Verso la bici totale, prova sulla lunga distanza della Trek Domane 6.2 disc

Scrivo un po’ in ritardo come sempre, ma anche per lasciare da parte il lato emotivo “a caldo” e raccontarvi di come mi sono trovato in un mese di giri, corse e gare con questa bici così distante da quelle in mio possesso. Questa Domane mi ha incuriosito e sorpreso ed ora vi racconto perchè.

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Della mia avventura di Trek ambassador già sapevate, qui sul blog ne ho scritto dell’inizio e del meraviglioso epilogo in terra senese, ora però visto che me lo hanno chiesto in tanti vi racconto come va, dato che la risposta non può esaurirsi in un  “bene” o “male” ma ho trovato in questa bici un sacco di sfaccettature che mi hanno sorpreso ed incuriosito, quindi mi son preso il mio tempo per valutare la sua resa in una serie di situazioni.

Questa Domane in un certo senso è tutto quanto non ho mai cercato in una bici da corsa, mi spiego. Non sono un fan del carbonio, pur riconoscendone le enormi doti e potenzialità, non sono un fan dei freni a disco (ok, in mtb indispensabili) men che meno ho mai caldeggiato per questi in una bici da strada anche se mi reno conto che la via sarà quella, come da recenti notizie. Non ho mai amato i passaggi dei cavi interni, dato che la manutenzione è più difficoltosa ed in caso di emergenza intervenire è pressochè impossibile con pochi utensili. In più si sa che non sono mai stato un fan di shimano ed ho sempre pensato che 10 pignoni alla ruota posteriore sono più che sufficienti. Però è anche vero che la curiosità in campo bici è sempre desta e l’occasione fin troppo allettante per sperimentare qualcosa di nuovo per me.

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Il primo approccio è stato abbastanza interessante. Montato i miei pedali e fatte le regolazioni di base, parto per un primo piccolo giro sulle strade intorno a casa. Mi accorgo subito che la posizione in sella è molto diversa da quella sulla mia bici da corsa, mi ricorda però la posizione che ho sulla bici da ciclocross, benchè la sella risulti ben più arretrata rispetto al movimento centrale se rapportata alla Zino. Qui c’è la prima dichiarazione di intenti di Trek: questa bici è nata e pensata per le lunghe percorrenze: posizione molto confortevole, sterzo alto (anche togliendo tutti gli spessori, sia chiaro) e sensazioni di grande assorbimento delle asperità dell’asfalto, forse complici anche le gomme da 25mm, dovute soprattutto alle geometrie ed alla composizione e giunzione dei tubi del telaio (su questo aspetto ci tornerò dopo).

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A riprova di quanto sopra, la sera prendo le misure alla bici e sorpresa! In pratica ha le stesse geometrie e passo della mia bici da ciclocross, di pari tagli chiaramente! Paragonata con la bici da strada (ok, molto aggressiva) siamo a 6cm in più sulla misura del passo, il che dice già moltissimo. Non è pronta e reattiva nei cambi di direzione come la mia bdc, non dà la stessa “zampata” appena salto sui pedali, ma per contro è molto stabile in curva anche grazie allo sterzo conico. Già che ero lì a prendere un po’ di misure, faccio una valutazione e provo a mettere le gomme da ciclocross, tassellate da 30mm di larghezza: ci stanno!

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Il passo da lì a provare la bici in un contesto sulla carta “sbagliato” il passo e brevissimo. Non resta che montare i pedali da mtb e vedere l’effetto che fa… Ho ancora a disposizione il campo di cx dove si sono svolte un po’ di gare e garette invernali in quel di Moncalieri. L’occasione è ghiotta ed il terreno ancora nelle classiche condizioni di gara vera: fangoso e con mille solchi tracciati dai passaggi dei corridori, perfetto. Qui la prima sorpresa, il comportamento in un contesto pienamente ciclocrossistico è perfetto! la bici è stabilissima e sicura, va condotta un po’ di forza ma obbedisce agli ordini in modo impeccabile, l’anteriore in special modo! (perchè qualcuno disse che le due ruote prima di tutto si guidano con l’anteriore…).

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I limiti della bici nel ciclocross sono essenzialmente tre:

  • il rilancio non è così repentino secco come sulla mia Zino, ma per contro c’è una stabilità ed un assorbimento delle asperità del terreno eccellenti
  • le tolleranze per il fango sono piuttosto risicate ed in condizioni di fango pesante arrivano al limite. Per contro la presenza dei dischi fa sì che non si creino grossi accumuli di fango sulla bici.
  • é quasi impossibile mettersi la bici in spalla per correre, data la geometria marcatamente sloping del telaio ed anche la classica corsa con la bici “a valigia” è ben poco agevole.

Tolti questi tre punti, la bici se la cava sorprendentemente bene in una disciplina comunque molto selettiva, quindi sicuramente un grosso punto a suo favore, ed a fine gara, grazie ai cavi integrati si pulisce molto in fretta e facilmente!

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Nei pressi del campo di cx c’è anche la strada sterrata che costeggia l’argine del Po. Altra occasione che non mi lascio sfuggire è il provarla su una strada bianca non molto ben tenuta, in quello che potrei definire condizione da “gravel race”. Ecco qui siamo proprio all’eccellenza! Stabile, velocissima e governabile, devo di tanto in tanto controllare che sotto le ruote ci sia il McAdam bianco e non l’asfalto tanto si dimostra perfetta nel digerire lo sconnesso, anche viaggiando intorno ai 40 chilometri orari. Ora capisco perchè questa bici sia stata progettata per correre nelle classiche del nord dove il pavè in certi casi è ancora più selettivo di una strada bianca.

nodo_sella_domaneLa sera, dal mio meccanico, verificherò poi che il particolare nodo sella denominato IsoSpeed non è solo una trovata di marketing ma ha davvero una enorme capacità flettente e di conseguenza “taglia” tutte le vibrazioni che la strada trasmette, dando una grande sicurezza di pedalata in tutte le possibili occasioni, davvero un applauso agli ingegneri di Trek per questa soluzione! Tutto questo è stato poi determinante per la mia granfondo conclusiva con questa bici, su quelle stradebianche che ho imparato a conoscere e ad amare grazie all’Eroica mi sono trovato a mio agio come pochi tra i corridori quel giorno, avevo una padronanza ed una sicurezza sugli sterrati, discese comprese, che mi hanno fatto divertire più che su asfalto!

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In quello che  invece è il suo habitat comunque la Domane 6.2 non lascia delusi. Nel mio giro più lungo di quasi 6 ore sono arrivato senza alcun tipo di indolenzimento, a dimostrazione che davvero chi cerca un mezzo da randoneè o quasi non resterà deluso.

parafanghiLa possibilità di montare i parafanghi con gli attacchi a scomparsa sul telaio è la riprova che questa è una bici da usare per migliaia di chilometri senza timore, in qualunque condizione. Magari non sarà quella che ci fa guadagnare secondi in salita o nelle volate, ma ritengo che sia un ottimo strumento per godersi appieno il ciclismo sportivo amatoriale e che se si è in dubbio nella scelta di una bici da utilizzare tutto l’anno questa è da porre ai primissimi posti grazie alla sua enorme versatilità in tutte le condizioni, sia climatiche che di strada, peccato non aver avuto modi di provarla in una gravel, sarebbe stata una compagna perfetta.

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Altro ambiente dove mi sono travato molto bene è la città. Nei tratti cittadini riesce a divincolarsi molto bene nel traffico, la posizione rialzata dello sterzo qui è un grande vantaggio per la visuale e la capacità di assorbire il pavè chiaramente è ottima, compreso il pavè milanese che è davvero tra i più ostici che abbia mai provato fino ad oggi: promossa a pieni voti!

Concludo con un paio di note sull’allestimento dei reparti trasmissione e freno.

Trasmissione. Sinceramente ero alla mia prima esperienza con shimano ed ero anche un po’ dubbioso se mi sarei abituato o meno all’assenza del classico “tastino da pollice” tipico di campagnolo. Devo dire che l’ultegra ad 11 rapporti si è rivelato molto buono, addirittura direi eccellente nella resa del cambio posteriore: sempre pronto, precisissimo e silenzioso, fa il suo lavoro senza mai un impuntamento.

104Devo dire però che mi è mancata la possibilità di cambiata multipla di campagnolo, soprattutto in discesa di rapporto dopo un classico scollinamento la possibilità di innestare subito un rapporto da discesa a me garba molto. Mi sono trovato meno bene con il deragliatore anteriore, più pesante da azionare, un po’ meno preciso e difficoltosa la gestione delle microregolazioni quando si hanno rapporti molto incrociati, anche in questo caso tutti gli aggiustamenti che posso fare con il campagnolo qui non li ho trovati così precisi e gestibili.

Freni. Qui vado a rispondere alle numerose domande fatte da amici e conoscenti in merito proprio a “come va una bici da corsa con i freni a disco?”. La risposta non è immediata e nemmeno univoca, provo a spiegare.

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Per assurdo la condizione che meno mi ha dato confidenza è dove sulla carta il disco si dovrebbe rivelare vincente, ovvero in caso di pioggia ed asfalto umido. In questa condizione, l’ottimo impianto frenante (dischi da 160mm ed azionamento idraulico) è assolutamente sì impeccabile nel funzionamento senza risentire del bagnato, ma proprio per questo l’enorme riserva di potenza, specie al posteriore si rivela un’arma a doppio taglio. Infatti il limite sulla frenata non si ritrova nel sistema frenante stesso, di per se sempre potente e modulabile, ma nella possibilità di scaricare a terra l’azione frenante attraverso l’esigua superficie di contatto dello pneumatico di per se già di sezione 25mm come lo standard attuale e non più nella classica misura da 23. Questo mi ha dato una non piacevole sensazione di difficoltà di controllo e quindi basso margine di manovra per gestire la frenata al posteriore in condizioni di asfalto bagnato.

Altro aspetto è che, nonostante i generosissimi e rigidi perni passanti su entrambi i mozzi, in luogo dei tradizionali sganci rapidi, in fase di rilancio secco si avverte sempre il disco che sfrega sulla pinza. Credo che in termini numerici la resistenza offerta sia di fatto uno “zerovirgola qualcosa”, ma la sensazione rimane, il tutto unito ad una scorrevolezza generale dei mozzi non certo da primato se raffrontato ad una coppia di ruote da strada classiche, benchè sia consapevole che anche la scorrevolezza in termini reali sia poco influente rispetto a parametri come peso ed aerodinamica, ma tant’è.

A riprova di questo vedo altre marche che si stanno orientando, per le bici da strada con i dischi, a soluzioni più ottimizzate come rotori da 140mm (a mio avviso anche 120 sarebbe sufficiente) e micro pinze dedicate espressamente alle bdc. Inoltre, si trovano già sul mercato gommature da corsa di qualità da 28mm di larghezza proprio per assecondare meglio la grande risposta che un sistema frenante a disco imprime alla bici in fase di rallentamento, questo forse avrebbe ridimensionato il mio giudizio sopra espresso.

Un’altra cosa che ho riscontrato in discese tecniche è invece il comportamento asimmetrico in frenate decise, mi spiego. Arrivando a forte velocità in prossimità di un tornante (asfalto asciutto) e dando una classica staccata decisa, con molta parte di frenata gestita all’anteriore capita di sentire la bici “tirare” dalla parte del disco, in questo caso a sinistra. E’ una sensazione che si ha anche nelle moto, dove di fatto nella fascia sportiva si è ovviato con l’inserimento di due dischi anteriori che annullano tale effetto. In questo caso invece la condizione è chiaramente amplificata dall’assenza di sospensioni e quindi tutto viene direttamente trasmesso al telaio. Ci si fa l’abitudine, compensando anche l’ingresso in curva un po’ legnoso con maggiore decisione nel portare giù la bici in piega, in questo caso la stabilità delle geometrie bilancia molto bene l’effetto e ne risulta una buona efficacia, ammetto però che su di una bici da corsa tradizionale mi sento molto più a mio agio nelle discese.

Tutto quanto sopra scritto viene capovolto quando siamo su sterrato: in questo caso la frenata è perfetta e dona ancora più sicurezza e voglia di “spingere forte”. Addirittura nel campo da ciclocross era sufficiente sfiorare le leve per governare al meglio la bici nel tracciato tortuoso il che si è rivelato davvero una bella sorpresa.

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In conclusione: “ma tu te la compreresti?”. Domanda complessa, ma vi rispondo così: se dovessi essere nella condizione di avere una ed una sola bici invece di tutto il mio “parco macchine a pedali” allora sì, una bici come questa sarebbe perfetta tutto l’anno per tutto quello che amo fare in sella, dall’andare al lavoro ai passi alpini, passando per le gravel e con qualche puntatina nel ciclocross. Ovviamente avendo spazio e malattia del ciclismo galoppante devo ammettere che avere una bici curata per ogni singola disciplina mi trovo più a mio agio a cambiare per avere sempre quella più calzante alla situazione del giorno, ma non nego che ancora oggi, a distanza di due mesi, ricordo con piacere i quasi 500km passati in sua compagnia.

3 commenti

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3 risposte a “Verso la bici totale, prova sulla lunga distanza della Trek Domane 6.2 disc

  1. Complimenti x il report e per la passione a tutto tondo;-)

  2. Pingback: l’acciaio per il ciclisti del XXI secolo. Bike test: @TredDesign callithrix #bikeporn #steelisreal #Tred | riky76omnium

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