda e mi dice quello che tutto subito fatico quasi a realizzare: “sei in finale”. BUM!

Il terzo giorno dei campionati subisce un po’ di rivoluzioni negli orari, ci si adegua e si correrà nel primo pomeriggio, questa volta saranno due ore piene di consegne nella mini-città con un monte di lavoro molto superiore, giusto per far salire l’ansia ai corridori. Oggi non ho più la “blue bike”, sulla scorta della performance di Andrea ho optato per usare la mia Zino da ciclocross che si adatta perfettamente al percorso e con le marce consente di salire al meglio la collinetta e buttar giù denti quando c’è da correre sui lunghi rettilinei dell’anello criterium. Le gambe hanno riposato, la gioia di essere tra i finalisti è enorme, la voglia di far bene ancora di più, l’entusiasmo di avere la mia famiglia accanto è la vera benzina della giornata.

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Parto bene, riesco ad organizzare le varie prese e consegne in modo piuttosto proficuo e nel rispetto delle regole scritte, su questo c’è giustamente molta rigidità e non si ammettono eccezioni, in breve il primo manifest è consegnato.

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Questa volta non è come nelle qualifiche, un singolo secondo di ritardo oltre il tempo limite squalifica il corridore, l’occhio al mio orologio cade costantemente. Il secondo manifest è più semplice come organizzazione del lavoro ma i percorsi sono decisamente più lunghi e la fatica inizia a farsi sentire, ma ad ogni check trovo acqua in abbondanza oltre alle belle facce amiche che mi incitano a dare tutto. Riesco ad iniziare anche il terzo manifest. Scoprirò che questo farà, e di molto, la differenza per la classifica finale. Mi accordo che mancano pichi minuti al termine quando sento che le mie gambe avrebbero voglia di fare ancora molto, ma come dice sempre Matteo, è la testa che deve fare da padrona, sempre. Decido di consegnare un po’ in anticipo e mi sento soddisfatto della prova, le sensazioni sono state ottime, la giornata splendida che chiude un weekend davvero unico e penso irripetibile.

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A distanza di un giorno arriverà anche la classifica finale. Diciassette nomi soltanto sui 35 finalisti, diciassette che hanno avviato le consegne del terzo manifest e chiuso nel tempo regolamentare la prova, di questi ben dodici sono stranieri a dimostrazione che loro sanno come si fa e ancora una volta ci insegnano a prendere le cose con il giusto spirito e la necessaria concentrazione. Restano cinque italiani, beh, sono tra quei cinque.

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La soddisfazione è enorme, non in quanto mi senta particolarmente bravo o migliore di altri, ma per quanto sia riuscito a mantenere la calma e la lucidità per tutto il corso della gara e dei tre giorni, per l’esserci stato ed aver vissuto a contatto con chi fa di questo un lavoro ed ancor più uno stile di vita e per aver saputo interpretare al meglio anche questo aspetto del ciclismo, così distante dalle gare classiche fatte di tatticismi e a volte qualche furberia. Per la serie “se non provi non puoi capire fino in fondo” ecco gli ICMC sono stati un’occasione unica per essere dentro una comunità in genere un po’ chiusa e poterne condividere tutti gli aspetti, da quello festoso (e a far festa ne sanno un tot) a quello di solidarietà ed unità tra chi lavora sulla strada tutto l’anno, con il sole a picco o la pioggia battente, non conta, conta solo  consegnare velocemente ed in sicurezza tutto quanto riesca a stare nella borsa dietro la propria schiena. Il problema ora è la voglia di sostituire alla I di ICMC una E, o magari chissà una W… alla prossima!

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Saper fare tutto bene – OMNIUM race (e divagazioni varie su che cosa è una gara in #pista)

La primavera è sbocciata e oltre ai fiori si aprono anche i velodromi all’aperto. Una delle cose più divertenti ed allenanti, ma anche a loro modo difficili, è gareggiare in pista in una cosiddetta “riunione”. Ora vi racconto di cosa si tratta.

(lo stesso articolo lo potete trovare qui insieme a molte altre cose interessanti!)

A meno che non siate già dei pro della pista (e se mi leggete qui in tutta onestà ne dubito) vi segnalo che il bello delle gare amatoriali in pista è lo sfidarsi in 4-5 discipline diverse nell’arco di un pomeriggio o di una sera. La differenza con una gara secca su strada, mtb o ciclocross è che qui diventa fondamentale sapersi gestire nell’intero arco temporale dell’evento, dove non si può mai abbassare la tensione agonistica.

In breve, una omnium classica così come interpretata anche alle olimpiadi è composta da ben 6 prove in quest’ordine:

– Giro lanciato

– Inseguimento individuale

– Corsa a punti

– Corsa ad eliminazione

– Scratch

– Chilometro da fermo

Molto spesso però, nelle gare amatoriali la si riduce a 3 discipline: giro lanciato, corsa a punti (o scratch) ed inseguimento individuale. Il problema essenziale è che le tre discipline, benché si tratti sempre di ciclismo su pista, sono del tutto antitetiche tra loro: allenarne una sola significa perdere molta prestazione nei confronti delle altre. Analogamente, il giorno della gara, andare in fuori giri in una comporta letteralmente il “saltar per aria” nelle restanti. Oppure, cosa forse ancor peggiore dato che fa salire un rimorso notevole, risparmiarsi troppo all’inizio e avere risultati al di sotto delle proprie potenzialità per il timore di “bruciarsi” subito.

Come si può capire l’equilibrio è molto delicato, ritrovarsi a fine gara a fare i conti con un classifica impietosa o salire sul podio con una bella bottiglia di vino come trofeo sono due situazioni molto più vicine di quanto si possa pensare. Ora proviamo a raccontare qualcosa in più.

Una delle cose che ritengo importanti è una delle più semplici: arrivare in buon anticipo! Pare banale, ma non lo è. Si viaggia in auto sereni, senza correre che quello sarà da fare dopo (anche se abitate vicino al velodromo prima o poi la trasferta vi toccherà) ci si distende mentalmente e si pregusta il bello di essere in pista a sfidarsi. Non avere l’ansia di non fare in tempo causa traffico o di arrivare trafelati si porta via una grossa fetta di concentrazione mentale e purtroppo le gambe seguiranno i nervosismi della testa, evitate.

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Riscaldarsi senza spendere troppe energie. Il primo scoglio è sempre il giro veloce, la specialità più breve di tutto il ciclismo, ma non per questo la più semplice. Ci si deve arrivare con le gambe “calde a puntino” ma con ancora tutto il 100% della esplosività che possono dare. Lo sprint è la regina delle gare in pista e va sempre onorata. Scaldandosi sui rulli si deve cercare di salire man mano con il ritmo cardiaco e di dare una o due “sgasate” ad alta cadenza, di modo da avere il motore preparato a dare il massimo nel puro sforzo anaerobico. Infatti dopo il giro lanciato non ci si sente stanchi, non nel senso classico del ciclismo, l’errore peggiore però è dopo il giro lanciato rientrare e stare fermi, ecco quello è come spararsi nelle gambe. Indispensabile quindi riprendere subito a far girare le gambe e far riassobire lo sforzo muscolare. Ci va una buona dose di testa per agire in questo modo; di solito ci si ferma per parlare con gli avversari (che almeno nel “nostro” modo delle gare amatoriali in pista sono sempre anche amici e spesso veri maestri) o ci si siede e si beve qualcosa, dato che la giornata di gare è ancora lunga. Ecco, non fatelo e imponetevi questa piccola violenza di risalire sui rulli, in fondo bastano solo 10-15 minuti.

box2A proposito di rulli, specie nelle gare in pista sono un gran sostenitore dei rulli liberi, quelli a tre cilindri. Enormemente più pratici di quelli fissi a cavalletto, sono anche un vero viatico per chi vuole aumentare l’eleganza e l’efficienza della pedalata. Insegnano a stare in equilibrio, a “sentire la bicicletta sotto di noi e portano enormi vantaggi quando poi ci si troverà a pedalare in un folto gruppo su strada. Hanno anche un costo relativamente basso e si trovano abbastanza facilmente sull’usato, pensateci.

 

Si passa poi alla corsa di gruppo, che sia a punti, scratch o eliminazione poco conta ai fini del corretto approccio, e nuovamente toccherà scaldarsi a dovere, non senza aver fatto anche un buon riferimenti di zuccheri. Sarà la gara più lunga di giornata ed essendo una corsa su pista chiaramente non si beve e non ci si alimenta in corsa. Sicchè ci si deve pensare prima, senza esagerare ma si devono avere le risorse per essere efficienti in tutto l’arco della gara anche perché tutte le corse di gruppo sono in crescendo: si parte ad una buona velocità e via via si va aumentando il ritmo. Per chi ha più set di ruote trovo utile fare questo riscaldamento con un pignone di uno o due denti in più di quello che si è usato nel giro lanciato. Infatti, per stare in corsa e non arrancare sugli scatti, quelli ripetuti nelle volate di una corsa a punti ad esempio, il segreto è di avere una buona agilità che consente accelerazioni molto più repentine e meno dannose per le gambe. Per questo molti corridori usano un dente in più anche in gara, ma scenderemmo in considerazioni un po’ troppo ampie per questo spazio.

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Finita la corsa di gruppo subito reintegrare zuccheri e liquidi ma soprattutto non abbassare la concentrazione! Il lavoro non è finito, spesso la disciplina di gruppo ci lascia svuotati di energie sia fisiche sia mentali data la battaglia sul filo di scie e scatti. Invece si deve cercare di dimenticare alla svelta ciò che è successo per concentrarsi sull’ultima disciplina, dove l’avversario sarà ancora più implacabile perché sarà il semplice ed inesorabile scorrere del tempo.

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Nuovamente ci si ritroverà sui rulli con un differente assetti di guida dato che entrano in gioco le prolunghe da crono. Si percepiranno così le diverse fasce muscolari che alimentano l’azione della pedalata, per fortuna ancora non troppo stressate dal lavoro svolto fino a qui. Per quanto possibile ci si deve concentrare sulla posizione da mantenere, sia sotto l’aspetto della compostezza sia, soprattutto, curando la respirazione e usando molto più il diaframma rispetto a quando si è soliti fare. Nell’inseguimento è fondamentale conservare un buon ritmo dall’inizio alla fine, stando molto concentrati nella guida per non sbandare e fare così più strada e non scomponendosi per non offrire il fianco alla malevola ed implacabile resistenza dell’aria al nostro incedere. Qui è la mente a farla da padrona, vuoi perché le gambe iniziano quasi da subito a fare male e a dar segnali di cedimento, vuoi perché i due terzi di gara ci hanno già fatto capire se è una buona giornata o meno. Serve tutta la concentrazione possibile per muovere il nostro corpo come fosse una macchina nata per pedalare. Sono pochi chilometri da affrontare ma mai come ora assumono la valenza di “eterni” nel passare sotto le nostre ruote. Non abbassate la guardia, non scomponetevi, è peggio calare leggermente il ritmo restando composti che muovere il busto ed aprire i gomiti o peggio alzarsi sui pedali a rilanciare, l’aerodinamica non perdona, così come il cronometro.

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A questo punto la fatica è compiuta, se nell’arco dei successivi 2-3 giorni non avete altre gare potete davvero rilassarvi, diversamente ancora qualche minuto a far frullare le gambe potrebbe salvarvi il prossimo appuntamento. Il bello ora è godersi le sensazioni che ci regala il nostro corpo. Sentirsi stanchi e soddisfatti per aver espresso tutto ciò di cui si è capaci ed assaporare il divertimento che c’è nella sana competizione tra avversari leali in pista ed amici quando si è giù dal sellino.

Vi aspetto alla prossima gara, non abbiate timore a sfidare prima di tutto voi stessi. La bici da pista già ce l’avete, giusto?

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Bici collezionate e #bici pedalate…

prendo spunto da una bella discussione nata su fixedforum per raccontare a chi ha la pazienza di leggere le mie personali impressioni e sensazioni pedalando bici d’epoca e bici attuali, per cercare di dare con un po’ di obiettività un giudizio complessivo su quali siano pregi e difetti di telai concepiti in epoche differenti e con materiali differenti.

La domanda è semplice: per un amatore medio, che si dedica a qualche gara qua e là con risultati altalenanti e che magari conosce e pratica i tanti aspetti del ciclismo (strada, pista, cross, mtb), sono davvero così superate e relegabili al puro collezionismo le classiche bici di 30 e più anni fa con i telai a tubi tondi e componenti dell’epoca?

Per il mio, ad oggi, limitato panorama faccio un esame per disciplina partendo ovviamente dal mio grande amore per la… Pista!

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In pista si è nell’ambiente ideale per concentrarci sulle sensazioni che ci dona la bicicletta. Non ci sono curve (sembra, ma guidando spariscono…) non ci sono buche (parzialmente vero, se consideriamo la media dei velodromi italiani…) non si frena, ma si rallenta con le gambe e soprattutto si rilancia, si fanno volate, siano esse in gruppo o siano quelle con il classico e bellissimo gesto tecnico della discesa dalle paraboliche per i 200 metri lanciati.

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4776409217_9c3591ff6f_bIl mio percorso in pista nasce, come per molti, attraverso i primi esperimenti con una bici convertita: telaio stradale anni 70/80, forcellini orizzontali, pignone fisso e via a sperimentare. Fino a che quella bici la usai in strada, per allenamenti in agilità essa si confermo un ottima bici (era pur sempre una GIOS torino) ma alla prova del velodromo fu vera difficoltà. Lì percepivo tutti i movimenti del telaio, necessari su strada ad assecondare le asperità del fondo, ma assolutamente dispersive in pista, dove ogni grammo di forza deve necessariamente esser tramutata in spinta a terra, minimizzando le dispersioni. Ed ecco percepire la cedevolezza del carro (che ti evita i mal di schiena dopo ore ed ore in sella su strada…) ecco la forcella troppo rilassata per stare sulle paraboliche e tante altre cose che mi fecero capire che se volevo davvero intraprendere la disciplina della pista (eccome se lo volevo) allora la via obbligata era un telaio da pista vero. Arrivò in soccorso il buon FabioK1 vendendomi a prezzo da amico un classico telaio in acciaio, anni 80, di quelli commissionati dalle scuole di ciclismo dei velodromi per le scuole di avviamento alla pista. E quella bici fu enormemente propedeutica anche per me. Telaio rigido per davvero, il carro mi pareva di granito, una forcella fatta apposta per correre in pista, tutto estremamente funzionale e senza mezze misure. Avevo conosciuto una bici da pista. Non avevo metri di paragone se non nel passato con la convertita, sicchè fu una vera rivoluzione e con quella bici mi affacciai anche alle prime gare amatoriali nonchè alla prima ed indimenticabile Red Hook crit italiana.

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Poi qualcosa cambiò. La voglia di nuovo e di provare un telaio moderno ebbero la meglio ed ecco arrivare da me il mio primo telaio da pista moderno: alluminio, tubi oversize, e soprattutto forcella in carbonio e serie sterzo da 1-1/8”. E si aprì un mondo. Guidare quella bici era essere un tutt’uno con lei, la sensibilità e la precisione millimetrica dell’avantreno sia in volata sia nella guida, percepire di avere le mai direttamente sul mozzo anteriore. Ecco una volta trovato questo, non credo che farà mai un passo indietro, se non per una rievocazione storica o simile. Resta il fatto che il peso del telaio in una bici da pista sia un fattore del tutto secondario e che ci siano telaisti oggi in grado, per lo meno nel nuovo ambito delle criterium a scatto fisso, di creare dei veri capolavori in acciaio, guarda caso anche vincenti!

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Passiamo alle bici da strada, anzi, da corsa.

Anche qui ho fatto tutti i classici passaggi, da bici con telaio in acciaio, pedali a gabbiette e cambi al telaio mano a mano son passato alla bici moderna di oggi: cambi integrati, pedali a sgancio rapido (ritengo questa un’innovazione davvero epocale e al giorno d’oggi imprescindibile) e telaio in carbonio (beh, il mio per la verità è ancora un misto alu-carbon della Deda, ma regge ancora con i rivali migliori, peso a parte). Nonostante questo in garage c’è anche un piccolo gioiello del passato, anzi dell’epoca d’oro del ciclismo. La mia Colnago del 1978. Con quest’ultima ho fatto già tre eroiche, di cui l’ultima (era il 2012)  nel percorso lungo da 205km. Qui le considerazioni da fare sono più articolate. Una bici da strada deve in un certo senso saper “accogliere” chi la pedala. Deve essere anche se possibile capace di perdonare gli errori in discesa e alleviare tutte le vibrazioni che la strada trasmette. Tutto questo però senza essere impacciata o pesante nei cambi di direzione repentini e nelle salite. Ebbene, tolta la scomodità dei cambi al telaio, dei pochi rapporti a disposizione (sono sei ma credo che se fossero 8-9 non percepirei differenze), dei pedali a gabbietta e dei freni efficaci ma duri da azionare, ecco che un telaio del genere conserva dopo 35 anni tutta la bontà della concezione originaria, telai fatti per correre ovunque, dalle stradine liguri al pavè del nord, dalle coste sull’oceano alle alpi. Guidare quella bici è ancora un vero piacere e riesce ad assecondarmi sempre, regalando belle sensazioni, anche uditive. E’ una bicicletta silenziosissima, complici anche i tubolari, essa scorre producendo solo un soffio leggero e riesce a non far rimpiangere le tre decadi di grande evoluzioni tecniche che le sono seguiti.

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Ammetto di non usarla spesso, ma sono più che convinto che un buon telaio in acciaio, concepito in maniera attuale, con le soluzioni meccaniche odierne abbia tutte, ma proprio tutte le carte in regola per rivaleggiare alla pari con l’ormai arcinoto telaio in fibra di carbonio di costruzione industriale. Basterebbe avere un telaista giovane, senza preconcetti, convinto della bontà ed attualità dell’acciaio e con la voglia di trovare una nuova via per costruire biciclette al di fuori degli standard di omologazione industriali, cucirla di nuovo sulla pelle del cliente e fare per lui la bici da tenere una vita intera… ecco a tal proposito un paio di nomi a riguardo già li ho in mente e se tutto va bene questo potrebbe essere l’anno in cui avrò qualche bella sorpresa…

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my 2013 in review for my little #blog of #cycling stories

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 13,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 5 sold-out performances for that many people to see it.

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